I Democratici litigano, Donald investe sui social

Il muro anti immigrati, il braccio di ferro con il Congresso? Pure e semplici armi di “distrazione” di massa. La vera partita per la rielezione alla presidenza Usa, Trump la giocherà, di nuovo, suoi social media. Infatti replicando la strategia del 2016, la sua infernale macchina del consenso procede spedita verso il traguardo del 2020. E così mentre è in atto una guerra fratricida tra i candidati Democratici in vista delle primarie, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha già raccolto (e in parte speso) una cifra record: 100 milioni di dollari. Ed è seguendo il denaro che si scopre la strategia per tentare di replicare il miracolo del novembre di 3 anni fa: i social network. Tanto è vero che partendo dai dati pubblicati da Bully Pulpit Interactive la rivista online Axios AM ha scoperto che Trump sta massicciamente investendo su Facebook e Google. Arrivando a spendere negli ultimi 3 mesi la cifra monstre di 5,6 milioni dollari. Una montagna di soldi che non ha precedenti. Più del doppio di quanto finora speso da tutti i democratici in lizza. E 10 volte maggiore all'investimento fatto da Elizabeth Warren, la senatrice democratica che più ha puntato sulle piattaforme digitali. Il tutto, almeno così sembra, nell'indifferenza generale. Nonostante le numerose inchieste secondo cui le big tech americane (Twitter, Facebook e Google) avrebbero favorito, nel 2016, la diffusione di fake news ai danni di Hillary Clinton, e portato alla Casa Bianca il primo presidente eletto da Facebook: Donald Trump.

Il PD sull’immigrazione cancella Minniti

Per il PD puntare sull’anti-salvinismo per combattere la politica dell’immigrazione di Salvini rischia di essere una trappola mortale. Perchè, come dimostrano le vuote, inconcludenti parole di circostanza pronunciate dalla sua nuova dirigenza di fronte al teatrale salvataggio dei 42 immigrati da parte degli attivisti della Mare Jonio, anziché la mano dura del Ministro degli Interni rischiano di colpire l’intelligenza della pubblica opinione. E soprattutto cancellare dalla sua agenda politica la capacità di governo di questo fenomeno dimostrata a suo tempo, con alti e bassi, ma con successo da Marco Minniti.

E’ infatti singolare che il maggior partito di opposizione abbia col silenzio date per buone le argomentazioni sulla non democraticità delle istituzioni libiche addotte dalla ONG di Beppe Caccia per giustificare il rifiuto di riportare da dove erano partiti i naufraghi. Visto che con esse un suo autorevole esponente, al tempo Ministro degli Interni, ha lungamente trattato e fortemente incoraggiato a riorganizzarsi. Fino a convincerle ad accettare l’ingresso sul loro territorio di osservatori ed operatori dell’ONU e dell’OIM. Ma soprattutto non si può far finta di continuare a non vedere ciò che a molti osservatori imparziali ormai appare chiaro. E cioè che il doveroso obbligo imposto dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio in mare non può essere usato fraudolentemente da chi decide deliberatamente di naufragare per immigrare.

Non dire la verità per timore di essere accumunati al “nemico” è una tabe intellettuale dell’estremismo politico da cui credevamo che la sinistra si fosse da tempo immunizzata. Tanto più in una materia delicata ed esplosiva quale da sempre è quella dell’immigrazione. Una domanda per concludere: alle prossime elezioni di maggio il PD ritiene forse possibile riguadagnare l’opinione pubblica di cui tanto abbisogna la causa europeista facendo lo “gnorri” sull’immigrazione?

