Se l’Europa non cambia l’immigrazione la uccide

Sull'attualità dell'immigrazione euro-mediterranea, West ha intervistato il Prof. Mario Savino, docente di diritto amministrativo all’Università della Tuscia, profondo conoscitore della materia. 

1) In Europa è come se l'immigrazione avesse azzoppato d’un colpo, oltre ai partiti di sinistra, anche quelli, storicamente decisivi, di centro. Se questa è la situazione cosa possiamo attenderci dalla elezioni europee del prossimo anno?

 L’immigrazione ha messo in ginocchio la sinistra perché la sinistra non ha saputo coniugare, nel suo messaggio politico, la solidarietà verso gli ultimi (i migranti) con la solidarietà verso i penultimi (i ceti popolari) e i terzultimi (i ceti medi declassati dalla crisi). Accogliere e integrare gruppi di migranti di cultura e religioni diverse comporta costi elevati, a carico del bilancio statale e delle comunità ospitanti. Quei costi richiedono una adeguata compensazione, possibile soltanto attraverso una coraggiosa riforma del welfare e delle politiche sociali. È paradossale che le sinistre abbiano lasciato questo tema alla destra e dato l’impressione di una solidarietà unidirezionale verso gli outsider. Lo strabismo della sinistra – un occhio al mercato e l’altro all’immigrazione – ha spianato la strada alla riscossa dei populismi e dei nazionalismi.

La polarizzazione che ne è derivata ha prodotto un nuovo scenario, nel quale – come spiegano i politologi – il cleavage non corre più lungo l’asse destra-sinistra, ma lungo l’asse apertura-chiusura. In questo nuovo paesaggio politico,le forze centriste di un tempo sono rimaste spiazzate: non più al centro, ma vicine al polo dell’apertura. Per questo, hanno finito per essere accomunate alla sinistra e perdere la loro base di consenso.

Le elezioni europee del 2019 potrebbero rappresentare per le forze dell’apertura (di centro e di sinistra) una importante occasione per fare autocritica e includere nel loro messaggio di riscatto sociale quella parte dell’elettorato che si è sentita tradita e abbandonata. È una sfida difficile, soprattutto per la segmentazione nazionale degli elettorati. Ma la posta in gioco è alta. Il Parlamento europeo potrebbe finire per essere dominato da quelle forze nazionaliste per contrastare le quali sono nate prima la Comunità e poi l'Unione. Il rischio non è solo il rallentamento del processo di integrazione, ma la sua perdita di senso. Un pericolo esistenziale per l'Unione.

2) Anche se l'ultimo Consiglio europeo sull'immigrazione ha evitato il peggio, non è forse vero che le sue confuse conclusioni sono una preoccupante conferma  di una crisi "decisionale" delle istituzioni di governo dell'UE? 

Nell’UE la crescente preminenza del Consiglio, cioè dei governi nazionali, e la parallela marginalizzazione della Commissione e del Parlamento sono il risultato di due fattori convergenti.

Il primo è la diffusa domanda di sicurezza e protezione, che nasce dalla mancanza di lavoro, dall’impoverimento dei ceti medi e dall’arretramento del welfare. A questa domanda i governi europei devono dare risposta. E la risposta è spesso fatalmente declinata nei termini hobbesiani della difesa sociale e della chiusura verso l’esterno. Di qui, il ritorno all’ideale antistorico del Leviatano, che aleggia su gran parte del Vecchio Continente e si riflette sugli equilibri istituzionali europei.

Il secondo fattore è la insufficienza dei poteri che i trattati conferiscono all’Unione. Per dare risposte efficaci a problemi difficili e complicati, qual è quello dell’immigrazione, le istituzioni sovranazionali dovrebbero ricevere dagli esecutivi nazionali nuovi e maggiori poteri su questioni che però toccano il “cuore” della loro sovranità. I governi, invece, accettano di "condividere" quei poteri soltanto in una sede come il Consiglio dove, grazie alla regola delle decisioni prese all'unanimità, li possono difendere e conservare.

