Il rancore degli americani precede Trump

Sostenere che il devastante assalto di Capitol Hill è tutta e solo colpa dell’avventurismo di Trump e dei suoi fanatici accoliti è solo parte di una verità assai più complicata. Di fronte a tanta sconsiderata violenza non basta certo alzare il dito accusatore. Né denunciare come giustificazionista chi riflette sulle ragioni di un rancore sociale le cui radici risalgono a prima dell’avvento del trumpismo.

Infatti, spiega Thomas B. Edsall sul New York Times del 13 gennaio scorso: “a partire dagli anni 70 si evidenzia tra i meno istruiti, in parallelo con una diminuzione dei salari, anche un forte calo percentuale dei matrimoni con partner in possesso di un più elevato grado di scolarizzazione”. Una verità ribadita da Carol Graham e Sergio Pinto sulle pagine del Brookings Paper 2020: “ la disperazione - associata da un maggiore tasso di mortalità - è più diffusa tra i bianchi meno istruiti e presenta un tasso più elevato rispetto a quella mediamente accertata tra gli appartenenti alle minoranze etniche”.

D’altra parte per accorgersi che nel cuore del gigante americano covava la rabbia non bisognava certo attendere l’invasione dei corridoi del Congresso da parte di Jack Angeli travestito da sciamano con le corna. Sarebbe infatti bastato prestare attenzione alle preveggenti pagine dell’Elegia Americana di J. D. Vance. Un bellissimo e commovente romanzo sulla disperante condizione di vita degli Hillbilly della Virginia. O a quelle ancor più strazianti scritte da Stephen Markley sulle vite senza futuro dei giovani sbandati dei paesini dell’Ohio de-industrializzato. Pezzi di società passati dalla parte della conservazione semplicemente perché soli e abbandonati a sé stessi. E quindi condannati, non solo per colpa loro, a ripercorrere gli stessi sentieri che, mutatis mutandis, aveva spinto i soldati italiani della Prima Grande Guerra nelle braccia del fascismo. O i piccolo borghesi tedeschi impoveriti dalla crisi di Weimar nelle feroci falangi del regime hitleriano. Ma i problemi non finiscono qui.

Quello americano, infatti, è l’ultimo e più allarmante capitolo di una crisi più generale che scuote ormai da tempo tutte le società democratiche dell’Occidente. Trump è venuto non prima ma dopo che in una notte del lontano giugno 2016 gli inglesi avevano deciso, cogliendo di contro piede le cancellerie di mezzo mondo, di votare Brexit. Così come Brexit non è venuta prima ma dopo che nel 2005 i cittadini di Francia ed Olanda avevano, primi fra tutti e contro le indicazioni dei loro stessi governanti, detto no alla nuova Costituzione dell’Unione Europea. Eventi che pur se espressione di storie nazionali e di contesti istituzionali tra loro assai diversi sono tutti figli di un disorientamento e di un malessere di cui il montante populismo dei nostri tempi più che la causa ne è la prova.

La verità è che per oltre 70 anni, dopo la fine della guerra, le istituzioni democratiche dell’Occidente hanno guadagnato ed ottenuto consenso promettendo e dando benessere. Esaltando tutto ciò che sapeva di performance ma badando poco, fino ad essiccarli, ai valori. Pur di fare andare avanti l’economia si sono mollati gli ormeggi della società. Un mondo oggi per molti al tramonto e che li spinge a chiedersi: io chi sono? Quale è la mia comunità di appartenenza? Che futuro avranno i miei figli?

I cervelli ritornano, ma a casa di mamma

Sul ritorno in patria causa pandemia dei cervelli italiani “fuggiti” all’estero, c’è poco da festeggiare e molto da riflettere. Infatti, dietro il picco (+20%) di nostri giovani fra i 18 e i 34 anni che nel 2020 sono rientrati in Italia, si celano tre grandi ombre nascoste dall’inspiegabile entusiasmo con il quale i più autorevoli quotidiani nazionali (e non) hanno accolto la notizia.

La prima riguarda coloro che sono rientrati perché hanno perso il lavoro. Conclusa la pandemia è facile immaginare che almeno una parte di essi, non avrà la capacità psichica ed economica per ricominciare da zero all’estero. I nuovi rimpatriati si aggiungeranno al già vasto bacino di loro coetanei disoccupati che vivono e/o sopravvivono in Italia grazie a quella formidabile riserva di Welfare familiare (stipendio dei genitori, pensione dei nonni) che primo o poi si esaurirà.

