Gli immigrati sudamericani che nessuno conosce

I sudamericani (visto che i messicani fanno parte del Centro America) rappresentano una piccola ma crescente quota di immigrati negli Stati Uniti. Complessivamente sono poco più di 3 milioni, il 7% dei 44,5 milioni di stranieri. Nel 1960 erano solo l’1%. Una crescita lenta ma continua, contrassegnata, negli ultimi tempi, da un aumento degli arrivi dal Venezuela, 61mila in un solo anno (2017). Tuttavia, gli Usa non sono la destinazione principale per i venezuelani che lasciano uno Stato sempre più in difficoltà. Dal 2015, infatti, più di 2 milioni di persone sono fuggite verso Colombia, Perù, Ecuador, Brasile, Cile e Argentina, dando vita al più grande esodo della storia recente dell’America Latina.

Dall’analisi compiuta dal Migration Policy Institute emerge che l’immigrazione dal Sud America è tra le più qualificate presenti nel Norte. Grazie agli alti livelli di istruzione e alle eccellenti competenze linguistiche, una percentuale significativa di lavoratori immigrati provenienti da Argentina (46%), Venezuela (42%), Cile (38%) e Brasile (36%) sono impiegati nel settore della finanza e degli affari, oltre che in ambito scientifico e artistico. Ciò fa sì che i redditi delle famiglie di origine sudamericana siano più alti di quelli di altri immigrati. Con una media di 58.600 dollari l’anno si collocano, infatti, subito sotto agli americani che in media guadagno 60.800 dollari. Non stupisce perciò che siano proprio i sudamericani a vantare la maggiore percentuale di cittadini naturalizzati. Nel 2017, il 53% degli immigrati provenienti dall’America Latina aveva il passaporto Usa.

Da Bruxelles stop alle quote senza un perché

Esattamente un anno fa, era il 4 dicembre 2017, West scriveva: “L’Unione europea pensa al superamento delle quote di ripartizione dei rifugiati tra gli Stati membri”. Ci sono voluti 365 giorni perché Bruxelles prendesse atto del fallimento, annunciando, per bocca del commissario per l’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, che “la discussione sul ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo è del tutto esaurita”. Nessun obbligo, dunque, ma solidarietà che, come dicono a Bruxelles, “può arrivare in diverse forme, ma deve venire da tutti”. Una formula garbata e un po’ ipocrita per dire”scusate, abbiamo scherzato”.

Dopo oltre 2 anni di summit e discussioni, la Commissione europea prende atto, alla chetichella, dell’impasse di una questione che ha avvelenato l’europeismo e avvantaggiato il populismo. Tanto è vero che decidere oggi di voltare pagina senza riconoscere che l’errore, delle quote, era nel manico, si trasforma puramente e semplicemente in un assist per i duri del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia). E in un colpo per i Paesi mediterranei. Perché se nel 2015 nel pieno della crisi migratoria, quando si iniziò a parlare di riformare tutto il sistema dell’Asilo, a chiedere aiuto all'Ue erano state Grecia e Italia, oggi a fare i conti con gli sbarchi è la Spagna.

Quella di Bruxelles appare una scelta dettata dalla realpolitik con la quale si spera di ottenere, nei prossimi mesi, cinque delle nove riforme in cantiere sull'immigrazione: requisiti per la protezione, condizioni di accoglienza, Agenzia Ue per l’asilo, raccolta di impronte digitali (Eurodac) e re-insediamento. Facendo finta di dimenticare l’incognita prossima ventura del voto europeo di maggio.

La Salvini danese annuncia ma non fa

In Italia quando sull'immigrazione la politica non sa che pesci prendere istituisce una commissione con l’incarico di trovare, ovviamente nel più breve tempo possibile, una soluzione. Quella danese, invece, per decidere decide salvo rinviare la messa in atto al futuro che verrà. Due modelli diversi ma accomunati dall'annunciare. Anziché dal fare. Prova ne è il bailamme seguito alla notizia che dall'America, tramite il New York Times, è rimbalzata da noi secondo cui il governo danese avrebbe deciso di applicare per i rifugiati l’inumano modello da tempo adottato da quello australiano. Stanziando nella nuova legge di bilancio 140 milioni di dollari per i lavori necessari a trasformare l’isoletta di Lindholm, situata a 20 minuti dalla capitale Copenaghen, in un centro di “accoglienza” di 100 richiedenti asilo respinti.