Il risultato è un dominio sterile del Consiglio, confermato dalle conclusioni del vertice UE del 28 giugno. Il baratro è stato evitato, perché sulle ragioni di consenso interno hanno alla fine prevalso le ragioni diplomatiche e la consapevolezza dell’interdipendenza. Nella sostanza, però, a Bruxelles non è stato preso nessun impegno vincolante. In materia di immigrazione e richiedenti asilo, tutte le ipotesi discusse – dalla distribuzione dei migranti dopo gli sbarchi al reinsediamento dei rifugiati da paesi terzi ai cosiddetti rimpatri Dublino – sono state condizionate all'adesione volontaria dei singoli Stati membri. Questo dominio solitario non giova allo stesso Consiglio, paralizzato al suo interno dalla “trappola della decisione congiunta”: senza il supporto della Commissione e la dialettica con il Parlamento, gli esecutivi nazionali non sono in grado di superare le contrapposizioni che li dividono, con grave danno per l’Unione e i suoi cittadini.

3) Per superare i paralizzanti egoismi nazionali, l'Europa potrebbe incamminarsi su una strada come quella scelta dagli USA nel 1889. Quando decisero, per mettere fine agli inefficienti nazionalismi dei singoli stati, di unificare e delegare tutte le competenze sull'immigrazione al Congresso e al Presidente?

L’Europa di oggi è molto diversa dagli Stati Uniti di allora. Nella seconda metà dell’Ottocento il fiorire del commercio e della libera circolazione sulle due sponde dell’Atlantico creava un humus favorevole ai processi federativi e di integrazione politica. Oggi, la crisi economica ha innescato un processo opposto, che porta a sopravvalutare la sovranità statale e a ipotizzarne una riscossa rispetto al mercato e alla globalizzazione. In questo quadro, o si accelera il processo di integrazione in alcune aree, come l’immigrazione, ricorrendo alle cooperazioni rafforzate, ma è forte il rischio di approfondire linee di frattura già esistenti tra Est e Ovest o tra Sud e Nord dell’Europa. Oppure si procede in modo graduale, con un percorso fatto di piccoli passi e di mediazioni con i governi sovranisti, le cui posizioni spesso sono dettate da contingenti ragioni di convenienza elettorale più che da convinzioni radicate sull’inutilità della cooperazione sovranazionale. Su questo doppio registro bisognerà costruire un percorso comune.

Sui migranti Bruxelles non propone solo mance

Inizia a prendere forma il lavoro della Commissione europea per cercare una soluzione alla gestione dei flussi migratori e dare così attuazione alle conclusioni del Consiglio Ue del 28 e 29 giugno scorsi. I due “non paper” presentati nei giorni scorsi dall’esecutivo di Bruxelles propongono oltre alla creazione di “centri controllati” nell’Ue per la gestione immediata e temporanea degli immigranti anche intese con Paesi terzi sulle cosiddette “piattaforme regionali di sbarco” in porti sicuri extra Ue.

L’obiettivo primario dei “centri controllati”, realizzati con il supporto finanziario e operativo dell’Ue e delle sue Agenzie, sarebbe quello di rendere più celere il processo di distinzione tra rifugiati e immigrati economici, accelerando perciò i rimpatri di questi ultimi. I centri non verrebbero creati necessariamente nei Paesi di primo arrivo. Con la redistribuzione volontaria (sull’esempio di quanto accaduto con la Lifeline), lo Stato membro che si fa carico di una parte degli immigranti sbarcati riceverà dall’Ue 6.000 euro per persona, più 500 euro per il trasferimento. Così come richiesto dal governo italiano la Commissione diventerebbe la “cabina di regia” svolgendo un ruolo di coordinamento tra i Paesi che partecipano agli sforzi di solidarietà. Questa proposta, esaminata ieri dai 28 ambasciatori Ue, tornerà a essere discussa a settembre.

Il secondo pilastro della strategia avviata da Bruxelles poggia sulle intese con i Paesi terzi per la creazione di “piattaforme regionali di sbarco” in stretta collaborazione con l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione Mondiale per i Rifugiati (Oim). Obiettivo è fare in modo che le persone salvate in mare possano essere sbarcate rapidamente e in condizioni di sicurezza su entrambe le sponde del Mediterraneo. Un primo tavolo di discussione è in programma il 30 luglio a Ginevra. Sotto l’egida dell’Onu, i rappresentanti dell’Ue, dell’Unhcr, dell’Oim, e di otto Paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Croazia, Solovenia, Malta, Grecia e Cipro), incontreranno i loro omologhi di Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto. Assente la Libia, ritenuta al momento dalla comunità internazionale “non un porto sicuro”. Nel progetto delle “piattaforme” sono coinvolti anche Albania e Montenegro.