La seconda concerne i più fortunati che incentivati dal telelavoro hanno preferito passare i lockdown in patria tra il calore di amici, parenti e del clima mite del Bel Paese. Le previsioni sulle loro scelte future post pandemia sembrano altrettanto scontate: torneranno all’estero. Per la semplice ragione che la pandemia non ha cancellato, ma semmai accentuato, quelle carenze strutturali del mercato del lavoro italiano che li avevano spinti ad andare oltre confine. Insomma, è vero che grazie alle nuove tecnologie delle comunicazioni le occupazioni altamente qualificate possono essere svolte da ogni angolo del globo. Ma è altrettanto innegabile, come ha di recente notato Richard Florida, che finita la sessione su Zoom o su Meet, l’esercito cosmopolita dei the best and brightest continuerà a domandare servizi e infrastrutture avanzate che solo le regioni e le smart cities globali offrono loro.

Morale della favola, e qui arriviamo alla terza ombra. Anche sul tema dei cervelli in fuga la pandemia rischia di rappresentare la cartina al tornasole dei vizi del Bel Paese. Concentrati ad esultare per il ritorno dei nostri amatissimi talenti, continuiamo a non interrogarci sul perché non riusciamo, invece, ad attirare quelli altrui.

Il punto, come aveva notato oltre un ventennio fa Amartya Sen, sta proprio qui. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. A prescindere dal paese di origine, i cervelli sono e saranno sempre in movimento, per nostra fortuna.

La democrazia in America traballa

L’America fa davvero paura. La gravissima (e perdente) sedizione antiparlamentare messa in atto ieri dalle falangi del trumpismo estremo non rappresenta, infatti, l’unico problema con cui è chiamata a fare i conti la traballante democrazia d’oltre Atlantico. Come testimoniano i contraddittori e per molti aspetti inattesi risultati emersi dalle urne delle presidenziali di novembre. Che se da una parte hanno consentito ai democratici di sfrattare Donald Trump dalla Casa Bianca. Hanno però dall’altra confermato una loro preoccupante distanza dal “paese reale”.

Tanto è vero che la conquista da parte di Joe Biden della maggioranza dei consensi popolari non si è tradotta in un parallelo rafforzamento parlamentare del suo partito. Un paradosso sintetizzato come meglio non si poteva dall’editoriale pubblicato il 27 novembre dal maggiore quotidiano statunitense secondo cui: “Joe Biden ha conquistato l’inaspettato e non voluto record storico di avere dalla sua il 51% del consenso popolare e, contemporaneamente, assistere alla pesantissima sconfitta dei suoi   alla Camera dei Rappresentanti”. Dove il partito del Presidente, pur restando in maggioranza, ha perduto 10 dei 232 seggi conquistati nelle midterm elections di due anni prima. Mentre i repubblicani, cosa non meno sorprendente, nonostante la sconfitta del loro leader, hanno accresciuto la loro rappresentanza passata da 197 a 210 unità.

Che un Presidente o un Presidente-eletto (quale è al momento Biden) raggiunga il 51% del voto popolare e, contemporaneamente, si riduca il numero dei deputati del suo partito è un evento a dir poco inusuale per la storia politica americana. Nei cui annali, per trovare una “anomalia” politica paragonabile all’attuale, bisogna risalire alle elezioni presidenziali del lontano 1896. Quando il partito repubblicano di William McKinley, indicato come presidente da una schiacciante maggioranza degli elettori, perse però ben 48 deputati. Ma i problemi degli uomini dell’asinello non finiscono qui.

Per la semplice ragione che per i democratici il voto di novembre, oltre ai guai di cui sopra, ha confermato che il tasso di adesione dell’elettorato immigrato è assai inferiore a quello che molti di loro, con ingiustificata sicurezza, davano invece quasi per scontato. Come testimonia la assai ben documentata indagine pubblicata da Weiyi Cai e Ford Fessenden sul New York Times dello scorso 20 dicembre con il titolo: “Immigrant Neighborhoods Shifted Red as the Country Chose Blue”. Secondo la quale: "nelle ultime elezioni presidenziali i collegi elettorali dove è più massiccia la presenza di residenti di origine latina o asiatica, compresi quelli con un’elevata incidenza di popolazione immigrata, hanno evidenziato un tratto comune : aumento della partecipazione elettorale e un significativo spostamento a destra….Per cui anche se Trump ha perso voti nelle aree tradizionalmente repubblicane e tra i bianchi delle grandi città -cosa che ne ha determinato la sconfitta- ha invece sicuramente guadagnato voti nei quartieri dove vivono gli immigrati”.

