Università per clandestini a Los Angeles

Le vie del business dell’immigrazione illegale sono davvero come quelle del Signore: infinite. Prova ne è il singolarissimo caso, reso noto dall’edizione odierna del quotidiano Los Angeles Times, di quattro blasonati istituti universitari della splendida città californiana che in cambio di salatissime tasse di iscrizione (1600 dollari a semestre) attestavano la falsa presenza ai loro corsi di migliaia di giovani immigrati. Consentendo loro, in questo modo, di ottenere gli speciali visti di soggiorno previsti dalla legge made in US per gli studenti stranieri.

Un trucco, definito dalle autorità con la formula “pay-to-stay”, e sfruttato per anni dal proprietario delle strutture universitarie di Koreatown. Il quartiere a più elevata immigrazione di Los Angeles. Una specie di gallina dalle uova d’oro che ha finito però di funzionare quando gli agenti dell’immigration, a conclusione di un'indagine partita nel 2011, hanno fatto ingresso d’improvviso nell’assai ben curato campus della Prodee University. Trovando tra i banchi un solo allievo dei mille iscritti. E per di più che la maggioranza degli assenti oltre ad abitare a migliaia di chilometri di distanza dal presunto luogo degli studi, era anche in ben altre faccende affaccendata. Con il risultato che l’indagine, allargatasi a macchia d’olio ad altre sedi universitarie, è costata ad un insospettabile “trafficante-Rettore” di false matricole immigrate 15 mesi di reclusione ed una multa di mezzo milione di dollari.

Una vicenda, per quel che risulta, senza precedenti. A conferma del fatto che nella galassia dell’immigrazione l’irregolarità è una componete strutturale. Perché capace di riprodursi seguendo strade che neppure la mente più fantasiosa sarebbe in grado di immaginare. E con la quale l’unica politica in grado di fare i conti è quella, saggia, che non si illude di poterla eliminare una volta per tutte.

Sui rifugiati Milliband attacca Trump

La politica dell’amministrazione Trump sui rifugiati è “malevolent”. Non usa mezzi termini l’ex ministro degli Esteri britannico David Milliband nel definire “malvagia” la strategia della Casa Bianca che punta al dimezzamento degli arrivi negli Usa. In un recente articolo sul Washington Post chiedendosi se Trump è incompetente o malvagio, risponde: competente e malvagio. Visto che la sua avversione verso il vecchio programma federale di reinsediamento dei profughi “si sta traducendo in un’azione altamente organizzata ed efficiente”, che punta scientificamente alla sua abolizione. Un vero disastro.

Insomma c’è del metodo. E per spiegare che non si tratta di improvvisazione Milliband sciorina una serie di dati. Dal 1980,quando è entrata in vigore la legge sui rifugiati, gli Stati Uniti hanno accolto in media 95mila persone l’anno. Ora, invece, mentre guerre e disastri dilagano e nel mondo si contano più di 25milioni di sfollati, il nuovo presidente ha pensato bene di ridurre l’arrivo per l’anno in corso a non più di 45.000, meno della metà della media storica. Ma non basta se a ciò si aggiunge che la nuova amministrazione sta facendo di tutto per riuscire addirittura a dimezzarne il numero a 20.000. Per tutti vale il caso dei siriani: mentre nell'ultimo attacco chimico dello scorso 7 aprile le vittime sono state 60, gli esuli accolti da quel Paese sono stati 44. Uno sbarramento crudele che non risparmia neanche i tanti che hanno rischiato la vita combattendo o lavorando con le truppe americane. Tanto è vero che a oggi sono solo 107 gli iracheni che hanno ottenuto il visto, nel 2017 erano stati 6.996. Stessa cosa per gli afghani.

Eppure la generosità di questo Paese viene ampiamente ripagata. Un rapporto governativo ha, infatti, rilevato che, nell'ultimo decennio, i profughi hanno contribuito alle casse federali per 63miliardi di dollari. Mentre il loro reddito familiare, dopo 25 anni di permanenza, raggiunge in media 67mila dollari, ben 14mila in più rispetto alla media nazionale. Successo o non successo Trump non va per il sottile, nell'assordante silenzio bipartisan del Congresso.

