Le elezioni Usa legate alla cabala

Perché nessuno è in grado di sapere come andranno a finire le elezioni presidenziali americane del prossimo novembre? Domanda quanto mai lecita visto che quando mancano ormai meno di 60 giorni all’Election Day neppure i più sofisticati sondaggi di opinione sembrano essere riusciti a dare una convincente risposta. La verità, come ha ben chiarito un editoriale pubblicato dal Washington Post lo scorso 3 agosto, è che le elezioni 2020 presentano 7 criticità “ambientali” che le rendono diverse e insondabili rispetto alle precedenti. Di che si tratta? E’ presto detto.

- L’unica volta che le elezioni presidenziali si svolsero come oggi in presenza di una pandemia fu 100 anni fa ai tempi della spagnola. Poichè il Covid-19 ha un costo psicologico, è davvero impossibile capire come reagiranno alla sua minaccia gli elettori. Quello che è certo è che il virus è onnipresente nei loro dialoghi quotidiani e che più della politica è in grado di “colorare” e dominare i loro orientamenti;

- i gravi danni all’economia prodotti dal coronavirus dovrebbero, almeno in base alla tradizione, ritorcersi contro il Presidente in carica. Ma non è detto che sia così: “In a typical presidential race a recession like this would probably send an incumbent packing; other issues, particularly cultural factors, would literally no matter. But American are still giving President Trump decent marks on his handling of the economy and the third-quarter economic numbers show a rapid rebound. At same time, disagreement about immigration, political correctness and racism have kept cultural issues front and center”;

- l’America è da mesi sconvolta da duri scontri di strada e da proteste contro la violenza della polizia contro i neri. Di solito, però, queste situazioni non danno buoni frutti al momento del voto. Nel 1963, ad esempio, il 60% degli americani non simpatizzava con le marce per i diritti civili, e nel 2011 solo il 44% supportava i giovani di Occupy Wall Street. Oggi le cose sono forse cambiate se, come sostiene l’indagine Gallup di luglio scorso, 2/3 degli statunitensi sarebbero contrari alla violenza razzista delle forze dell’ordine;

- negli USA anche le istituzioni tradizionalmente più stimate e ammirate, compresi l’esercito e la polizia, stanno perdendo credibilità e fiducia agli occhi della pubblica opinione. Un declino in atto ormai da oltre un cinquantennio e che ultimamente ha pesantemente coinvolto anche le organizzazioni non governative e del volontariato;

- tra la gente la soddisfazione per come vanno le cose del Paese è in caduta libera. Secondo i sondaggi più recenti “only 13% said they were satisfied with the direction of the country”. Quello che però non è chiaro è chi trarrà profitto da tanto malcontento. Joe Biden, infatti, sarà in grado di strapparlo a Trump come fece Clinton ai danni di Bush padre nel 1992? Oppure se lo lascerà sfuggire come capitò nel 2012 a Mitt Romney nella sfida con Obama?;

- con l’innovazione partita dalla North Caroline, che consente di votare per posta prima del giorno delle elezioni, si preparano giorni di fuoco per il sistema politico-elettorale americano. Per la semplice ragione che se è vero, come alcuni sostengono, che questo tipo di votazione potrebbe interessare fino all’83% del corpo elettorale “these changes could transform the election from a single day into a months-long slugfest of debating, voting, counting and court challenge”;

- anche se Trump ha fatto peggio di molti suoi predecessori gli resta tempo per recuperare. Per la semplice ragione che in politica nulla è scritto sulla pietra: ciò che sembra sicuro ad agosto ad ottobre,forse, è già stato dimenticato.

Conclusione: se nel 2020 è accaduto ciò che nessuno avrebbe mai pensato potesse accadere perché lo stesso non potrebbe valere per l’elezione del Presidente?

