Giovani immigrati cinesi salvano Chinatown

La Chinatown di New York punta sui millennial immigrati per preservare la sua unicità. Una nuova generazione di sino-americani nata e cresciuta nella Grande Mela sta ripensando il proprio futuro per salvare il quartiere dalla gentrificazione. Ed evitare così lo spopolamento di massa per fare spazio ai nuovi ricchi che inevitabilmente porta, non solo all'aumento degli affitti, ma anche alla drastica trasformazione dell’identità del posto. Un fenomeno che ha già cancellato molti quartieri popolari di Manhattan a Brooklyn, e che ora minaccia l’ultima roccaforte etnica nel cuore della città.

La risposta della comunità immigrata cinese, come scrive il quotidiano americano The Atlantic, è semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Passare ai figli il testimone degli affari di famiglia. La narrazione vuole che per gli immigrati di seconda generazione il riscatto sociale passi attraverso un’istruzione di livello elevato per poter poi intraprendere carriere di alto profilo. Nella Chinatown di New York, invece, i figli di molti commercianti stanno facendo una scelta diversa: rimanere nel negozio di famiglia. Senza però rinunciare agli studi. Le sei storie che raccontate da The Atlantic sono paradigmatiche del fenomeno in atto. Sei giovani imprenditori di origine straniera, tutti universitari o già laureati, che hanno deciso di mettere le loro competenze linguistiche e tecnologiche al servizio dell’attività familiare. Diventando prima di tutto i traduttori del negozio, perché il maggiore handicap dei genitori è proprio la scarsa o nulla conoscenza dell’inglese. Da bravi nativi digitali stanno inoltre imprimendo una svolta smart agli affari. Consapevoli che solo con la tecnologia queste piccole imprese possono sperare di sopravvivere.

E’ lui il padre di Salvini e Di Maio

Anche sa fa finta di non saperlo il populismo europeo ha un padre. Con nome e cognome. Umberto Bossi. Che molto prima di Matteo Salvini, Marine Le Pen & Company, obbligò l’establishment politico nazionale a fare i conti con il populismo d’antan.

Un mix tra un impareggiabile carisma ed un linguaggio all’apparenza banalizzato e fuori dalle righe. Un avvento per primo segnalato da Ian Buruma, che di populismo e di populisti si intende più di tanti, come un vero e proprio evento: “first it was Umberto Bossi, in Italy, feeding on the resentment of southern migrant in the affluent north. Well-dressed, well-spoken, young Bossi set the tone for the new type of rightist”[1].

Tanto è vero che al pari degli attuali neopopulisti, l’allora semi sconosciuto capo leghista finì per calamitare la curiosità e l’interesse di grandi maestri della scienza politica internazionale. Che sbarcarono in Italia per analizzare e decodificare le ragioni alla base del crescente consenso riscosso nella pubblica opinione da questo “nuovo barbaro” nemico delle istituzioni. Il sociologo John Torpey, nell’attesa di essere ricevuto nella sede del Carroccio a Milano, ebbe a scrivere: “Nell’Europa Occidentale il movimento di Umberto Bossi è di certo il più interessante…non solo per quello che dice dell’Italia, ma anche per quello che può spiegare di molte altre nazioni europee”[2]. Concetti ribaditi ancor più nettamente dal politologo di Harvard Robert Putnam affermava: “l’Italia è il primo esempio di collasso di un sistema durato l’intera Guerra Fredda. Arrivate per primi a misurarvi con una crisi che scorre sotto la pelle delle nostre democrazie”[3]. E dal suo collega di Yale Joseph La Palombara: “in questa fase l’Italia conferma di essere un laboratorio politico”[4].

Ma per misurare a pieno il debito del moderno populismo verso Bossi bisogna ricostruire tre grandi questioni che rappresentarono, fin dagli esordi, la vera novità della sua scesa in campo.

