Biden apre nuovi orizzonti alla politica USA

Intervenendo l’altra sera al Congresso Uncle Joe, come molti americani chiamano affettuosamente il loro Presidente, ha dimostrato sicuramente due cose. Di non essere un Presidente di “passaggio” come invece molti, compresi non pochi dei suoi, pensavano al momento dell’elezione. E, soprattutto, di avere la capacità se non di convincere almeno di farsi ascoltare da gran parte del Paese.

Un balsamo comunicativo assai salutare per un’America incattivita e divisa da anni di aspre, durissime contrapposizioni settarie. Risultato tanto più rilevante perché non basato su un generico appello all’unità quanto sulla ferma ma misurata difesa delle proprie idee e degli obbiettivi programmatici premiati lo scorso novembre dallo straordinario consenso del voto popolare. Come dimostra, tra i tanti argomenti elencati con solennità per i 100 giorni dell’insediamento alla Casa Bianca, il modo con cui ha affrontato la difficile ed esplosiva questione dell’immigrazione.

Evitando il muro contro muro Biden ha infatti rinviato al Congresso il diritto-dovere di sciogliere i nodi scottanti e divisivi della legalizzazione dei milioni di clandestini presenti sul suolo americano e della riforma del mal funzionante sistema dell’asilo. Dando invece un implicito disco verde alla possibile intesa sulla definitiva legalizzazione dei DACA (i figli degli immigrati clandestini venuti da piccoli o piccolissimi al seguito dei loro genitori) e sul rafforzamento delle barriere (termine meno minaccioso del Muro di Donald) al confine con il Messico su cui, dietro le quinte, stanno lavorando 14 senatori (5 repubblicani e 9 democratici).

Un compromesso che anche se al momento è difficile dire se e quando arriverà in porto, di sicuro rappresenta, cosa che non avveniva da anni, un tentativo di rompere sull’immigrazione il distruttivo, inconcludente clima di confrontation che tanti danni ha arrecato.

E' una sana boccata d’ossigeno soprattutto per quella parte non piccola di repubblicani che pur bisognosi di ridisegnare il proprio futuro stentano a liberarsi dall’ingombrante “bullismo” politico dell’ex tycoon newyorkese. Per l’America parlare oggi di svolta sarebbe forse eccessivo e prematuro. Molto meglio di buone, insperate premesse.

Per la destra l’immigrazione sembra un tema insuperabile

Ho incontrato il Direttore della Luiss School of Government prof. Giovanni Orsina. Fine politologo e studioso da sempre dell’universo politico conservatore italiano ed europeo. Al quale ho chiesto lumi sulle ragioni teoriche e politiche dell’ostilità anti immigrati della Destra italiana.

Domanda: perché la Destra fa della lotta agli immigrati il suo tratto politico distintivo?

Risposta: domanda interessante alla quale, d’acchito, mi verrebbe di rispondere forse perché sul mercato politico non c’è altro. Infatti l’immigrazione rappresenta l’unico divide in un sistema politico che su tutte le altre grandi issue (intangibilità della proprietà privata, libertà sindacali, parità di genere etc.etc.) presenta, almeno sul piano dei principi, una sostanziale convergenza di sistema. In un mondo in cui di tratti distintivi ne sono rimasti davvero pochi quello dell’ostilità nei confronti degli immigrati ha inoltre il non piccolo pregio di non produrre penalizzazioni elettorali. Visto che si scarica su soggetti che non votano. In Italia dire no agli immigrati, anche se divisivo, assicura popolarità. E per questo rappresenta una irresistibile attrazione per degli imprenditori politici che altrimenti farebbero fatica ad assicurarsi un “posto al sole”.

Domanda: la questione dell’immigrazione presenta un peculiare paradosso. La sinistra “apre” agli immigrati ma perde i ceti popolari. Mentre la destra dice che “chiude” ma favorisce l’uso a man bassa dell’immigrazione da parte della sua constituency. Perché?

Risposta: perché viviamo in un mondo di paradossi nel quale, se così posso dire, nessuno si vuole fare carico delle conseguenze di ciò che chiede. Mi sovviene al riguardo la singolare posizione di quel politico siciliano che si lamentava per la cattiva connessione dei telefonini ma era contrario all’istallazione di un ripetitore nella sua zona. Viviamo in un mondo in cui i politici corteggiano l’elettore male educato. Meglio, infantilizzato. Che pretende la badante ma non vuole l’immigrato! Senza dimenticare, però, che c’è una parte dei ceti popolari che gli immigrati proprio non li vuole.

