La Salvini danese annuncia ma non fa

In Italia quando sull'immigrazione la politica non sa che pesci prendere istituisce una commissione con l’incarico di trovare, ovviamente nel più breve tempo possibile, una soluzione. Quella danese, invece, per decidere decide salvo rinviare la messa in atto al futuro che verrà. Due modelli diversi ma accomunati dall'annunciare. Anziché dal fare. Prova ne è il bailamme seguito alla notizia che dall'America, tramite il New York Times, è rimbalzata da noi secondo cui il governo danese avrebbe deciso di applicare per i rifugiati l’inumano modello da tempo adottato da quello australiano. Stanziando nella nuova legge di bilancio 140 milioni di dollari per i lavori necessari a trasformare l’isoletta di Lindholm, situata a 20 minuti dalla capitale Copenaghen, in un centro di “accoglienza” di 100 richiedenti asilo respinti.

Superato il primo momento di sconforto abbiamo cercato di approfondire la questione scoprendo che: 1) gli interventi di riadattamento dell’isolotto richiedono tempi lunghi. La cui fine, se nulla osta, è prevista per la seconda metà del 2021. Una data talmente lontana per cui è difficile che i membri dell’attuale Esecutivo saranno ancora in carica. Di mezzo, infatti, oltre alle elezioni europee di maggio 2019, ci sono il mese successivo quelle del Parlamento nazionale e, più in là, quelle regionali; 2) i 100 disgraziati eventualmente destinati al confine, per fortuna, non sono, come riferiscono molti organi di stampa, rifugiati che pur avendo avuto respinta la richiesta di asilo non possono essere rimpatriati. Bensì immigrati passati in giudicato per ripetuti reati comuni; 3) il silenzio dell’opposizione di sinistra sulla vergogna “dell’isola dei disperati”, come le cronache hanno definito l’affaire, denunciato come un vergognoso appeasament in vista dei prossimi turni elettorali, è invece espressione di prudente saggezza. Per la semplice ragione, come ha fatto notare sulla sua rubrica giornalistica l’ex ministro dell’immigrazione e super liberal Birthe Hornbech “è vero che quelli del centro destra sono abilissimi a fare autogol visto che la storia dell’isola è solo un annuncio destinato a finire nel nulla così come avvenuto per quelli sui rimpatri di massa. Detto ciò, però, è innegabile che quello dei rifugiati che non hanno diritto all'asilo ma non possono neppure essere rimpatriati è un problema sul quale c’è poco da scherzare”.

Parole sante. Che ridanno un po’ di dignità alla politica europea dell’immigrazione. E che suonano di ammonimento per tanti commentatori nostrani che, forse, anziché correre dietro allo scoop sulla nuova Dachau danese avrebbero fatto meglio, anziché agitarsi, ricordare al New York Times che attualmente nelle prigioni a stelle e strisce sono detenuti, a tempo indeterminato, più di 300mila immigrati. Per non parlare di Guantanamo.

Per i figli degli immigrati l’istruzione è un problema

È vero che i figli degli immigrati e dei rifugiati hanno più degli altri bisogno di istruzione. Ma se gliela neghiamo sono anche i nazionali a rimetterci. Perché, ammonisce Audrey Azoulay, direttore generale Unesco presentando il rapporto mondiale di monitoraggio dell’educazione, se loro non vanno a scuola si creano problemi seri per tutta la società. Leggendo le pagine del rapporto si comprende meglio il senso di questo allarme. Nel mondo, attualmente, ci sono 18 milioni di bambini rifugiati o immigrati: il 26% in più rispetto al 2000. Eppure alla maggior parte di loro è negata l’educazione scolastica. Si calcola, infatti, che dal 2016 ad oggi il buco dell’istruzione che avrebbero dovuto avere è pari a 1,5 miliardi di giorni di scuola.

Costruire ponti, non muri è il titolo del rapporto che invita i governi a integrare rifugiati e immigrati nei sistemi educativi nazionali. Eppure in Paesi come Australia, Ungheria, Indonesia, Malesia e Messico, i bambini richiedenti asilo hanno accesso limitato o nullo all'istruzione. Thailandia, Tanzania e Bangladesh chiudono le porte della scuola a chi è privo di documenti. Altre nazioni come Libano o Giordania, che ospitano il maggior numero di rifugiati pro capite, non hanno mezzi per garantire una buona educazione. Mancanza di risorse anche per una potenza economica come la Germania, mentre Ruanda e Iran sono le nazioni che hanno fatto gli investimenti più consistenti.