Problema non da poco. Visto che, ha acutamente osservato Roberto Suro della University of Southern California, “se l’aumento della partecipazione elettorale degli immigrati va a vantaggio dei repubblicani, beh vuol dire che andrà a farsi friggere la convinzione che oggi va per la maggiore tra i liberal sulle (per loro) positive conseguenze politiche del cambiamento demografico”.

Il diritto all’asilo si salva riformando Ginevra

In questo tragico 2020 oltre al Covid-19 sono sfuggite di mano alla comunità internazionale anche le emergenze umanitarie. Lo storico boom di rifugiati, più di 80 milioni nel mondo, ha evidenziato negli ultimi dodici mesi le sempre più vistose crepe della governance globale del diritto d’asilo incentrata sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Soprattutto su due fronti.

Il primo riguarda il fatto che, come ha di recente segnalato David Frum dalle colonne dell’autorevole magazine statunitense The Atlantic, i potenziali rifugiati del XXI secolo coincidono solo in parte con quelli tutelati in base alla Convenzioni di Ginevra del 1951. Alle vittime di discriminazioni e violenze di Stato (pensiamo ad esempio ai siriani in fuga da un paese in guerra da 7 anni) si è aggiunta, infatti, una eterogenea galassia di vulnerabili. Che chiedono asilo non perché vittime di violenza pubblica (statale) ma privata (famiglia, gang criminali, etc.). Cosa che mezzo secolo fa nessuno aveva previsto. Eclatante il caso degli Stati Uniti che registrano un netto aumento del flusso migratorio (carovane organizzate di migliaia di persone in marcia verso il confine americano) dal Centro-America (Nicaragua, Honduras, Salvador e Guatemala). Dove la guerra tra bande criminali ha causato la fuga di migliaia di persone. La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo, sia la dicotomia tra migrazione forzata e mobilità volontaria. Infatti, questi migranti centro-americani sono al contempo definiti clandestini e richiedenti asilo. Molti di loro, non essendo vittime di violenza da parte di uno Stato, ma di privati, infatti non rientrano nella fattispecie indicata dalla Convenzione di Ginevra. Mentre altri, sulla base di una interpretazione estensiva della stessa, ne fanno parte a pieno titolo e, per questo, hanno le carte in regola per ottenere lo status di rifugiato.

Il secondo è stato a più riprese denunciato dall’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi: "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, come, invece, prevede la Convenzione siglata 70 anni fa nella cittadina svizzera. La maggioranza dei rifugiati nel mondo rientra, infatti, nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da almeno 5 o più anni. Un trend che sembra destinato a crescere, come dimostra una ricerca longitudinale e condotta dall’Overseas Development Institute (ODI) di Londra. In base alla quale, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze umanitarie si è risolta dopo 10 o più anni e solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. Le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo che in passato. Il conflitto in Somalia, ad esempio, va avanti da quasi trent’anni. È, inoltre, maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (tra le più gravi oggi spiccano Siria e Venezuela, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Congo, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana hanno fatto registrare gravi instabilità politiche). La tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda. A peggiorare il quadro, il numero sempre minore di rifugiati che riescono a fare ritorno a casa: alla fine del Novecento si registrava una media annua di 1,5 milioni mentre negli ultimi 10 anni non sono stati oltre i 385 mila.

Siamo dunque di fronte ad uno scenario che, come sostengono gli stessi vertici dell’UNHCR, testimonia oltre ogni ragionevole dubbio che la vecchia strumentazione di gestione del sistema internazionale dell’asilo non tiene più. Una verità che deve però fare i conti con la difficoltà di riuscire persino a capire chi è l’autorità in grado di mettere mano alla loro riforma. Soprattutto in un mondo che per la prima volta dal Secondo Dopo Guerra appare privo di una riconosciuta leadership globale.

Mancano di idee e se la prendono con gli immigrati

Ho incontrato il Direttore della Luiss School of Government prof. Giovanni Orsina. Fine politologo e studioso da sempre dell’universo politico conservatore italiano ed europeo. Al quale ho chiesto lumi sulle ragioni teoriche e politiche dell’ostilità anti immigrati della Destra italiana.

Domanda: perché la Destra fa della lotta agli immigrati il suo tratto politico distintivo?

