OCSE: con il mercato crolla l’immigrazione

La pestilenza è piombata come un maglio sull’immigrazione. Basta leggere al riguardo l’ultimo, recentissimo International Migration Outlook dell’OCSE. Secondo il quale nei primi sei mesi 2020 i flussi migratori mondiali sono diminuiti, rispetto allo stesso periodo del 2019, del 46%. Un crollo di proporzioni mai registrato in passato che potrebbe, secondo le proiezioni dell’istituto parigino, addirittura raddoppiare nell’ultimo semestre dell’anno in corso.

Non una semplice frenata ma una vera e propria inversione di rotta dei comportamenti migratori degli ultimi decenni. Visto che, recita fin dalle prime pagine il documento dell’OCSE “mobility not to return to previous levels for some time to come”. Certificando la fine del complicato ma tutto sommato felice ménage che per più di vent’anni ha legato l’immigrazione alla globalizzazione dell’economia. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. In particolare nel settore del commercio e dei servizi delle grandi metropoli dell’Occidente industrializzato. Ma soprattutto perché chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio che è la domanda e l’offerta del mercato e non la povertà assoluta e la sovra popolazione mondiali, come invece molti si ostinano a ripetere, il “primo mobile” dell’immigrazione moderna. D’altra parte se non fosse così pensiamo veramente che basterebbe il timore del Covid a convincere i dannati del mondo a scegliere di non emigrare restando a casa loro? Su via non scherziamo! Se non altro per riguardo ai milioni di lavoratori che ogni giorno da noi come nel resto del mondo, sfidando la paura del contagio si ostinano di buon mattino ad andare a lavorare.

L’immigrazione economica non è un fenomeno naturale ma una funzione della moderna economia. Il mercato domanda e l’immigrazione risponde. Ragione per cui se la prima si blocca si blocca di conseguenza anche la seconda. I flussi migratori, infatti, al pari delle merci sono attivati, in primis, da una domanda che l’offerta di lavoro in loco non è in grado di soddisfare. Infatti, ricordava anni addietro Alejandro Portes che di queste cose se ne intende come pochi: ”i lavoratori immigrati non vengono solo perché lo vogliono, ma perché li vogliono”. Ecco perché non basta la povertà o la sovra popolazione a spiegare l’immigrazione.

Per concludere una preghiera ai lettori: tutte le volte che sentite qualcuno ripetere che l’immigrazione è un fenomeno inarrestabile siate così cortesi di segnalare le pagine del rapporto OCSE. E se insiste issate, come facevano nel lontano passato le navi infettate dal colera, una bandiera gialla mettendoli in quarantena.

L’elezione di Trump è possibile ma poco probabile

La corsa di Trump al secondo mandato presidenziale, quando mancano poco più di tre settimane all’Election Day di novembre, appare ancora possibile ma sempre meno probabile.

Possibile non solo perché in politica, come già tante volte accaduto in passato, può sempre accadere qualcosa all’ultimo minuto capace di cambiare le carte in tavola. E rovesciare, nel caso a favore del miliardario newyorkese, l’esito di una competizione elettorale che molti invece danno per lui ormai perduta. Ma anche in ragione del fatto che agli occhi di molti settori di quella strana galassia quale è l’opinione pubblica americana, gli eccessi e la sua cocciutaggine comportamentale che tanti gli rimproverano trovano invece un chiaro apprezzamento. Come, ad esempio, quello testimoniato da Michelle O’Neal, donna di mezza dello stato della Virginia, che intervistata la scorsa settimana dal quotidiano liberal OZY ha spiegato di averlo votato nel 2016 perché: “I honestly didn’y vote on his character. I like that he’s a fighter”.

Ma le chance del possibile, che non vanno mai sottovalutate, rischiano però la resa di fronte a tre fondamentali ragioni che, allo stato delle cose, rendono la rielezione di Trump davvero poco probabile. In primis l’economia. Che con l’esplosione della grande pandemia si è trasformata da arma vincente in un boomerang del trumpismo. Basti pensare che nel giro degli ultimi mesi il tasso di disoccupazione che negli USA pre Covid aveva toccato il minimo storico del 3,5%, a settembre scorso è schizzata al 7,9%. E che al momento la macchina produttiva a stelle e strisce è riuscita a recuperare solo 11,4 milioni di posti di lavoro dei 22,2 persi nei terribili mesi della scora primavera. E poiché è noto il detto che “quando l’economia va male, va male per il Presidente in carica” è certo che nelle urne la negatività di questi numeri si farà sentire, e come! Oltre ai segnali infausti dell’economia si aggiungono, giorno dopo giorno, anche quelli dei sondaggi. Che nonostante i tanti e non piccoli errori del passato rappresentano comunque degli indicatori sia pur grossolani dell’umore del corpo elettorale. Che con l’avanzare della data del voto sembra orientato più a punire l’amministrazione in carica che a premiare le proposte dell’opposizione.