Domanda: secondo Lei è possibile sull’immigrazione una Bad Godesberg della Destra?

Risposta: secondo me no. L’unica possibile “revisione” della Destra potrebbe essere l’Europa. Se l’Europa si porta dietro l’immigrazione allora la Destra sarebbe costretta, volente o nolente, ad ammorbidire le sue posizioni. Anche Salvini dopo essere stato fatto fuori dall’Europa ha forse capito che le condizioni europee sono pre-condizioni assolute e ineludibili. Di conseguenza se si accettano i vincoli interni indicati da Bruxelles è gioco forza “ingoiare” anche quelli sugli immigrati.

Sull’immigrazione USA l’ombra del settarismo

Per Biden la croce dell’immigrazione si fa sempre più pesante. Infatti agli attacchi da destra dei repubblicani che addebitano alla sua politica aperturista la colpa dell’arrivo al confine meridionale del paese di un numero senza precedenti di clandestini e minori non accompagnati, negli ultimi giorni si sono aggiunti quelli da sinistra.

Organizzazioni umanitarie ed esponenti di rilievo del suo partito, infatti, si sono rivoltati come un sol uomo contro la presidential determination di venerdì scorso. Nella quale si stabiliva che nell’anno fiscale 2021 gli USA avrebbero accolto non più di 15mila rifugiati. Una cifra considerata dai critici doppiamente inaccettabile. Perché identica a quella a suo tempo fissata da Trump con le "forbici". Ma, soprattutto, perché, come ha denunciato di fronte ad una folta platea di cronisti Pamila Jaypal, democratica di peso dello stato di Washington: “il Presidente ha tradito la promessa di riabilitare la nostra umanità umiliata da 4 anni di Trump elevando l’accoglienza dei rifugiati a 65mila nell’anno in corso ed a 125mila in quello successivo”. Una reazione che ha obbligato la Casa Bianca a fare rapida marcia indietro e promettere di alzare con un secondo provvedimento, che però a tutt’oggi non risulta firmato dal Presidente, il contestato tetto del primo.

Fin qui i fatti di una vicenda che rischia però di essere più complicata di quel che potrebbe, a prima vista, sembrare. A conferma della difficile sintonia esistente tra la prudenza politica di Biden e la radicalità delle attese di vasti settori della sinistra. Che anche se animata dalle migliori intenzioni, e quella dei rifugiati è sicuramente tra le più nobili, non sembra rendersi conto della situazione di ansia che si è creata nell’opinione pubblica del paese per l’ondata in arrivo dal centro-America di un numero senza precedenti di clandestini adulti e minori non accompagnati. Che anche se rappresentano un settore dell’immigrazione diverso da quello dei rifugiati hanno obbligato l’amministrazione al rispetto delle compatibilità “quantitative” degli stranieri in ingresso. Che se violate rischiano, all’opposto del programma pacificatore di Biden, di aggiungere nuove, pericolose tensioni a quelle che da tempo agitano il paese a stelle e strisce.

Usare la ragione in una materia delicata ed esplosiva come l’immigrazione non è mai stato facile. Ma in America dopo Trump sembra addirittura quasi impossibile. Anche per colpa dei media, sia conservatori che liberal, che prediligono dare spazio al settarismo più che al ragionevole ma noioso moderatismo.

Due esempi per tutti. Giorni addietro un ospite di Fox News, Jucker Carlson, in un programma di prima serata ha affermato come se nulla fosse “che il partito democratico sta tentando di rimpiazzare gli attuali elettori con quelli provenienti dal Terzo Mondo”. Mentre abbiamo avuto modo di leggere sul Washington Post dello scorso 13 aprile un editoriale di Catherine Rampell di cui vale la pena riportare l’incipit: “The most anti-refugee president in modern history may not be Donal Trump. Right now, it’s looking like Joe Biden”. Come si dice: a buon intenditor poche parole.

Sull’immigrazione ci sono novità al di là del Muro

Andare oltre il confine USA-Messico per capire le ragioni e le possibili soluzioni all’emergenza immigrazione che sta mettendo a dura prova l’amministrazione Biden. Ne è convinto il team di studiosi internazionali del Migration Policy Institute (MPI) di Washington che in un recente, corposo report tracciano scenari inediti sulle dinamiche migratorie lungo le rotte che dall’America Latina portano agli Stati Uniti.