Lotta e Governo. Contrariamente ai tradizionali leader populisti di estrema destra, Umberto Bossi, oltre ad essere sedotto agli inizi dall’ideologia comunista (proprio come il padre del neopopulismo olandese Pim Fortuyn), non rimane ai margini della politica. Nasce come forza anti-sistema, ma muore come forza di governo. Senza perdere, va da sé, sia pur a fasi alterne, la verve delle origini: l’istinto alla lotta. Declinato, spesso, in toni e dichiarazioni ai limiti, se non in violazione, dei principi democratici. Un aspetto non da poco. Una novità assoluta. Un percorso che anticipa di oltre un decennio ciò che si verificherà nel resto d’Europa. Austria e Olanda in testa.

Post-nazionalismo e globalizzazione. Contrariamente al populismo xenofobo, quello di Umberto Bossi è un conservatorismo che non si prefigge però, non la difesa aggressiva dell’identità nazionale. Ma quella di un determinato territorio considerato un patrimonio di produttività, ordine e sicurezza. In difesa del quale sono visti di buon occhio eventuali accordi transnazionali. Si pensi ai tentativi di Umberto Bossi di stringere alleanze con Jorg Haider in Austria. Alla scelta del 2009 di fondare, con gli inglesi dell’UKIP il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia in seno al Parlamento Europeo. E più in generale alla più volte millantata idea di costruire un’Europa dei Popoli. Una difesa dell’identità e della ricchezza territoriale del tutto nuova rispetto al passato. Che, questa l’altra grande novità, soddisfa le richieste e i malumori non solo dei settori sociali economicamente e culturalmente meno protetti. Ma anche di un elettorato trans-classista. Di cui fa parte persino un pezzo dell’elite economica e sociale del paese. Insomma un’idea di conservazione del nuovo tipo. Perfettamente attagliata a una società squassata dalla crisi economica e impaurita dai fantasmi minacciosi della globalizzazione. Una società moderna composta da una miriade di categorie trasversali unite dalla paura dell’impoverimento e del declassamento. E da una crescente avversione nei confronti dei tecnocrati al potere, dei parassiti della società: immigrati in primis. Un’idea di conservazione, per concludere, che piace a tutti coloro hanno perso e sono vittime del treno della globalizzazione e della modernità. Che, a dispetto di quanto si possa pensare, non sono solo i ceti meno abbienti, ma pezzi sempre più ampi della classe media.

Anti-immigrazione. Contrariamente ai tradizionali partiti populisti di estrema destra, Umberto Bossi e il suo partito si battano contro l’immigrazione, più che contro gli immigrati. Il Senatur usa poco il linguaggio della razza o dell’etnia contro i nuovi arrivati. La sua, insomma, non è una battaglia contro “negri o “ebrei”. Bensì nei confronti di tutti coloro che minacciano il benessere, l’occupazione e l’ordine del Nord. Prova ne è il fatto che la sua retorica contro gli extra-comunitari ha, mutatis mutandis, le stesse radici di quella, mai abbandonata, contro i terroni italiani del Sud. I primi come i secondi sono visti come una minaccia. Dei parassiti che rischiano di mettere a repentaglio la prosperità e l’ordine del ricco Nord.

 

[1] I. Buruma, Right is the new left, The Guardian, 26 March 2002.

[2] L.Annunziata, anno 1993. La scoperta dell’Italia, Il Corriere della Sera, 20 giugno 1993.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

Populismo figlio del modernismo

Chi sono e cosa vogliono questi neo populisti la cui campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta provocando tanta inquietudine nelle cancellerie del Vecchio Continente e nei piani alti di Bruxelles?

Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico. Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze «espropriatrici» della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca in nome e per conto del Popolo. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di élites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce. Ha un comportamento politico che potremmo definire double face, ambivalente: può essere conservatore e reazionario ma anche espressione di istanze democratiche dirette e partecipative. Va fatto presente, per chiarezza di ragionamento, che è fuorviante sostenere, come spesso invece accade, che tra il comportamento del populista e quello del demagogo non c’è differenza. Il demagogo è infatti colui che per assicurarsi vantaggi raggira ed inganna scientemente il popolo. Fino a spingerlo alla rovina. Mentre nel caso del populista si deve vedere, specificatamente, “uno stile politico, una mentalità”. Per il populista le virtù innate del popolo rappresentano la fonte esclusiva che ne legittima l’azione politica. Insomma, il primo si basa su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto «pulito» ed originario della politica. Il secondo sulla sua strumentalizzazione a fini personali.