Risposta: domanda interessante alla quale, d’acchito, mi verrebbe di rispondere forse perché sul mercato politico non c’è altro. Infatti l’immigrazione rappresenta l’unico divide in un sistema politico che su tutte le altre grandi issue (intangibilità della proprietà privata, libertà sindacali, parità di genere etc.etc.) presenta, almeno sul piano dei principi, una sostanziale convergenza di sistema. In un mondo in cui di tratti distintivi ne sono rimasti davvero pochi quello dell’ostilità nei confronti degli immigrati ha inoltre il non piccolo pregio di non produrre penalizzazioni elettorali. Visto che si scarica su soggetti che non votano. In Italia dire no agli immigrati, anche se divisivo, assicura popolarità. E per questo rappresenta una irresistibile attrazione per degli imprenditori politici che altrimenti farebbero fatica ad assicurarsi un “posto al sole”.

Domanda: la questione dell’immigrazione presenta un peculiare paradosso. La sinistra “apre” agli immigrati ma perde i ceti popolari. Mentre la destra dice che “chiude” ma favorisce l’uso a man bassa dell’immigrazione da parte della sua constituency. Perché?

Risposta: perché viviamo in un mondo di paradossi nel quale, se così posso dire, nessuno si vuole fare carico delle conseguenze di ciò che chiede. Mi sovviene al riguardo la singolare posizione di quel politico siciliano che si lamentava per la cattiva connessione dei telefonini ma era contrario all’istallazione di un ripetitore nella sua zona. Viviamo in un mondo in cui i politici corteggiano l’elettore male educato. Meglio, infantilizzato. Che pretende la badante ma non vuole l’immigrato! Senza dimenticare, però, che c’è una parte dei ceti popolari che gli immigrati proprio non li vuole.

Domanda: secondo Lei è possibile sull’immigrazione una Bad Godesberg della Destra?

Risposta: secondo me no. L’unica possibile “revisione” della Destra potrebbe essere l’Europa. Se l’Europa si porta dietro l’immigrazione allora la Destra sarebbe costretta, volente o nolente, ad ammorbidire le sue posizioni. Anche Salvini dopo essere stato fatto fuori dall’Europa ha forse capito che le condizioni europee sono pre-condizioni assolute e ineludibili. Di conseguenza se si accettano i vincoli interni indicati da Bruxelles è gioco forza “ingoiare” anche quelli sugli immigrati.

Un regalo amaro per il compleanno dell’UNHCR

L’UE ha regalato all’UNHCR, che oggi compie 70 anni, l’ennesima emergenza profughi. Infatti, dopo Lesbo e Lampedusa, la crisi umanitaria si abbatte in queste ore nell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Che dall’inizio dell’anno ha accolto dall’Africa Occidentale oltre 20 mila tra immigrati e rifugiati: +70% rispetto al 2019. Cifre così alte non si registravano dalla crisis de los cayucos del 2006.

E' uno scenario identico a quello più volte già visto sulle coste italiane e greche. “Le Canarie non possono essere lasciate sole”, ha denunciato lo scorso weekend il Governatore Angél Victor Torres puntando il dito contro il Premier socialista Pedro Sanchez, suo compagno di partito. Che a sua volta denuncia l’UE di avere lasciato la Spagna sola in questa emergenza umanitaria. Dal canto loro, le organizzazioni non governative denunciano gravissime violazioni dei diritti umani nei centri di accoglienza. Per tale ragione i giudici sono intervenuti con alcune sentenze che hanno ridotto da 60 (previsto dalla normativa vigente) a 3 giorni il periodo massimo di trattenimento dei nuovi arrivati nei centri di accoglienza. E intanto la politica e l’opinione pubblica si dividono tra lo schieramento securitario e quello umanitario.

 La verità è che alle Canarie, come a Lesbo e a Lampedusa, va in scena il peggio dell’inerzia europea sulle politiche migratorie. Con l’aggravante in questo caso che molte nazioni del Vecchio Continente, rassicurate dall’efficacia dell’accordo pluriennale Spagna-Marocco sul contrasto all’immigrazione irregolare che ricorda quello tra UE e Turchia, hanno pensato bene di continuare a nicchiare sui tre grandi nodi irrisolti della politica UE dell’asilo e dell’immigrazione.

Il primo riguarda come distinguere i rifugiati dagli immigrati economici irregolari. Nelle isole di frontiera europea le autorità non hanno i mezzi per vagliare al momento dello sbarco lo status dei nuovi arrivati. Migranti da rimpatriare, trafficanti da arrestare, rifugiati da accogliere, si ritrovano spesso stipati per anni nei medesimi centri. Che sono vere e proprie bombe socio-sanitarie a orologeria. Per chi vi abita, ma anche per la popolazione autoctona che risiede nei pressi. Che è quanto di meglio si possa immaginare per un potenziale scontro sociale tra chi ospita e chi viene ospitato, tanto più nell’era del COVID-19.