Interessante al riguardo l’ultima rilevazione relativa allo stato chiave dell’Arizona. Che nonostante abbia sistematicamente premiato dal 1996 i repubblicani a danno dei democratici oggi non solo colloca Trump di 1 punto alle spalle di Joe Biden. Ma sembra sul punto di consegnare il seggio senatoriale della trumpiana di ferro Martha McSallyfar nelle mani del democratico Mark Kelly. Ma non basta.

Perché c’è una terza, decisiva questione per cui Trump rischia di non farcela. Infatti a differenza del 2016 in cui Trump si presentò, nel bene e nel male, come una figura di rottura di un’America scontenta ed impoverita dalla globalizzazione, nella attuale campagna per la rielezione non ha avanzato nuove proposte né lanciato progetti per il futuro. Riducendo la sua azione ad una sorta di guerriglia permanente contro i settori dell’establishment a lui ostili. Cosa che in molti elettori sembra aver risvegliato la nostalgia di una normalità politica che lui non sarà mai in grado di assicurare.

Anche Lincoln si ammalò come Trump

Il tipo di malattia che ha colpito Trump e la sua velata ma preoccupante indisponibilità a riconoscere come legittimo il risultato del voto popolare delle prossime elezioni presidenziali ricordano da vicino due episodi che già in passato e per le stesse ragioni hanno fatto tremare il sistema politico statunitense.

Il primo risale al novembre del 1863. Quando il Presidente Abramo Lincoln, nel pieno della sanguinosa guerra di secessione, sul treno che lo riportava a casa all’indomani del famoso Gettysburg Address dette segni di un forte malessere che i medici della scorta diagnosticarono come infezione da vaiolo. Una epidemia per la quale al tempo non esisteva alcuna forma di vaccino e che per sua fortuna riuscì a superare dopo un mese di stretta quarantena. Anche allora, come oggi per Trump, la maggiore preoccupazione dello staff sanitario della Casa Bianca fu quella di rassicurare il paese minimizzando la gravità del male. Diagnosi però smentita da uno studio pubblicato nel 2007 dal Journal of Medical Biography. Secondo il quale in base all’evidenza dei sintomi “Lincoln likely had a serious case of disease”. Di qui la domanda di molti: quali conseguenze la sua eventuale morte avrebbe avuto per la moderna democrazia americana in considerazione del fatto che il Presidente si era ammalato quando non aveva ancora emanato l’Emancipation Proclamation che metteva fine allo schiavismo negli USA?

Il secondo episodio risale alla feroce disputa politica scoppiata all’indomani delle elezioni tenutesi in concomitanza del centesimo anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America. Da cui il titolo “Centennial Crisis” del libro scritto sull’argomento da William Rehnquist. Una crisi determinata dal fatto che nonostante Samuel Tiden, governatore democratico di New York, avesse ricevuto più voti del governatore dell’Ohio Rutherford Hayes suo avversario, il collegio dei Grandi Elettori (che rappresenta un’istituzione del sistema elettorale made in US incomprensibile agli occhi di un europeo) composto al 50% da democratici e per l’altro 50 da repubblicani non fu in grado di decidere a chi assegnare la vittoria. Innescando un crescendo di accuse e contro accuse che fece temere potesse tornare a riaccendersi il conflitto secessionista concluso appena qualche anno prima. E che fu per fortuna evitato, dopo settimane di serrate, segretissime trattative, dall’accordo tra le parti meglio noto come The Compromise of 1877. In base alle quali il partito democratico (molto diverso da quello attuale perché formato in grande parte da conservatori e agrari degli stati del Sud ) concesse ai repubblicani la Casa Bianca in cambio dello smantellamento negli stati ex schiavisti delle strutture di controllo militare loro imposte alla fine della guerra di secessione. E che per le popolazioni afroamericane significò il ritorno, sotto mentite spoglie, della segregazione del passato.