L’Italia, almeno questa volta e nonostante molte carenze, è inserita tra i Paesi virtuosi. Questo grazie ai passi avanti che il nostro Paese ha compiuto al riguardo. Basti ricordare che il 73% degli 86mila minori non accompagnati arrivati sul nostro territorio tra il 2011 e il 2016 è stato collocato in centri di prima e seconda accoglienza. E che la nuova legge del 2017 riconosce a questi bambini il diritto all'educazione e ha dimezzato, riducendolo a 30 giorni, il tempo massimo previsto per la loro permanenza nei centri di accoglienza. Ma c’è ancora molto da fare perché solo una piccola parte di essi frequenta regolarmente la scuola. Anche se si tratta spesso di istituti carenti delle attrezzature necessarie, tipici di zone periferiche con un elevato tasso di povertà. Con la conseguenza che nel 2017 il tasso di abbandono scolastico di questa popolazione di piccoli immigrati è tre volte quello dei figli di famiglie italiane.

Gli immigrati sudamericani che nessuno conosce

I sudamericani (visto che i messicani fanno parte del Centro America) rappresentano una piccola ma crescente quota di immigrati negli Stati Uniti. Complessivamente sono poco più di 3 milioni, il 7% dei 44,5 milioni di stranieri. Nel 1960 erano solo l’1%. Una crescita lenta ma continua, contrassegnata, negli ultimi tempi, da un aumento degli arrivi dal Venezuela, 61mila in un solo anno (2017). Tuttavia, gli Usa non sono la destinazione principale per i venezuelani che lasciano uno Stato sempre più in difficoltà. Dal 2015, infatti, più di 2 milioni di persone sono fuggite verso Colombia, Perù, Ecuador, Brasile, Cile e Argentina, dando vita al più grande esodo della storia recente dell’America Latina.

Dall’analisi compiuta dal Migration Policy Institute emerge che l’immigrazione dal Sud America è tra le più qualificate presenti nel Norte. Grazie agli alti livelli di istruzione e alle eccellenti competenze linguistiche, una percentuale significativa di lavoratori immigrati provenienti da Argentina (46%), Venezuela (42%), Cile (38%) e Brasile (36%) sono impiegati nel settore della finanza e degli affari, oltre che in ambito scientifico e artistico. Ciò fa sì che i redditi delle famiglie di origine sudamericana siano più alti di quelli di altri immigrati. Con una media di 58.600 dollari l’anno si collocano, infatti, subito sotto agli americani che in media guadagno 60.800 dollari. Non stupisce perciò che siano proprio i sudamericani a vantare la maggiore percentuale di cittadini naturalizzati. Nel 2017, il 53% degli immigrati provenienti dall’America Latina aveva il passaporto Usa.

Schengen da noi muore ma nasce in Asia

Mentre in Europa la libera circolazione piace sempre meno, l’idea fa proseliti dall'altra parte del mondo. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, dopo decenni di rapporti tesi, sfociati anche in conflitti, oggi, anche se ancora in embrione, pensano alla creazione di una zona tipo “Schengen” nel cuore dell'Asia centrale.

Il nuovo corso, riferisce il magazine online Ozy, è iniziato a marzo quando Tagikistan e Uzbekistan hanno abolito il severo regime di visti, reliquia della guerra civile tagika (1992-1997)seguita alla caduta dell'Urss. Ma il ritrovato clima di cooperazione sta investendo tutta l’Asia centrale. La recente conferenza multilaterale, ospitata dal Kazakistan e che ha visto la partecipazione di tutte le cinque ex Repubbliche sovietiche ha di fatto avviato il disgelo. Il progetto è quello di arrivare progressivamente a un sistema unico di visti. Coinvolgendo in prospettiva anche Turchia e Azerbaigian. Non a caso il piano è stato denominato “Silk Road visa” (visto della Via della Seta). Alla base di queste aperture ci sono però ragioni economiche e geografiche. I cinque Stati coinvolti sono in pieno boom e senza sbocco sul mare. Una condizione penalizzante che fa dell’integrazione regionale una scelta obbligata.