Il secondo concerne la redistribuzione dei nuovi arrivati in seno all’UE. Le grandi capitali europee sono d’accordo e disponibili a condividere con gli Stati di primo approdo come Grecia e Italia, l’onere dell’accoglienza dei rifugiati, ma sono in stand-by: se non riusciamo a distinguere i rifugiati da accogliere e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare come facciamo a trovare un accordo strutturale sulla redistribuzione di chi ha diritto all’asilo?

Il terzo, forse il più delicato, ha a che vedere con i rimpatri degli irregolari. Gli Stati di primo approdo non hanno la capacità economica e organizzativa di sostenere le lunghe, costose e farraginose operazioni di rimpatrio. Tanto più se manca la collaborazione dei Paesi di origine. È vero che se ne potrebbe fare carico l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, ma anche su questo fronte manca un accordo europeo sulla stanziamento di maggiori fondi e mezzi atti a potenziare le capacità dell’Agenzia.

La discussa eredità di Trump sull’immigrazione

Le politiche dell’immigrazione riservano, talvolta, sorprese inaspettate. Come quella appena giunta dagli Stati Uniti secondo la quale negli anni della presidenza Trump il numero degli immigrati regolari in arrivo sul suolo americano è stato, nonostante la sua politica, i giri di vite promessi ed i ripetuti, altisonanti ukase, in linea con quelli che ne avevano preceduto l’arrivo alla Casa Bianca.

A darne notizia il lavoro fresco di stampaThe Trump Effect on Legal Migration Levels: More Perception than Reality?” condotto da Muzaffar Chishti e Jessica Bolter per conto del Migration Policy Institute di Washington. Uno dei più accreditati think-thank nel campo dell’immigrazione made in US. E, cosa che rafforza l’attendibilità del lavoro di cui sopra, ultra democratico da sempre, visto che nel suo consiglio di direzione siede l’ex capo dell’immigration statunitense di Bill Clinton Doris Messner. Poiché la notizia coglierà molti di sorpresa vale forse la pena riportare per esteso alcuni passi del testo in questione:

Nonostante i suoi sforzi di limitare l’immigrazione legale l’amministrazione Trump ha ottenuti scarsi risultati…[infatti] il totale delle ammissioni (sia temporanee che permanenti) è diminuito solo marginalmente [….]. Il numero dei richiedenti asilo che hanno visto accolte le loro richieste è stato, nonostante le durissime restrizioni introdotte, il più alto dal 1990 in avanti […]. Il tasso di rilascio delle green card ha avuto un andamento costante e non difforme da quello degli anni precedenti […] gli immigrati naturalizzati americani in base ai dati disponibili, fermi al 2019, risultano in crescita […] a differenza degli altri visti di ingresso temporaneo, confermando però una restrizione iniziata già prima dell’insediamento dell’amministrazione trumpiana, sono diminuiti quelli concessi agli studenti stranieri […] con l’unica vera eccezione del pesantissimo taglio del numero dei rifugiati accolti (il più basso da quando gli USA hanno varato nel 1980 il Refugee Resettlement Program) e nonostante non piccoli interventi di modifica delle norme in vigore, cosa che ha forse dato alla pubblica opinione la sensazione di una drastica riduzione dell’immigrazione, nel quadriennio dell’amministrazione Trump il numero degli ingressi regolari, almeno fino al crollo storico determinato dall’ epidemia Covid-19, è stato sostanzialmente in linea con quello del passato”.

Affermazioni impegnative ma, stando ai dati, fondate. Di fronte alle quali sorge però spontanea la domanda: sull’immigrazione ha barato Trump o hanno ecceduto nelle critiche (feroci) i suoi avversari? Forse né l’uno né gli altri. Il fatto che la politica di Trump non sia riuscita a ridurre significativamente l’immigrazione regolare non vuol dire che essa non abbia inciso a fondo (nel testo il termine usato è toothless). Questo perché essendo l’immigrazione un fenomeno a lenta cadenza gli effetti nelle modifiche delle norme che la governano più che nell’immediato si fanno sentire nel medio, lungo periodo. Ragione per la quale, sostengono con un perfido paradosso Chishti e Bolter, “le conseguenze della politica di Trump cominceranno a farsi sentire solo dopo che se ne sarà andato”.

Sull’immigrazione è nei guai l’UE, non solo Frontex

La bufera che ha investito Frontex (l’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera), getta una luce sinistra sullo stato della politica dell’immigrazione a livello europeo.

Da una parte le Ong accusano Frontex di essere complice del governo greco nell’abuso dei fondamentali diritti dei migranti, soprattutto dei respingimenti collettivi in mare.