Da Bruxelles novità in arrivo sull’immigrazione

6 mila euro per ogni immigrato che gli Stati UE prenderanno in carico dalle navi che nel Mediterraneo sono costrette a salvare vite umane. Sarebbe questa, secondo un’indiscrezione del Financial Times, l’offerta-pivot del progetto per allentare la pressione migratoria sull’Italia che la Commissione Europea renderà pubblico nelle prossime ore e che mercoledì sarà discussa dagli ambasciatori dei 28.

La ratio del piano attribuito all’Esecutivo di Bruxelles, come West aveva intuito, è quella di provare a formalizzare quella solidarietà dei volonterosi, di cui aveva parlato Angela Merkel, sperimentata, in contemporanea con le convulse fasi del Consiglio UE dello scorso 28 giugno, con il modello Lifeline. Il nome della nave Ong che alla vigilia di quel summit fu accolta da Malta, dopo giorni di scaricabarile con l’Italia, con un preventivo impegno - cosa mai successa prima - da parte di otto stati europei (Belgio, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda e Portogallo) di condividere il carico di disperati a bordo.

In cambio di questa iniziativa che sembra rispondere alle richieste di Roma, Bruxelles ci chiederebbe il rispetto di tre condizioni.

La prima: mettere fine all’incertezza delle ultime settimane sui porti chiusi o aperti, garantendone, invece, la piena operatività almeno fino al prossimo settembre. Quando dovrebbero cambiare le regole di ingaggio della missione militare europea Sophia. Che con l’obiettivo di neutralizzare il traffico di esseri umani opera nel Mediterraneo utilizza come base degli sbarchi unicamente i nostri e non quelli di altri stati membri. Su questo punto, ieri il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi, a margine dei colloqui avuti a Berlino con l’omologo Heiko Mass, ha dato ai partner europei assicurazioni chiare e precise.

La seconda: assicurare che i migranti sbarcati in Italia non finiscano, in un modo o nell’altro, oltre le Alpi, soprattutto in Germania. Dove questo tema, cioè quello che gli addetti ai lavori definiscono movimento secondario, è caldissimo. Perché utilizzato dal Ministro dell’Interno Horst Seehofer contro la politica pro-rifugiati della sua compagna di partito Angela Merkel, colpevole, a suo avviso, di aver perso voti in favore dell’estrema destra.

La terza: avviare l’apertura di centri sorvegliati sotto l’egida UE dove riconoscere e distinguere i richiedenti asilo e gli immigrati economici. Per ridistribuire i primi tra i partner europei e rimpatriare i secondi col supporto di Frontex.

Nell’attesa di conoscere i dettagli della proposta ufficiale di Bruxelles, sembra prendere piede, dopo il fallimento della redistribuzione dei rifugiati per quote obbligatorie, un metodo in linea con quello di successo utilizzato in passato (vedi Schengen), riassumibile con lo slogan: piccoli passi per grandi conquiste.

Dall’Onu una proposta anti-sovranista sull’immigrazione

Marta Foresti, direttrice dell'Overseas Development Institute di Londra, ha partecipato ai negoziati che dopo quasi due anni di lavori, la scorsa settimana hanno portato gli Stati Onu a trovare un accordo sul Global Compact for Migration (GCM), il primo trattato internazionale sulla migrazione globale.

Cos'è, come nasce e a che punto è il negoziato del Global Compact for Migration (GCM)?

Lo scorso venerdì, dopo quasi due anni di negoziati, i paesi membri dell’Onu, ad eccezione di Stati Uniti e Ungheria, hanno trovato uno storico accordo sulla bozza del primo trattato internazionale sulla migrazione globale. Non è una risposta a tutti i problemi sulle questioni migratorie , ma, comunque, un traguardo da non sottovalutare.

Quali sono i punti di debolezza?