Superato il primo momento di sconforto abbiamo cercato di approfondire la questione scoprendo che: 1) gli interventi di riadattamento dell’isolotto richiedono tempi lunghi. La cui fine, se nulla osta, è prevista per la seconda metà del 2021. Una data talmente lontana per cui è difficile che i membri dell’attuale Esecutivo saranno ancora in carica. Di mezzo, infatti, oltre alle elezioni europee di maggio 2019, ci sono il mese successivo quelle del Parlamento nazionale e, più in là, quelle regionali; 2) i 100 disgraziati eventualmente destinati al confine, per fortuna, non sono, come riferiscono molti organi di stampa, rifugiati che pur avendo avuto respinta la richiesta di asilo non possono essere rimpatriati. Bensì immigrati passati in giudicato per ripetuti reati comuni; 3) il silenzio dell’opposizione di sinistra sulla vergogna “dell’isola dei disperati”, come le cronache hanno definito l’affaire, denunciato come un vergognoso appeasament in vista dei prossimi turni elettorali, è invece espressione di prudente saggezza. Per la semplice ragione, come ha fatto notare sulla sua rubrica giornalistica l’ex ministro dell’immigrazione e super liberal Birthe Hornbech “è vero che quelli del centro destra sono abilissimi a fare autogol visto che la storia dell’isola è solo un annuncio destinato a finire nel nulla così come avvenuto per quelli sui rimpatri di massa. Detto ciò, però, è innegabile che quello dei rifugiati che non hanno diritto all'asilo ma non possono neppure essere rimpatriati è un problema sul quale c’è poco da scherzare”.

Parole sante. Che ridanno un po’ di dignità alla politica europea dell’immigrazione. E che suonano di ammonimento per tanti commentatori nostrani che, forse, anziché correre dietro allo scoop sulla nuova Dachau danese avrebbero fatto meglio, anziché agitarsi, ricordare al New York Times che attualmente nelle prigioni a stelle e strisce sono detenuti, a tempo indeterminato, più di 300mila immigrati. Per non parlare di Guantanamo.

Caminantes, la controverità della Casa Bianca

Sulla carovana degli immigrati centroamericani nelle ultime ore si è aperto anche un dibattito lessicale. Non privo di polemiche. Lauren Claffey, esperta in comunicazione e consulente dell’amministrazione Trump presso il Dipartimento per la sicurezza nazionale, dalle pagine Ozy, rivista ultra liberal, spiega perché quando si parla di immigrazione le parole sono importanti. E perché nel caso dei caminantes le semplificazioni giornalistiche, riprese dai social e dai politici, stanno distorcendo la realtà. Una tesi confermata da un episodio accaduto pochi giorni fa, quando migliaia di disperati, accampati da settimane nella città messicana di Tijuna, hanno tentato forzare le barriere per entrare negli Usa, ma sono stati respinti dai lacrimogeni sparati dai militari americani. Un’azione compiuta al grido di “Siamo lavoratori internazionali!”. Dunque le persone che compongono la carovana si sono messe in cammino per cercare un lavoro, non per fuggire da violenze o persecuzioni. E qui risiede l’errore denunciato da Claffey.

Parole come profughi, rifugiati, migranti e richiedenti asilo sono spesso usate come sinonimi, ma in realtà indicano situazioni, che hanno sì un legame, ma non sono coincidenti. E allora se non si fa chiarezza sui termini, sarà impossibile, denuncia ancora Claffey, giungere a una riforma dell’immigrazione che tutti negli Usa invocano, dal presidente Trump al senatore Bernie Sanders. Un richiedente asilo e un rifugiato sono tutelati dal diritto internazionale perché vittime di persecuzioni. Gli immigrati, invece, si dividono in regolari se risiedono legalmente in un Paese, o irregolari se privi di documenti. E poi ci sono gli aliens, ovvero i clandestini. La necessità di una guida lessicale, sottolinea Claffey, è dettata dal fatto che le parole inevitabilmente influenzano il modo in cui si affrontano le soluzioni politiche. Perciò per risolvere il dramma della carovana è necessario fare chiarezza sulla varia umanità che la compone. Molte persone avranno realmente diritto a chiedere asilo negli Stati Uniti, altri no. Ma questo è un compito che spetta ai tribunali e non ai giornalisti o ai politici.