Di populisti nella storia ce ne sono stati tanti e di tutti i tipi. Di certo è che i movimenti populisti sorgono nelle fasi di rapida trasformazione sociale, quando le tradizionali strutture di potere entrano in crisi e un senso di profonda incertezza si impadronisce delle masse. Esemplare, al riguardo, la pionieristica analisi della sciagurata esperienza argentina di Peròn fatta più di sessant’anni fa da Gino Germani. Secondo cui il peronismo, di cui era acerrimo nemico, aveva rappresentato un peculiare canale di integrazione delle masse, senz’altro alternativo nella sua forma autoritaria a quello della democrazia rappresentativa, sfruttando l’esistenza, in vasti strati sociali, di un immaginario democratico latente diverso da quello liberal-democratico. Un immaginario di tipo olistico, che trovava nella frequente violazione dello spirito della democrazia rappresentativa da parte dei suoi stessi apostoli un’inesauribile fonte di vitalità e Capace, allo stesso tempo, di attrarre consensi con la sua promessa di riscatto della dignità dei lavoratori.

Il populista agisce politicamente sulla base di una visione negativa, manichea e “confrontazionista” della realtà. Molti elementi di questo nucleo di pensiero li aveva magistralmente evocati Isaiah Berlin ricordando, nel lontano 1969, che il populismo invoca una Gemeinschaft, cioè un’idea di comunità; è apolitico, in quanto radicato per lo più nella sfera sociale; ha un afflato rigeneratore, poiché intende ridare al popolo la centralità sottrattagli; vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale. È un “nostalgico” nel vero e proprio senso della parola. Visceralmente attaccato a ciò che vede, crede o teme stia per tramontare. Un attaccamento che nella sua logica non ha, però, una valenza disperatamente ed inutilmente conservatrice. Ma, piuttosto, quella attiva - difficile dire con quale tasso di redditività - di un anticorpo nei confronti dei contraccolpi che i processi di modernizzazione determinano nei gruppi sociali più deboli e meno protetti.

La democrazia populista si presenta come «una forma estrema di democrazia», che ridà nelle mani dei cittadini tutto il potere possibile. È alternativa al modello della democrazia liberale basato sul meccanismo decisionale della delega ai partiti ed alle organizzazioni intermedie. Mentre predilige i referendum, propositivo o abrogativo, le proposte di iniziativa popolare, la revoca del mandato parlamentare. Questa forma di populismo politico corrisponde a una forma moderna di democrazia diretta: lo dimostra il fatto che, soprattutto dopo la metà del XX secolo, è tornato in auge il referendum come strumento del populismo politico.

A differenza del Fascismo e del Comunismo per il populismo non esiste un corpo dottrinario di riferimento. Condiviso e riconosciuto. Ed è per questo che non dispone di un’unica ricetta.

Il populista trova spazio ed ascolto quando i poteri e le istituzioni tradizionali non vedono o non si curano del fatto che tutti i processi di modernizzazione, anche quelli obbligati e potenzialmente positivi, comportano sempre costi e traumi nella società. Che non non vanno sottovalutati e, se possibile, curati. Per evitare quello che gli americani chiamano disconnect, ossia la sconnessione tra gli interessi reali e le percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati e quelli delle élites economico-politico.