Come ogni accordo internazionale che si rispetti, anche il GCM, essendo figlio di un compromesso, non è perfetto e a mio parere i punti di debolezza sono tre.

Il primo: a differenza della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, il Global Compact non ha valore legale e quindi gli stati firmatari non sono vincolati a rispettare quanto previsto dall'accordo.

Il secondo: la bozza finale del testo approvato sarà adottata formalmente dai singoli Stati soltanto il prossimo dicembre al Summit internazionale di Marrakech. E’ facile immaginare che, nel frattempo, qualcuno, sulla scia degli USA di Trump e dell’Ungheria di Orban, si tiri indietro.

Il terzo: alcuni temi controversi sono stati affrontati poco e male. Penso, ad esempio, alla detenzione dei minori, che non e’ stato possibile eliminare una volta per tutte; al rapporto tra immigrazione illegale e via di ingresso legali; alla relazione tra migrazione e sviluppo, a cui il testo fa riferimento ma senza apprezzarne il veri potenziale.

Quali i punti di forza?

Anche in questo caso sono tre.

Il primo: il fatto che si sia trovato accordo sulla bozza dell’accordo e’ di per sé un'importante risposta al populismo e al sovranismo dilagante. In pochi due anni fa credevano che saremmo arrivati a questo punto. Ci siamo, invece, riusciti grazie a un complesso e sofisticato lavoro di mediazione, ispirato a princìpi di sano pragmatismo, che ha visto in campo stati ma anche la società civile e il settore privato

Il secondo: propone idee innovative e buone pratiche per una migliore governance del fenomeno migratorio. Come, ad esempio, la proposta di un’alleanza internazionale sulle competenze capace di agevolare la mobilità del lavoro. A coloro che considerano tutto questo una includente ‘wish list’ rispondo che è, invece, un vero e proprio scrigno del tesoro, con proposte preziose e pragmatiche . Che spetterà agli stati, alle associazioni non governative, agli esperti e ai ricercatori di ogni parte del globo sfruttare al meglio.

Il terzo: riguarda il metodo. La possibilità di aderire su base volontaria, senza vincoli legali o accordi formali che molti oggi considerano un limite, domani potrebbe essere un vantaggio. Il mondo, infatti, è pieno di trattati internazionali vincolanti, siglati, ratificati ma mai rispettati. Sull’immigrazione, tema complesso e politicamente delicatissmo, scommettere su un accordo flessibile può rappresentare una chance per una coalizione di volenterosi, capaci di guardare al futuro e costruire, gradualmente, una governance internazionale di un fenomeno globale.

Cosa bisogna fare adesso per evitare che la conferenza di Marrakech del prossimo dicembre sia un flop?

È l’ora dell’azione, diplomatica e non. Gli attori che hanno lavorato sui 23 punti del trattato, devono negoziare, giorno dopo giorno, a livello bilaterale e multilaterale per smussare gli aspetti controversi e formare coalizioni trasversali che consentano il prossimo dicembre di mettere un sigillo sul successo ottenuto lo scorso venerdì.

Non mi faccio illusioni. So che la strada, per quanto giusta, è in salita e lastricata di difficoltà. Abbiamo la cornice, ora bisogna finire il quadro.

Sull’immigrazione Orban rischia una multa

La linea dura di Orban sugli immigrati finisce nel mirino di Bruxelles. La Commissione Ue ha infatti deferito alla Corte di giustizia europea l’Ungheria per non aver rispettato la direttiva su asilo e ricollocamenti dei migranti. In particolare vengono contestati al governo sovranista di Budapest i respingimenti avvenuti senza adeguata valutazione delle domande d’asilo e sulla base di una norma nazionale che criminalizza le attività di sostegno e aiuto agli immigranti.

La procedura nei confronti dell'Ungheria aveva preso il via nel dicembre 2015. Dopo una serie di incontri politico-amministrativi, e una seconda procedura d’infrazione, la Commissione ha recapitato al governo di Budapest un parere motivato nel dicembre 2017. Una volta prese in esame le controdeduzioni delle autorità magiare, la Commissione ha fatto presente, come chiarisce la nota diffusa nel pomeriggio di oggi, che non essendo stata data adeguata risposta alle sue preoccupazioni ha deciso di deferire l'Ungheria alla Corte di giustizia dell'Unione europea, come ultima fase della procedura di infrazione. Per Bruxelles, dunque, in tema di immigrati e rifugiati il governo di Orban continua a violare leggi e trattati europei. È opportuno ricordare che quando un Paese viene deferito alla Corte di giustizia per la seconda volta, la Commissione chiede alla Corte che venga multato.

