Per i figli degli immigrati l’istruzione è un problema

È vero che i figli degli immigrati e dei rifugiati hanno più degli altri bisogno di istruzione. Ma se gliela neghiamo sono anche i nazionali a rimetterci. Perché, ammonisce Audrey Azoulay, direttore generale Unesco presentando il rapporto [1] mondiale di monitoraggio dell’educazione, se loro non vanno a scuola si creano problemi seri per tutta la società. Leggendo le pagine del rapporto si comprende meglio il senso di questo allarme. Nel mondo, attualmente, ci sono 18 milioni di bambini rifugiati o immigrati: il 26% in più rispetto al 2000. Eppure alla maggior parte di loro è negata l’educazione scolastica. Si calcola, infatti, che dal 2016 ad oggi il buco dell’istruzione che avrebbero dovuto avere è pari a 1,5 miliardi di giorni di scuola.

Costruire ponti, non muri è il titolo del rapporto che invita i governi a integrare rifugiati e immigrati nei sistemi educativi nazionali. Eppure in Paesi come Australia, Ungheria, Indonesia, Malesia e Messico, i bambini richiedenti asilo hanno accesso limitato o nullo all'istruzione. Thailandia, Tanzania e Bangladesh chiudono le porte della scuola a chi è privo di documenti. Altre nazioni come Libano o Giordania, che ospitano il maggior numero di rifugiati pro capite, non hanno mezzi per garantire una buona educazione. Mancanza di risorse anche per una potenza economica come la Germania, mentre Ruanda e Iran sono le nazioni che hanno fatto gli investimenti più consistenti.

L’Italia, almeno questa volta e nonostante molte carenze, è inserita tra i Paesi virtuosi. Questo grazie ai passi avanti che il nostro Paese ha compiuto al riguardo. Basti ricordare che il 73% degli 86mila minori non accompagnati arrivati sul nostro territorio tra il 2011 e il 2016 è stato collocato in centri di prima e seconda accoglienza. E che la nuova legge del 2017 riconosce a questi bambini il diritto all'educazione e ha dimezzato, riducendolo a 30 giorni, il tempo massimo previsto per la loro permanenza nei centri di accoglienza. Ma c’è ancora molto da fare perché solo una piccola parte di essi frequenta regolarmente la scuola. Anche se si tratta spesso di istituti carenti delle attrezzature necessarie, tipici di zone periferiche con un elevato tasso di povertà. Con la conseguenza che nel 2017 il tasso di abbandono scolastico di questa popolazione di piccoli immigrati è tre volte quello dei figli di famiglie italiane.