Per entrare negli USA dall’Africa usano l’Ecuador

Il sogno americano dei migranti africani passa dall’Ecuador. Il Paese andino è infatti diventato la nuova porta d’ingresso per gli USA. Un fenomeno in costante aumento dopo la chiusura della rotta libica. Nell’ultimo anno è infatti cresciuto esponenzialmente il numero di immigrati africani bloccati alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Che in aggiunta alle tante difficoltà sperimentate da quelli centroamericani sono costretti ad affrontare un viaggio lunghissimo e pericoloso. Che iniziato dall’Africa in aereo ha come prima tappa l’Ecuador, che non richiede il visto d’ingresso, e prosegue tra mille inenarrabili peripezie da Quito al Rio Grande. Un percorso di oltre 5mila chilometri attraverso la Colombia, la giungla di Panamà, i Paesi del Centroamerica e quindi il Messico.

Per giungere alla frontiera americana alcuni impiegano anche tre anni. La maggior parte di loro proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, Angola e Camerun. E tutti scappano dalla povertà estrema, dalle violenze e dai conflitti etnici che piagano l’Africa subsahariana. Per meglio capire le dimensioni del fenomeno basta citare un dato pubblicato dalla rivista Ozy [1]: solo nella prima settimana di giugno, più di 500 immigrati africani sono stati arrestati dalla polizia di frontiera statunitense in Texas, nel 2018 erano stati in totale 211. “Stanno usando Quito come hub d’ingresso per il Nord America”, denunciano le autorità di Washington che ora minacciano ritorsioni contro il governo ecuadoregno. Nel Paese sudamericano vige ancora la politica delle “porte aperte” inaugurata più di 10 anni fa dall’ex presidente Correa. Dottrina messa oggi in discussione dall’attuale capo dello Stato, Lenin Moreno, che sta valutando l’introduzione di controlli più severi ai confini del suo Paese. Perché oltre al problema degli immigrati africani, l’Ecuador è da anni alle prese con un'altra insostenibile emergenza: quella dei profughi venezuelani.