In contemporanea l’esecutivo di Bruxelles ha messo sotto osservazione, con una lettera di messa in mora, anticamera della procedura di infrazione, anche la cosiddetta legge “Stop Soros”, cavallo di battaglia dell’ultima campagna elettorale di Orban. Secondo Palazzo Berlaymont, infatti, questa norma contro le Ong a capitale straniero “è discriminatoria e limita in modo sproporzionato le donazioni dall'estero alle organizzazioni, violando la legislazione europea sulla libera circolazione dei capitali”.

Brexit non fa paura ai Paperoni immigrati

La Brexit non spaventa i Paperoni mondiali. Anzi la richiesta di visti per milionari e miliardari intenzionati a trasferirsi Oltremanica è raddoppiata nell’ultimo anno: 450 hanno aderito al Tier 1, un programma speciale rivolto ad attrarre nel Regno Unito grossi investitori stranieri. Per ottenere il cosiddetto “visto d’oro” e garantirsi il privilegio di vivere e lavorare per 3 anni in Inghilterra devono investire almeno 2 milioni di sterline in titoli di Stato, società o altre attività. Possedere proprietà di pari valore non basta.

Il giro di vite introdotto dal governo britannico nel 2015, per frenare illeciti fiscali e corruzione, non ha però frenato la corsa dei facoltosi imprenditori stranieri a stabilirsi in Gran Bretagna, che grazie alle loro fortune riescono ad ottenere celermente anche la cittadinanza. Ma quali sono i Paesi di provenienza? Dai dati forniti dallo studio legale Collyer Bristow a guidare la classifica è la Cina, seguita da Russia e Turchia. In aumento, rispetto all’anno scorso, anche le richieste provenienti da Stati Uniti e Arabia Saudita.

La corsa al “visto d’oro”, spiegano gli analisti di Collyer Bristow, non si arresterà da qui alla fine dell’anno, perché in molti cercheranno di ottenere la residenza nel Regno Unito prima del marzo 2019, quando la Brexit sarà ultimata e le frontiere potrebbero chiudersi. Anche per i super-ricchi.

Le proposte sull’immigrazione di un eretico di sinistra

Col motto “non sono razzista ma realista” Jimmy Jansson, 40 enne sindaco di Eskilstuna (90 km a Ovest di Stoccolma) sta obbligando i socialdemocratici svedesi a rivedere la loro tradizionale politica dell’immigrazione. In particolare su tre punti: no ai Rom che chiedono l’elemosina; giro di vite contro gli irregolari; sì all’accoglienza di un numero di rifugiati proporzionale a quello della popolazione locale. Ai suoi nemici, in gran parte compagni del suo stesso partito, che lo accusano di essere di destra oppone, con orgoglio, non solo di essere figlio della classe operaia ma, soprattutto, il crescente ascolto che il suo messaggio sta raccogliendo tra i militanti dei partiti politici della nuova sinistra nord europea. Lo abbiamo intervistato.

Sull’immigrazione lei si autodefinisce un realista ma per i suoi avversari è un razzista. Ci aiuta a capire dove sta la verità?

Il razzista lotta per una società basata sulle discriminazioni etnico, culturali e razziali. Io mi batto per una Svezia che condivida col resto d’Europa l’accoglienza dei nuovi arrivati e che sia ancora in grado di sostenere un Welfare State capace di ridurre al minimo il gap sociale ed economico tra i suoi cittadini. La tradizionale visione umanitaria dei socialdemocratici non significa che il nostro paese debba semplicemente limitarsi a spalancare le porte a tutti i rifugiati del mondo. Noi sul fronte dell’accoglienza abbiamo fatto e continueremo a fare la nostra parte, ma ci aspettiamo che facciano lo stesso anche i nostri partner del Vecchio Continente. La sinistra occidentale pensi piuttosto a rinsaldare la sua unità nella guerra alla povertà globale, ai regimi anti democratici, all’inquinamento, alle malattie.

