Immigrati in calo nei Paesi Ocse

Diminuiscono, per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell'Ocse: 5 milioni gli ingressi nel 2017 contro i 5,3 milioni dell’anno precedente. Il dato è contenuto nel rapporto annuale sulle migrazioni pubblicato dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico in occasione della Giornata Mondiale dei Rifugiati. Nel nostro Paese il calo ha riguardato soprattutto gli sbarchi sulle coste: 119 mila in totale, il 34% in meno rispetto al 2016. Diretta conseguenza, spiega il documento, degli accordi Italia-Libia firmati a inizio 2017 che limitano gli arrivi di immigrati dall'Africa.

La flessione dei flussi registrata in tutti Paesi che aderiscono all’Organizzazione, è dovuta principalmente a una significativa diminuzione delle migrazioni umanitarie. Certificata dal calo delle domande di asilo, passate da 1,6 milioni nel 2016 a 1,2 milioni dello scorso anno. Altro dato evidenziato dal rapporto è che solo la metà delle richieste di protezione internazionale sono state presentate in Europa, mentre sono aumentate in modo consistente negli Stati Uniti (+ 26%), Australia (+ 29%) e Canada (+ 112%). I 36 Paesi membri dell'Ocse attualmente ospitano circa 6,4 milioni di rifugiati, più della metà la sola Turchia.

I figli dei clandestini usati come pedine elettorali

Perché in America la dolorosa, dolorosissima vicenda dei minori immigrati che vengono separati dai genitori clandestini arrestati alle frontiere sembra riguardare più la politica che il cuore del Paese ?

Per la semplice ragione che essa, a differenza di quanto in questi giorni molti sostengono, più che di un abuso morale della legge è giudicata un azzardato, pericoloso calcolo politico-elettorale dall’amministrazione Trump. Decisa ad ottenere dalla sua zero-tollerance-policy sull’immigrazione, con ogni mezzo ed a tutti i costi, i frutti promessi ai suoi elettori. Forte anche del fatto che la questione della detenzione separata dei figli dei clandestini dalle loro famiglie aveva già più volte in passato, anche se non nell’attuale dimensione, rappresentato uno spinoso rompicapo per le autorità federali. L’ultimo dei quali capitato fra capo e collo dell’amministrazione democratica di Bill Clinton. Che nel 1997 aveva preferito “patteggiare” per evitare le conseguenze di una class action intentata da un gruppo di organizzazioni umanitarie proprio riguardo al trattamento da essa riservato a questi minori. Promettendo di limitare la detenzione dei piccoli solo per un tempo brevissimo e di separarli solo dai genitori reclusi, in quanto clandestini, a tempo indefinito.

La verità è che prima di Trump tutti i Presidenti avevano solo per ragioni di opportunità accuratamente ridotto al massimo, se non addirittura escluso (George Bush), di usare i minori nella guerra anti-clandestini. Consapevoli che un’arma anche se legale può essere politicamente letale. Ragione per la quale, a differenza di quanto sostiene l’attuale inquilino della Casa Bianca, avevano ritenuto saggio ed opportuno non punirli anche quando le loro famiglie, pur di riuscire a passare i confini, li usavano a mò di “scudi umani”.

Con l’ulteriore aggravante che oggi, rompendo con una norma antica quanto la storia dell’immigrazione americana, passare illegalmente il confine da grave infrazione amministrativa è stato “elevato” a crimine federale. Di questo passo è difficile capire cosa dirà Trump ai propri sostenitori se l’immigrazione, come testimoniano gli ultimi dati sull’aumento dei fermi alle frontiere, non dovesse recedere come e quanto da lui sperato e, soprattutto, promesso.

Profughi, mai così tanti nel mondo

Per il quinto anno consecutivo aumentano i profughi nel mondo: 68,5 milioni nel 2017. Di questi, secondo il rapporto annuale Global Trends dell’Unhcr, 40 milioni sono sfollati interni, 25,4 milioni rifugiati che hanno lasciato la madrepatria e oltre 3 sono richiedenti asilo in attesa che la loro domanda passi il vaglio dei rispettivi Paesi ospitanti.