Sbarchi in calo in Italia, la nuova meta è la Spagna

In base agli ultimi dati di Frontex , con 110mila arrivi nei primi 9 mesi del 2018, l’Europa registra un piccolo ma significativo calo degli sbarchi, che, con un meno 80%, diventa un vero e proprio crollo nel caso dell’Italia. Lo scorso settembre lungo le quattro principali rotte del Mediterraneo (occidentale, centrale, orientale) e dei Balcani, gli arrivi nel Vecchio Continente sono stati in totale 12.900 (il 21% meno rispetto allo stesso mese del 2017).  Un quadro generale che però presenta luci e ombre. Visto che dopo la chiusura della rotta centrale, la pressione migratoria dall’Italia si è pesantemente e stabilmente diretta verso la Spagna.

Infatti, da gennaio sono non meno di 35.500 gli immigrati sbarcati sulle coste spagnole, più del doppio rispetto al 2017. Nel solo mese di settembre gli arrivi in Spagna sono stati 6.500, metà di tutti quelli registrati in Europa. Segno che al momento la rotta del Mediterraneo occidentale è la più attiva. Un quadro opposto, invece, in Italia dove dall’inizio dell’anno gli arrivi sono fermi a quota 20.900, con un calo, appunto, dell’80%. In chiaroscuro la situazione lungo la rotta del Mediterraneo orientale, dove, sebbene nell’ultimo mese gli arrivi siano calati del 25%, dall’inizio dell’anno il flusso è però aumentato del 40%. Sono, infatti, 40.300 gli immigrati giunti finora in Grecia, soprattutto attraverso il confine terrestre con la Turchia. Bloccata, invece, la rotta dei Balcani.

Dall’Africa scappano i ceti medi non i poveri

Si chiama Fuga in Europa (Einaudi, pagg.165) l'ultimo libro di Stephen Smith, docente di studi africani alla prestigiosa Duke University di Durham negli USA. Lo abbiamo intervistato.   

Lei sostiene che l’Africa per l’Europa non è come il Messico per gli USA. Perché?

Per almeno due ragioni. La prima: è più difficile e pericoloso attraversare il Mediterraneo che il Rio Grande. Tant’è che molti immigrati subsahariani in viaggio verso l’Europa rimangono bloccati in Nord Africa. La seconda: nel 2050 l’Europa avrà 500 milioni di abitanti contro i 2,5 miliardi dell’Africa. Mentre gli USA ne conteranno circa 325 milioni contro i 650 milioni di tutta l’America Latina.

Dalla storia dell’emigrazione messicana emergono, tuttavia, indicazioni preziose per l’Unione Europea.

Il 1975 segna l’inizio in Messico di un livello di prosperità sufficiente, per un fetta importante dei suoi 60 milioni di abitanti, a sostenere i costi di un progetto migratorio. Tant’è che da quel momento, nell’arco di un trentennio, dieci milioni di messicani sono emigrati negli Stati Uniti, dove hanno trovato lavoro e messo su famiglia. Per questo oggi sono circa 30 milioni e rappresentano il 10% della popolazione americana. Badate bene alle date, non sono casuali.

Dal 2010, invece, contrariamente a quanto sostiene Donald Trump, c’è stato un calo dell’immigrazione messicana verso gli USA. Perché l’economia del Messico (che oggi ha 120 milioni di abitanti) ha fatto un ulteriore balzo in avanti. Tale da garantire, almeno in parte, alla sua popolazione dignitose condizioni di vita e lavoro.

Oggi molti paesi africani (Ghana, Costa d’Avorio, Nigeria e Kenya), proprio come il Messico negli anni Settanta, hanno raggiunto una soglia di prosperità tale da consentire alle classi medie, che dispongono di maggiori capacità culturali ed economiche, di emigrare verso una vita migliore in Europa. È per questo che mi aspetto nei prossimi venti-trent’anni un boom di immigrati dall’Africa.

Lei sostiene che ad emigrare dall’Africa non sono le classi più povere ma quelle medie?