Quattro nodi sull’immigrazione che Von der Leyen deve sciogliere

Sogno o son desto? Deve essere questa la domanda balzata nella mente di chi mercoledì scorso ascoltava Ursula von der Leyen annunciare l’imminente presentazione da parte della Commissione UE del nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo. Per i dettagli bisognerà aspettare il 23 settembre, ma la fedelissima di Angela Merkel ha lasciato intendere novità senza precedenti per risolvere problemi che nessuno fino a oggi aveva voluto affrontare. Soprattutto su quattro fronti che dal 2015, anno della grande crisi umanitaria, hanno evidenziato tutti i limiti della governance europea sull’immigrazione.

Il primo riguarda il Regolamento di Dublino che impone agli Stati di primo approdo l’onere di assistere, riconoscere e distinguere gli immigrati irregolari da rimpatriare dai rifugiati da accogliere. La cronaca degli ultimi anni ha reso, infatti, palese che i Paesi di frontiera, come Italia e Grecia, non possono svolgere da soli l’ingrato ruolo di portieri della fortezza Europa. Da Lampedusa a Moria non mancano le testimonianze delle autorità governative e non che denunciano centri di accoglienza al collasso, nei quali convive un’eterogenea galassia di irregolari e rifugiati che spesso attendono anche anni per un Sì o un No alla loro richiesta d’asilo.

Il secondo concerne la necessità di riuscire nei fatti a garantire una equa e solidale redistribuzione tra i 27 membri UE dei profughi arrivati negli Stati di primo approdo.

Il terzo, tra i più spinosi, interessa, invece, il bisogno di promuovere e istituzionalizzare rimpatri collettivi europei degli immigrati economici irregolari.

Il quarto è legato alle lentezze burocratiche che in mezza Europa rendono difficile, se non impossibile l’ingresso regolare degli immigrati che cercano lavoro e una vita migliore nel Vecchio Continente.

Non sappiamo se e in che termini il nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo contiene misure efficaci e condivise per affrontare anche solo una parte dei problemi fin qui elencati. La strada è in salita. Perché anche se la Riforma dovesse essere così rivoluzionaria, come sostenuto da Ursula von der Leyen, per entrare in vigore dovrà superare indenne il vaglio del Consiglio UE, cioè del rissoso condominio che include i singoli Stati membri.

Una sia pur flebile speranza potrebbe, tuttavia, arrivare da Angela Merkel che fino a dicembre 2020 presiede il semestre di turno del Consiglio europeo. Rinvigorita in patria dall’ottima gestione della pandemia, potrebbe essere intenzionata a cogliere questa occasione per mettere un suo storico sigillo sulla innovativa proposta di governance dell’immigrazione e fare dimenticare la sua generosa, ma impopolare, gestione dell’emergenza profughi del 2015.

Il telelavoro spiazza la domanda di immigrati

Mesi addietro avevamo preconizzato, senza però disporre delle necessarie evidenze scientifiche, che la pandemia da Covid-19, oltre a tanti altri danni, avrebbe anche messo in crisi l’ultradecennale e, tutto sommato fortunato ménage di coppia tra l’immigrazione e la globalizzazione. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. In particolare nel settore del commercio e dei servizi pubblici e privati delle grandi città. Nelle moderne metropoli, infatti, fino a prima della pandemia, grande parte della domanda di nuovi lavori ha per anni riguardato, in parallelo a quelli a più alta professionalità, quelli assai poco qualificati degli addetti ai servizi di “accudimento” dei primi: lavoro domestico, ristoranti, alberghi, centri benessere, palestre, imprese di pulizie etc. Svolti nella maggioranza dei casi da braccia straniere. Ed è proprio su questo mondo del lavoro che il Covid-19 sembra essere piombato come l’Angelo della Morte.