Nigeria: fuga dal malgoverno non dalla povertà

Sono nigeriani gli immigrati che più numerosi sbarcano sulle nostre coste e che detengono il record delle domande d'asilo presentate in Italia. Un fenomeno quello dell’immigrazione dalla Nigeria verso il Bel Paese che prosegue ormai da anni in maniera massiccia e senza soluzione di continuità. Eppure l’economia di questo stato africano, grazie agli immensi giacimenti di gas e petrolio, è ormai la più potente di quell'immenso, disgraziato Continente. Con un Pil di oltre 500miliardi di dollari. Una ricchezza che ha fortemente contribuito al miglioramento delle condizioni socio-economiche dei suoi 190 milioni di abitanti. Secondo la Banca Mondiale, infatti, il reddito medio annuo pro-capite è aumentato di nove volte nell'arco di 16 anni: dai 270 dollari del 2000 ai 2.450 dollari del 2016. Come si spiega la sua massiccia emigrazione in parallelo alla crescita della ricchezza interna tanto significativa? Secondo il quotidiano americano Ozy.com tutto o molto dipende dal cattivo funzionamento degli apparati amministrativi. Primo fra tutti quello della Sanità. Incapaci di assicurare accettabili standard sanitari soprattutto alle popolazioni assediate dal disastro ambientale nel Delta del Niger.

Il petrolio, dunque, da fonte di ricchezza a fonte di devastazione, causa le fuoriuscite di greggio che hanno distrutto l’ecosistema dei nove Stati nigeriani che si affacciano sul Golfo di Guinea. Tra il 2006 e il 2016, infatti, mentre a livello nazionale l'aspettativa media di vita dei nigeriani è aumentata, per gli uomini di sette anni e per le donne di otto, nel Delta del Niger è invece diminuita di tre. Secondo gli esperti dell'UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, questo squilibrio può ulteriormente complicare gli sforzi per portare la pace nella regione, lacerata da oltre 30 anni da un conflitto tra esercito e gruppi armati locali. Bodo, piccolo centro a 20 km da Port Harcout capitale petrolifera della Nigeria, ha subito alcune delle peggiori fuoriuscite tra il 2008 e il 2009, quando secondo un tribunale britannico, 600.000 barili di greggio si sono riversati nell'area distruggendo l’habitat naturale e lasciando senza lavoro contadini e pescatori. Questi disastri ambientali che hanno avuto forti ricadute sull'economia locale sono al centro del conflitto armato tra il governo e i ribelli del Delta. Ma quello che ora preoccupa di più è l'impatto sulla salute umana. La ricerca condotta dall'economista Roland Hodler dell'Università di San Gallo in Svizzera, pubblicata nel settembre 2017, ha scoperto che i bambini nati nelle aree delle fuoriuscite di greggio hanno il 70% di probabilità di morire entro il primo anno di vita. Mentre quelli che sopravvivono muoiono molto prima dei loro coetanei nati in altre zone del Paese. L'UNEP attribuisce questa disparità all'esposizione per tutta la vita all'aria contaminata, alle fonti d'acqua inquinate, al suolo e ai sedimenti derivanti dalla dispersione di petrolio. Solo nel 2016 il governo centrale ha avviato un progetto di riqualificazione ambientale, ma potrebbero volerci più di tre decenni per vederlo ultimato. Le popolazioni più povere della Nigeria, ecco spiegato il paradosso, pur vivendo nell'area più ricca del Paese, a causa del mal governo nazionale sono costrette ad emigrare.

La mano di Trump dietro il boom di rifugiati in Canada

Le politiche anti-immigrati dell’amministrazione Trump fanno la prima vittima: il Canada. Il Paese del Nord America nel 2017 ha infatti registrato un boom di richieste d’asilo, circa 50mila più del doppio rispetto all’anno precedente. Si tratta del numero più alto dal 1989 anno in cui fu creato l'Immigration and Refugee Board. L’impennata secondo una ricerca del Pew Research Center è legata all’annuncio di Trump di sospendere nei prossimi mesi lo status di protezione temporanea (TPS) concesso agli immigrati dell’America centrale e di Haiti. Il programma TPS era stato creato nel 1990 dal presidente George H. W. Bush e autorizzava le persone provenienti da Paesi colpiti da conflitti, disastri ambientali o epidemie, a vivere e lavorare negli Usa anche se entrati illegalmente.