Il nuovo record storico dei dislocamenti forzati è stato determinato soprattutto dalla crisi nella Repubblica Democratica del Congo, dalla guerra nel Sud Sudan e dalla fuga di centinaia di migliaia di Rohingya dalla Birmania al Bangladesh. La Siria, invece, rimane il Paese con il maggior numero di sfollati interni. Per quanto riguarda i rifugiati, poco più di un quinto sono palestinesi, che rientrano però nelle competenze di un’altra agenzia Onu, l'Unrwa, il resto proviene in maggioranza da soli cinque Paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Birmania e Somalia. La Turchia, invece, con 3,5 milioni di rifugiati, rimane il più grande Paese ospitante al mondo. Mentre il Libano ospita il maggior numero di profughi in relazione alla sua popolazione nazionale. Il rapporto denuncia infine “la credenza popolare” che i rifugiati siano ospitati principalmente nel Nord del mondo. Le statistiche mostrano, invece, che l'85% di essi vive nei Paesi in via di sviluppo.

Crollano gli sbarchi in Italia, aumentano in Spagna

Ancora in calo i flussi migratori verso l’Europa. Nei primi cinque mesi del 2018 il numero totale è stato di circa 43.200: -46% nel raffronto con lo stesso periodo del 2017. A incidere sui numeri la drastica diminuzione degli arrivi sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella dell’Italia. Dall’inizio dell’anno ne abbiamo ricevuti 13.450: -77% rispetto al medesimo arco di tempo del 2017. Di segno opposto il trend nella rotta del Mediterraneo orientale: gli arrivi in Grecia (dalla Turchia) nei primi 5 mesi dell’anno sono stati in totale 19.800, +90% rispetto al 2017.

Numeri in crescita anche nel Mediterraneo occidentale con destinazione Spagna, al centro dell’attenzione mediatica dopo il caso Aquarius. Nei primi cinque mesi di quest’anno ne ha ricevuti 8.200: +60% rispetto a un anno fa. Dati che confermano un trend iniziato nel 2017, quando con la chiusura della rotta verso il nostro Paese, i trafficanti di uomini hanno subito riaperto quella dello Stretto di Gibilterra. Ma le cifre, almeno per adesso, rimangono basse, soprattutto rispetto ad Italia e Grecia che dal 2015 hanno registrato rispettivamente 468mila e 1 milione di arrivi.

Quando sull’immigrazione non si litiga si ragiona

Per chi da anni studia e cerca soluzioni per governare l’immigrazione, che rischia di squassare gli equilibri politici nazionali e internazionali, “le nuove frontiere dell’immigrazione”, discusse a Catania dai magistrati di AREA, hanno rappresentato un sospiro di sollievo. Contribuendo a chiarire punti che in questi giorni anziché tranquillizzare, eccitano il dibattito politico. In particolare due.

Il primo riguarda le operazioni di soccorso e salvataggio delle navi delle Ong nel Mediterraneo. Su cui ha fatto chiarezza il Procuratore Carmelo Zuccaro, da mesi in primissima linea, grazie a un pool di ottimi, giovani magistrati (in maggioranza donne), nella lotta al traffico e la tratta di esseri umani nelle rotte migratorie euro-africane. Che ha spiegato come e perché i trafficanti che gestiscono i flussi migratori illegali dall’Africa all’Italia abbiano progressivamente approfittato della preziosissima attività dei volontari delle Ong in mare. Rilevando come dal momento in cui le imbarcazioni delle organizzazioni non governative hanno cominciato ad operare a ridosso delle acque territoriali libiche, con fini esclusivamente umanitari, la criminalità organizzata, per garantire al più alto numero possibile di immigrati l’arrivo a destinazione, ha cambiato strategia. Infatti, mentre in passato cercava di guidare, con il rischio di essere intercettata dalle forze di polizie italiane, i barconi a ridosso delle acque siciliane, oggi li lascia alla deriva, ai confini delle acque territoriali libiche e torna immediatamente alla base. Tant’è che come mezzi di trasporto utilizza sempre più precari gommoni low cost, made in China che hanno un’autonomia di pochissime miglia. Un nuovo modus operandi che garantisce loro una duplice clamorosa assicurazione: che i “clienti” giungano in Italia (perché sanno che verranno salvati dalle imbarcazioni delle organizzazioni del volontariato) e di non essere perseguibili dalla giustizia italiana perché autori di reati commessi in acque extra-territoriali. Di fronte a una così sofisticata e cangiante regia del crimine organizzato, le istituzioni non possono stare a guardare. Ed è per questo, come ha insegnato Giovanni Falcone nella sua lotta contro la mafia, che occorre: “inaridire le fonti di ricchezza dei trafficanti di esseri umani e non lasciare che pericolosi criminali possano impossessarsi di ostaggi per ricattare le schizofreniche coscienze dei paesi UE”.