Sullo sfondo si staglia, però, la figura minacciosa di Putin. Il presidente russo nel 2014 ha imposto ai suoi vicini la creazione dell’Unione economica eurasiatica (EEU) per facilitare il commercio tra gli stati membri. L’intenzione di Mosca non era e non è quella di trasformare la regione in un'area comune di visti. D'altra parte, però, l'integrazione rafforzata delle Repubbliche dell'Asia centrale potrebbe rappresentare un argine alla crescente influenza della Cina. E allora anche il niet di zar Vladimir potrebbe venire meno. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, forse memori di quando sotto il dominio dell'Urss non esistevano confini, oggi vogliono tornare a muoversi al loro interno liberamente. Senza, però, l’oppressione del “grande fratello” comunista.

Sull’immigrazione l’Occidente rischia l’abisso

Sull’immigrazione le democrazie occidentali stanno scivolando verso l’abisso. Una verità difficile da negare visto che questo fenomeno è l’agente della crisi politica, ai limiti dell’impazzimento, in cui si sono cacciati le classi dirigenti ed i governi al di qua e al di là dell’Atlantico.

Basta osservare, mettendo per un momento da parte per carità di patria i nostri guai e quelli dell’Unione Europea, quanto sta accadendo nello storico bastione dell’Occidente liberale: gli Stati Uniti. Dove shutdown provocato dal braccio di ferro di Trump con i democratici sui finanziamenti necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine messicano paralizza da più di tre settimane gran parte dell’amministrazione. Lasciando a casa senza stipendio più di un milione di dipendenti pubblici. Oltre a quelli delle imprese dell’indotto.

Un evento che non solo sta assumendo dimensioni mai viste in precedenza. Ma che, col passare dei giorni, rischia, non essendo in vista possibili soluzioni, di trasformarsi in un vero e proprio “buco nero” per la politica statunitense. Un’entropia sistemica di cui è chiara avvisaglia la lettera con cui il capo dell’opposizione democratica e presidente della Camera dei deputati Nancy Pelosi ha in queste ore formalmente chiesto al Presidente, cosa mai accaduta negli USA dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione fissato per il prossimo 29 gennaio.

Come andrà a finire oggi nessuno lo sa. Di sicuro siamo in presenza di una lunga, negativa onda di eventi che nei decenni a venire sarà letta e indicata come uno spartiacque della storia politica del III millennio

Perché tra i gilet gialli non ci sono gli immigrati?

Come mai tra i gilet gialli che ogni sabato, da un mese, mettono a ferro e fuoco Parigi non ci sono gli immigrati?

I volti delle migliaia di impauriti e impoveriti dalla globalizzazione che riversano il loro odio nella ville Lumiere, sono solo bianchi. Mentre mancano quelli degli oltre otto milioni di origine straniera che vivono accanto a loro. E dire che molti di questi corrisponderebbero, almeno in parte, all’identikit che i gilet gialli danno di loro stessi. Tanto è vero che vivono in quartieri esclusi dal benessere del centro città, con tassi di disoccupazione del 50% (contro una media nazionale del 10%), pessimi mezzi e servizi pubblici e livelli di frustrazione pari se non superiori a quelli del popolo che fa tremare Macron. Un silenzio assordante. Specie se si tiene conto che da quelle parti gli immigrati delle periferie sanno benissimo come far sentire la propria voce. Nell’ottobre del 2005, solo per fare un esempio, le tre settimane di violentissime sommosse (due morti, centinaia di feriti, migliaia di auto incendiate) nei sobborghi di mezza Francia costrinsero l’allora presidente Nicolas Sarkozy a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.

Perché, allora, questo esercito di emarginati e scontenti di origine straniera non fa pendant con quello degli autoctoni, bianchi?

Di qui la necessità di riflettere su questa nuova fase del populismo moderno che non include il popolo degli immigrati. Sarà, forse, perché il populismo, che impregna e unisce i rivoluzionari con le giacchette gialle, è per definizione nazionalista e, dunque, fatica a includere nel concetto di popolo da difendere gli stranieri che sono quelli da cui difendersi?

Negli USA non ci sarebbe mai stato un caso Diciotti

Dagli Usa di Trump all’Italia di Salvini, i confini tra politica e diritto dell’immigrazione sembrano sempre più labili e complessi. Abbiamo chiesto lumi al Prof. Mario Savino, ordinario di diritto amministrativo all’Università della Tuscia e cofondatore della neonata Accademia di Diritto e Migrazione (ADiM) che riunisce oltre duecento studiosi della materia.   