Basta leggere, al riguardo, l’interessantissimo saggio di due economisti del Massachusetts Institute of Technology: David Autor e Elisabeth Reynolds. Che a luglio scorso, nell’ambito del Hamilton Project, hanno pubblicato  “The Nature of Work After the Covid Crisis: Too Few Low-Wage Jobs”. Secondo i quali, come si intuisce dal titolo stesso della ricerca, una delle principali conseguenze dell’“innovazione distruttrice” della diffusione del telelavoro imposto dalla pandemia determinerà la massiccia soppressione dei lavori meno retribuiti delle qualifiche più basse. Una previsione che anche se formulata riguardo al mercato del lavoro USA riteniamo valga anche per tutti gli altri delle nazioni maggiormente industrializzate. La minaccia del Covid-19 ha infatti obbligato in tutto il mondo milioni di liberi professionisti e di lavoratori dipendenti, in maggioranza colletti bianchi, dell’industria, della finanza, dei media e delle pubbliche amministrazioni, nel caotico esperimento (tutt’altro che concluso) del lavoro da casa. E per costoro vivere e lavorare da casa anziché, come in passato, fuori casa ha come prima, immediata conseguenza quella di fare in proprio e di rinunciare, in parte o in toto, ai lavori in precedenza delegati, per mancanza di tempo o per convenienza economica, ad altri.

Per la semplice ragione che grazie al telelavoro anche il professionista più impegnato non ha più bisogno, come invece aveva prima, di assumere un “tutto fare” che oltre a fargli da autista tra una riunione, un pranzo di lavoro e un salto in palestra garantiva l’innaffiamento del giardino. Ed una donna occupata a tempo pieno per le stesse ragioni oggi stando a casa può rispetto al passato fare a meno della nanny immigrata che fino a ieri mentre lei era obbligata in ufficio garantiva il riordino della casa, l’accoglienza dei figli dopo la scuola e la preparazione del loro pasto serale.

Il telelavoro è una forma di automazione del mercato del lavoro che, come affermano gli autori della su menzionata ricerca, determina: “ a steep declines in demand for building, demand for building cleaning, security, maintenance serivice, hotel workers and restaurant staff, taxi and ride-hailing drivers, miryriad of other workers who feed, transport, clothe, entartain and shelter people when they are not in their own homes”. Un’ area del mondo del lavoro a basso salario enorme. A solo titolo indicativo basta ricordare che negli Stati Uniti essa riguarda, secondo i dati ante crisi del Bureau of Labor, più di 30 milioni di individui. Molti, moltissimi dei quali immigrati. Una mannaia che per l’immigrazione è resa se possibile ancor più devastante dal fatto che “Covid-induced changes in work patterns will alter the character of cities…[that].. have seen steep gain in racial and ethnic diversity …the post pandemic economy will see a partial reversal of these trends”.

A Lesbo brucia l’egoismo europeo

L’incendio che mercoledì scorso ha distrutto l’immenso campo profughi di Moria nell’isola greca di Lesbo, ha gettato una ulteriore, nuova luce sinistra sui disastri della politica migratoria europea. Per la semplice ragione che quanto accaduto nella minuta perla del Mar Egeo, è il risultato di un’inerzia che negli ultimi cinque anni ha consentito che un centro pensato per accogliere 2.500 persone si trasformasse in un accampamenti di oltre 12 mila migranti. Questo perché gli Stati europei, tranquillizzati dall’accordo UE-Turchia del 2016 sui respingimenti di coloro che provavano a superare illegalmente il confine turco-ellenico, hanno pensato bene di tornare a nicchiare sui tre grandi nodi irrisolti della politica migratoria del Vecchio Continente.