Il secondo, per certi versi più complesso del precedente, concerne le condizioni umanitarie dei centri di detenzione per immigrati in Libia. Una questione che il Procuratore Giovanni Salvi, ideatore dell’iniziativa, ha chiarito segnalando, contro le opinioni correnti, che negli ultimi dieci mesi un’azione congiunta italo-libica ha consentito, oltre a ridurre la pressione migratoria nella rotta del Mediterraneo centrale, a migliorare le condizioni umanitarie dei migranti reclusi nei centri di detenzione gestiti dal governo libico (che non vanno confusi con quelli disumani in mano ai trafficanti). Il tema è decisivo. Visto che, a dispetto di quanto emerge dal dibattito politico-mediatico, questi centri, anche se con standard ben al di sotto dell’ottimale, sono oggi meno sovraffollati e regolarmente visitati e monitorati, cosa che non era mai successa prima, dalle Organizzazioni internazionali e da quelle non governative. Un miglioramento non da poco, confermato dai funzionari dell’Oim e dell’Unhcr ma soprattutto dall’ambasciatore Giuseppe Perrone che, forse vale pena ricordarlo, guida l’unica rappresentanza diplomatica europea aperta in Libia: quella italiana.

Con la nave Aquarius l’Europa affonda

Sul piano inclinato dell’immigrazione l’Europa sta inesorabilmente scivolando verso la propria autodistruzione. Una diagnosi dolorosa ma obbligata visto che l’assurdo odierno scontro italo-francese sulle sorti degli immigrati dell’Aquarius non è un semplice, anche se aspro, conflitto diplomatico. Ma la riedizione, rivista e corretta, dello stesso tipo di interna, distruttiva litigiosità che negli anni successivi alla fine della Grande Guerra ne lastricò la strada verso l’inferno.

Quello che sta avvenendo oggi sull’immigrazione è infatti il frutto avvelenato dello stesso perverso nazionalismo che allora non volle e non seppe rendersi conto per tempo delle terribili conseguenze prodotte dal braccio di ferro ingaggiato con la Germania sul pagamento dei debiti di guerra. Solo così, infatti, si può spiegare il paradosso per cui Macron, fino a ieri il più europeista degli europeisti, sia riuscito nell’incredibile impresa di affidare ad uno da lui bollato come un pericoloso euroscettico il compito di dire basta al tran-tran sull’immigrazione che non da ieri ma da anni avvelenava il Vecchio Continente.

La verità è che una existential question, come Frau Merkel ha definito quella dell’immigrazione, richiederebbe ciò che per ragioni culturali e di statura della sua classe dirigente, oltre che politiche, l’Europa di oggi non sembra in grado di fare. Se non altro ricordando che nel lontano 1889 gli Stati Uniti, incalzati delle enormi ondate di immigrati che dall’Atlantico sbarcavano ad Ellis Island, decisero, mettendo fine alla gelosia inefficiente dei singoli stati, di unificare e delegare tutte le competenze sull’immigrazione nelle mani del potere federale centrale. Una soluzione che se non risolve tutte le difficoltà certo potrebbe evitare lo spettacolo di sciatto egoismo con cui l’immigrazione, forse perché ritenuta di secondaria importanza, ha avuto nell’agenda politica di quella che con uno sforzo di ottimismo della volontà insistiamo per considerare ancora la nostra Unione.