Dall’altra, Il direttore dell’Agenzia, l’ex Ministro francese Fabrice Leggeri, risponde di non avere prove di queste denunce e soprattutto di non avere l’autorità per investigare su presunte violazioni da parte dei poliziotti ellenici e di quelli europei dispiegati per conto di Frontex al confine tra la Grecia e la Turchia. In ragione del fatto che, ha dichiarato ieri lo stesso Leggeri davanti alla Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo, “il regolamento UE sulla sorveglianza delle frontiere è giuridicamente vago”. Nell’attesa che i giuristi, e soprattutto i giudici, facciano chiarezza sulla vicenda, alcune considerazioni balzano agli occhi, forse anche dei non addetti ai lavori.

Fabrice Leggeri guida Frontex dal 2015, ma solo in questi giorni ha alzato la voce sulla vaghezza delle norme europee che stabiliscono le competenze della sua Agenzia. Ha avuto un tempo congruo per denunciarne questi e altri enormi limiti imposti dai 27 Stati UE: un quartier generale (Varsavia) lontano dalle odierne rotte calde dell’immigrazione; un organico lillipuziano, appena 1500 funzionari per controllare tutte le frontiere terrestri, marittime, aeree europee, che contano sul supporto di un numero di omologhi nazionali variabile a seconda degli umori dei vari governi; la generica mission di garantire, si legge sul sito ufficiale dell’Agenzia, la “sicurezza e il buon funzionamento delle frontiere esterne”, nonostante la competenza in materia sia in capo ai singoli Paesi membri.

Quanto basta, come ha appena chiesto il Partito Socialista Europeo, per chiedere le dimissioni di Leggeri? Forse sì, a patto che non si confonda il dito con la luna. La disavventura personale di un avveduto alto burocrate e politico francese, non deve nascondere il vero nocciolo della questione. La libera circolazione delle persone nello spazio europeo (Schengen) sopravvive solo se la competenza in materia di controllo e sorveglianza delle frontiere esterne passa dai governi nazionali a quello dell’Unione Europea.

Il punto sta qui: si faccia un grande passo avanti verso una vera europeizzazione delle politiche migratorie oppure uno indietro all’era pre-trattato di Amsterdam, quella dello chacun pour soi, Dieu pour tous. Perché è ora che, su questo siamo d’accordo, anzi d’accordissimo con Fabrice Leggeri: “le cose siano finalmente chiarite”.

La pandemia è l’11 settembre dell’immigrazione

Sull’immigrazione nell’era del Covid-19 arriva dall’America un messaggio che per le sue interessanti ed innovative osservazioni obbligherà molti a riflettere. Soprattutto in Italia dove all’ombra della pandemia il che fare sull’immigrazione sembra sparito dall’agenda politica nazionale. Una rimozione esemplarmente testimoniata mesi addietro dallo scarso interesse, al limite del fastidio, riservato anche dai piani alti del suo stesso partito, alla preoccupata intervista dell’ex ministro Minniti sulle conseguenze che la pandemia avrebbe rappresentato per la nostra malandata politica dell’immigrazione. Un atteggiamento figlio dell’errata, svogliata convinzione che per la nostra immigrazione, superata la bufera sanitaria, tutto tornerà, più o meno, come prima. Ma non è così.

Basta leggere, al riguardo, il corposo documento (Economies, Jobs, and International Migration in the Age of Covid-19) pubblicato la scorsa settimana nell’ambito del Transatlantic Council on Migration da Demetrios Papademetriou. Nel quale il fondatore ed animatore del Migration Policy Institute di Washington, think thank democratico a 18 carati, afferma: “A parte il fatto che riaprire i canali di ingresso degli immigrati richiederà tempo e, in molti casi, gradualità, la politica avrà il dovere di prestare la massima attenzione ai rischi complessivi che potrebbero derivare dal rimettere in atto le stesse politiche in atto prima dello scoppio della pandemia […] ed i confini potranno tornare ad aprirsi solo se in grado di assicurare meglio, molto meglio che in passato: a) il controllo degli ingressi illegali e dell’immigrazione clandestina; b) ridurre in anticipo e ad un livello accettabile il rischio sanitario connesso all’apertura dei confini con l’epidemia ancora in corso. Ma soprattutto [ecco il punto] bisogna entrare nell’ordine di idee che la pandemia può rappresentare un esperimento naturale per testare la fondatezza dell’assunto, largamente diffuso prima dell’arrivo del Covid-19, che il bisogno degli immigrati rappresenti per le economie sviluppate un bisogno virtualmente insaziabile…Insomma, così come la crisi sanitaria non può essere separata da quella dell’economia del pari è impossibile separare la crisi del mercato del lavoro (e dei lavori) dall’immigrazione”.