Negli USA sull’immigrazione è muro contro muro

Sull’immigrazione si profila per l’America un pericoloso muro contro muro. Nel vero e proprio senso della parola. Per la semplice ragione che se nelle prossime ore, come sembra probabile, i democratici confermeranno il loro no alla richiesta di Trump di prevedere nelle nuove linee di budget i finanziamenti per la costruzione del “suo” muro, il 7 dicembre prossimo scatterà lo shutdown. Il blocco delle attività che scatta quando il Congresso  non riesce ad approvare la legge di rifinanziamento delle attività amministrative. L’Antideficit-Act , infatti, stabilisce che senza l'approvazione dei relativi stanziamenti, siano essi annuali o a breve termine, le attività governative debbano essere sottoposte a un «arresto» (shutdown) fino all'approvazione del loro rifinanziamento dell’apposito Comitato interparlamentare. Con la differenza che, visti anche i risultati delle ultime elezioni di medio termine, la posizione del Presidente, rispetto al braccio di ferro che lo scorso gennaio aveva dato luogo allo stesso tipo di impasse appare oggi più debole e quella dell’opposizione più forte. Per almeno due motivi.

Il primo è che avendo dovuto chiedere l’aiuto del Messico per tentare di risolvere la crisi dei caminantes al confine californiano, nessuno crede più alla promessa elettorale di Donald che il muro sarebbe stato costruito con i soldi dei messicani. “Ma come” ha ironicamente fatto notare il senatore democratico Leahy “adesso chiede i soldi dei contribuenti per un’opera che, aveva solennemente giurato, non avrebbe mai pesato sulle tasche degli americani ma su quelle dei messicani”.

Il secondo è che la decisione del Presidente di volere a tutti i costi imporre nella legge di bilancio uno specifico capitolo di spesa per il “muro” consente ai democratici di usare il no come un “muro” per ricompattarsi e superare le loro paralizzanti divisioni interne. E avere buon gioco agli occhi della pubblica opinione nel sostenere che, al netto di qualche minima concessione, la spesa per la sicurezza non deve superare 1,6 miliardi di dollari contro i 5 pretesi dalla Casa Bianca. E che se a causa dello shutdown i funzionari federali arriveranno a Natale senza stipendio la colpa è di un Presidente ogni giorno più nervoso.

Calano i clandestini negli USA

Il numero di immigrati irregolari presenti negli Usa è tornato ai livelli del 2004. Secondo l’ultimo rapporto del Pew Research Center sulla base dei dati pubblicati dal governo relativamente al 2016, i clandestini sono oggi come 14 anni fa: 10,7 milioni. Dopo il picco raggiunto nel 2007 (12 milioni), si è assistito, infatti, ad un loro progressivo calo. Causato, nonostante l’incremento di quelli provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras, dal crollo dei messicani. Con il risultato che oggi sono in aumento soltanto i centroamericani.
Detto questo, da un’analisi più approfondita dei dati emerge: a) che i messicani (5,5 milioni) continuano a essere il gruppo più numeroso, rappresentando più della metà di tutti gli irregolari. B) che i due terzi del totale degli illegali vivono negli States da più di 10 anni. Confermando che l’immigrazione irregolare americana è di lungo periodo. C) che dopo la grande recessione del 2007 mentre si è ridotto il numero degli irregolari di sesso maschile tra i 18 e i 44 anni, è invece aumentato quello delle donne della stessa fascia d’età. A conferma che, anche in tempi di crisi, la manodopera femminile è sempre molto richiesta.

Per i figli degli immigrati l’istruzione è un problema

È vero che i figli degli immigrati e dei rifugiati hanno più degli altri bisogno di istruzione. Ma se gliela neghiamo sono anche i nazionali a rimetterci. Perché, ammonisce Audrey Azoulay, direttore generale Unesco presentando il rapporto mondiale di monitoraggio dell’educazione, se loro non vanno a scuola si creano problemi seri per tutta la società. Leggendo le pagine del rapporto si comprende meglio il senso di questo allarme. Nel mondo, attualmente, ci sono 18 milioni di bambini rifugiati o immigrati: il 26% in più rispetto al 2000. Eppure alla maggior parte di loro è negata l’educazione scolastica. Si calcola, infatti, che dal 2016 ad oggi il buco dell’istruzione che avrebbero dovuto avere è pari a 1,5 miliardi di giorni di scuola.