Anche gli immigrati fanno meno figli

Il fenomeno delle culle vuote contagia anche gli immigrati residenti in Italia. Per il terzo anno consecutivo i nati sono meno di mezzo milione, di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch'essi in diminuzione. Un trend negativo iniziato nel 2015 ma che nel 2017 fa registrare il nuovo minimo storico dall'Unità d'Italia: solo 458.151 i neonati iscritti all'anagrafe. 15 mila in meno rispetto al 2016, ma se calcolati dal 2008, anno in cui è iniziato il calo, il saldo negativo arriva a 120 mila. A fare meno figli sono anche gli immigrati, dal 2013 anche per loro compare stabilmente il segno meno. Nel 2017, rileva il Bilancio demografico nazionale dell'Istat, prosegue la diminuzione della popolazione residente già riscontrata nei due anni precedenti. E così al 31 dicembre risiedevano in Italia 60.483.973 persone, di cui oltre 5 milioni di stranieri (l'8,5% del totale). Il calo di 105.472 residenti rispetto al 2016 è determinato dalla flessione dei cittadini italiani (-202.884), mentre gli stranieri aumentano di 97.412 unità. Il movimento naturale della popolazione (nati meno morti) ha registrato un saldo negativo per quasi 200 mila unità. Ma se per i cittadini stranieri è positivo per quasi 61 mila unità, per i residenti italiani il deficit è molto ampio e supera le 250 mila.

L’immigrazione spacca la sinistra tedesca

L’immigrazione ha letteralmente lacerato quel che resta della sinistra dura e pura tedesca. Riunita a congresso lo scorso weekend a Lipsia per il rinnovo dei vertici di partito, la Linke (parente di ciò che fu da noi Rifondazione Comunista) si è, infatti, spaccata in due sulla politica migratoria. La cronaca di questo vero e proprio fratricidio è arrivata in Italia dall’edizione domenicale de Il Manifesto con un reportage super equilibrato (quasi ai limiti del cerchiobottismo) che la dice lunga su come sull’immigrazione anche la nostra sinistra non sa che pesci prendere.

Sul ring di Lipsia si sono fronteggiati, da una parte i sostenitori del Sì, senza se e senza ma, ai nuovi arrivati, capitanati dai due segretari uscenti Katja Kipping e Bernd Riexinger. Dall’altra i supporter del No-agli-immigrati-economici-Sì-ai-rifugiati, guidati dall’intramontabile Oskar Lafontaine e dalla sua compagna, capogruppo al Parlamento federale, Sara Wagenknecht.
Per i primi il principio delle frontiere spalancate per tutti è sacrosanto e intoccabile.
Per i secondi è tempo di correre ai ripari, cambiando linea a favore di un’accoglienza selettiva che tuteli il diritto d’asilo ma non quello di entrare indiscriminatamente in Germania. Per la semplice ragione che, a loro avviso, l’emorragia di elettori che alla Linke preferiscono sempre più i sovranisti di Alternative fur Deutschland (AfD), è da addebitare proprio a quella politica delle porte aperte, voluta dalla Merkel ma ben vista dalla sinistra, che nel 2015 ha portato in Germania oltre un milione di immigrati e rifugiati.

Contro questa posizione super aperturista, Sara Wagenknecht si era già pronunciata nel 2017: “non si tratta di buttare a mare le nostre posizioni, ma di realismo. Si tratta di avere a che fare con le paure delle persone con sensibilità, invece di denigrarle come razziste, disperdendo così un buon elettorato […]. Dobbiamo riconoscere che il concetto di cosmopolitismo suona in un modo per un ex-studente Erasmus, che è aperto al mercato del lavoro globale per via della sua alta qualificazione e delle sue solide competenze linguistiche, ma che ha un suono molto diverso per un disoccupato, che forse ha appena perso il suo lavoro per via della delocalizzazione aziendale in luoghi dove i salari dei lavoratori sono più bassi […]. Invece di utilizzare l’indicazione Frontiere aperte per tutti, cosa che trasmette solo paure a coloro che sono stati già a lungo colpiti dallo smantellamento dello stato sociale e dalla crescente incertezza della vita, dovremmo concentrarci sulla difesa del diritto d’asilo”.

Se questo ragionamento non vi convince, non preoccupatevi. Ad avere la meglio, sia pur di misura, è stata la corrente del “tutti dentro” che ha festeggiato la riconferma alla segreteria del partito del duo Kipping-Riexinger. Che, come direbbe Lenin, sul Che fare? Non hanno dubbi. Salvo non fare i conti con la politica e la verità, o meglio la Pravda, per usare un lessico caro a un pezzo della vecchia sinistra, che verrà fuori, tra meno di un anno, dalle prossime elezioni europee.