In Ue le domande d’asilo tornano quelle del 2014

L'Italia nell’Ue è il Paese che nel 2018 ha registrato il maggior calo di domande di asilo. Visto che esse sono scese a 49.200, contro le 130mila dell'anno precedente (-61%). Una flessione che, secondo i dati Eurostat, riguarda tutto il Vecchio Continente. Infatti nel 2018 con 508.800 richieste si è scesi a -11% rispetto al 2017. Tornando, dopo il picco del grande esodo del 2015, alla situazione fisiologica del 2014. Il dettaglio dei dati indica, però, che per alcuni Paesi la tendenza è stata opposta: Cipro (+70%), Spagna (+60%), Belgio, Olanda, Francia e Grecia (tra il 30 e 15% in più). In generale a guidare la classifica dei Paesi per numero di richieste di protezione internazionale è la Germania (161.900, il 28% del totale), seguita da Francia (110.500), Grecia (65.000), Spagna (52.700) e Italia (quinta con 49.200 pari all'8%). Se invece si considera il rapporto tra popolazione residente e numero di domande, la classifica cambia e vede in testa Cipro con 8.805 per milione di abitanti.

C’è del metodo nella follia terrorista

Non la chiami strage ma attentato terroristico”. Esordisce così da Bruxelles Marco Martiniello, Professore di sociologia dell’immigrazione all’Università di Liegi, quando lo contatto al telefono per capire perché venerdì scorso, in diretta Facebook, il suprematista bianco, ventottenne, australiano, Brenton Tarrant abbia ucciso 49 persone in un duplice attacco alle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda.

Secondo il docente belga di origine italiana, infatti, a turbare la pace di un paese che di solito fa notizia per i suoi paesaggi, il rugby e la vela, non è stato il gesto di uno squilibrato. Ma, al contrario, la mente lucida di un uomo con un preciso progetto politico, questo sì folle. Che, costi quel che costi, vuole difendere l’uomo bianco dalla minaccia dei neri o dei musulmani. Ecco perché – continua il Prof. Martiniello – il tragico weekend neozelandese “non ricorda le tante stragi di massa firmate da isolati psicopatici che hanno riempito la cronaca nera USA. Ma gli attentati terroristici che in mezzo mondo, in nome delle più svariate ideologie, seminano paura e morte”.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio terrorista di estrema destra appartenente in qualche modo a una sorta di nuova internazionale, sia pur non organizzata, di suprematisti bianchi rafforzati dall'avanzata al di là e al di qua dell’Atlantico di leader politici sommariamente definiti populisti?

"Sì. Intendiamoci, queste forme di estremismo hanno origini assai antiche. Sono sempre esistite nel sotto bosco della nostra quotidianità. Ma oggi sono rafforzate da almeno tre fattori.

Il primo è il diffuso malcontento dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dell’immigrazione, che è stato incoraggiato dai leader politici populisti e nazionalisti per motivi elettorali ed ideologici .

Il secondo è il terrorismo islamista, un alleato obiettivo dell'estrema destra, che dalle Torri Gemelle in poi ha minacciato la pax sociale dell’Occidente.

Il terzo si chiama internet. Anzi, social network. Che, come già accaduto con gli islamisti dell’Isis , hanno consentito a quella che fino ieri era una frammentata galassia di estremisti di destra, di globalizzarsi. Mettersi in rete. Diventare comunità. Sotto la regia di soggetti culturalmente attrezzati che con il loro sapere rafforzano le convinzioni dei nuovi soldati suprematisti come Brenton Tarrant. Che, non a caso, nel suo manifesto di 86 pagine cita fatti storici (dalla guerra di Lepanto a quella di Poitiers) e sfide odierne (crisi demografica dell’Occidente) raccolti presumibilmente dalla propria community online. Alla quale, peraltro, ha voluto dare testimonianza del suo gesto, attrezzandosi, prima dell’attentato, oltre che di micidiali armi automatiche, anche di una mini-telecamera che gli ha consentito di rilanciare la carneficina in presa diretta su Facebook".

Qual è, allora, l’antidoto all’odio che produce a livello globale questo scontro che sembra delinearsi tra estremismo islamista e quello bianco-cristiano?

"I governi possono fare tanto, a partire dall’educazione delle nuove generazioni che non hanno vissuto e spesso neanche studiato i drammi del Novecento. Ma tutto questo potrebbe rivelarsi inutile se i big dei social network continuano a non fare la loro parte. Non è francamente accettabile che Brenton Tarrant sia riuscito, indisturbato a fare una diretta Facebook di venti minuti per pubblicizzare i macabri dettagli del suo attentato".