La migrazione ha un costo e richiede una certa comprensione e visione generale del mondo. Essere "collegati" al resto del mondo - attraverso la TV satellitare, Internet, i social media o WhatsApp - e avere i mezzi finanziari per intraprendere il viaggio. Che costa almeno 2-3 mila euro, cifra di gran lunga superiore al reddito pro-capite annuale di molti stati sub-sahariani. Quindi, piuttosto che il "più povero dei poveri", è la classe media emergente del continente che migra. Oggi, circa 150 milioni di africani dispongono di un reddito giornaliero compreso tra 5 e 20 dollari USA. Nei prossimi trent'anni, questa classe media dovrebbe quadruplicarsi.

Ma, allora, perché Bill Gates, che con la sua fondazione si batte per migliorare gli standard medici e d’istruzione dei paesi africani, sostiene che solo contribuendo all’emergere di una classe media in Africa, l’Europa potrà registrar un calo della pressione migratoria da quel continente.

Sul breve periodo ha torto. Perché l'aiuto straniero è un sussidio per la migrazione perché aiuta i paesi poveri in Africa a varcare la soglia della prosperità, a quel punto i loro abitanti hanno i mezzi per andarsene. Ma sul lungo termine Bill Gates ha ragione. Perché i paesi africani veramente sviluppati manterranno i loro abitanti che preferiranno avere successo a casa piuttosto che tentare la fortuna tra estranei.

 In assenza di una politica dell’immigrazione comune come fa l’Europa a reggere il confronto con un gigante come l’Africa?

Si confrontano due giganti: uno demografico (Africa), l’altro economico (Europa). Che con il 7% della popolazione mondiale, dispone del 25% del PIL e del 50% del Welfare globale. Anche senza una politica comune, il Vecchio Continente ha i mezzi almeno per rallentare l'afflusso di immigrati indesiderati. I 6 miliardi di euro pagati alla Turchia hanno, ad esempio, consentito di trattenere sul suolo turco più di 2,5 milioni di rifugiati. Così come gli accordi raggiunti con i signori della guerra libici hanno impedito a 700.000 immigrati africani di attraversare il Mediterraneo. Ma, naturalmente, questa non è una soluzione praticabile a lungo termine, alla luce della migrazione di massa che mi aspetto per i prossimi tre decennia. Infatti, ogni tentativo di rispondere, senza una politica di ampio respire ma soltanto con la forza e il denaro alla pressione migratoria africana è destinato a fallire. La verità è che l’immigrazione rafforzerà o seppellirà l’Europa.

Avanza dalla Baviera l’anti-populismo verde

E se fossero i Verdi la vera sorpresa delle elezioni di domenica prossima in Baviera? L’unica cosa certa è che le urne terremoteranno il panorama politico del Land più ricco e popoloso della Germania. Data ormai per scontata la batosta della Csu, il partito gemello della Cdu della Merkel, quello che più temono Berlino e Bruxelles è la possibile affermazione dell’estrema destra xenofoba di AfD. Cosa che confermerebbe la tendenza dilagante in Europa, come dimostrano gli ultimi esiti elettorali in Italia e Svezia. Insomma il vento del “cambiamento” spira forte anche in Baviera. Con una novità. Perché in base agli ultimi sondaggi a gonfiarsi potrebbero non essere solo le vele dei populisti, ma anche quelle degli ambientalisti.

Dismessi i panni del partito anti-sistema, infatti, i Verdi si sono stabilmente collocati nel centrosinistra. E in controtendenza dal mainstraem nazionalista si professano orgogliosamente filoeuropei, pro-immigrati e strenui difensori dell’ambiente. E grazie a una leadership giovane e rinnovata, stanno crescendo nei consensi anche in una regione conservatrice come la Baviera. Non è un caso, infatti, che, come testimonia un lungo reportage del quotidiano americano The Atlantic, la loro campagna in favore dei rifugiati non sembra affatto averli penalizzati. Anzi. Tanto è vero che nel Land dove maggiore è stata la pressione dei flussi di profughi durante la crisi del 2015-2016, “l’invasione degli stranieri” non è percepita come il primo dei problemi. Se fosse confermato il 18% che i sondaggi attribuiscono loro, i Verdi diventerebbero il secondo partito della regione, erodendo consensi sia ai socialdemocratici della Spd, ormai in caduta libera all’11%, sia alla Csu. Che pagherebbe la disaffezione del suo tradizionale elettorato moderato a causa della svolta xenofoba voluta dal suo leader, il ministro dell’Interno Seehofer. Una virata a destra che costerebbe cara alla Csu, visto che secondo le ultime proiezioni passerebbe dal 48% di 5 anni al 33%. Confermando una doppia emorragia di voti: a sinistra verso i Verdi a destra verso Alternative für Deutschland (data al 10%). In attesa che i nove milioni di elettori dicano la loro, l’unica cosa certa è che da lunedì la Baviera nulla sarà più quella di prima.