Se le parole hanno ancora un valore è evidente che da quanto letto la nostra politica dell’immigrazione se non cambia rischia di trovarsi in serie, serissime difficoltà. Per evitare le quali sono almeno tre gli interventi di modifica a cui è obbligatorio più che necessario mettere mano al più presto. In particolare:

modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Inoltre poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano, questo sistema oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità. Anche se cambiare può forse far tremare le vene ai polsi è forse arrivato il momento di pensare e sperimentare strade alternative. Come, ad esempio, quella del rilascio, in paesi che abbiano sottoscritto con l’Italia chiari e vincolanti accordi di riammissione dei propri nazionali, da parte dei nostri Consolati di visti temporanei (4-6 mesi) per ricerca di lavoro. Che, all’atto dell’emissione, rilevano con le foto segnaletiche le impronte degli stranieri che ne fanno richiesta. Un sistema che scoraggerebbe non poco coloro che una volta entrati commettono reati o che, non avendo trovato lavoro, restano oltre la scadenza dei termini consentiti. Perché la conoscenza certa dell’identità e della nazione di provenienza non sarà loro consentito, come invece oggi spesso avviene, utilizzare alias a catena per beffare le forze dell’ordine evitando di essere rimpatriati;

abrogare il reato penale di clandestinità introdotto dalla Bossi-Fini. Perché, come ha ben spiegato nel suo libro il magistrato torinese Paolo Borgna: è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati. Per almeno due ragioni. La prima è che sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) gli stranieri fuori legge, anche se condannati, hanno diritto a restare. La seconda è che la maggioranza degli altri irregolari, nonostante si guadagnino la vita lavorando duramente, per paura di essere colpiti “dal reato” si nascondono. Finendo per ingrossare ulteriormente le fila della galassia clandestinità in cui i pesci grossi si muovono indisturbati. Una palude tanto ampia quanto intoccabile, a meno che non la si prosciughi. Sottraendole tutti i casi di irregolarità non collegati ad attività criminali o illecite. Se la nostra normativa e la nostra amministrazione fossero capaci di realizzare questo obbiettivo, l’80% del fenomeno della clandestinità sarebbe risolto. E polizia e magistrati potrebbero meglio occuparsi di reprimere il suo lato criminale. L’esperienza insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini.

Costruire un modello di governo dell’immigrazione all’altezza dei compiti. Operazione più facile a dirsi che a farsi vista la nota rigidità delle nostre amministrazioni e la loro storica avversione ai cambiamenti dei tradizionali equilibri di potere e delle rispettive aree di competenza. Difficoltà che se sconsigliano di “sparare grosso” e, come qualcuno fa, proporre la creazione - non sbagliata ma irrealistica di un nuovo ministero dell’immigrazione - si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo (Interni, Esteri, Lavoro, Sanità, Istruzione etc.) un network operativo di funzionari specializzati ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione. Insomma per fronteggiare e gestire un fenomeno a filiera, qual è appunto quello migratorio, più che continuare a scaricare i problemi sulle spalle degli Interni, serve come da tempo fanno molti altri paesi un vero e proprio gioco di squadra inter-amministrativo Per garantire quell’unità di comando tante volte invocata ma mai realizzata.

Sull’immigrazione preoccupa il silenzio dei riformisti

Lo scontro tra messianici e millenaristi ha paralizzato la politica dell’immigrazione in Italia. Esordisce così Goffredo Buccini, editorialista di lungo corso del Corriere della Sera, intervistato da West sul suo ultimo libro Italiani e No. Dagli albanesi ai taxi del mare. Storia di trent’anni di paure (Solferino, 2020, pp.351).

Scusi, ma a chi si riferisce con i termini messianici e millenaristi?

I primi vedono negli immigrati la soluzione di tutti i nostri problemi. I secondi, al contrario, la fine del nostro mondo. È un confronto ultra-decennale tra massimalisti di sinistra e di destra. A loro va attribuito lo stallo in cui versa il dibattito, prima ancora della politica, sull’immigrazione in Italia. Il conflitto ideologizzato tra i due schieramenti non consente all’Italia di auto percepirsi come un grande Paese di immigrazione. E di conseguenza mancano i presupposti per discutere, sanare le contraddizioni ma anche valorizzare gli agi che il fenomeno migratorio inevitabilmente porta con sé. Manca un approccio di buon senso e, capace di inaugurare un’operazione verità sull’immigrazione in Italia. Sta qui la ragione del perché nel mio libro denuncio il silenzio dei riformisti su un tema così centrale e delicato.