Sull’immigrazione la nostra debolezza é culturale

Preoccupa la sbrigativa, negativa bocciatura riservata dai nostri mezzi di informazione, di destra e di sinistra, al documento sull’immigrazione reso noto la scorsa settimana della Commissione europea. Non solo per le ragioni di merito ben illustrate su questo giornale dall’ultimo editoriale di Giuseppe Terranova. Ma perché espressione di un confuso ritardo culturale che sul tema dell’immigrazione rischia di penalizzare oltre misura la capacità contrattuale del nostro paese a livello internazionale. Visto che, nel caso, la stroncatura da parte della nostra stampa del documento della Commissione rischia di veicolare Oltreconfine una indisponibilità alla trattativa che non è proprio quella che più serve oggi all'Italia.

La verità è che sarebbe forse ora di capire, una volta per tutte, che all’estero è difficile anche per chi è meglio intenzionato nei nostri confronti non dico accettare ma persino comprendere il nostro modo di ragionare. Che sull’immigrazione ostenta, ad un tempo, un vittimismo rivendicativo e un viscerale rifiuto per tutto ciò che sa di regole e disciplina. Un mix confuso e pericoloso che commentatori e studiosi della materia anziché aiutare a combattere hanno, invece, fatto a gara per rafforzare. Mentre la politica per prudenza o opportunismo (salvo il caso di cui gli va dato merito del ministro Enzo Amendola che è uno dei pochi che sa come ragionano i nostri partner comunitari) ha preferito soprassedere tacendo. Non si può credibilmente sostenere l’obbligo della redistribuzione tra tutti i paesi europei dei profughi che arrivano sulle nostre coste rifiutando, perché troppo “securitarie”, norme comuni per una seria ed efficace selezione, che oggi non c’è, di chi ha diritto e chi no all’asilo.

 Un modo di ragionare che ricorda quello di trent’anni fa. Quando alla fine degli anni '80 si aprì nel Bel Paese, anche allora da destra e da sinistra, la “guerra” contro Schengen. Che anziché il bene intoccabile che oggi tutti dicono di volere difendere, furono in molti a condannare come espressione “securitaria” di un Europa nemica dell’accoglienza. Accoglienza, sia detto per inciso, che allora riguardava i profughi che in massa abbandonavano l’Est postcomunista e non il Sud mediterraneo. E tanto per restare in tema come non ricordare che la vituperatissima Convenzione di Dublino fu allora definita e varata per il fatto che molti paesi, compreso il nostro, non immaginando che col passare degli anni la situazione sarebbe potuta radicalmente cambiare, pensarono, con non poca perfidia, di scaricare sulle spalle della Germania il fardello degli oneri spettanti al paese cosiddetto di primo approdo.

Per concludere. Se davvero vogliamo riuscire a far sì che da domani chi arriva a Pozzallo o Lampedusa non arrivi in Italia ma in Europa allora è con essa che dobbiamo seriamente fare i conti. E prima di chiederlo agli altri faremmo forse bene a cambiare in fretta il nostro modo di ragionare.

Trump sfrutta un errore di Obama

La decisione di Trump di nominare alla Corte Suprema, a due mesi dalle elezioni presidenziali, la conservatrice Coney Barret in sostituzione della liberal Ruth Ginsburg defunta la scora settimana, anche se poco “elegante” non è, come invece molti dicono, un sopruso scandaloso. Perché, nel caso, questo nuovo, ennesimo capitolo della feroce guerra politica in atto da anni tra il Presidente ed i suoi avversari origina da una modifica parlamentare relativa alla nomina dei giudici dell’Alta Corte introdotta negli anni della presidenza di Barak Obama.

Nel 2013, infatti, Henry Reid, leader della maggioranza democratica al Senato, di fronte all’impasse sulla nomina di un giudice liberal osteggiato dai repubblicani, chiese ed ottenne di sostituire la soglia “storica” della maggioranza assoluta dei voti senatoriali con quella della maggioranza semplice. Una modifica che oggi Trump, in nome della parola d’ordine “leave no vacancy behind”, non ha avuto problemi a sfruttare a suo vantaggio. Un problema reso, se possibile, ancor più delicato per i democratici dall’articolo pubblicato lo scorso 25 settembre dal New York Times con il titolo:”The quiet lunch that could have altered Supreme Court history”. Dal quale veniamo a sapere che sempre nel 2013 Obama, in un incontro rimasto a lungo segreto, preoccupato del futuro, aveva tentato senza successo di convincere la Ginsburg, 80enne e alle prese con gravi problemi di salute, di dimettersi per consentire ad un più giovane magistrato liberal di occupare per molti anni a venire il suo decisivo seggio nell’Alta Corte.