Il primo riguarda come distinguere i rifugiati dagli immigrati economici irregolari. Nell’isola di Lesbo, ma anche ad esempio a Lampedusa, le autorità non hanno i mezzi per vagliare al momento dello sbarco lo status dei nuovi arrivati. Migranti da rimpatriare, trafficanti da arrestare, rifugiati da accogliere, si ritrovano spesso stipati per anni nei medesimi centri. Che sono vere e proprie bombe socio-sanitarie a orologeria. Per chi vi abita, ma anche per la popolazione autoctona che risiede nei pressi. Ne risulta una assoluta impossibilità per le autorità pubbliche di garantire la sicurezza degli Altri e quella dei Nostri. Il contesto ideale per un potenziale scontro sociale tra chi ospita e chi viene ospitato. A peggiorare il quadro c’è lo spettro del COVID-19, che alimenta ansie e paure da un lato e dall’altro. Tuttavia, le soluzioni per uscire da questo cul de sac ci sono, manca la volontà politica. La quadratura del cerchio potrebbe inaspettatamente arrivare dalle grandi navi che l’Italia sta utilizzando per la quarantena dei nuovi arrivati e che la Grecia ha appena disposto davanti l’isola di Lesbo per ospitare i “senza casa” di Moria. Si potrebbe trasformarle in hotspot europei galleggianti, super visionati dall’UNHCR e dall’OIM, dove distinguere i rifugiati da redistribuire in sicurezza tra i paesi UE e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare negli Stati di origine. E qui arriviamo agli altri nodi irrisolti della politica migratoria europea.

Il secondo concerne, infatti, la redistribuzione dei nuovi arrivati in seno all’UE. I big europei sono d’accordo e disponibili a condividere con gli Stati di primo approdo come Grecia e Italia, l’onere dell’accoglienza, ma solo dei rifugiati. È notizia di oggi, ad esempio, che dalle ceneri di Moria è emerso un barlume di solidarietà che ha spinto dieci Stati europei, guidati dalla Germania, a ricevere dall’isola di Lesbo 400 minori stranieri non accompagnati. È un’ottima notizia che tuttavia non risolve il problema di fondo di cui sopra: se non riusciamo a distinguere i rifugiati da accogliere e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare come facciamo a trovare un accordo strutturale sula redistribuzione dei primi tra i 27 Stati UE?

Il terzo, forse il più delicato, ha a che vedere con i rimpatri degli irregolari. Gli Stati di primo approdo non hanno la capacità di sostenere le lunghe, costose e farraginose operazioni di rimpatrio. Tanto più che spesso manca la collaborazione degli Stati di origine. L’Agenzia europea per il controllo delle frontiere ha per statuto la possibilità di compiere rimpatri collettivi. Ne ha già fatti, ma si tratta di interventi spot perché non c’è accordo a livello europeo sulla stanziamento di maggiori fondi e mezzi atti a potenziare le capacità dell’Agenzia.

Di certo, data l’aria che tira in Europa, neppure le fiamme di Moria consentiranno di affrontare questi temi.

Tocca a noi non agli immigrati fare i figli

Non saranno gli immigrati a tirare l’Italia fuori dall’inverno demografico in cui versa da anni. Visto che anche su questo fronte la pandemia sembra solo avere accelerato trend noti da tempo: gli italiani fanno sempre meno figli e gli immigrati, a loro volta, sembrano avere adeguato assai in fretta i lori comportamenti riproduttivi a quelli dei nazionali.

A dare questa che è sicuramente una brutta notizia per i tanti secondo i quali l’immigrazione rappresenta un’efficace terapia per la nostra “malattia demografica”, è stato il Presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo. Che ieri, in una lunga intervista al Corriere della Sera, ha avuto la schietta lucidità di spiegare che alla radice del “buco nero” delle nascite nel Bel Paese ci sono mali che da troppo tempo autorità di governo e pubblica opinione fanno a gara nel fare finta di non vedere. Tanto è vero che, salvo improbabili sorprese, il 2020 si dovrebbe chiudere, come avviene ormai sistematicamente da dieci anni a questa parte, con un numero di nuovi nati inferiore ai 500 mila (erano più di 1 milione nel 1964). E, contemporaneamente, con un simmetrico calo dei neonati delle famiglie straniere: 60 mila contro una media annua che in passato era di 80 mila.

Sono numeri che sul rapporto tra immigrazione e demografia indicano due verità che nel nostro confuso e ideologizzato dibattito non trovano l’attenzione dovuta.

