Per gli anti-Trump l’ottimismo peggio del coronavirus

Tra i democratici Usa una contagiosa euforia sul possibile esito positivo delle prossime elezioni presidenziali di novembre sembra aver scacciato negli ultimi giorni la cupa depressione della sconfitta fino a ieri data invece da molti di loro quasi per scontata. Questo grazie alla ritrovata unità del partito sulla nomination di Joe Biden ed alle sue indubbie chance di strappare a Trump la Casa Bianca. Anche grazie ai non piccoli errori di valutazione e di gestione dell’epidemia da coronavirus commessi dal Presidente.

Un cambio di umore che rappresenta per il partito dell’asinello l’unguento richiesto dalle fatiche di una campagna elettorale a dir poco in salita. Ma che rischia di fargli perdere di vista due insidiose trappole politiche. Che l’opposizione democratica farebbe invece bene a tenere nel conto dovuto. Onde evitare una nuova, ennesima sconfitta elettorale. Potenzialmente più devastante della dolorosa e inaspettata Caporetto del 2016. Quando Illary Clinton, data per sicura vincitrice, nelle urne finì seconda alle spalle dell’outsider miliardario newyorkese.

Come? Evitando, per prima cosa, di contare a occhi ciechi, come invece molti democratici continuano a fare, sul favorevole apporto elettorale delle minoranze. Intanto perché tra i neri americani la partecipazione elettorale è tradizionalmente di gran lunga inferiore alla media. Ma soprattutto in ragione del fatto che quella numerosissima dei Latini presenta al suo interno divisioni di appartenenza politico-culturale assai significative. L’elettorato latino-americano non è infatti un blocco unico ma un mosaico di origini regionali, di età e di istruzione. Basti pensare a quelli super-democratici del Texas e della California e, all’opposto, al fortissimo radicamento repubblicano dei cubani e dei venezuelani della potente Florida.

Ma non basta. Sono numerosi i democratici statunitensi, di cui Sanders è certamente il rappresentante più nobile, convinti, ecco la seconda trappola, di ottenere il consenso degli elettori con una campagna contro (Trump) e non per (l’America). E che non vogliono accettare l’idea che per riavere indietro il consenso di quelli che l’avevano negato quattro anni fa sia necessario riconoscere con umiltà le ragioni del loro malcontento.

La verità è che se anche a novembre prossimo dovesse cambiare l’inquilino della Casa Bianca, l’America non tornerà più ad essere quella lasciata da Obama il 20 gennaio 2017. Ragione per cui sbagliano coloro che per puro odio nei confronti di Trump non vedono l’ora di ripetere le parole di Gerald Ford che, messo alle spalle lo scandalo del Watergate disse:”Our National nightmare is over”.