La crociata anti-clandestini diventa un boomerang per Trump

Un’eccezionale ondata di immigranti dal Guatemala rischia di travolgere la diga voluta ed eretta da Trump sul confine meridionale. Costringendo la sua amministrazione a fare i conti con le contraddizioni e punti deboli della crociata anti-stranieri voluta dalla Casa Bianca. Un esempio fra tutti: il rilascio in massa dei disperati fermati al confine con il Messico.

Partiamo dai fatti. L’Arizona è l’epicentro di tanto terremoto. Perché, come riferisce il Washington Post, un improvviso picco di arrivi ne sta mandando in tilt i centri di detenzione. In conseguenza dell’aumento esponenziale delle famiglie centroamericane, in particolare del Guatemala, che in queste ultime settimane stanno tentando di entrare illegalmente negli States. Da sottolineare che se anche il Dipartimento della sicurezza nazionale non ha pubblicato il numero dei clandestini fermati a settembre, ma da molti indicatori emergerebbe che esso è superiore ai 13mila di agosto.

Ma oltre allo “schiaffo” politico in arrivo alla Casa Bianca, c’è un altro aspetto di quanto sta avvenendo sul quale fare chiarezza. Il business dei clandestini vale troppo e non sarà certo un “muro”, per quanto alto e possente, a bloccarlo. Una falla c’è sempre. E oggi è l’Arizona. L’ondata di arrivi senza precedenti di famiglie centroamericane nei deserti del sud dello Stato non è casuale. Le organizzazioni criminali hanno, infatti, aperto questo nuovo canale perché sanno bene che l’Arizona, a differenza del Texas, non ha sufficienti centri di detenzione per tenere uniti genitori e bambini. E così liberi tutti. Con buona pace per Trump.

Chi combatte i populisti farebbe bene a conoscerli

L’Europa, anche se contro voglia, sarà obbligata a fare i conti con i cosiddetti neo populisti. Tanto più se dovessero avere successo alle elezioni europee del prossimo maggio. Man mano che si avvicina quella data, infatti, il barometro del voto sembra indicare questo come un esito possibile anche se fino a ieri inimmaginabile. Eventualità per la quale c’è in giro più preoccupazione che riflessione. E, soprattutto, pochissima azione. Un clima che ricorda l’antica Roma ai tempi di Sagunto. Che chiacchierava mentre quello bruciava.

Un cincischiamento che nei confronti di questa composita galassia di “neo barbari” è alternato al disprezzo. Terapia che, stando ai fatti, sembra, però, la meno indicata. Visto che il loro ascolto anziché diminuire aumenta. La verità, però, è che su chi sono e cosa vogliono i neo populisti le idee risultano , a dir poco, confuse e, molto spesso approssimative. Tanto più in Italia, dove, caso unico al mondo, sono alleati di governo forze politiche figlie di populismi storicamente antitetici.

Un deficit di buona informazione che disorienta l’opinione pubblica che di questa nuova, variegata galassia politica continua a sapere poco o nulla. Che i grandi mezzi di comunicazione, prima fra tutti la tv, contribuiscono colpevolmente a peggiorare. Basta ascoltare uno dei tanti dibattiti di cui è quotidianamente inondato il piccolo schermo. Nei quali populista non è più un aggettivo ma solo un epiteto offensivo. Un insulto. Ripetuto, come se niente fosse, con l’unico obiettivo di mettere all’angolo l’avversario di turno chiudendogli la bocca.