La prima, le culle vuote non le riempiono gli immigrati. In cima alle priorità di chi arriva per ragioni economiche nel nostro paese, c’è, infatti, il miglioramento degli standard di vita. Gli immigrati, come molti giovani autoctoni, sanno benissimo che in un Paese come l’Italia, l’ambizione di prendere l’ascensore sociale mal si concilia con quella di mettere su famiglia. Ecco spiegato perché sia gli autoctoni che gli immigrati in Italia tendono, sia pur in proporzioni diverse, a fare sempre meno figli, in età avanzata con un tasso di fertilità ormai decisamente inferiore ai 2 figli per donna, considerata la soglia minima di sostituzione generazionale.

La seconda, dietro il consolidato e malandato trend demografico italiano ci sono carenze di servizi e aiuti alle famiglie che impediscono una positiva quanto indispensabile conciliazione tra i tempi di vita e quelli di lavoro. Sono anni che si accavallano le denunce sulla carenza degli asili nidi e dei centri estivi per l’infanzia, solo per fare alcuni esempi. Il COVID-19 le ha semplicemente confermate moltiplicandole.

Per Biden il traguardo è ancora lontano

In America più si avvicinano le elezioni di novembre, più il vento della politica sembra spirare a favore dei democratici di Joe Biden. Una tendenza significativamente confermata anche dai risultati dell’ultimo, autorevole sondaggio Gallup di metà agosto. Nel quale il 35% degli statunitensi interrogati su quale fosse, a loro parere, il principale problema del paese ha indicando il coronavirus ed il 25% la mancanza di leadership del governo. Due risposte che da sole rappresenterebbero, secondo l’analista della Vanderbilt University John Sides, “ the basis for an anti-Trump majority”.

Ma Biden ed i suoi, pur se comprensibilmente galvanizzati da un clima politico che sembra aver cancellato i presagi ben più cupi dei mesi passati, farebbero bene, memori della cocente delusione legata all’inaspettata sconfitta di Illary Clinton, a tenere i piedi per terra. Non solo perché i 70 giorni che ancora mancano all’apertura delle urne possono nascondere insidie capaci di cambiare, in negativo, il quadro della attuale situazione. Come ben sa Donald Trump. Che tra aprile e maggio scorsi, sottovalutando i danni e le conseguenze della pandemia che, attraversato l’Atlantico si apprestava ad addentare il suo paese, ha visto andare letteralmente in fumo il consenso fino a quel momento tutto nelle sue mani. Una saggezza scaramantica che forse aiuterebbe l’opposizione democratica a riconoscere ed affrontare, anziché negare le serie contraddizioni della sua linea politica. Per la semplice ragione che sfruttare gli errori dell’avversario è una condizione certamente necessaria ma non sufficiente per riuscire a dare il ben servito all’attuale Presidente. Il cammino del vice di Obama verso la Casa Bianca è infatti “lastricato” da quattro problemi:

1) come voteranno, se voteranno, i giovani democratici di sinistra che dopo essersi spesi per mesi a favore del “socialista” Berni Sanders contro il moderato Biden ne hanno dovuto accettare la nomina imposta obtorto collo dai vertici del partito? Una domanda più che lecita visto che i segnali al riguardo raccolti nei giorni conclusivi della Convention democratica sono assai poco incoraggianti;

2) in che misura il programma di interventi elencati dal senatore del Delawere al momento della sua investitura a futuro Presidente risulterà convincente agli occhi della pubblica opinione? Visto che ad una attenta lettura quasi nessuno dei punti lasciati irrisolti da Obama e che, non a caso, hanno spinto Trump alla vittoria sembrano aver trovato in esso convincenti soluzioni;

3) lo shock prodotto sul mercato del lavoro dal coronavirus ha accelerato una fortissima migrazione di molti giovani colletti bianchi, per gran parte politicamente liberal, dalle grandi metropoli democratiche, come New York, Chicago o Los Angeles, verso le regioni a maggioranza repubblicana del Sun Belt e del Nord Ovest. Questo cambiamento demografico consentirà al partito dell’asinello di strappare in questi collegi elettorali il numero di grandi elettori richiesti per non replicare la sconfitta del 2016? ;