L’affetto-annuncio di Trump sembra stia funzionando, poiché il gruppo più numeroso di rifugiati è quello degli haitiani, passati dai 631 del 2016 agli 8.286 del 2017. A conferma dell’esodo dagli Stati Uniti è anche il crescente numero di persone entrate illegalmente lungo il confine meridionale del Canada, aggirando l’accordo tra i due Paesi che proibisce di chiedere asilo a un posto di frontiera. Il governo canadese si sta inoltre preparando ad accogliere nelle prossime settime un nuovo afflusso di richiedenti asilo dopo la sospensione del Tps da parte delle autorità Usa per i circa 200mila immigrati dal Salvador. Di fronte a questa ondata di profughi provenienti dagli States, il governo canadese ha inasprito i controlli nelle commissioni che giudicano e concedono le protezioni umanitarie. Il primo risultato è stato che solo il 27% degli haitiani ha ricevuto il permesso di soggiornare in Canada.

Perché gli USA contano gli immigrati morti ai confini e l’UE no?

Nel Mediterraneo serve meno volontariato e più Stato anche nella conta degli immigrati morti. Continuare a delegare alle Ong con i salvataggi in mare persino l’onere del calcolo dei decessi è, da parte dei governi europei, una forma, non più accettabile, di deresponsabilizzazione. Soprattutto di fronte ai numeri degli ultimi anni che non hanno precedenti nella storia dei movimenti di popolazione internazionali.

Non esiste, infatti, oggi al mondo un confine più pericoloso e letale di quello marittimo che divide la ricca e anziana Europa dalla povera e giovanissima Africa. Eppure non abbiamo a disposizione fonti governative ufficiali su quanti hanno perso la vita in quella tomba liquida che è il Mediterraneo.

Stime e dati arrivano soltanto dalla vasta ed eterogenea galassia dell’associazionismo e dei centri di ricerca europei. Secondo, ad esempio, l’equipe di esperti guidati dal geografo francese Olivier Clochard sono almeno 40 mila gli immigrati deceduti nel Mare Nostrum dal 1990 a oggi. Mentre per alcuni il numero di questo esercito di fantasmi annegati o uccisi da stenti e malattie a un passo dalle nostre coste, potrebbe essere pari al doppio o, addirittura, al quintuplo.

Una incertezza statistica che riflette quella delle politiche migratorie messe in atto negli ultimi anni dai paesi UE e, soprattutto, da Bruxelles. Che troppo spesso ha scelto di non decidere sperando che l’emergenza immigrazione passasse come un temporale estivo. Ma così non è stato. Per ragioni politiche, economiche e demografiche i flussi migratori dall’Africa saranno il nostro pane quotidiano per i prossimi vent’anni e più. Piaccia o no, il fenomeno è strutturale.

L’esigenza è quella di garantire e bilanciare la sicurezza delle popolazioni autoctone dei paesi ospitanti con quella degli immigrati. È per questo che, come fanno gli USA dal 1998, all’Agenzia Europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) oltre al controllo dei confini UE andrebbe affidato il compito di stilare e aggiornare un bollettino di coloro che muoiono nel tentativo di raggiungere il Vecchio Continente.

Si tratterebbe più che di un gesto simbolico-umanitario, di un dovere. Uno dei passaggi necessari a far sì che l’UE, e le nazioni che la formano, decidano di prendersi l’onore e l’onere di affrontare e governare una delle più rilevanti sfide che la globalizzazione, con l’accelerazione e la semplificazione dei movimenti di popolazione, ci pone da qui al futuro prossimo venturo.