L’assunto di fondo è che dietro il numero senza precedenti di immigrati irregolari che dall’inizio del 2021 provano a bucare la frontiera statunitense, si gioca una partita che ha come protagonisti non due, ma sette Stati. Con gli USA come meta finale, il Messico nel doppio ruolo di terra di transito, ma anche di origine, insieme a Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Panama. Una premessa che i ricercatori del MPI reputano decisiva per esplorare politiche innovative e alternative a quelle tradizionali incentrate per lo più ad arginare la slavina migratoria quando è spesso troppo tardi. A loro avviso, infatti, a Sud del ricco e ambitissimo Norte, si rilevano segnali positivi di cooperazione che la nuova Presidenza statunitense avrebbe tutti gli interessi a cogliere e supportare. Per trasformare l’immigrazione da problema a comune vantaggio. Come confermano gli oltre 75 policy-maker e stakeholder coinvolti nello studio, Messico e Costa Rica “have taken steps to leverage their existing migration institutions to improve operational capacity”. Ma, soprattutto, anche El Salvador, Guatemala, Honduras e Panama, nonostante le condizioni politiche interne, hanno mostrato di essere intenzionati a investire in politiche di gestione dell’immigrazione. Per contrastare lo storico strapotere delle organizzazioni criminali.

Per passare dal wishful thinking ai fatti, sarà decisivo il ruolo di kingmaker degli Stati Uniti. Chiamati a ridisegnare la cooperazione regionale sull’immigrazione cambiando il tradizionale paradigma focalizzato sul mero contrasto ai flussi migratori irregolari. Con quattro, decisivi obiettivi di lungo periodo:

Creare canali di ingresso regolari per motivi di lavoro che rendano non conveniente il ricorso a quelli clandestini.

Rafforzare il sistema di protezione per i rifugiati “helping to identify those in the greatest danger as close as possible to where they live, in addition to providing options for asylum in each country”.

Professionalizzare funzionari e sistemi di controllo delle frontiere per bilanciare sicurezza e stato di diritto.

Ridisegnare le politiche di sviluppo e cooperazione regionale incentivando il ritorno e/o la circolazione degli immigrati nei paesi di origine.

Insomma, un nuovo corso che gli esperti del MPI definiscono “holistic” e che più semplicemente può essere tradotto con buon senso.

Gli immigrati pro Trump che non ti aspetti

Perché nel 2020 mentre la maggioranza degli elettori USA incoronava Biden e sfrattava Trump tra quelli immigrati è invece cresciuto il consenso per il secondo più che per il primo? Una domanda a cui in molti hanno cercato di dare risposta. A cominciare dal New York Times che lo scorso 20 dicembre pubblicò, a firma di Weiyi Cai e Ford Fessenden, un editoriale che fece scalpore fin dal titolo: “Immigrant Neighborhoods Shifted Red as Country Chose Blu”. Non c’è dubbio infatti che il successo, relativo ma innegabile, riscosso dal magnate newyorkese tra gli elettori latino-americani ha rappresentato una delle maggiori sorprese politiche del durissimo scontro elettorale per la conquista della Casa Bianca dello scorso novembre tra repubblicani e democratici. Soprattutto in ragione del fatto che ai più risultava davvero difficile riuscire ad ammettere che dopo anni di feroce campagna anti immigrati, compresa l’accusa ai messicani di essere degli stupratori, nelle urne fosse cresciuto anziché calato il consenso dei Latinos per l’ex Presidente. E se, problema nel problema, questa loro singolare quanto inaspettata scelta rappresentava un semplice “fuoco di paglia” oppure il segnale di una tendenza di medio lungo periodo.

Questioni sulle quali solo in questi giorni si comincia a fare luce. Grazie ad un’approfondita indagine condotta dal centro di ricerca Equis. Che all’inizio della scorsa settimana ha pubblicato le prime conclusioni della sua “Detailed Anlysis of the Latino Vote in 2020”. Basata sulle interviste a 40mila elettori ispanici e ad una parallela radiografia dei risultati emersi in alcune delle cosiddette circoscrizioni elettorali “chiave”. Dalla quale emergono fondamentalmente due cose.

La prima è che la tradizionale maggioranza pro democratici dei Latinos si è confermata determinante per la vittoria del partito dell’asinello. Senza il loro voto, infatti, i democratici non avrebbero potuto conquistare, sia pur di poco, la supremazia nei due rami del Parlamento e Joe Biden non ce l’avrebbe fatta ad essere eletto.