4) per evitare il rischio di pericolose, dannose fratture politiche interne Biden ed i suoi hanno preferito mettere il silenziatore sul tema dell’immigrazione. Una scelta tatticamente forse prudente ma che però rischia di allarmare l’elettorato moderato. Che pur non vedendo di buon occhio l’eccessiva durezza usata da Trump nell’affrontare la questione, in assenza di impegni vincolanti da parte dell’opposizione democratica, potrebbe scegliere il male minore: tapparsi il naso e confermarlo non fidandosi di un partito lacerato tra la ragionevolezza dei moderati e la cocciutaggine estremista di giovani astri nascenti come la Ocasio-Cortez.

Nicolini fa rima con Salvini

Oltre che con i cognomi, è sull’immigrazione che Matteo Salvini e Giusi Nicolini fanno rima. Il leader della Lega e l’ex-sindaca di Lampedusa, soffiano, sia pur da lati opposti, sul fuoco dell’immigrazione. Lui capofila dello schieramento securitario. Lei tra i portavoce del movimento del laissez-faire umanitario. Il primo chiede porti chiusi e tolleranza zero. La seconda vuole porti aperti e massima tolleranza verso gli ultimi che dall’Africa cercano rifugio da noi.

I due sono all’apparenza come l’acqua e l’olio. Ma nei fatti rappresentano l’incastro perfetto, l’asse dei due estremi ideologizzati che sta trasformando la gestione dell’immigrazione in Italia in una bomba ad orologeria. Tanto più in tempi di pandemia.

A confermare l’entente cordiale di Mr e Miss –ini è, in ordine tempo, la posizione espressa nei confronti delle cosiddetta navi-quarantena anti Covid-19 usate in questi giorni di fronte ai nostri porti per la prima accoglienza degli immigrati. Una soluzione, pragmatica, richiesta a gran voce da uno schieramento trasversale di sindaci di frontiera per evitare il pericolo di un contagio tra i nuovi arrivati e comunità locali, come ad esempio Lampedusa, Pozzallo e Porto Empedocle. Inutile dire che anche su questa scelta di buon senso, i due schieramenti, qui rappresentati dal Signor e dalla Signora –ini, che dominano da decenni l’agone della politica migratoria italiana, si sono accapigliati.

Il gruppo del laissez-faire umanitario ha denunciato quella che è stata definita una quarantena politico-ideologica giustificata dall’emergenza sanitaria col solo reale obiettivo di discriminare e affibbiare l’etichetta di untori ai nuovi vulnerabili arrivati.

Il team securitario risponde che ancora una volta l’Italia spreca risorse dei contribuenti (i rumors parlano di €1,5 mln al mese per nave) per accogliere, anziché respingere chi bussa alla nostra porta.

Eppure i sindaci, di destra e di sinistra, che quotidianamente fanno i conti sul come gestire la ricezione dei migranti, hanno ripetuto anche durante una recente audizione parlamentare al Comitato Schengen, di condividere l’opzione degli “hotspot galleggianti”. Anzi, ne chiedono di più.

Si tratta, peraltro, di una soluzione che potrebbe segnare, forse senza saperlo né volerlo, una sia pur involontaria svolta epocale per le politiche di asilo in Italia. Oggi le usiamo per evitare il potenziale rischio contagio tra i nuovi arrivati e le popolazioni ospitanti. Domani potrebbero essere lo strumento ideale per distinguere il luogo del riconoscimento da quello dell’accoglienza che rappresentano i veri punti dolens della questione.

Il primo, la possibilità che anche chi non ha diritto d’asilo una volta messo piede sulla terraferma si dilegui nell’attesa che le autorità valutino la sua domanda, rendendone impossibile il rimpatrio.

Il secondo, la prassi di addossare alle nazioni (e ai comuni) di frontiera l’onere di gestire la pressione di migratoria dal continente africano. Visto che una volta riconosciuti gli immigrati sugli “hotspot galleggianti”, potrebbero essere redistribuiti nel resto d’Italia o, cosa auspicabile, d’Europa.

