Per i rifugiati il mercato può fare di più delle Ong e dei governi

Né le Ong, né i governi possono risolvere da soli la crisi globale dei rifugiati: serve più concorrenza e mercato anche nel settore umanitario. È con questa dichiarazione fuori dal mainstream che è tornato a far parlare di sé Hamdi Ulukaya, imprenditore immigrato naturalizzato americano, diventato miliardario vendendo yogurt greci negli USA. Che nel 2016 aveva richiamato l’attenzione dei media [1] devolvendo il 50% del suo enorme patrimonio per la creazione di nuove forme di integrazione internazionale dei richiedenti asilo.

A distanza di due anni sappiamo che la sua non è stata una semplice forma filantropismo assai diffusa tra i paperoni d’Oltreoceano. Perché il re dei latticini ha fatto sapere qualche giorno fa che ha superato quota 100 il numero dei big dell’economia globale che sostengono la sua fondazione Tent partnership for refugee. Da Barilla a Microsoft passando per Hilton, tanti hanno raccolto la sfida di Mr. Latticini convinto più che mai che per trasformare i rifugiati da problema a risorsa bisogna archiviare il modello assistenziale dominante e fallimentare a livello mondiale. Anziché sperperare fondi pubblici per garantire loro beni e servizi, meglio, questo il suo ragionamento, incentivare investimenti privati per trasformarli in lavoratori specializzati preziosi per le imprese dello Stato che li ospita.

Quella di Hamdi Ulukaya è una sorta di solidarietà capitalista 2.0, che aiuta gli sfollati col pragmatismo tipico dei business man. E che potrebbe riuscire laddove il vecchio paradigma assistenzialista, basato sulla Convenzione di Ginevra del 1951, continua a fallire. Perché sulla convinzione che i rifugiati, finita l’emergenza che li ha spinti ad emigrare, tornano a casa. Ma oggi non è più così.

Secondo le Nazioni Unite, infatti, il 40% dei 65,3 milioni di profughi nel mondo rientra nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da 5 anni in su. Tanto è vero che sulla base di una ricerca pluriennale dell’Overseas Development Institute (ODI) di Londra, sappiamo che, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze rifugiati si è risolta dopo 10 o più anni, mentre solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. A ciò va aggiunto che il 50% dei rifugiati rifiuta di tornare a casa anche quando la crisi nel loro paese si è conclusa. Una scelta di non ritorno che, secondo l’UNHCR, nel 2015 ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi trent’anni.

Insomma, se una volta arrivati, per un motivo o per un altro, non vanno più via, è meglio sperimentare la via pragmatica di Hamdi Ulukaya o quella idealistica-assistenzialista che battiamo, senza successo, da molto tempo?