La seconda, però, è che nelle elezioni del 2020, rispetto a quelle precedenti del 2016, tra i swing voters la porzione dei Latinos che ha scelto di votare per Trump è stata superiore a quella che molti, in primis i democratici, avrebbero mai immaginato. In particolare tra le donne, i giovani e gli astensionisti. I dati, al riguardo, parlano chiaro. Nelle urne del 2020 rispetto a quelle del 2016 i voti dei latini pro Trump sono aumentati, come da previsioni, a Miami del 51% tra i cubani e del 120% tra i non cubani e nella Rio Grand Valley del Texas dell’83%. Ma anche in aree “insospettabili” come Milwaukee (+38%), Patterson- New Jersey (+100%) e nel Maricopa County dell’Arizona (+64%). Orbene, ha spiegato David Lauter sul Los Angeles Times dello scorso 9 aprile, pur ammettendo che in questi risultati abbiano pesato dinamiche locali il fatto che l’aumento abbia riguardato aree molto diverse tra loro indica che il “localismo” non ne ha rappresentato l’elemento determinante. Che secondo il report stilato da Equis va infatti cercato altrove.

A partire dal fatto che molti Latini in quanto piccoli imprenditori hanno subito il fascino del self made man di successo impersonificato come pochi da Donald Trump. Un fattore determinante nella loro scelta di voto rafforzato, secondo il presidente di Equis Stephanie Valencia, dal fatto che: “the relative absence of immigration from the 2020 debate opened the door for more conservative Latino voters to shift to Trump…in 2020 a different issue - the pandemic and the economic devastation it caused – dominated their attention”. La crisi economica provocata dal Covid ha infatti colpito, in molti casi con effetti devastanti, i bilanci familiari di una vasta platea di piccoli imprenditori e commercianti immigrati e di quelli occupati come operai nel settore delle costruzioni. Sui quali hanno avuto facile presa le oscure profezie del magnate newyorkese sulle negative conseguenze del regime di lockdown prolungato che Biden avrebbe imposto all’economia nel caso avesse vinto le elezioni.

Il tutto aggravato, se così si può dire, da un clamoroso errore della strategia elettorale degli uomini di Biden. I quali, ha spiegato in una lunga intervista a FiveThirtyEight’s Politics il vicepresidente di Equis Carlos Odio: “hanno speso una montagna di quattrini per convincere i membri della comunità latina ad iscriversi alle liste elettorali e ad andare a votare, salvo però snobbare quel piccolo particolare, che in politica tanto piccolo non è, che è la persuasione”. Infatti i democratici sicuri dell’orientamento elettorale favorevole dei Latinos anziché convincerli sulla bontà delle loro proposte si sono fondamentalmente preoccupati di riuscirne a portare ai seggi il maggior numero possibile. Un errore pagato a caro prezzo. Visto che a votare Trump sono stati proprio i settori non tradizionali dell’elettorale latino: donne, giovani ed astensionisti.

Dopo il Covid-19 ripartirà l’immigrazione?

Che ne sarà della società aperta occidentale quando sarà uscita dal tunnel dei lockdown anti-Covid? La questione più che seria, è serissima. Tanto da avere spinto per la prima volta l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM) e il Migration Policy Institute di Washington (MPI) ad avviare una congiunta e ragionata analisi su questo tema sintetizzata nel report, fresco di stampa,  COVID-19 and the State of Global Mobility in 2020. Partiamo dal fatto, come emerge dalle conclusioni, che anche per i maggiori esperti internazionali della materia, in sintesi, del doman non c’è certezza. Le incognite sui tempi e i modi necessari per uscire dalla pandemia non consentono, infatti, di avanzare puntuali e credibili previsioni sul nostro prossimo futuro. Ma di rilevare alcune rilevanti tendenze in atto, invece, sì. Sono in particolare tre i trend osservati.

Il primo riguarda la scelta di buona parte degli Stati occidentali di dare risposte nazionali alla minaccia globale del virus. Contravvenendo alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di cento trenta Paesi hanno, nel 2020, chiuso o imposto rigidi controlli alle frontiere e vietato l’ingresso a una selezione di cittadini provenienti dalle aree-focolaio del contagio. Lo studio rileva, ad esempio, che: “the travel measures and border closures that governments around the world took during 2020 at their peak in mid-December exceeded 111.000 in place at one time”.