 1) Sui temi dell'immigrazione, lo scontro tra politica e magistratura non riguarda soltanto l'Italia ma, ad esempio, anche gli Usa di Trump. Oltreoceano i giudici sono intervenuti a più riprese contro i provvedimenti del Presidente ma senza mai arrivare a ipotesi di reati penali. Da noi, invece, pochi giorni fa il Tribunale dei Ministri ha chiesto al Parlamento l'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per le scelte prese la scorsa estate sul casa Diciotti. Ci aiuta a capire se si tratta di differenze, quella tra Usa e Italia, dovute a questioni squisitamente giuridiche?

La dialettica tra governo e magistratura, nelle democrazie liberali, è fisiologica. Ed è inevitabile che si faccia più intensa in un ambito – l’immigrazione – nel quale si sperimentano misure via via più restrittive che sfidano i principi cardine dello stato di diritto e della rule of law. Quando il parlamento o il governo adottano misure che limitano le libertà individuali, spetta alle corti vigilare sulla compatibilità di quelle limitazioni con il diritto domestico e sovranazionale.

Vi è, però, una differenza importante tra Stati Uniti e Italia, che riguarda il principio di non interferenza della magistratura nelle questioni politiche. Negli Stati Uniti, la political question doctrine ha una tradizione consolidata, risalente alla decisione della Corte Suprema nel caso Marbury v Madison (1803). In quella occasione, il giudice Marshall stabilì che, quando un membro dell’esecutivo ha un potere discrezionale attinente alla sfera politica, nessuno standard giuridico può vincolarlo e nessuna corte può sindacarlo. Un’altra fondamentale pronuncia – Baker v Carr (1962) – ha individuato i caratteri propri di una “questione politica”: tra questi, l’attribuzione all’esecutivo del potere da parte di una norma costituzionale, l’assenza di uno standard di decisione “judicially discoverable and manageable”, l’impossibilità per una corte di decidere senza interferire nelle scelte dell’esecutivo. Dunque, se una questione è eminentemente politica, le corti statunitensi devono rifiutarsi di giudicare il caso e lasciare che la questione sia risolta tramite il processo politico. Ovviamente, il discorso cambia quando la decisione politica si traduce in misure legislative o amministrative – come è avvenuto con i Muslim bans adottati dall’amministrazione Trump nel 2017 – che, incidendo su diritti e principi costituzionali, sono sottoposte al vaglio di legittimità delle corti.

Veniamo all’esercizio dell’azione penale nei confronti di esponenti di governo. Negli Stati Uniti, prevale l’esigenza di preservare l’equilibrio tra i poteri ed evitare conflitti che collochino un potere al di sopra dell’altro. La Costituzione statunitense disciplina la procedura di impeachment, assegnando soltanto alle Camere il potere di iniziativa e decisione al solo fine della destituzione dall’incarico pubblico. L’idea che un giudice possa incriminare il presidente o un membro del suo Cabinet in carica è così estranea a quella cultura che la Costituzione non disciplina neppure l’ipotesi. Interpellato su questa possibilità, l’Office of Legal Counsel del Dipartimento della Giustizia ha ribadito – negli unici due casi della storia (nel 1973 con riguardo a Richard Nixon e nel 2000 dopo l’impeachment di Bill Clinton) – che l’incriminazione di un presidente costituirebbe un evento politicamente e costituzionalmente traumatico, che sovvertirebbe le dinamiche del sistema di governo “in profound and necessarily unpredictable ways”.

E’ evidente la distanza da ciò che accade in Italia. Il principio di non interferenza – pur affermato dalla Corte costituzionale (ad esempio, sent. n. 52/2016) e stabilito in norme generali, come l’art. 7 del codice del processo amministrativo, secondo cui “non sono impugnabili gli atti o provvedimenti emanati dal Governo nell’esercizio del potere politico” – è condizionato dal “pangiuridismo” imperante. Come ricorda Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 27 gennaio, l’equilibrio tra i poteri funziona se l’opinione pubblica impone agli attori in gioco di rispettarlo. E invece l’“antipolitica” come “tradizione più forcaiola che liberale” avvicina spesso l’Italia alla deriva illiberale della “democrazia giudiziaria”, cioè a una democrazia nella quale la discrezionalità politica è letteralmente sub judice. Si pensi al vasto consenso che accompagnò l’operazione “mani pulite”o alla contrarietà del M5S all’istituto dell’immunità parlamentare previsto in Costituzione.

