Più coronavirus, meno Sanders: i guai per Trump

Al momento è difficile capire se la corsa di Trump al secondo mandato presidenziale rischi di più dalla sua incerta e da molti criticata gestione dell’epidemia da coronavirus o dall’ascesa verso la nomination nel partito democratico del moderato Joe Biden. Che martedì scorso ha sonoramente sconfitto l’incendiario Bernie Sanders nello stato da sempre considerato come la sua vera roccaforte: il Michigan. Un risultato accolto con sollievo da quella parte della pubblica opinione che pur avversando l’attuale Presidente molto probabilmente a novembre prossimo avrebbe scelto l’astensione anziché votare per un candidato dell’opposizione estremista e per non pochi aspetti velleitario come l’anziano senatore del Vermont. Ma, come spesso accade in politica, le cose non sono andate come sembrava dovessero andare.

In primo luogo per il margine di vittoria con cui Biden ha schiacciato il suo avversario: 16%. Una percentuale enorme se si considera che quella con cui nel 2016 Sanders aveva “azzoppato” l’allora super candidata Illary Clinton era stata di 1,5%. Ma soprattutto perché l’enorme numero di delegati portati in dote dall’industrioso stato del Midwest all’ex vice di Obama (150) è il frutto di un vero e proprio plebiscito tra gli elettori (giovani, anziani, uomini e donne) del partito dell’asinello. Molti dei quali hanno forse cercato in questo modo di farsi perdonare il tradimento del 2016 che consentì al miliardario newyorkese di intascare i voti necessari per battere al foto finish la ex First Lady. Ma soprattutto perché riducendo al lumicino le possibilità di Sanders di aggiudicarsi la nomination i democratici privano Trump delle chance elettorale su cui forse più contava. Quello di un avversario amato dalla sua base ma inviso alla maggioranza dell’elettorato.