Orbán scavalcato a destra sull’immigrazione

L'Ungheria non diventerà un Paese di immigrazione. Così Orbán, a settembre, rispondeva sprezzante al Parlamento europeo che si apprestava a votare la procedura per violazione dello Stato di diritto. Dopo che a luglio c’era già stato il deferimento di Budapest alla Corte di giustizia dell’Unione europea per non aver rispettato la direttiva sui ricollocamenti dei richiedenti asilo. Negli ultimi tempi, però, il teorico della "democrazia illiberale" ha aperto le frontiere del suo Paese a 350 venezuelani.

A prima vista sembrerebbe un cambio di rotta. Ma a ben guardare non è così. I confini difesi con il filo spinato restano, infatti, invalicabili, tranne che per i "perseguitati dal regime di Maduro di origini magiare". Con l'istituzione di un "permesso speciale di soggiorno" per tutti i venezuelani con "sangue ungherese", il governo Orbán intende perseguire un obiettivo dal chiaro sapore nazionalista. Infatti il programma di rimpatrio "intende facilitare il ritorno alla madrepatria degli esponenti e discendenti della diaspora magiara", definiti "martiri del comunismo", fuggiti nel 1956 dopo la fallita rivoluzione per rovesciare il regime filosovietico.

Agli "ungheresi con diritto di ritorno" è garantito un biglietto aereo, un alloggio per un anno e corsi di lingue. Tutto a carico dello Stato. Al momento in lista di attesa, pronti a imbarcarsi su un volo che li porti a Budapest, ci sono 750 venezuelani. L’operazione, che va detto è stata molto poco pubblicizzata dal governo, non ha riscosso successo tra la popolazione. Emblematico un episodio, raccontato dalla Bbc, avvenuto nella località turistica di Balatonoszod. Dove l’arrivo dei primi profughi venezuelani ha scatenato una vera e propria psicosi collettiva. Con i centralini della locale stazione di polizia intasati dalle telefonate dei cittadini che segnalavano, allarmati, la presenza di "neri" per le strade.

Gli immigrati che preferiscono l’Africa all’Europa

La stragrande maggioranza degli immigrati africani (8 su 10) è in fuga non in Europa ma all’interno del Continente nero. E nel futuro prossimo venturo il trend è al rialzo. Non solo perché, com’è noto, per motivi economici e logistici è più semplice cercare lavoro o protezione umanitaria nei paesi limitrofi anziché nel Vecchio Continente. Ma anche in ragione del fatto che alcuni paesi dell’Africa, spesso descritti come un coacervo di prolifici affamati pronti a invadere l’Occidente, grazie a una relativa, costante crescita economica sono, invece, vere e proprie mete di immigrazione.

È questo il caso, solo per fare un esempio, della Costa d’Avorio. Che come ha di recente dimostrato una dettagliatissima inchiesta di Le Monde, con un tasso di crescita annuo dell’8% e livelli di disoccupazione inferiori al 6% ha attirato dagli Stati confinanti un fiume di manodopera. Il 40% dei suoi attuali 24 milioni di abitanti è o ha, infatti, origine immigrata. Impiegati per lo più nella coltivazione di caffè, olio di palma ma soprattutto delle preziosissime (qualità senza pari) e ambitissime (dalle multinazionali del cioccolato) fave di cacao di cui è il principale esportatore mondiale.