I numeri del viavai nel Mediterraneo

35 mila: tanti sono stati gli immigrati che nel 2018 tra gennaio e l’inizio di giugno hanno raggiunto l’Europa dopo aver attraversato il Mediterraneo. Il dato è dell’Unhcr (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Numeri che per essere valutati nella loro consistenza vanno raffrontati sul totale del 2017 fornito dalla guardia costiera europea Frontex: 180 mila. Ma se nel Mediterraneo centrale (la rotta che interessa l’Italia) rispetto a un anno fa gli sbarchi sono più che dimezzati, diverso è il trend per Grecia e Spagna che hanno fatto registrare un incremento rispettivamente del 92% e del 9%. La situazione più esplosiva in questo momento è quella greca perché negli ultimi mesi si è riaperta la rotta terrestre al confine con la Turchia, i cui numeri, rispetto al passato, hanno superato quelli via mare.

Ma da dove provengono gli immigrati che sbarcano in Europa? In Italia, in base ai dati forniti dal Viminale, la classifica delle nazionalità è guidata dai tunisini, seguiti da eritrei, sudanesi e nigeriani. Mentre per la Grecia il flusso maggiore riguarda siriani, iracheni e afghani. Marocco, Guinea e Mali sono invece le nazioni di provenienza di quelli approdati in Spagna. Se dai numeri si passa ad un’analisi più attenta delle nazionalità emerge che solo per alcuni gruppi, siriani ed eritrei, si può parlare di rifugiati, per gli altri più onestamente di immigrati economici. Eppure quasi tutti fanno domanda d’asilo. Tralasciando i picchi del 2015 e del 2016, nel pieno della crisi siriana, nel 2017 sono state quasi 705.000 le domande di protezione internazionale presentate negli Stati dell'Ue. Che se ripartite in base alle nazioni di accoglienza, vedono la Germania (198 mila) guidare la classifica dell’Unione europea, seguita da Italia (127 mila), Francia (91 mila), Grecia (57 mila), Regno Unito (33 mila) e Spagna (30 mila). Un discorso a parte va fatto per Malta, in questi giorni al centro di una dura querelle politica con il governo italiano, che l’anno scorso ha ricevuto solo 1.610 domande. Una valutazione che però cambia se si rapporta questo numero alla sua popolazione totale (450 mila) visto che la colloca al terzo posto, dopo Grecia e Cipro.

Esternalizzare le frontiere contro i viaggi della morte

Mentre nel Mediterraneo si consuma una durissima querelle tra Italia e Malta sul chi e perché ha l’obbligo di accogliere i profughi soccorsi in mare dalle Ong di mezzo mondo, dall’Europa del Nord arriva una super proposta per far fronte all’emergenza immigrazione. Secondo Le Monde, il governo austriaco, col sostegno di quello danese, sembrerebbe intenzionato a inaugurare il prossimo luglio il semestre di presidenza di turno del Consiglio UE lanciando un pacchetto di proposte che dovrebbero muoversi nell'ambito di quella, più volte sostenuta da West, che tecnicamente viene definita  "esternalizzazione delle frontiere": ovvero chiedere ai paesi di partenza e transito, in cambio di precisi accordi, di sorvegliare i loro confini e, di conseguenza, i nostri, fungendo da vero e proprio filtro dei movimenti di popolazione che dall’Africa, e non solo, vanno verso l’Europa.
Tematiche assai spinose e difficilmente decifrabili soprattutto dal punto di vista giuridico. È per questo che ne abbiamo parlato con il Prof. Mario Savino, docente di diritto amministrativo all’Università della Tuscia, profondo conoscitore della materia, tra i relatori del Convegno “Le nuove frontiere dell’immigrazione” organizzato a Catania il prossimo 15-16 giugno dall’Area Democratica per la Giustizia, gruppo autonomo della magistratura associata.

1) I dati dicono che l’accordo UE-Turchia ha consentito un drastico calo dei flussi migratori nella rotta del Mediterraneo orientale. Crede che questo tipo di processi di esternalizzazione delle frontiere siano un modello da replicare per migliorare la gestione dei movimenti di popolazione euro-africani?