Costruire ponti, non muri è il titolo del rapporto che invita i governi a integrare rifugiati e immigrati nei sistemi educativi nazionali. Eppure in Paesi come Australia, Ungheria, Indonesia, Malesia e Messico, i bambini richiedenti asilo hanno accesso limitato o nullo all'istruzione. Thailandia, Tanzania e Bangladesh chiudono le porte della scuola a chi è privo di documenti. Altre nazioni come Libano o Giordania, che ospitano il maggior numero di rifugiati pro capite, non hanno mezzi per garantire una buona educazione. Mancanza di risorse anche per una potenza economica come la Germania, mentre Ruanda e Iran sono le nazioni che hanno fatto gli investimenti più consistenti.

L’Italia, almeno questa volta e nonostante molte carenze, è inserita tra i Paesi virtuosi. Questo grazie ai passi avanti che il nostro Paese ha compiuto al riguardo. Basti ricordare che il 73% degli 86mila minori non accompagnati arrivati sul nostro territorio tra il 2011 e il 2016 è stato collocato in centri di prima e seconda accoglienza. E che la nuova legge del 2017 riconosce a questi bambini il diritto all'educazione e ha dimezzato, riducendolo a 30 giorni, il tempo massimo previsto per la loro permanenza nei centri di accoglienza. Ma c’è ancora molto da fare perché solo una piccola parte di essi frequenta regolarmente la scuola. Anche se si tratta spesso di istituti carenti delle attrezzature necessarie, tipici di zone periferiche con un elevato tasso di povertà. Con la conseguenza che nel 2017 il tasso di abbandono scolastico di questa popolazione di piccoli immigrati è tre volte quello dei figli di famiglie italiane.

Cambia la strategia anti-trafficanti

Il business dell’immigrazione non si ferma né con i blocchi navali né con le chiusure dei porti. E così tramontata l’era dei gommoni, gli scafisti sono tornati al vecchio metodo della nave-madre. La conferma arriva da una recente operazione della Guardia di Finanza e Frontex coordinata dalla Procura di Agrigento. Nei giorni scorsi, infatti, un aereo-pattuglia si è imbattuto in un peschereccio che stava trainando un barcone all'apparenza vuoto, per poi sganciarlo e lasciarlo alla deriva a poche miglia da Lampedusa. Un’operazione che ha insospettito e allertato la Guardia di Finanza. Che è riuscita in contemporanea a mettere in salvo i 68 immigrati nascosti nella stiva del barchino e a bloccare il peschereccio, ancora in acque internazionali, arrestando 6 egiziani con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Una dinamica collaudata che è usata sempre più di frequente nel Canale di Sicilia. La Procura di Agrigento, infatti, pur riconoscendo che negli ultimi 2 anni gli sbarchi sono calati di quasi l’80%, ha tuttavia constatato un’inversione di tendenza nel periodo settembre-novembre con l’arrivo di circa 1.300 immigrati. Nonostante la stretta imposta a inizio a estate dal Viminale.

Arrivano i dollari per fermare i caminantes

Usa e Messico avrebbero trovato un accordo per risolvere la crisi della carovana di immigrati centroamericani in marcia verso la California. Sebbene smentita dai diretti interessati, tra Trump e il presidente eletto Obrador (entrerà in carica sabato 1° dicembre) sarebbe stata raggiunta un’intesa di massima sul piano che Washington ha chiamato “Remain in Messico”. Secondo il quale i caminantes di Honduras, El Salvador e Guatemala, resterebbero in Messico in attesa dell’eventuale esame delle loro richieste d’asilo da parte dei tribunali statunitensi. Una trattativa che secondo le indiscrezioni non è a somma a zero. Nel senso che i due presidenti, anche se uno di destra e l’altro di sinistra, sono uniti da un interesse comune. In prospettiva c’è, infatti, la rinegoziazione di un nuovo accordo di libero scambio nordamericano, chiamato USMCA, che nelle intenzioni del nuovo governo messicano dovrebbe essere più vantaggioso del Nafta archiviato senza troppi complimenti da Trump.