Sta forse sostenendo che sull’immigrazione i riformisti hanno lasciato campo libero ai massimalisti di ogni colore politico?

Sì. Più che un’opinione è una verità storica. La destra millenarista fa il suo mestiere, cavalca e propaganda luoghi comuni sugli immigrati. Mentre la sinistra messianica insiste tenacemente a negare l’esistenza di qualsiasi problema. Il risultato è un vuoto, appunto riformista, che penalizza soprattutto quelli che nel libro definisco penultimi, cioè gli italiani, economicamente e socialmente fragili.

Scusi, qualcosa non torna nel suo discorso. Quelli che lei definisce penultimi non rappresentano una tradizionale fetta dell’elettorato di sinistra?

Appunto. Quello della sinistra sembra essere un vero e proprio suicidio politico. Perché mentre i massimalisti guardano solo agli immigrati e dimenticano i penultimi. I riformisti tacciono, contribuendo all’oblio del loro tradizionale elettorato. Che non a caso trova sempre più protezione e rappresentanza nella destra millenarista.

Passiamo dalla teoria alla pratica. Ci faccia qualche esempio di questa sorta di schizofrenia del dibattito politico sull’immigrazione in Italia?

Prendiamo il caso della stagione di Marco Minniti Ministro degli Interni del Partito Democratico, l’unica parentesi riformista sull’immigrazione degli ultimi anni nel nostro Paese. Propose di rafforzare e migliorare il nostro Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), coinvolgendo tutti i comuni italiani per ridistribuire il carico dell’accoglienza ed evitare conflitti tra sindaci. Ma anche di creare un Centro di Identificazione ed Espulsione in ogni regione per velocizzare le procedure di espulsione e rimpatrio dei falsi richiedenti asilo. A tale scopo promosse accordi bilaterali con i Paesi di origine e scese a patti con le tribù libiche per frenare le partenze verso le nostre coste. Venne accusato dal suo stesso partito di contrattare con i criminali che in Libia gestiscono centri di detenzione che violano i più elementari diritti umani.

Bene, ma come racconto nel mio libro, in quel periodo fui invitato dagli amici della Caritas di Benevento a un dibattito su questo tema. Davanti a una platea che semplificando definirei cattocomunista mi sono concesso un piccolo esperimento: ho chiesto quanti fossero disposti a sostenere un intervento militare per annientare con le armi l’infamia dei lager libici e per prendere il controllo della costa in mano alle organizzazioni criminali internazionali. Mi ha risposto il silenzio.

Ma c’è di più. Perché mentre lo schieramento messianico sparava a zero su Marco Minniti per i suoi approcci securitari, cincischiava davanti al progetto di legge sullo ius soli che avrebbe consentito un più facile accesso alla cittadinanza a migliaia di giovani che studiano nelle scuole con i nostri figli e in buona parte sono nati qui da noi. Timorosi di perdere consenso elettorale, relegarono in un cassetto un tema centrale per il futuro delle seconde generazioni in Italia.

È chiarissimo adesso perché lei parla di una Italia paralizzata sull’immigrazione. Lo è meno come uscire dalla paralisi. Per dirla con Lenin, che fare?

Superare il conflitto ideologizzato. Avviare un’operazione verità sull’immigrazione. Prendere atto che se non è ben governato con i vantaggi arrivano anche i disagi. Trovare soluzioni pragmatiche e di buon senso. Tenere conto che l’immigrazione è un tema di politica interna ma anche internazionale. Questo chiama in causa l’Unione Europea. E non mi riferisco soltanto alla necessità di una politica migratoria comune atta a promuovere e garantire via legali di ingresso, controlli alle frontiere e rimpatri europei. Ma anche alla politica estera e di difesa dell’UE.

Insomma, boots on the ground contro il rischio di una invasione dal Sud del mondo?

Il mondo è cambiato. Con Biden alla Casa Bianca, i rapporti tra UE e USA saranno forse più distesi. Ma non possiamo più aspettarci che lo zio Sam ci aiuti e protegga come ha fatto dal Secondo Dopo Guerra all’altro ieri. È ora che l’Europa cammini sulle proprie gambe. Questo significa avere anche una vera politica estera e di difesa comune capace se necessario di intervenire militarmente nei teatri di instabilità prossimi alle nostre frontiere. Altrimenti rischiamo di scivolare in quello che nel libro definisco il paradosso del pacifista che ha spesso come grottesco corollario la necessità di affidarsi ai brutti della storia che ci liberino dall’obbligo di essere brutali a nostra volta.