E' una luce di buon senso nel tunnel ideologizzato in cui si trova, prima e dopo Minniti, la gestione dell’immigrazione in Italia.

La grande migrazione tramonta col Covid-19

Il crollo dell’immigrazione, di pari passo con quello dei viaggi, dei commerci e degli investimenti, è l’emblema di un mondo in cui, a causa del Covid19, decenni di spumeggiante globalizzazione economica stanno cedendo il passo ad un’era di global distancing. Perché se è vero che il nazionalismo aveva attaccato la globalizzazione prima che si avesse notizia del paziente zero di Wuhan, è certo che l’epidemia sta ridisegnando le relazioni culturali ed economiche di lungo periodo di un mondo già fortemente polarizzato.

Infatti come spiega sul Washington Post del 29 giugno scorso il presidente del Peterson Institute for Economics Adam Posen :"The pandemic has made it so that you now have an additional excuse to block human-to-human conctat and intellectual and economic exchange….It’s a corrosion of globalization, but it’s also an acceleration of a realignment that was already happening” . Con il risultato, ad esempio, che all’aereoporto di Changi (Singapore), uno tra i maggiori hub mondiali, il traffico passeggeri è crollato tra gennaio e aprile 2020 da 5,9 milioni a poco più di 25 mila.

Ma la novità che fa più riflettere è che, oltre e al di là dei viaggi la pandemia ha messo in ginocchio i flussi migratori. Che a partire dal Secondo Dopoguerra avevano contribuito a tirar fuori dalla povertà più di 1 miliardo di abitanti delle regioni meno avanzate del Pianeta. Una diminuzione degli arrivi che ha riguardato non solo quelli regolari ma in misura forse maggiore quelli irregolari. Tanto è vero che ad Aprile scorso, rispetto al mese precedente, il numero degli stranieri senza visto di ingresso intercettati dagli agenti dell’Immigration americana sul confine messicano è calato, cosa mai avvenuta negli ultimi 20 anni, di oltre il 47%. Ma non basta.

I dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) nei 35 principali luoghi di transito dell’Africa centrale ed occidentale testimoniano un potente rallentamento dei flussi migratori: -48% tra gennaio e aprile 2020. Una frenata confermata anche dalla riduzione degli ingressi irregolari sulle principali rotte europee. Che ad aprile 2020 si sono ridotti a 1.740: il numero più basso da quando Frontex ha iniziato nel 2009 a stilare un’accurata statistica mensile del fenomeno.

Una diminuzione che però, purtroppo per noi, va presa con le molle. Visto che nel mese successivo, pur restando largamente al di sotto di quelli degli anni precedenti, essi sono tornati a salire fino a 4.260. Questo perché in alcuni strati sociali dei paesi in via di sviluppo le prospettive di guadagno garantite dall’emigrazione fanno passare in secondo ordine i possibili rischi sanitari. Resta comunque il fatto che per l’anno in corso, secondo i calcoli della Banca Mondiale, le rimesse degli immigrati verso le nazioni in via di sviluppo caleranno, come mai avvenuto in precedenza. E la loro incidenza rispetto al prodotto lordo interno di quei paesi tornerà ad essere quello del 1999.

Per concludere. Anche se il recente positivo andamento delle borse ed il riavvio delle attività produttive per mesi interrotte  testimoniano la tenace volontà con cui il Nord industrializzato spinge per tornare presto “alla normalità”, è però sicuro che il modo con cui fino a ieri si viaggiava, consumava, interagiva ed immigrava a livello globale non sarà più lo stesso per molti anni a venire.

I trafficanti hanno riscoperto le vecchie rotte degli schiavisti

Come i migliori broker, anche i trafficanti di immigrati diversificano il portafoglio di investimento per massimizzare i profitti. Semplicemente ampliando l’offerta dei viaggi e delle destinazioni da raggiungere clandestinamente, col duplice obiettivo di allargare il potenziale bacino dei clienti-vittime e ridurre il danno prodotto dagli eccessivi controlli sulle rotte migratorie più battute.

