L’elezione di Trump è possibile ma poco probabile

La corsa di Trump al secondo mandato presidenziale, quando mancano poco più di tre settimane all’Election Day di novembre, appare ancora possibile ma sempre meno probabile.

Possibile non solo perché in politica, come già tante volte accaduto in passato, può sempre accadere qualcosa all’ultimo minuto capace di cambiare le carte in tavola. E rovesciare, nel caso a favore del miliardario newyorkese, l’esito di una competizione elettorale che molti invece danno per lui ormai perduta. Ma anche in ragione del fatto che agli occhi di molti settori di quella strana galassia quale è l’opinione pubblica americana, gli eccessi e la sua cocciutaggine comportamentale che tanti gli rimproverano trovano invece un chiaro apprezzamento. Come, ad esempio, quello testimoniato da Michelle O’Neal, donna di mezza dello stato della Virginia, che intervistata la scorsa settimana dal quotidiano liberal OZY ha spiegato di averlo votato nel 2016 perché: “I honestly didn’y vote on his character. I like that he’s a fighter”.

Ma le chance del possibile, che non vanno mai sottovalutate, rischiano però la resa di fronte a tre fondamentali ragioni che, allo stato delle cose, rendono la rielezione di Trump davvero poco probabile. In primis l’economia. Che con l’esplosione della grande pandemia si è trasformata da arma vincente in un boomerang del trumpismo. Basti pensare che nel giro degli ultimi mesi il tasso di disoccupazione che negli USA pre Covid aveva toccato il minimo storico del 3,5%, a settembre scorso è schizzata al 7,9%. E che al momento la macchina produttiva a stelle e strisce è riuscita a recuperare solo 11,4 milioni di posti di lavoro dei 22,2 persi nei terribili mesi della scora primavera. E poiché è noto il detto che “quando l’economia va male, va male per il Presidente in carica” è certo che nelle urne la negatività di questi numeri si farà sentire, e come! Oltre ai segnali infausti dell’economia si aggiungono, giorno dopo giorno, anche quelli dei sondaggi. Che nonostante i tanti e non piccoli errori del passato rappresentano comunque degli indicatori sia pur grossolani dell’umore del corpo elettorale. Che con l’avanzare della data del voto sembra orientato più a punire l’amministrazione in carica che a premiare le proposte dell’opposizione.

Interessante al riguardo l’ultima rilevazione relativa allo stato chiave dell’Arizona. Che nonostante abbia sistematicamente premiato dal 1996 i repubblicani a danno dei democratici oggi non solo colloca Trump di 1 punto alle spalle di Joe Biden. Ma sembra sul punto di consegnare il seggio senatoriale della trumpiana di ferro Martha McSallyfar nelle mani del democratico Mark Kelly. Ma non basta.

Perché c’è una terza, decisiva questione per cui Trump rischia di non farcela. Infatti a differenza del 2016 in cui Trump si presentò, nel bene e nel male, come una figura di rottura di un’America scontenta ed impoverita dalla globalizzazione, nella attuale campagna per la rielezione non ha avanzato nuove proposte né lanciato progetti per il futuro. Riducendo la sua azione ad una sorta di guerriglia permanente contro i settori dell’establishment a lui ostili. Cosa che in molti elettori sembra aver risvegliato la nostalgia di una normalità politica che lui non sarà mai in grado di assicurare.