L’accordo UE-Turchia è un esempio della politica europea di esternalizzazione delle frontiere. L’Italia sta cercando di replicare il modello con la Libia, ma con molte difficoltà in più, data l’assenza di un unico interlocutore che sia in grado di controllare il territorio libico e la necessità, quindi, di fare accordi con le tribù che agiscono lungo il confine meridionale della Libia e con le milizie che controllano il litorale libico e gli imbarchi verso l’Italia. In una prospettiva di breve periodo, non vi sono alternative a questa politica, l’unica in grado di contenere gli arrivi sulle coste europee. Nel medio e lungo periodo, invece, questa politica di esternalizzazione è destinata a evidenziare i suoi limiti: di sostenibilità politica, che dipende dalla stabilità e affidabilità dei paesi terzi che accettino di collaborare, nonché dalla capacità di quei governi di far digerire ai rispettivi popoli una politica restrittiva in genere molto impopolare; ma anche di sostenibilità giuridica, perché l’esternalizzazione si fonda su pratiche di dubbia compatibilità (in alcuni casi, anzi, di evidente incompatibilità) con il rispetto dei diritti umani e delle norme sulla protezione dei rifugiati. Dunque, una politica di corto respiro, buona per le emergenze ma non per governare i processi migratori nel lungo periodo. Occorre individuare altre soluzioni e strategie più sostenibili.

2) Negli anni Ottanta del secolo scorso, gli USA, di fronte alla forte pressione migratoria dei richiedenti asilo haitiani che cercavano di raggiungere via mare le coste degli Stati Uniti, decisero di utilizzare, grazie alla presenza a bordo di funzionari statali esperti in materia, le navi della marina militare come primo strumento di “filtro” della domande d’asilo. Quanti tra loro non rispettavano le condizioni giuridiche previste per ottenere lo status rifugiato venivano rispediti in patria prima ancora di sbarcare negli USA. Crede che questa sia una via percorribile anche per i profughi che dalle coste del Nord Africa provano a entrare nel nostro territorio?

Processare le richieste di protezione internazionale a bordo di navi non è una strada percorribile in base al diritto europeo. La direttiva procedure (2013/32/UE del 2013) assicura ai richiedenti asilo una serie di diritti che non potrebbero essere adeguatamente garantiti a bordo di una nave. Si pensi al diritto a una procedura di esame che sia conforme ai principi fondamentali (art. 31); al diritto a un ricorso effettivo (art. 46); al divieto di trattenimento (art. 26), o ancora alle esigenze di assistenza psico-fisica e di rappresentanza legale (artt. 18 ss.). Come potrebbero questi diritti essere adeguatamente garantiti a bordo di una nave? E come potrebbero svolgersi a bordo di una nave procedure che, svolte a terra, richiedono mesi o, in caso di ricorso, addirittura anni? Delle due l’una: o quelle garanzie sono prese sul serio e allora non c’è nessuna possibilità di assicurarle a bordo di una nave; oppure quelle garanzie sono eluse e allora si tratta di una pratica contraria al divieto di respingimento in alto mare, per il quale l’Italia è già stata condannata nel 2012 davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Hirsi.

3) La sensazione è che negli ultimi quattro anni, fare domanda d’asilo sia di fatto diventato l’unica via di accesso legale per entrare in Italia e in Europa. Come uscire da questo cul de sac?

L’unico modo per uscirne è prevedere canali di ingresso regolari per migranti economici. L’Italia in particolare, ma tutta l’Europa nel suo complesso, sono geograficamente troppo esposte per poter pensare che una politica dell’immigrazione zero possa avere successo. Come accade nel contesto attuale, i flussi possono essere ridotti, a fronte di enormi sforzi, ma non possono essere eliminati. E questo significa che una politica volta ad azzerare l’immigrazione non solo è destinata all’insuccesso, ma produce molte conseguenze non intenzionali: l’arricchimento delle organizzazioni criminali che gestiscono i traffici irregolari, l’arrivo di migranti non selezionati in base alle competenze, l’impossibilità di security checks se non all’arrivo, sofferenze indicibili da parte dei migranti lungo il loro viaggio. L’immigrazione è un fenomeno strutturale, col quale occorre fare i conti. Ed è, come altri fenomeni sociali, un fenomeno che può avere vantaggi superiori ai costi, soprattutto in paesi, come l'Italia e la Germania, che sono in piena crisi demografica (una crisi difficile da sovvertire con politiche interne) e hanno quindi molte difficoltà nell'assicurare la sostenibilità dei loro sistemi di welfare. Un'immigrazione ben regolata non è la panacea, ma può contribuire positivamente ad affrontare questo cruciale problema. Per far questo, occorre de-ideologizzare il dibattito sull'immigrazione e avviare una attività di pianificazione degli ingressi su base pluriennale, ovviamente in collaborazione con i paesi d'origine, che devono essere trattati come interlocutori paritari.