E come in tutti i poli migratori internazionali che si rispettino, la bassa manovalanza straniera (in maggioranza dal Burkina Faso) è tanto richiesta dall’economia quanto indigesta per la società. Tant’è che anche da quelle parti, come da noi, i sostenitori del Prima gli ivoriani non mancano. Anzi, aumentano. Anche perché, come spiega il sociologo Sosthène Koffi (uno dei massimi conoscitori del mondo rurale ivoriano), alla base dei pregiudizi che i vecchi residenti hanno verso i nuovi arrivati ci sono incomprensioni ed errate percezioni che per quanto banali se non sanate rischiano di moltiplicarsi. Molti anziani doc dei piccoli villaggi, ad esempio, non sopportano l’arroganza dei giovanissimi lavoratori immigrati che con le mote acquistate coi primi risparmi scorrazzano a destra e a manca indifferenti alla vita sociale della comunità che li ha accolti.

Un clash tra indigeni e immigrati che, peraltro, non è una novità di oggi. Tant’è che per coniugare pax sociale e bisogni economici, nel 1998 il governo di Abidjan fu costretto ad approvare una legge in base alla quale solo ed esclusivamente gli autoctoni ivoriani potevano vantare la proprietà di terreni agricoli nel paese. Un diktat rafforzato dalla nuova Costituzione del 2016 secondo cui soltanto lo Stato, società pubbliche o cittadini ivoriani doc possono acquistare appezzamenti di terra. Passare dalle parole ai fatti non è tuttavia semplice. Non solo per l’instabilità politica di un paese spaccato in due tra il ricco e fertile Sud e il più povero Nord. Ma soprattutto perché in una terra dalla lunghissima tradizione migratoria (oltre ai discendenti dei coloni francesi ci sono anche importanti comunità libanesi e siriane), stabilire come e chi è ivoriano doc più che difficile risulta impossibile.

Continua il calo degli sbarchi

Crollano gli arrivi di immigrati illegali sulle coste italiane. Nel mese di febbraio sono stati in totale 60, il 70% in meno rispetto a gennaio. Si tratta del numero più basso degli ultimi 9 anni. A certificarlo è l’ultimo bollettino di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Nei primi due mesi del 2019 gli sbarchi in Italia sono stati 260, cioè il 95% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018, proseguendo il trend in calo iniziato nell’estate del 2017. Il crollo degli arrivi riguarda d’altra parte tutte le quattro principali rotte migratorie che portano in Europa. Dove gli arrivi totali a febbraio sono stati 3.560: il 58% in meno rispetto al mese precedente. Fermo restando che la via più battuta resta quella del Mediterraneo orientale con 2.250 sbarchi, c’è da segnalare che la rotta terrestre dei Balcani occidentali ha fatto registrare un incremento del 40% rispetto a un anno fa.

Per paura di Trump i super immigrati vanno in Canada

Il Canada ringrazia Trump. Le politiche anti immigrazione della Casa Bianca stanno infatti avvantaggiando il Paese. Che beneficia così della fuga dei cervelli stranieri dagli Usa. Un fenomeno che ha richiamato l’attenzione del Financial Times, che ha dedicato un lungo reportage alla veloce trasformazione di Toronto nella nuova Silicon Valley.

Lo scorso anno, infatti, la più grande città del Canada ha superato San Francisco – e tutte le altre metropoli statunitensi – nella creazione di posti di lavoro nel settore hi-tech. La sua popolazione di sviluppatori di software, ingegneri e programmatori, tra il 2012 e il 2017, è più che raddoppiata, facendone il centro tecnologico con la maggiore crescita di tutto il Nord America. Sorprendendo, e non poco, gli ingombranti vicini meridionali.

Spartiacque di questo nuovo fenomeno le elezioni di Justin Trudeau nel 2015 e di Donald Trump nel 2016. Che di fatto hanno portato Ottawa e Washington a intraprendere strade diametralmente opposte in materia di immigrazione. Come si sa l’amministrazione Usa ha fatto della crociata contro gli stranieri la sua cifra dominante. Tradotta nell’ordine esecutivo “Buy American and Hire American”, assumi e compra americano, che ha reso più stringenti i requisiti per la concessione dei visti H-1B, quelli utilizzati per i lavoratori stranieri altamente qualificati. Dimezzando così gli 85.000 arrivi annuali. E tutto a discapito delle aziende della Silicon Valley. Approfittando del cambio di clima a Washington, il governo Trudeau non ha perso tempo e ha cercato di attirare i “cervelli” cacciati da Trump. E così con il programma Global Talent Stream sono giunti in Canada già 100mila lavoratori ad alta specializzazione. E altri 200mila sono previsti da qui al 2020.