Venendo ai nostri giorni, emblematica è la decisione del Tribunale di Catania, che, nella veste di Tribunale dei ministri, ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere per sequestro di persona aggravato (art. 605 c.p.) nei confronti del Ministro dell’interno Salvini in relazione al caso Diciotti. Secondo i giudici catanesi, la scelta del Ministro di negare per 5 giorni lo sbarco ai migranti rimasti a bordo della nave Diciotti nel porto di Catania non può considerarsi “atto politico”, dovendo tale categoria “implementarsi in quella più ampia cornice di legalità, costituzionale ed europea, che ne ridimensiona il suo tradizionale privilegio di insindacabilità”. Così, dal sano rigetto dell’idea assolutista del sovrano “legibus solutus” si passa al suo opposto, non meno illiberale.

 2) La Commissione UE sta valutando se e come introdurre visti umanitari europei che ogni stato membro, attraverso le ambasciate, può rilasciare a chi dimostra di necessitare protezione internazionale e di entrare in tutta sicurezza in Europa per chiedere asilo. Può essere questa una terza via da seguire per smarcarsi dall'incudine della fermezza senza buon senso e dal martello della flessibilità senza princìpi?

Non credo molto in questa possibilità, non solo per il difficile contesto politico attuale, ma anche per i limiti di praticabilità giuridico-amministrativa di questa soluzione. Di “Protected Entry Procedures”, cioè di procedure che consentano ai rifugiati di presentare una richiesta di asilo presso le ambasciate dei paesi europei, si parla a Bruxelles da un ventennio. Il primo studio di fattibilità promosso dalla Commissione europea, risalente al 2002, coraggiosamente invitava a istituire procedure di ingresso protetto come via di ingresso permanente e non solo emergenziale, legata a specifiche situazioni di crisi umanitaria. Tuttavia, a un più attento esame, emersero i limiti di questa opzione: la necessità di un notevole potenziamento delle capacità operative delle ambasciate; la difficoltà di assicurare l’assistenza legale e il pieno rispetto delle norme europee sul giusto procedimento a sud del Mediterraneo; la difficile gestione di una procedura in due fasi, con valutazione preliminare nel paese terzo e decisione finale nel paese europeo di destinazione, responsabile a quel punto dell’onerosa accoglienza o del difficile rimpatrio.

Certo, prevedere visti umanitari non del singolo Stato membro ma dell’Unione potrebbe servire a prevenire l’asylum shopping da parte dei rifugiati, che altrimenti sarebbero più propensi a chiedere un visto umanitario all’ambasciata tedesca che a quella bulgara. Tuttavia, il problema del paese europeo di destinazione riemerge nella fase successiva: quale Stato membro deve farsi carico di chi giunga in Europa con un visto umanitario europeo?

Come si vede, in assenza di una riforma del regolamento Dublino che porti all’individuazione di un meccanismo adeguato di condivisione e riparto degli oneri di accoglienza (c.d burden-sharing), tanto l’opzione dei visti umanitari quanto l’opzione del reinsediamento (o resettlement) sono destinate a incontrare un ostacolo insormontabile.

3) Secondo molti osservatori, le prossime elezioni europee si giocheranno sull'immigrazione. Può spiegarci il perchè?   

Ci sono almeno due motivi. Il primo è che l’immigrazione è ormai divenuta la maggiore preoccupazione dei cittadini europei. Secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometer, il 40 per cento degli intervistati ha indicato nella gestione dei flussi migratori il principale problema del “vecchio continente”. Seguono terrorismo, debiti pubblici statali e situazione economica, con percentuali oscillanti tra il 18 e il 20 per cento.

Il secondo motivo è la determinazione dei movimenti populisti e sovranisti a utilizzare l’immigrazione come tema dominante. Questa scelta consente loro di mascherare la relativa povertà della loro agenda politica. Al contempo, li aiuta a veicolare un messaggio di rilancio del welfare e di redistribuzione in favore dei “nazionali” che, pur avendo un basso tasso di praticabilità finanziaria, ha un enorme potenziale di consenso sia a livello nazionale (“prima gli italiani!”) sia a livello sovranazionale (“prima gli europei!”).