Il secondo concerne le conseguenze socio-economiche dei limiti imposti su scala internazionale alla mobilità umana. Restrizioni e lockdown hanno accentuato il gap tra anywhere e somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che durante la pandemia, grazie allo smartworking e più in generale alle nuove tecnologie, hanno tratto profitto dal tragico avvento del virus. Non solo. Possono anche permettersi lavorare a distanza da invidiabili mete esotiche che spesso per attrarli offrono loro un accesso agevolato alla vaccinazione. Alla seconda categoria appartengono i meno qualificati, addetti alle mansioni che riguardano le attività più colpite dalle norme anti-Covid-19: dalla ristorazione al settore dei servizi. Fra questi è molta alta la percentuale di immigrati che con il lavoro hanno perso spesso anche la capacità di inviare quelle rimesse economiche, che per decenni sono state il volano dello sviluppo economico dei Paesi di origine.

Il terzo ha a che fare con le controindicazioni umanitarie della chiusura delle frontiere perché ha avuto “harsh effects for refugees and other migrants who move out of necessity”.

Insomma, si intravede una luce in fondo della pandemia, ma la sensazione è che sia diversa da quella che avevamo lasciato al suo ingresso.

Biden si gioca la credibilità sul confine messicano

Sull’immigrazione Biden deve cambiare molto e subito. Se vuole ristabilire l’ordine ai confini meridionali del paese. E bloccare quella che con il passare dei giorni si configura sempre più come una vera e propria invasione da parte non più di decine, ma di centinaia di migliaia di messicani e centro-americani. Basta leggere i dati appena resi noti a Washington dai servizi dell’immigration. Secondo i quali a marzo scorso sono stati fermati al confine 170 mila adulti (con un incremento del 70% rispetto a quelli del mese precedente); 20 mila minori (+ 50% ) e 53mila gruppi familiari rispetto ai 12.250 di febbraio. Un aumento che nel caso di questi ultimi si spiega con la decisione stabilita per legge dal governo messicano di non accogliere, come invece avveniva fino a pochi mesi fa, le famiglie con bambini piccoli respinte dalle autorità statunitensi.

Una situazione che, visti i numeri, sarebbe per l’ex vice di Obama peggio di un suicidio politico pensare di fronteggiare con le promesse e le buone intenzioni. Privando la giovane amministrazione democratica della credibilità e dell’autorevolezza richieste per attuare il programma di riforme annunciate all’atto del suo insediamento alla Casa Bianca. Infatti secondo il Migration Policy Institute di Washington, filo-democratico da sempre: “Biden per assicurarsi il difficile ma decisivo appoggio del Congresso alle tanto attese riforme dell’immigrazione deve riuscire là dove Obama e Trump hanno fallito: dimostrare agli alleati stranieri ed agli elettori americani di voler seriamente difendere i confini”.

Una strada obbligata ma difficile. Obbligata perché se sull’immigrazione non cambiano le cose i democratici rischiano nelle elezioni di midterm del prossimo anno di consentire ai repubblicani di riguadagnare la maggioranza parlamentare perduta con la plebiscitaria vittoria di Biden alle presidenziali 2020. Ma difficile perché per Joe di Scranton, come lo chiamano scherzosamente gli amici, l’unico modo per riguadagnare il controllo dei confini è rompere con l’intransigente ortodossia aperturista della sinistra del suo partito. Su due punti in particolare: le insensate procedure in essere che regolano la concessione del diritto di asilo ed i vincoli sulle classi di età, resi obsoleti dal tempo, contenuti dal Trafficking Victims Protection Reauthotization Act varato nel 1980 da George Bush.

Nel caso delle prime, pur sapendo che l’opposizione di importanti settori del suo partito sarà, a dir poco feroce, avere l’umiltà di ammettere che quanto previsto dal famoso Remain in Mexico a suo tempo imposto da Trump meritava certo di essere migliorato ma non cancellato. Un errore, sia detto qui per inciso, causato da un cieco furore iconoclasta non dissimile da quello che aveva spinto Trump a fare tabula rasa di tutti i precedenti provvedimenti sull’immigrazione solo perché figli di Obama. Con l’aggravante che Biden, stando a quanto racconta in un recente articolo l’ex collaboratrice di Obama Cecilia Munoz, in qualità di vice aveva a suo tempo condiviso lo sforzo dell’allora Presidente di iniziare a modificare le procedure dell’asilo. Stabilendo come primo passo, in base ad una logica che anticipava di anni quella del Remain in Mexico di Trump, che le domande di asilo dei minori anzichè negli USA andavano presentate ed esaminate nel paese di partenza. Questo perché: “la risposta ai problemi dell’America Centrale non può essere quella di consentire a tutti i bisognosi di venire negli USA”.