Un’accusa che i politici si rimpallano sulla base di una logica tanto singolare quanto paradossale. Che ricorda molto da vicino quella usata da Dylan Thomas per definire l’alcolista: “che non ci piace semplicemente perché beve come e quanto noi”. Tanto è vero che se a proporre, ad esempio, il pugno di ferro contro la criminalità, la riduzione delle tasse o l’aumento della spesa sociale è uno “dell’altra parte”, allora è populista. Mentre se a fare le stesse proposte sono “loro” è perché rispondono alle sacrosante, improcrastinabili esigenze del paese! Amen!

Una Babele lessicale che diventa, invece, concettuale nel caso dell’altra accusa rivolta ai partiti populisti, in aggiunta a quella dell’impresentabilità: di essere estremisti di destra. Contestata, invece, da molti studiosi. Perché, ricerche alla mano, hanno spiegato che è quanto meno fuorviante sostenere che i populisti sono di destra solo perché cercano di sfruttare politicamente temi quali l’immigrazione e la rivolta fiscale. Visto che queste stesse questioni, spesso con l’aggiunta che riguarda il diritto del popolo di vedere reintegrata la sovranità decisionale sottrattagli, sono caldeggiate, più spesso che volentieri, anche dalla sinistra estrema. E che, in aggiunta, hanno anche fatto presente che, all’opposto della destra, gerarchica e statalista, i populisti sono, invece, per l’egualitarismo ed il comunitarismo.

Se è discutibile, dunque, che siano di destra ancor più lo è ritenerli di estrema destra. Infatti, ha chiarito Pietro Ignazi, “un partito può essere definito di estrema destra solo se il suo elettorato appartiene a quell’area dello schieramento politico e professa un’ideologia basata su valori che si richiamano al fascismo e persegue tra i suoi obbiettivi quello del sovvertimento dell’ordine democratico. Se questo è vero pensare di dire che la Lega Nord è di estrema destra è, al meglio, altamente problematico”.

Una verità che potremmo sintetizzare in tre punti: 1) gli elettori dei partiti neo populisti non vengono né tutti né sempre dall’estrema destra. Anzi, è vero in molti casi proprio il contrario; 2) i legami con l’eredità del fascismo, certamente riscontrabili in alcuni di questi partiti, non rappresentano la loro regola generale; 3) la lotta dei neo populisti non è finalizzata al sovvertimento dello Stato, se mai, al suo iper rafforzamento. Propugnano una democrazia illiberale e anti-istituzionale perché nemici di qualsiasi forma di mediazione frapposta tra il popolo e l’esercizio effettivo, diretto del potere. Criticano la democrazia rappresentativa in nome e per conto di quella diretta. Le loro posizioni non sono anti-sistema ma di protesta, anche estrema, contro il funzionamento difettoso dei meccanismi della democrazia rappresentativa.

Per dirla con Halbert O. Hirschman i neo populisti hanno una posizione di tipo voice che non sfocia nell’exit. Come invece fanno i partiti che si collocano agli estremi dello spettro politico e, in genere, le forze extra parlamentari. Per concludere, è bene anche ricordare che il neo populismo non è anti mercato ma favorevole a un capitalismo assistenziale-corporativo. I suoi veri nemici sono i burocrati di Bruxelles.

Il Guatemala guida l’esercito dei clandestini verso gli Usa

Non sarà una campagna di informazione a  scoraggiare i clandestini che partono dal Centro America verso gli Stati Uniti. Lautamente finanziata da Washington, la propaganda che mette in guardia dai pericoli dei viaggi verso Nord non attecchisce tra i disperati che fuggono da fame, povertà e violenza. Anzi, come nel caso del Guatemala, fa molta più presa la “controinformazione” dei contrabbandieri di uomini. Un reportage del New York Times spiega perché non saranno dei cartelloni pubblicitari o spot su radio e tv ad arrestare questo esodo di massa da una delle aree più povere e violente al mondo.