L’immigrazione della grande trasformazione

Se, scusandoci di non andare troppo per il sottile, dovessimo indicare quale è il minimo comun denominatore alla base della ventata politica che nel giro degli ultimi due anni ha sconvolto i vecchi assetti politici delle democrazie occidentali risponderemmo: l’immigrazione. Che senza volerlo né saperlo ha mobilitato ed unificato nella rivolta i gruppi sociali meno protetti, ma più numerosi, di realtà nazionali tanto lontane geograficamente quanto diverse per storia, cultura e, soprattutto, livello dello sviluppo economico.

Un evento di enorme portata. La cui dinamica “contagiosa” ricorda per molti aspetti quello, di segno opposto, innescato cinquant’anni fa dai giovani studenti del ’68. Ed al pari di quello destinato a produrre conseguenze con le quali, negli anni a venire, saremo obbligati a fare i conti. Per la semplice ragione, come acutamente spiegano Ronald Inghelart e Pippa Norris nel pagine di “Trump, Brexit, and the Rise of Populism”, quella a cui oggi assistiamo è una sorta di silent controrevolution dei modelli culturali e degli stili di vita che per decenni hanno dominato l’affluente Occidente industrializzato. Contro i quali, oggi, l’esercito dei lasciati indietro delle nostre società ha invece deciso, sentendosi messo al muro dall’arrivo di tanti (e per loro troppi) stranieri, di passare alla riscossa. Puntando i piedi e votando no ad un mondo nel quale la sola diversità che non conta, perché priva di glamour, è la loro: economicamente precari, nati in loco, non più giovani e, possibilmente, anche poco attrezzati culturalmente per apprezzare, e godere, il fascino del vivere globale.

Un problema serio sul quale, nonostante l’impresentabilità dei politici che oggi provano a sfruttarlo a proprio uso e consumo, è doveroso ragionare e tentare di trovare una risposta. Riconoscendo, come prima cosa, che se è vero che l’immigrazione è una risorsa, è altrettanto vero che dei suoi benefici profitta non tutta ma solo una parte della società. Proprio quella che, di solito, non sa e non intende neppure sapere cosa significa sentirsi stranieri a casa propria.

San Francisco sfida Trump anche sul sindaco

San Francisco prova a sbalordire di nuovo l’America con l’elezione, il prossimo 5 giugno, dell’erede di Ed Lee. Il suo primo mayor di origini cinesi stroncato da un infarto lo scorso 12 dicembre. In corsa tre candidati, tutti democratici, che per storia e cultura sembrano appartenere ad un universo opposto a quello di chi oggi comanda a Washington. Ma chi sono questi Tre? La favorita, perché la sola nata in città, è London Breed. 43 anni, erede politica di Lee, potrebbe diventare la prima donna afroamericana a prendere in mano le redini, non facili, del Campidoglio. Cresciuta nelle case popolari del quartiere di Western Addition, dove taxi e poliziotti evitano di andare, e con un fratello in carcere per droga. In corsa, con lei, un’altra donna Jane Kim. 40 anni, newyorkese, figlia di genitori coreani arrivata in California per studiare e poi rimasta per lavorare occupandosi di asili nido e salario minimo. Il terzo ed ultimo candidato è Mark Leno. Imprenditore di 66 anni traslocato da New York nel 1977 all’epoca della “storica migrazione queer”. Quando grazie all'attivismo di Harvey Milk (ucciso insieme al sindaco George Moscone all’interno del municipio nel 1978) San Francisco è diventata la capitale della comunità Lgbt.

San Francisco, non solo per la sua collocazione geografica, è come un’isola nel panorama americano. Soprattutto nell’epoca di Trump. Da sempre cosmopolita, polo di attrazione della controcultura e, grazie al generoso welfare, del mondo degli homeless. Ma negli ultimi anni sembra molto cambiata. A partire dal giorno in cui l’amministrazione comunale, per attrarre i giganti della net economy, sei anni fa decise di esentare Twitter dal pagamento delle imposte sui salari dei nuovi assunti in cambio dell’apertura del suo quartier generale in uno dei quartieri più poveri della città. Scelta seguita poi da altri colossi del settore hi-tech. Ben presto, così, il quartiere del Mid-Market è diventato un polo tecnologico d’eccellenza che assicura decine di milioni di dollari l'anno al fisco locale. Con il piccolo problema, però, che proprio il successo dell’operazione spingendo in alto i prezzi delle case ha obbligato parti non piccole della storica media e piccola borghesia ad un vero e proprio esodo verso realtà meno care. A differenza delle elezioni di sette anni fa, spiega sul Washington Post Corey Cook, della San Francisco State University, quelle di quest’anno saranno fortemente influenzate dallo straordinario divario tra ricchi e poveri esploso negli ultimi tempi. Allora la preoccupazione era che San Francisco diventasse il dormitorio della Silicon Valley, ora che “San Francisco sia una parte della Silicon Valley”. E di aver perso la sua aria alternativa per sostituirla con quella dell’economia “sterilizzata che potrebbe esistere ovunque”. Di qui la domanda: riuscirà il nuovo sindaco a ridare a San Francisco l’anima di un tempo?