Eppure molti da sinistra la accusano di aver ceduto culturalmente alla destra. Cosa risponde loro?

Sbagliano. Tanti dimenticano che storicamente i socialdemocratici in Svezia hanno avuto una posizione dura sull’immigrazione irregolare e chiesto una seria governance di quella legale. Per la semplice ragione che solo così è possibile salvaguardare i sistemi di protezione sociale che consentono di aggredire, riducendole, le disuguaglianze di classe. Quello che molti dimenticano o fanno finta di non ricordare è che la destra è sempre stata pro-immigrazione perché in essa vede il miglior strumento per scardinare lo Stato Sociale e lasciare mano libera al mercato.

Che differenza c’è, dunque, tra il suo No all’immigrazione e quello di un leader politico neopopulista o di estrema destra?

L’immigrazione in sé e per sé non è un elemento che distingue destra e sinistra. Sia i primi che i secondi possono essere pro o contro l’immigrazione. La vera differenza sta nella visione del mondo e della società che sta dietro le rispettive scelte. E in particolare sul modello sociale, su come regolare il del mercato del lavoro o, solo per fare un altro esempio, sulle questioni di genere. Un socialdemocratico vero e sincero deve essere seriamente preoccupato se un mal funzionante modello di immigrazione mette a rischio la pace sociale (estremismo religioso, criminalità etc), i diritti delle donne, i redditi dei lavoratori autoctoni, la qualità delle prestazioni e dei servizi socio-assistenziali.

La sinistra deve e può battersi per una società migliore. Ma se continua a non guardare in faccia la realtà temo che gli elettori continueranno, sempre più numerosi, a voltargli le spalle.

Diminuiscono gli sbarchi in Italia, aumentano in Spagna

Crollano gli sbarchi in Italia. A smentire la vulgata dell’invasione sono i numeri pubblicati oggi da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, che certificano il calo degli arrivi nel mese di giugno: 3.000 gli immigrati approdati in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, -87% rispetto allo stesso mese del 2017. In totale nei primi sei mesi del 2018 sono giunte sulle nostre coste circa 16.100 persone, -81% rispetto a un anno fa.

In controtendenza la rotta del Mediterraneo occidentale che per la prima volta diventa la più attiva. Il numero degli arrivi in Spagna è, infatti, balzato a 6.400: +166% nel confronto con giugno 2017. 14.700 il numero totale nella prima metà del 2018, cifra più che raddoppiata in un anno.

Sulla rotta del Mediterraneo orientale mentre continuano a calare gli sbarchi in Grecia, solo 3.600 nell’ultimo mese, gli attraversamenti irregolari dei confini terrestri con la Turchia (circa 24.300 quelli rilevati negli ultimi sei mesi).

I numeri dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, completano il quadro dei flussi migratori euro-africani: 1.443 le persone morte dall’inizio dell’anno, per lo più nel Mediterraneo centrale.

Marx ci aveva messo in guardia sull’immigrazione

Quand’è e com’è che la sinistra, dopo averla per decenni ferocemente combattuta, si è schierata a favore dell’immigrazione? Una domanda che forse può apparire bizzarra se non addirittura provocatoria agli occhi di chi, ed oggi sono i più, è convito che l’apertura agli immigrati sia iscritta da sempre nel dna politico del movimento operaio. E che invece è giusto porsi non solo perché sul piano storico le cose non stanno affatto così. Ma soprattutto perché molti degli odierni guai politici che affliggono i partiti della sinistra di mezzo mondo derivano dal fatto che, a differenza di altre fondamentali revisioni della tradizionale linea politica, nel caso dell’immigrazione hanno invece "cambiato spalla al proprio fucile" senza però né dichiararlo né tanto meno discuterlo apertamente. Provocando quello che è sotto gli occhi di tutti: una drammatica secessione politica della propria base sociale che per protesta li ha abbandonati passando armi e bagagli nel campo degli avversari di sempre.

Una verità tanto più amara se non altro perché già genialmente anticipata da Karl Marx che nel lontano 1870, a proposito delle conseguenze dell’immigrazione irlandese in Inghilterra, scriveva: “l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese…Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi.