Come riportano sia il Washington Post sia il Financial Times il compromesso sarebbe stato negoziato nei giorni scorsi dal segretario di Stato americano Mike Pompeo e da quello alla sicurezza nazionale Kirstjen Nielsen con Olga Sánchez Cordero, la giurista messicana che andrà a ricoprire la carica di ministro degli Interni. Ma l’accordo che gli Stati Uniti vedono come il punto di svolta per scoraggiare la formazione di altre carovane dall'America Centrale, in Messico sta creando forti malumori. L’idea di trasformare il nord del Paese in una “zona cuscinetto” allarma le organizzazioni umanitarie. La prospettiva di tenere migliaia di richiedenti asilo centroamericani per mesi o anni nelle aree di confine sotto il controllo dei cartelli della droga potrebbe, infatti, rappresentare una minaccia per molti di questi disperati. Inoltre dichiarare il Messico come “Pese terzo sicuro” suona un po’ come una beffa, visto l’alto numero di omicidi e crimini violenti che ne fanno come uno degli Stati più pericolosi al mondo. Un primato negativo che interessa soprattutto Tijuana, la città al confine con la California, dove ad oggi sono accampati 5mila immigrati. Una situazione esplosiva, ha denunciato il sindaco, che ha parlato di crisi umanitaria perché mancano i fondi per l’assistenza mentre crescono le tensioni sociali.

Questa la situazione sul campo. Mentre si registrano i primi scontri al confine tra caminantes e militari Usa. Eppure dietro le quinte la trattativa sarebbe in fase avanzata. E non è un caso se l’associazione degli industriali messicani si è detta pronta ad assumere 100mila immigrati centroamericani. Una promessa di lavoro che i diretti interessati al momento non sembrano intenzionati ad accettare. Troppo bassi gli stipendi in Messico, e troppa la strada già percorsa per abbandonare l’american dream. Difficile prevedere quello che accadrà. Ma non c’è dubbio che la storia della carovana è forse destinata a finire come in molti avevano previsto. Poiché a bloccare la marcia saranno più i dollari e che il muro sognato da Trump.

Swissexit peggio di Brexit

Dopo Brexit arriva anche Swissexit. E la Svizzera, dopo la Gran Bretagna potrebbe decidere di uscire. Ma non dall’Unione Europea, di cui non fa parte, ma addirittura dalla Comunità Internazionale.

È questa la decisione sulla quale domenica prossima gli elettori svizzeri sono chiamati a dire Sì o No. Il quesito referendario, voluto dalla destra populista dell’Unione Democratica di Centro (UDC), chiederà, infatti, loro di esprimersi a favore o contro l’autodeterminazione della Svizzera e la supremazia della costituzione federale sui trattati internazionali. Se la Swissexit, come auspica l’UDC, dovesse ottenere la maggioranza, qualsiasi accordo siglato con altri Stati (UE inclusa) rischierebbe di essere modificato, o addirittura annullato, se giudicato contrario alla volontà referendaria.

Insomma. In caso di vittoria del Sì anche la Svizzera, come la perfida Albione, si avvierebbe verso un isolamento, quanto splendido è tutto da vedere. Non sarà semplice rifarsi una vita solitaria e sovranista, per questo paese super globalizzato che deve il suo formidabile stato di benessere economico agli enormi depositi e investimenti finanziari che con le sue banche attira da mezzo mondo.

Gli ultimi sondaggi danno in netto vantaggio i No. Ma, a prescindere da come vada a finire domenica, per gli estremisti dell’UDC, che già in passato sono riusciti a ostacolare con una proposta referendaria l’ingresso di Berna nell’UE, sarà comunque un successo. Non foss'altro perché hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale, e non solo su un problema inesistente. Ovvero l’’indipendenza e la sovranità di un paese che, oltre alle ottime performance economiche, grazie anche alla sua storica neutralità (dal 1674 ha rinunciato alla guerra) vanta ottimi rapporti politici e diplomatici globali. Come conferma, solo per fare un esempio, il fatto che la stragrande maggioranza delle più importanti Convenzioni internazionali, su qualsiasi materia, sono state firmate, ieri, come oggi, in Svizzera.