Italia prima in Europa per le nuove cittadinanze

Spetta all’Italia il primato europeo nella concessione della cittadinanza. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat nel 2016 quasi 1 milione di persone è diventato cittadino di uno dei Paesi dell’Ue, in forte aumento rispetto agli anni precedenti. In valori assoluti, con 201.591 cittadinanze l’Italia è al primo posto in Europa; seguita dalla Spagna, 150.944 e dalla Gran Bretagna, 149.372. Dei 201.591 nuovi cittadini italiani, i principali Paesi di provenienza sono Albania, (18,3%), Marocco (17,5%) e Romania (6,4%).  L'Italia è quasi sempre al primo, secondo o terzo posto tra i Paesi che accolgono di più. Il nostro Paese ha concesso la cittadinanza a persone provenienti da Paesi tra cui Bangladesh (54,9% del totale in Europa), Albania (54,7%), Romania (43,6%), Ghana (40,7%), Marocco (34,8%), Tunisia (33,2%), Brasile (27%), Ecuador (21,9%) e Senegal (21,1%).

A livello europeo il gruppo più numeroso che ha ottenuto la cittadinanza proviene dal Marocco. I dati Eurostat mostrano che nel 2016, 101.300 persone hanno richiesto di abitare in Europa e l’89% ha ottenuto la cittadinanza in Francia, Italia e Spagna. Seguono gli albanesi con 67.500 richieste, di cui il 97% in Italia e Grecia. I marocchini, albanesi, indiani, pakistani, turchi e ucraini hanno rappresentato circa un terzo del numero totale di persone che hanno ottenuto la cittadinanza nell’Unione europea nel 2016.

E’ la speranza l’antidoto a 5 stelle e Lega

Dagli attentati che nel 2011 hanno insanguinato la pacifica Norvegia al boom dei movimenti populisti e anti-immigrati, passando per la crisi delle social democrazie europee. È di questo che abbiamo parlato con Thomas Hylland Erikssen professore di antropologia sociale all’università di Oslo, presidente dell’European association of social antropologists.

Sono passati sette anni da quando l’estremista di destra Andrei Breivik tra Oslo e l’isola di Utoya uccise 76 persone. Ci può dire se e come questi attentati hanno cambiato la società norvegese?

Mi dispiace ammetterlo ma la risposta è: poco o niente. Gli attentati dell’estremista di destra Andrei Breivik avrebbero dovuto rappresentare l’occasione per una riflessione critica utile a capire che in un mondo globalizzato non c’è e non può esserci spazio per il nazionalismo, il razzismo e l’esaltazione della purezza etnica. È, invece, accaduto il contrario. L’ideologia estremista di Breivik ha oggi in Norvegia più consensi che nel 2011. Come nel resto d’Europa, anche da noi si allarga a macchia d’olio il consenso popolare nei confronti dei movimenti anti-establishment e anti-immigrati. Ansia, timori e tensioni contro i nuovi arrivati sono in aumento. Il modello cosmopolita norvegese è sotto attacco da più parti.

In mezza Europa, la sinistra perde voti sull’immigrazione. Per recuperare il terreno elettorale perduto, senza copiare le ricette anti-stranieri dei partiti populisti, qual è la soluzione? Condivide, ad esempio, la scelta dei socialdemocratici danesi guidati da Mette Frederiksen che sull’immigrazione hanno aperto una finestra di dialogo con i populisti di Kristen Thulesen?