La verità è che oggi le politiche dell’asilo, per come sono,  rappresentano un cavallo di Troia delle moderne politiche dell’immigrazione. Infatti, segnalava nel luglio 2019 David Frum con un brillante articolo di Atlantic: “The asylum system is profoundly broken, and the only way to make it work is to begin with fundamental questions. If poverty, unemployment, crime, spousal abuse, and other non-state-imposed forms of human suffering justify an asylum claim, then at least 2 billion people on Earth are eligible if they can make it over the border”.

Ma oltre all’asilo è bene che Biden metta rapidamente mano anche alla questione dei minori stranieri non accompagnati che a migliaia cercano ogni giorno di attraversare la frontiera del Norte. Per almeno due ragioni.

La prima, alla quale i dati a nostra disposizione non consentono purtroppo di dare risposta, riguarda i bambini intercettati alla frontiera dalla polizia americana e che hanno commosso il mondo. I quali, secondo quanto messo in luce da numerose inchieste giornalistiche, vengono affidati da zii o nonni nelle mani di pericolosi trafficanti messicani solo con l’obbiettivo di raggiungere, dopo anni di lontananza, i genitori che vivono e lavorano come clandestini nel paese a stelle e strisce. Nel qual caso non si capisce il motivo per il quale l’amministrazione Biden, in deroga alle norme in vigore, non proceda immediatamente al varo di un programma che consenta il ricongiungimento familiare dei minori anche con i genitori non in regola con i documenti di soggiorno. Una mossa che impedirebbe al vorace mercato dei coyotes di speculare su un diritto per tanti minori oggi non esigibile sul piano legale ma largamente dovuto su quello morale.

La seconda riguarda invece i 16 e 17enni. Che in base alle più accreditate fonti statistiche rappresentano più del 50% dei cosiddetti minori stranieri non accompagnati quotidianamente intercettati dagli agenti di confine statunitensi. E che secondo una legge vecchia di quarant’anni hanno diritto ad una protezione come se fossero bimbi e non già giovani adulti in età ed in cerca di lavoro. Se non addirittura, come maliziosamente ipotizzato da qualcuno, membri di bande criminali sconfitte che con la fuga oltre confine e la protezione garantita dai cop federali cercano di salvare la pelle dalla feroce vendetta loro promessa dai bossi vincenti della nuova malavita.

Di qui il senso della proposta avanzata dal deputato democratico del Texas Filemon Vela: "L’unico approccio logico a questo tipo di situazione è quello di rimandare i più grandicelli a casa prevedendo, al contempo, di finanziare un specifico programma di presa in carico da parte delle Nazioni Unite al momento del loro ritorno". La verità, secondo l’analista del Migration Policy Institute Sara Pierce, è che: “Il confine settentrionale del Messico non è un luogo accogliente per giovanotti di 16 o 17 anni”.

I minori sono un rebus per l’immigrazione USA

E’ noto che dietro tutte le maggiori crisi migratorie si cela un problema. Che nel caso di quella che sta creando non poche difficoltà alla nuova amministrazione americana di Joe Biden è rappresentato dell’arrivo dal Messico di un crescente esercito di minori non accompagnati.

Un fenomeno doppiamente preoccupante. Per l’enormità delle dimensioni. Visto che secondo il capo dell’Homeland Security Alejandro Mayorkas “il numero degli arrivi al confine meridionale del paese rischiano di superare di gran lunga quelli degli ultimi 20 anni”. Ma soprattutto per la sua relativa e a tutt’oggi inspiegata novità. Infatti, come racconta Caitlin Dickerson nel suo America’s Immigration Amnesia pubblicato su New Yorker dello scorso 29 marzo, fino all’inizio degli anni 2000 gli agenti del Border Patrol in pattuglia del Rio Grande Valley del South Texas incontravano ogni mese solo poche decine di minori non accompagnati che tentavano di passare la frontiera. Però a partire dal 2012 il loro numero, solo in quel limitato tratto del confine meridionale del paese, cominciò inspiegabilmente ma sistematicamente ad aumentare: prima 1000 al mese, poi 2000 fino a raggiungere nel 2014 gli 8000. Un’ondata che obbligò l’amministrazione Obama a correre ai ripari costruendo a ritmo forsennato strutture di accoglienza per migliaia di giovani e giovanissimi latinos non accompagnati affidandone la cura al Health and Human Services. Un flusso, ecco uno dei lati dell’enigma, che così com’era iniziato d’improvviso cessò. Per tornare, però, “più forte che prima” nel 2019 scatenando la violenta repressione di Trump passata agli annali degli orrori. Un ciclo che oggi con maggiore impeto torna a ripetersi con Biden.