Non deve, dunque, stupire che nella brochure dei servizi forniti dai trafficker abbia trovato spazio anche la rotta Africa-America Latina-Stati Uniti. A denunciarlo, dalle colonne dell’autorevole rivista americana Quartz, è un recente studio dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project sul quale ha lavorato negli ultimi 12 mesi, con rilevazioni sul campo, un equipe di esperti internazionali di traffici di esseri umani. Si scopre, ad esempio, che soltanto nel luglio 2019 la polizia di frontiera statunitense ha intercettato al confine col Messico 66 mila immigrati irregolari partiti dall’Africa. Si tratta in maggioranza di africani, per lo più congolesi e camerunesi, ma anche di asiatici. Costo del biglietto: $10 mila per i primi, $25 mila per i secondi. Con un incasso medio annuo per la criminalità organizzata che si attesta intorno ai $300 milioni dollari. Anche se a causa del Covid-19 il cash flow è destinato a ridursi.

Detto ciò, dando uno sguardo a una carta geografica, è facile intuire che quella che dell’Africa, via Oceano Atlantico, porta agli USA è una tratta per definizione residuale rispetto a quelle, più remunerative, che attraverso il Mediterraneo consentono di sbarcare in Europa. Tuttavia, essa rappresenta una novità che colpisce perché testimonia, ancora una volta, l’elevatissima capacità e velocità dei trafficanti di organizzarsi, aggiornarsi e cambiare strategia, in base alle dinamiche geopolitiche del momento. Una macchina illegale efficiente e globalizzata che ha buon gioco di fronte alle inefficienze e alle risposte nazionali dei paesi di destinazione.

Politica USA corrosa dall’età

La presidenza degli Stati Uniti si sta trasformando in una vera e propria gerontocrazia. E la Casa Bianca da storico, vibrante centro di comando di una democrazia giovane per antonomasia in una sorta di residenza per leader politici molto, forse troppo avanti negli anni. Un dominant-recessive generational pattern, come lo definisce il demografo americano Neil Howe, che le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre anziché curare rischiano di aggravare. Il perché è presto detto.

Donald Trump, eletto nel 2016, al momento del suo insediamento a Washington è risultato essere il presidente al primo mandato più avanti con l’età della storia americana. E visto che a giugno scorso ha compiuto 74 anni nel caso dovesse ottenere dagli elettori un secondo mandato sarebbe certamente in assoluto il più anziano a lasciare l’incarico nel 2024. Record che però potrebbero essere presto dimenticati nel caso venisse invece premiato dalle urne, come oggi molti ritengono probabile e non solo possibile, lo sfidante democratico Joe Biden. Che rischia, a sua volta, di prendere in mano le redini del paese a stelle e strisce alla onorevole età di anni 78. Una competizione che viste l’età dei contendenti fa paura perché ricorda, anche se ancora da lontano, quella che si consumò nella Mosca dei Cernienko ed Andropov prima del collasso del regime comunista.

Ma se dalla Casa Bianca leviamo lo sguardo all’insieme del sistema politico americano vediamo che in fatto di gerontocrazia le cose non vanno certamente meglio. Nancy Pelosi, la democratica che occupa lo scanno più alto della Camera dei Deputati, ha compiuto 80 anni; il capo dei Senatori, il repubblicano Mitch McConnel, ben oltre i 78; i giudici della Corte Suprema in media oltre i 67 ed i membri del Governo dai 60 in su. Certificati di nascita che per quanto riguarda le generazioni alla guida delle istituzioni democratiche made in US testimoniano:


  1. un significativo scostamento dell’età media rispetto a quelle dei governi, eccezion fatta per Israele e Cile, delle grandi nazioni OCSE;

  2. il rischio che il perdurante dominio del political ageism potrebbe determinare, per usare le parole della scienziata politica californiana Kaare Strom, la sclerosi economico-istituzionale di cui negli anni recenti sono state vittime l’Italia ed il Giappone.