Per non decidere litigano sulla Convenzione di Dublino

In Italia ipnotizzati dagli sbarchi non ci siamo accorti di una clamorosa novità. Rappresentata dal fatto che lo scorso anno, per la prima volta, gli arrivi nelle nostre coste (119 mila) sono stati inferiori alle richieste di asilo (130 mila). Numeri che ai non addetti ai lavori possono sembrare oscuri. E che, invece, nascondono una storia da raccontare.

La Convenzione di Dublino (che obbliga a chiedere asilo nello Stato primo approdo) dal 1990 al 2011 è stata violata, con un un non dichiarato ma nei fatti tacito accordo, da tutti i paesi UE. Sulla base di un do ut des tra quelli del Sud e del Nord. I primi si facevano carico della prima assistenza dei nuovi arrivati per poi lasciarli transitare verso i secondi bisognosi di manodopera straniera.

Tutto questo ha funzionato fino quando il numero dei richiedenti asilo che arrivavano nell’Europa Mediterranea era basso. Ma dal 2011 lo scenario è cambiato radicalmente. La Primavera Araba e la guerra in Siria hanno costretto il Vecchio Continente a fare i conti con una crescente pressione migratoria senza precedenti. Di fronte alla quale i 28 Stati UE si sono spaccati, prendendo posizione opposte su Dublino che, invece, per lungo tempo, li aveva messi d’accordo. Così quelli del Nord hanno cominciato a chiederne il rigoroso rispetto. Arrivando persino a ripristinare i controlli alle frontiere e rimpatriando a Roma e Atene i richiedenti asilo che erano riusciti ad attraversare le Alpi. Mentre quelli del Sud hanno denunciato, per ripartire il peso dell’accoglienza, la necessità di una riforma degli accordi presi nella capitale irlandese.

A provare una mediazione è stata la Commissione UE. Che nel 2015 ha pensato bene di proporre la cosiddetta relocation (redistribuzione). Termine dietro il quale si chiedeva un nuovo patto tra gli Stati del Sud e quelli del Nord. Dai primi si pretendeva di rispettare seriamente la Convenzione di Dublino, in particolare fotosegnalando attraverso appositi centri di identificazione (hotspot) i richiedenti asilo che arrivano. Mentre dai secondi di farsi carico, tramite un’equa redistribuzione, di una parte dei rifugiati registrati ad Atene e Roma.

Sappiamo tutti com’è andata. Un flop. Causato non solo dagli egoismi nazionali, specie del gruppo di Vesegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia). Ma soprattutto dal fatto che la relocation viola le regole del buon senso. Perché chi emigra vuole ricostruire la propria vita dove pensa di poterci riuscire meglio. E per questo più che Varsavia o Bucarest, sogna Berlino.

Se le cose stanno così, continuare a tirare la Convezione di Dublino per la giacchetta, è né più né meno che una foglia di fico. Che prova a nascondere la verità che nessun paese UE vuole ammettere: se l’Europa non vuole morire di immigrazione, deve avere hic et nunc una politica migratoria comune. Le sfide che arrivano soprattutto dall’Africa sono troppo grandi per essere risolte dai singoli governi. Che siano di destra, sinistra, xenofobi, sovranisti o globalisti poco importa. Il risultato non cambia.