I fatti dicono molto ma non tutto. Soprattutto per quanto riguarda il perché di questa inquietante soluzione di continuità che ha “afflitto” gli ultimi e più recenti anni della storia ormai secolare dell’immigrazione americana. Tanto è vero che il rapporto al riguardo redatto nel 2014 dal Congressional Research Service nelle sue conclusioni si limita a dire: “le ragioni che spingono i minori ad immigrare clandestinamente negli USA sono spesso a più facce e difficili da misurare sul piano analitico….quello che resta da capire è se e come specifici aspetti della nostra politica dell’immigrazione possano averli incentivati a venire”.

Il Giappone stringe ancora di più sui richiedenti asilo

È noto da sempre che il Giappone ha una rigidissima normativa sui richiedenti asilo. La scelta di inasprirla ulteriormente è, invece, una novità degli ultimi giorni. Secondo quanto riporta Jesse Chase-Lubitz su Foreign Policy, il governo di Yoshihide Suga ha, infatti, appena proposto un emendamento che ha due obiettivi: scoraggiare i ricorsi in caso di diniego e imporre sanzioni penali, non più solo amministrative, a chi rifiuta un ordine di rimpatrio.

Per chi non ha il tempo di seguire l’attualità del Sol Levante, è forse il caso di notare che parliamo di un Paese di 125 milioni abitanti che in media ogni anno accoglie qualche decina di richieste di asilo, circa l’1% del totale. Percentuale che, ad esempio, è al 53% in uno Stato come la Germania che ha un PIL simile a quello giapponese, ma una popolazione di 80 milioni abitanti. Non c’è, dunque, nessuna emergenza immigrazione in Giappone. Questo significa che il provvedimento dell’esecutivo di Tokyo non può essere spiegato con la volontà politica di assecondare i potenziali mal di pancia anti-stranieri di un pezzo del suo elettorato. È vero che la scelta di Toshilde Suga è figlia delle sommosse registrate nel 2019, peraltro rarissime su scala nazionale, nel centro per richiedenti asilo di Nagasaki che costarono la vita a un nigeriano in sciopero contro le condizioni di detenzione a lui riservate. Ma è altrettanto vero che queste, come altre eventuali problematiche connesse al fenomeno migratorio, non hanno spazio nel dibattito pubblico nipponico che riconosce nel suo ultra centenario isolamento geografico e culturale un tratto distintivo della Nazione.

Ma non sono soltanto queste osservazioni a rendere inspiegabile, quantomeno all’apparenza, l’ennesima stretta giapponese sui nuovi arrivati.

C’è da aggiungere, infatti, che il Giappone ha la popolazione più anziana al mondo (il 30% è over-65) e un’economia in buona salute che, al netto del male comune della pandemia, domanda forza lavoro. Ragione vorrebbe, secondo una interpretazione dominante dei fenomeni migratori, che il governo nipponico faciliti, anziché ostacolare, qualsiasi forma di immigrazione per rispondere al fabbisogno nazionale di manodopera e servizi alle persone.

Eppure se dai flussi migratori umanitari passiamo all’analisi di quelli economici, lo scenario non cambia. Nonostante siano aumentati del 160% tra il 1990 e il 2016, rappresentano meno del 2% della popolazione giapponese.
Ma allora come spiegare la recente stretta proposta da Yoshihide Suga?

Certo, come anticipato, fattori storico-culturali portano la Nazione nipponica ha essere chiusa e sospettosa nei confronti dello straniero. Tant’è che sono numerose le condanne delle Nazioni Unite per violazione dei diritti dei richiedenti asilo anche se, al contempo, il Giappone è uno dei maggiori contributori dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati. Tuttavia, la sensazione è che Yoshihilde Suga, il linea con i suoi predecessori, da ultimo Shinzo Abe, sia convinto del primato della politica nella gestione del fenomeno migratorio. Ed è per tale ragione che l’esperienza giapponese sembra smentire la tesi, condivisa dai più, secondo la quale la demografia e l’economia sono le determinanti causali dell’immigrazione.