No, considero sbagliata la scelta dei socialdemocratici danesi. È innegabile che i tradizionali partiti politici europei abbiano perso consensi e credibilità, spesso anche per buone ragioni. Milioni di persone, soprattutto delle classi medio-basse, sono, infatti, convinte di essere state tradite dalle élite perché non si preoccupano e non hanno cura dei loro problemi quotidiani. Ma tutto questo non è una buona giustificazione per dare fiato alle trombe del razzismo e del populismo anti-immigrati. La verità è che per rinascere la sinistra europea deve tornare a lottare per quei valori che fanno parte del suo DNA: solidarietà e uguaglianza. Questo significa, ad esempio, risolvere le crisi umanitarie nei paesi di origine che sono la causa dell’emergenza profughi nel Vecchio Continente. Gli Stati del Nord Europa, ricchi e ben organizzati, hanno le carte in regola per farlo, ma noto che questa mia posizione è sempre più minoritaria.

Dal suo osservatorio norvegese ha capito come sono andate le elezioni politiche in Italia dello scorso 4 marzo?

Il movimento 5 stelle rappresenta un curioso mix di valori e obiettivi, ma è figlio di quegli stessi sentimenti popolari che hanno portato alla Brexit e all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. La Lega è un partito più convenzionale ma guadagna consensi dalla stesso bacino di rancore che ha spinto molti elettori italiani a votare M5S. Comprendo il malumore e il risentimento dei left behind europei, ma proprio per questo spero che il successo dei movimenti populisti ridesti la buona politica e i partiti tradizionali. Che devono riprendere i contatti con il popolo offrendogli una piattaforma programmatica innovativa ispirata non dalla rabbia e dall’ansia ma da speranze e sogni di un futuro migliore.

L’emergenza profughi di cui nessuno parla

Frontiere militarizzate, campi profughi, rivolte anti-immigrati, governo in affanno. Scene e situazioni che evocano le crisi dei rifugiati che negli ultimi anni hanno messo a dura prova l’Europa, e l’Italia in particolare, ma che a latitudini diverse si ripresentano, sia pur con le differenze del caso, con le stesse criticità. È il caso del Brasile chiamato a fronteggiare la marea di disperati in fuga dal Venezuela di Maduro. Spinti dalla crisi politica ed economica, caratterizzata da iperinflazione, carenza di beni, fame e violenza, dal 2014 più di 20mila venezuelani hanno chiesto asilo al Brasile. Ma la situazione sul campo è molto più grave e rischia di deflagrare. A Boa Vista, città al confine con il Venezuela e la Guyana, nel 2017 l'arrivo di 40mila rifugiati ha messo a dura prova i servizi locali. Con l'assistenza dell'UNHCR, le autorità hanno istituito tre campi profughi, che si sono rapidamente riempiti, mentre i nuovi arrivati hanno iniziato a sistemarsi nelle baraccopoli cresciute a dismisura intorno alla città.

L’arrivo dei venezuelani ha fatto esplodere nuove tensioni sociali, nonostante il Brasile, come spiega una ricerca Migration Policy Institute, sia da secoli terra accogliente per gli immigrati provenienti da ogni angolo del pianeta. Ma il recente afflusso di immigrati umanitari ha scatenato una guerra tra poveri, con i brasiliani che accusano di dumping i venezuelani perché pur di lavorare accettano salari sempre più bassi. La stagnazione economica e la crisi politica hanno poi fatto il resto, spingendo il presidente Michel Temer a raddoppiare il numero di militari al confine venezuelano, nel tentativo di bloccare l’esodo dal Venezuela. Terrorizzato dall'esito delle prossime elezioni, che potrebbero essere influenzate dalle crescenti proteste anti-immigrati, e dalle pressioni di politici conservatori, forze di sicurezza e attivisti di estrema destra, Temer ha anche rimaneggiato la legge sull'immigrazione, varata solo un anno fa. La nuova legislazione, nella sua versione finale, ha spostato l'attenzione dai diritti degli immigranti ai problemi di sicurezza nazionale, facendo ripiombare il Paese all'epoca della dittatura militare.