L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita...egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese…L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta..questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto della debolezza del movimento operaio inglese a dispetto della sua organizzazione”.

Da allora ad oggi le cose sono certamente molto cambiate e non tutte stanno come quelle descritte dal Moro di Treviri. Ma che l’immigrazione rappresenti un problema per il mondo del lavoro ed i suoi partiti politici è sicuro. Nel 2004, infatti, a distanza di un’epoca siderale da quando scriveva Marx, un altro grande democratico, quale il grande cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt, metteva in guardia i suoi ricordando loro che “il multiculturalismo non è adatto per una società democratica…ed è stato un errore importare negli anni ’60 guest workers di altre culture”.

Se la discussione sull’immigrazione non riparte da qui c’è il rischio di dare ragione a quanti, sull’onda di Giuseppe Verdi, guadagnano terreno ripetendo “Tornate all’Antico, sarà un progresso”.

L’immigrazione mette in difficoltà chi non guarda al futuro

West ha incontrato Pierre Vermeren, uno dei massimi esperti mondiali di Maghreb, ordinario di Storia contemporanea all’Università Sorbona di Parigi.

1) Qual è l’identikit degli immigrati e dei rifugiati che arrivano in Europa dall’Africa?

Sono in maggioranza maschi che:

-provengono da paesi in pace (fortunatamente oggi nel continente africano gli stati in guerra sono un’eccezione);

- posseggono livelli di istruzione e ambizioni superiori a quelli medi dei loro paesi d’origine;

- hanno alle spalle famiglie sufficientemente robuste economicamente per potersi permettere di affrontare gli elevatissimi costi del viaggio (migliaia di euro che finiscono nelle mani della mafia del traffico di esseri umani). Questo spiega perché non sono rari i casi nei quali più nuclei familiari, considerandolo alla stregua di un investimento, uniscono i risparmi per finanziare “la partenza” di un loro rappresentante.

2) E’ vero che sono loro la soluzione al declino demografico dell’Europa?

In astratto sì. Ma la vera risposta dipende dal modello di società e dal tipo di immigrazione che vogliamo.

Il Giappone, ad esempio, che ha i più bassi tassi di fertilità del mondo, ha deciso, scontando un drastico calo della popolazione, di farvi fronte puntando su un forte innalzamento della produttività media del Paese. Legata, soprattutto, alla massima diffusione ed utilizzazione della robotica.

Il Canada, invece, ha tradizionalmente puntato sugli immigrati qualificati.

Mentre inglesi e francesi fino all’altro ieri hanno accolto manodopera straniera da impiegare in occupazioni poco qualificati. Ma è difficile pensare che questi operai immigrati, coi loro bassi stipendi, siano in grado di sostenere, oltre alle famiglie in patria, le pensioni di quadri e dirigenti del paese ospitante.

Se questo è il quadro, saranno gli europei e le istituzioni che li rappresentano a dover scegliere. Tenendo ben presente che l’opzione Sì soltanto all’immigrazione qualificata è ottima per noi ma pessima per i paesi di origine che così perdono “cervelli”. L’unico flusso migratorio che potremmo definire neutro, perché reciprocamente vantaggioso sia per lo Stato ospitante che per quello di origine, è quello che riguarda i rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni. Che poi non sono così numerosi come talvolta si sente ripetere.

3) Come dovrebbe cambiare la politica estera UE in Africa?

La priorità è consentire un serio processo di industrializzazione degli Stati africani anziché continuare a imporre loro l’importazione ad oltranza di prodotti cinesi ed europei. Un modus operandi, il nostro, che ha distrutto industria, agricoltura e mercato del lavoro locali. Causando una disoccupazione di massa che non risparmia neanche i giovani altamente qualificati. Ecco perché molti sognano di emigrare.

Per rinascere l’Africa ha bisogno, ad esempio, di creare, al suo interno, una sorta di mercato comune. Che, però, almeno in una prima fase, deve essere protetto dalla concorrenza delle produzioni occidentali e cinesi. L’obiettivo è che i consumatori africani - presto supereranno 2 miliardi - acquistino sempre più prodotti e servizi made in Africa.

A questo, inutile dirlo, va affiancato un maxi piano di formazione in tutti i campi, soprattutto quello sanitario.