Sulla frontiera col Messico si consuma la vendetta di Trump

La presidenza di Joe Biden rischia di inciampare sull’immigrazione. E di compromettere i risultati dei primi mesi del suo folgorante, positivo avvio. Infatti, secondo l’indagine condotta dalla CNN la scorsa settimana, il suo indice di gradimento, sempre superiore al 60 %, è sceso sotto la soglia del 50 proprio in relazione alla incerta gestione dell’ondata immigratoria che ha investito la frontiera sud occidentale del paese. Una valanga di arrivi di dimensioni senza precedenti. Testimoniata dell’impressionante aumento del numero degli stranieri fermati dalle guardie di confine: 71mila a dicembre, 75mila a gennaio, 100mila a febbraio (il numero più alto degli ultimi 14 anni) e più di 5mila al giorno a marzo. Cifre tanto più preoccupanti perché dal conteggio sono esclusi i minori. Nei confronti dei quali la nuova amministrazione democratica, nell’intento di cancellare gli orrori in passato loro riservati da quella repubblicana di Trump, ha scelto di garantire piena accoglienza. Ad oggi sono oltre 10mila i minorenni stranieri non accompagnati assistiti dal Departement of Health and Human Services e 5mila quelli affidati alle cure del Customs and Border Protection.

Un quadro di difficoltà che ha preso in contropiede la Casa Bianca nonostante fosse stato per tempo preannunciato, e temuto, dai servizi dell’intelligence. Tanto è vero che già alla fine dello scorso dicembre Jack Sullivan e Susan Rice, due consiglieri di peso del Presidente, preoccupati dei guai in arrivo avevano lanciato attraverso la radio di lingua spagnola EFE un appello ai potenziali immigrati dal Messico dicendo loro: “non venite ora perché i nostri aiuti stanno per arrivare”. Un invito significativamente ribadito a distanza di pochi giorni dallo stesso Biden. Che in una delle rare prese di posizioni pubbliche aveva spiegato che la sua nuova politica dell’immigrazione si proponeva di fare piazza pulita della cattiva gestione ereditata da Trump e, al contempo, di mettere in atto interventi (il termine usato era guardrails) capaci di scongiurare l’arrivo ai confini di milioni di immigrati.

Già, viene spontaneo chiedere, perché appelli ed impegni tanto autorevoli non sono riusciti ad evitare che la situazione arrivasse al punto in cui è oggi purtroppo arrivata?

Per la semplice ragione che gli immigrati hanno dato ascolto più al messaggio dei fatti che a quello delle parole. Attraversare il Centro America ed il Messico per raggiungere El Norte è pericoloso e costoso. E gli immigrati rischiano di versare migliaia di dollari ai passeur malavitosi solo se hanno la relativa certezza di non essere respinti e che “la spesa vale l’impresa”. Tanto è vero che l’esercito umano che sta tenendo in assedio la frontiera americana non è stato messo in moto, come invece sostengono molti conservatori, dalle iniziali norme di liberalizzazione varate da Biden: legalizzazione dei giovani DACA (ex Dreamers); cancellazione del divieto di ingresso negli USA dei cittadini delle maggiori 7 nazioni di religione musulmana; 100 giorni di moratoria delle espulsioni degli immigrati condannati per reati penali da parte dell’US Immigration and Customs Enforcement; divieto di espulsione in base al Title 42 (anti Covid) delle famiglie con figli; accoglienza dei minori non accompagnati; legalizzazione in 8 anni dei milioni di clandestini da anni presenti sul suolo americano.

Ma dalla sua precipitosa, e per molti versi inspiegabile decisione di cancellare l’accordo Remain in Mexico a suo tempo voluto ed imposto da Trump al paese confinante. Un errore severamente stigmatizzato quasi con le stesse argomentazioni da due commentatori pur culturalmente e politicamente lontanissimi l’uno dall’altro quali sono Fareed Zakaria e David Frum.

Il primo nel commento Biden’s generous immigration policy could turn out to backfire apparso sul Washington Post dello scorso 12 marzo affermava: “l’amministrazione Trump ha inizialmente messo in atto tattiche che definire crudeli è poco…ma alla fine ha scelto la strada della politica pratica. Ha bloccato i richiedenti asilo al confine con il Messico obbligandoli ad attendere in quel paese le decisioni della magistratura sulle domande presentate…la decisione di Biden di cancellare queste politiche sommata con l’aspettativa di una politica dell’immigrazione più generosa ha rappresentato il detonatore della valanga umana ai confini”.

Concetti ripresi dal secondo nell’articolo Biden has a Border Problem pubblicato il 18 marzo dalla rivista Atlantic: “Trump non è stato un esempio luminoso di buone politiche. Ma almeno per quanto riguarda l’asilo ha cercato di affrontare un problema che va affrontato. Mettendo fine al Remain in Mexico Biden si è caricato sulle spalle un problema in più di cui certo non aveva bisogno”. Più chiaro di così