In questo humus, ideale per la proliferazione di fake news e le manipolazioni di dati ed evidenze empiriche, è essenziale contribuire allo sviluppo di un dibattito pubblico informato. E’ necessario, cioè, promuovere la disseminazione di dati affidabili e di analisi rigorose, sia per informare gli elettori, sia per rafforzare la capacità di argomentazione e persuasione degli esponenti politici, che troppo spesso partecipano impreparati ai dibattiti in questa materia.

Gli USA di Trump Brexit al quadrato

Trump ha deciso sul Muro di trascinare l’America in una crisi politico-istituzionale che ricorda, moltiplicata per mille, quella dell’Inghilterra di Brexit. Per due ragioni.

La prima: in entrambi i casi tutto origina da un’ossessione - poco importa se fondata o meno - che è, anche linguisticamente, la stessa al di qua e al di là dell’Atlantico: take back the control of our border. Riprendere il controllo delle frontiere per fermare l’immigrazione.

La seconda: impedire alle istituzioni rappresentative di riuscire ad imporre una via d’uscita alla crisi sulla base del principio cardine della moderna democrazia liberale: il compromesso parlamentare.

Due cause aggravate, soprattutto nel caso degli USA, da una lotta feroce per la supremazia all’interno della destra politica tra i conservatori moderati e gli estremisti neo populisti. Che Trump con la dichiarazione dello stato di emergenza di oggi ha deciso di spingere, costi quel che costi, alla resa dei conti finale. E’ da qui che bisogna partire per cercare di capire le ragioni di un atto che va ben al di là dell’azzardo. Per il trumpismo, infatti, il Muro da simbolo si è paradossalmente trasformato in una sorta di spartiacque esistenziale. Visto il disastroso esito delle elezioni di medio termine dello scorso novembre, quando i democratici hanno mietuto consensi come era loro riuscito solo dopo la defenestrazione di Nixon in conseguenza del Watergate. O rientrare nei ranghi, e per riguadagnare il voto dei moderati, chiudere il contenzioso del suo finanziamento accettando il compromesso siglato in Parlamento dai maggiorenti del suo partito e quelli dell’opposizione. Oppure, in omaggio al nucleo duro dell’America profonda a lui ancora assolutamente fedele, rilanciare con la dichiarazione dello stato di emergenza una sfida che ha come primo e fondamentale obbiettivo quello di mettere l’establishment repubblicano con le spalle al “Muro”.

Obbligandolo a decidere se , in base agli articoli dall’Emergencies Act del 1974, è fondata e legittima la sua richiesta di utilizzare, per la costruzione del Muro, fondi già altrimenti finalizzati dalla legge di bilancio parlamentare, oppure, d’intesa con l’opposizione, considerarla un’impropria espropriazione del Parlamento e quindi vietarla. Una miscela resa, se possibile, addirittura esplosiva dall’avvio della corsa alle elezioni presidenziali 2020. Alle quali Trump, anche se forse in cuor suo teme di non poter rivincere, sa che può arrivare solo se padrone incontrastato e assoluto del suo partito.

Prima i sauditi si è rivelato un boomerang

A Riad la politica del Prima i sauditi ha messo in ginocchio l’economia del Regno. Per capire questo classico caso di eterogenesi dei fini occorre riavvolgere il nastro al 2017. Quando per ridurre il tasso di disoccupazione tra gli autoctoni, schizzato al 12,9%, il governo dell’Arabia Saudita decise di cambiare la sua politica migratoria. Con l'obiettivo di svuotare il serbatoio di 12 milioni di immigrati (su un totale di 32 milioni di abitanti) che dal 1970 aveva attirato nell’industria edilizia, petrolifera e dei servizi alla persona. Per incentivarli a tornare a casa l’esecutivo wahabita decise di introdurre una tassa sui lavoratori dipendenti stranieri e il divieto di impiegarli in determinati settori.

Il vero grande problema è che oggi, 48 mesi dopo, l’operazione è riuscita alla grande. Tant’è che oltre 1 milione di immigrati ha fatto le valigie lasciando liberi altrettanti posti che, qui l’enorme imprevisto, nessuno dei disoccupati autoctoni ha voluto rimpiazzare. Per la semplice ragione che in quella che è dopo gli Usa la seconda meta mondiale per numero di stranieri in proporzione alla popolazione, i nuovi arrivati trovano sì occupazione ma come bassissima manovalanza a pessime condizioni retributive e di vita. Prova ne è il fatto che dal momento in cui entrano nel paese, le loro sorti, libertà di movimento inclusa, dipendono dai padroni sauditi che detengono, come strumenti di ritorsione, i rispettivi passaporti.