Ma oltre a riflettere su questi fatti i democratici farebbero forse bene, anziché continuare ad attaccare a testa bassa l’inquilino della Casa Bianca rischiando di replicare il “buco nell’acqua dell’impeachment”, a credere e sperare che Coney Barret anche se anti abortista radicale può difendere la democrazia non meno di loro. Visto che lei nel 2017, in occasione di una audizione parlamentare, ha sostenuto che l’attività dei giudici, qualunque sia il loro livello, non può essere condizionata dalla politica e che tutti i togati devono rispettare le sentenze della Corte Suprema senza fare valere le proprie convinzioni religiose.

Troppe e pretestuose le critiche al Patto UE sull’immigrazione

In Italia, un fuoco incrociato di critiche, da sinistra e da destra, ha accolto la proposta di un nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, presentata dalla Commissione Europea lo scorso 23 settembre.

Da sinistra si denuncia la deriva securitaria dell’esecutivo di Bruxelles, soprattutto laddove propone di rafforzare il sistema europeo di rimpatrio dei falsi richiedenti asilo.

Da destra se ne denuncia, invece, la deriva umanitaria perché incentrato unicamente sull’accoglienza e su una redistribuzione non obbligatoria che continuerebbe a lasciare sola l’Italia nell’adempiere l’onere della prima assistenza e accoglienza dei nuovi arrivati.

La cosa più curiosa è che ad accomunare entrambi i fronti è il piagnisteo per la mancata riforma del Regolamento di Dublino. Un j’accuse bipartisan assolutamente pretestuoso perché fa finta di non sapere che nell’ordinamento europeo un Regolamento (in questo caso quello di Dublino) non può essere modificato da una Comunicazione (questa lo strumento giuridico scelto dalla Commissione per presentare il nuovo Patto). Mentre si preferisce non notare i tanti spunti innovativi che il testo contiene. A partire dal fatto che per la prima volta si consente agli Stati non direttamente interessati dalla pressione migratoria di sostenere quelli che si trovano in prima linea, con la redistribuzione o, in alternativa, contribuendo alle complesse operazioni di rimpatrio.

Sembra quasi che i due estremi, buoni e cattivi, che da anni dominano il dibattito italiano sull’immigrazione, abbiano già da tempo firmato un loro tacito Patto che li unisce nella lotta, sia pur da posizioni opposte, per mantenere irrisolta la questione migratoria. Per la semplice ragione che in caso contrario, entrambi rischierebbero di perdere la rendita di posizione che li tiene in vita.

Ciò premesso, si potrebbe obiettare perché la Commissione abbia scelto il debole strumento giuridico della Comunicazione, non vincolante per gli Stati membri, per indirizzare i governi nazionali su un tema così divisivo e spinoso.

La verità è che quello presentato l’altro ieri è un prodotto semilavorato. Saranno le trattative in seno al Consiglio e al Parlamento europeo a renderlo un prodotto finito o a cestinarlo in assenza di un accordo. Sta qui la ragione di un documento, a tratti forse complesso, che lascia ai negoziati tra i governi il compito delle cruciali cuciture e rifiniture finali.

Se dovessimo fare una lista dei punti sui quali è sperabile che le trattative intergovernative facciano passi avanti, ne potremmo indicare tre:

-Istituzione di un sistema europeo di controllo e identificazione degli ingressi alle frontiere esterne UE. Questo consentirebbe di garantire, in tempi snelli, una netta distinzione tra gli immigrati irregolari da rimpatriare e richiedenti asilo da accogliere.

- Creazione di un sistema europeo di rimpatrio degli immigrati irregolari.

- Armonizzazione delle politiche nazionali di soggiorno e ingresso degli immigrati economici nell’UE.

Tre mosse che consentirebbero di fatto di andare ben oltre la riforma del Regolamento di Dublino.

Le elezioni Usa legate alla cabala

Perché nessuno è in grado di sapere come andranno a finire le elezioni presidenziali americane del prossimo novembre? Domanda quanto mai lecita visto che quando mancano ormai meno di 60 giorni all’Election Day neppure i più sofisticati sondaggi di opinione sembrano essere riusciti a dare una convincente risposta. La verità, come ha ben chiarito un editoriale pubblicato dal Washington Post lo scorso 3 agosto, è che le elezioni 2020 presentano 7 criticità “ambientali” che le rendono diverse e insondabili rispetto alle precedenti. Di che si tratta? E’ presto detto.