Ogni anno da Guatemala, El Salvador e Honduras 500mila persone attraversano il confine meridionale del Messico nel tentativo di raggiungere gli States. Un viaggio pericoloso, che spesso vede i migranti vittime di uccisioni, rapimenti, violenze sessuali, sparizioni. O nel caso migliore, detenuti per lunghi periodi nei centri di identificazione per essere poi espulsi dagli Usa. Un’odissea ben conosciuta e che non scoraggia dal mettersi in marcia. Anzi nonostante le politiche restrittive dell’amministrazione Trump, il numero di attraversamenti illegali del confine Usa-Messico nell'ultimo anno è aumentato, come dimostra l'escalation degli arresti. Ma il dato che più ha colpito i funzionari americani è il numero di guatemaltechi fermati, circa 43mila in 9 mesi. Il più alto tra tutte le altre nazionalità. Eppure in tutto il Guatemala cartelloni pubblicitari avvertono i potenziali migranti dei pericoli del viaggio. Una campagna di informazione che costa al governo americano 750mila dollari l'anno. Che salgono a 1 milione e 300mila dollari se si includono anche El Salvador e Honduras. Evidente il messaggio non è convincente. Più efficace la comunicazione dei trafficanti. Che, sui social media, con tecniche da tour operator vendono viaggi a dir poco da sogno. Che per molti disgraziati, purtroppo, si trasformeranno in un inferno.

L’architettura residenziale turco-balcanica e l’indipendenza della Serbia

Oriente e Occidente non sono mai stati tanto vicini come in Serbia, nel cuore dei Balcani. Di questo incontro tra culture diverse, utilizzando come chiave di lettura l'architettura, ci parla nel suo volume Andrea Lauria, docente di Storia dell'Arte all'Università Niccolò Cusano di Roma. Che, come rilevato nella prefazione curata da Darko Tanasković, già Ambasciatore della Repubblica Federale di Yugoslavia in Turchia e successivamente della Serbia presso la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta, oltre a riempire una lacuna sul tema ancora poco conosciuto dell’ Architettura turco- balcanica, contribuisce ad analizzare una problematica complessa. Infatti, attraverso lo studio degli stilemi architettonici, il testo si propone di raccontare il passaggio della Serbia da paese “orientalizzato” a paese europeo. Un passaggio che, visto attraverso le fasi della “svolta” architettonica, rivela la complessità culturale di un paese sospeso tra oriente e occidente, come ben evidenziato a livello figurativo, dalla commistione architettonica degli stili.

Il volume, grazie ai contributi in serbo, alla metodologia rigorosa, e all’uso di fonti molto varie, risulta esaustivo sotto vari punti di vista, e si presenta in apertura con una parte storica, utile per la comprensione del contesto da cui l’arte turco-balcanica prende origine, seguita da una parte più specifica riguardante le tecniche costruttive e gli elementi architettonici distintivi.

Un capitolo a parte è riservato alla città di Belgrado, con le proprie peculiarità storiche e architettoniche, luogo emblematico di incontro, e di delicato equilibrio tra oriente ed occidente. La sezione finale del testo, corredata da un’ampia galleria di immagini, è dedicata allo studio di esempi architettonici di pregio, come i konak (palazzi nobiliari la cui massima evoluzione è rappresentata dal Konak della principessa Ljubica) , l’Edificio del Caffè di Belgrado e il Liceo Dositej.

Il glossario finale, il corredo cartografico e fotografico (a cura del dott. Alfonso Spezza) , e l’agevole scrittura dell’autore, ne fanno un testo utile non solo per gli addetti al settore, ma anche per il lettore curioso di approfondire, attraverso l’evoluzione architettonica, un pezzo di storia e di cultura di un paese in cui la convivenza tra oriente e occidente è ancora oggi viva .