Dove vivono gli immigrati illegali negli Usa

Il 61% dei 10,7 milioni di immigranti illegali negli Stati Uniti è concentrato in 20 grandi aree metropolitane. Una scelta in controtendenza rispetto a quella che normalmente fanno gli americani, che solo per il 37% scelgono di risiedere nelle grandi città. Ma che invece si spiega con le opportunità di lavoro (poco qualificato e in nero) che le metropoli offrono ai clandestini. Eppure negli ultimi 10 anni la geografia degli insediamenti di immigrati senza documenti è profondamente cambiata. Come racconta l’ultimo rapporto del Pew Research Center. Le più grandi comunità si trovano nelle cosiddette “città santuario”, ovvero New York, Chicago e Los Angeles, che però dal 2007 ad oggi hanno visto calare considerevolmente il numero di immigrati illegali. Emblematico l’esempio della Grande Mela passata da un milione e mezzo a poco più di 1 milione. Un dato perfettamente allineato con il trend nazionale, dove si registra il costante calo dei sans papiers dopo il picco dei 12,2 milioni toccato nel 2007. Delle 182 aree metropolitane incluse nello studio le città che hanno visto l’aumento maggiore sono Boston, Washington-DC e a sorpresa Charlotte (Carolina del Nord). Diventata, in concomitanza con il suo boom economico, meta di immigrazione solo nell'ultimo ventennio.

Il Muro o la Casa Bianca nel 2020

Più passa il tempo più aumenta per Trump il rischio che il Muro anti clandestini al confine del Messico finisca nel nulla. Ma non c’è dubbio che, comunque vada a finire la vicenda, il braccio di ferro da mesi in atto sulla sua costruzione è destinato a lasciare il segno nella storia politica americana. Non differentemente di come nel recente passato era accaduto, ad esempio, quando Lyndon B. Johnson impose nel 1964 il varo del Civil Rights o Nixon, ad un passo dall’impeachment dopo il Water Gate, si dimise da Presidente nel 1974.

Per la semplice ragione che la questione del Muro sì/Muro no ha ormai assunto i connotati simbolici di uno scontro in piena regola sul modo di essere e di funzionare della democrazia made in US. Che nelle ultime ore ha conosciuto una ulteriore, drammatica accelerazione. Visto che Trump - sfidando la censura votata la scorsa settimana dalla Camera e quella attesa la prossima settimana del Senato grazie alla defezione annunciata da 13 repubblicani - ha invece pensato bene ieri di rincarare ulteriormente la dose. Annunciando di aver iscritto nel budget di spesa 2019 i miliardi necessari alla costruzione del Muro nonostante il no del Parlamento. Violando la regola costituzionale da sempre in vigore secondo la quale: “ il Presidente propone, il Congresso dispone”.

Perché una così evidente forzatura? Al di là del fatto che, data la complicata architettura costituzionale americana, solo la Corte Suprema sarà in grado di stabilire, e ci vorranno mesi, se legittima o meno, quello che più colpisce è l’argomentazione usata a sua giustificazione dal Presidente. La quale, se dovesse prevalere, rischia di stravolgere, più di quanto già fin qui avvenuto, il modo di essere della democrazia rappresentativa del paese a stelle e strisce. Il suo messaggio è semplice: poiché la costruzione del Muro è una promessa fatta agli elettori essa deve essere onorata costi quel che costi. Costringendo alla resa l’ostracismo conservatore dell’establishment politico tradizionale. Che per Trump oltre ai democratici comprende anche alcuni potenti maggiorenti del suo stesso partito da anni seduti in Parlamento. Che, vista la piega che hanno preso le cose, si stanno organizzando per impedire la sua ricandidatura alle prossime elezioni presidenziali del 2020.