Il risultato è che adesso il governo non sa che pesci prendere. Se torna sui suoi passi, rischia di perdere credibilità e consenso tra i tanti sostenitori del Prima i sauditi. Ma se va avanti su questa strada deve fare i conti con la rabbia e la frustrazione dei disoccupati autoctoni che chiedono lavoro all’altezza delle loro aspettative. E con i tanti imprenditori che nonostante il ciclo economico assai poco favorevole (complice il crollo del prezzo del petrolio sotto i 55$ al barile) hanno bisogno di manodopera che non trovano.

Una disavventura, quella del governo saudita, forse utile ai tanti che in mezzo mondo, soprattutto occidentale, credono di dettare a colpi di norme e slogan tempi e modi delle dinamiche migratorie. Sottovalutando i desiderata di Sua Maestà il mercato.

Mediterraneo e immigrazione, parla Carlotta Sami

Carlotta Sami, portavoce dell’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), è da anni in prima linea nella gestione della crisi migratoria e umanitaria nel Mediterraneo. L’abbiamo intervistata.

Il caso Sea Watch con le responsabilità politiche del governo italiano dimostra una polarizzazione degli schieramenti tra fermezza senza buon senso e flessibilità senza princìpi. L'UNHCR non potrebbe giocare un ruolo di mediazione proponendo ad esempio l’apertura dei porti italiani in cambio di una immediata redistribuzione dei migranti tra gli altri paesi UE?

Durante l’incontro dei Capi di stato e di governo UE dello scorso ottobre, UNHCR ed OIM hanno lanciato un appello congiunto ai leader europei per adottare misure urgenti atte ad evitare nuovi decessi tra gli immigrati che dall’Africa provano a raggiungere l’Italia attraverso il Mediterraneo. I leader delle due organizzazioni hanno richiamato l’attenzione sul fatto che, nonostante il calo degli arrivi via mare, in alcuni Paesi il dibattito politico sull’immigrazione ha raggiunto livelli di tensione senza precedenti. Uno scontro che alimentando inutili timori, complica la collaborazione tra gli Stati e impedisce di trovare soluzioni innovative. E’ necessario che, fino a quando la Libia non sarà considerata un porto sicuro, tutti gli Stati dimostrino responsabilità e solidarietà per i migranti e i rifugiati che rischiano di morire in mare. L’attuale approccio “nave per nave” deve essere sostituito da un meccanismo di sbarco sicuro e ordinato nel Mediterraneo Centrale.

La Commissione UE sta valutando se e come introdurre visti umanitari europei che ogni stato membro, attraverso le ambasciate, può rilasciare a chi dimostra di necessitare protezione internazionale e di entrare in tutta sicurezza in Europa per chiedere asilo. Può essere questa una sorta di terza via percorribile?

L’UNHCR e l’OIM hanno sollecitato i leader europei a trovare soluzioni pratiche da adottare con estrema urgenza tenendo conto della necessità di garantire che le responsabilità siano condivise tra gli Stati europei. Ma servono maggiori sforzi da parte dell’UE e della comunità internazionale per impedire che rifugiati e migranti intraprendano viaggi disperati. C’è bisogno di più vie sicure e legali di accesso alle procedure d’asilo in Europa per quanti fuggono da guerre e persecuzioni, in modo che nessuno sia costretto a credere che non esista altra possibilità se non quella di affidarsi a trafficanti senza scrupoli.

Nell'attesa che si raggiungano soluzioni di ampio respiro come quelle della Commissione europea, che fare di fronte ad eventuali nuovi casi Sea Watch? Si potrebbe, ad esempio, valutare un trasbordo dei naufraghi dalla nave delle Ong a quelle sotto egida Frontex dove distinguere immigrati economici e rifugiati?

Le procedure per la definizione dello status di rifugiato sono complesse e prevedono una valutazione molto accurata dei casi. I richiedenti asilo sono spesso traumatizzati, hanno subìto violenza o sono stremati dopo la lunga prigionia nei centri di detenzione in Libia. Fra le persone soccorse ci sono casi vulnerabili che hanno urgente bisogno di cure mediche e di assistenza psicologica. E’ escluso che si possa procedere alla definizione dello status di rifugiato in tempi così brevi ed in una condizione di precarietà quale può essere rappresentata da una nave in alto mare, per giunta immediatamente dopo il trasbordo.