- L’unica volta che le elezioni presidenziali si svolsero come oggi in presenza di una pandemia fu 100 anni fa ai tempi della spagnola. Poichè il Covid-19 ha un costo psicologico, è davvero impossibile capire come reagiranno alla sua minaccia gli elettori. Quello che è certo è che il virus è onnipresente nei loro dialoghi quotidiani e che più della politica è in grado di “colorare” e dominare i loro orientamenti;

- i gravi danni all’economia prodotti dal coronavirus dovrebbero, almeno in base alla tradizione, ritorcersi contro il Presidente in carica. Ma non è detto che sia così: “In a typical presidential race a recession like this would probably send an incumbent packing; other issues, particularly cultural factors, would literally no matter. But American are still giving President Trump decent marks on his handling of the economy and the third-quarter economic numbers show a rapid rebound. At same time, disagreement about immigration, political correctness and racism have kept cultural issues front and center”;

- l’America è da mesi sconvolta da duri scontri di strada e da proteste contro la violenza della polizia contro i neri. Di solito, però, queste situazioni non danno buoni frutti al momento del voto. Nel 1963, ad esempio, il 60% degli americani non simpatizzava con le marce per i diritti civili, e nel 2011 solo il 44% supportava i giovani di Occupy Wall Street. Oggi le cose sono forse cambiate se, come sostiene l’indagine Gallup di luglio scorso, 2/3 degli statunitensi sarebbero contrari alla violenza razzista delle forze dell’ordine;

- negli USA anche le istituzioni tradizionalmente più stimate e ammirate, compresi l’esercito e la polizia, stanno perdendo credibilità e fiducia agli occhi della pubblica opinione. Un declino in atto ormai da oltre un cinquantennio e che ultimamente ha pesantemente coinvolto anche le organizzazioni non governative e del volontariato;

- tra la gente la soddisfazione per come vanno le cose del Paese è in caduta libera. Secondo i sondaggi più recenti “only 13% said they were satisfied with the direction of the country”. Quello che però non è chiaro è chi trarrà profitto da tanto malcontento. Joe Biden, infatti, sarà in grado di strapparlo a Trump come fece Clinton ai danni di Bush padre nel 1992? Oppure se lo lascerà sfuggire come capitò nel 2012 a Mitt Romney nella sfida con Obama?;

- con l’innovazione partita dalla North Caroline, che consente di votare per posta prima del giorno delle elezioni, si preparano giorni di fuoco per il sistema politico-elettorale americano. Per la semplice ragione che se è vero, come alcuni sostengono, che questo tipo di votazione potrebbe interessare fino all’83% del corpo elettorale “these changes could transform the election from a single day into a months-long slugfest of debating, voting, counting and court challenge”;

- anche se Trump ha fatto peggio di molti suoi predecessori gli resta tempo per recuperare. Per la semplice ragione che in politica nulla è scritto sulla pietra: ciò che sembra sicuro ad agosto ad ottobre,forse, è già stato dimenticato.

Conclusione: se nel 2020 è accaduto ciò che nessuno avrebbe mai pensato potesse accadere perché lo stesso non potrebbe valere per l’elezione del Presidente?

Quattro nodi sull’immigrazione che Von der Leyen deve sciogliere

Sogno o son desto? Deve essere questa la domanda balzata nella mente di chi mercoledì scorso ascoltava Ursula von der Leyen annunciare l’imminente presentazione da parte della Commissione UE del nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo. Per i dettagli bisognerà aspettare il 23 settembre, ma la fedelissima di Angela Merkel ha lasciato intendere novità senza precedenti per risolvere problemi che nessuno fino a oggi aveva voluto affrontare. Soprattutto su quattro fronti che dal 2015, anno della grande crisi umanitaria, hanno evidenziato tutti i limiti della governance europea sull’immigrazione.

Il primo riguarda il Regolamento di Dublino che impone agli Stati di primo approdo l’onere di assistere, riconoscere e distinguere gli immigrati irregolari da rimpatriare dai rifugiati da accogliere. La cronaca degli ultimi anni ha reso, infatti, palese che i Paesi di frontiera, come Italia e Grecia, non possono svolgere da soli l’ingrato ruolo di portieri della fortezza Europa. Da Lampedusa a Moria non mancano le testimonianze delle autorità governative e non che denunciano centri di accoglienza al collasso, nei quali convive un’eterogenea galassia di irregolari e rifugiati che spesso attendono anche anni per un Sì o un No alla loro richiesta d’asilo.

Il secondo concerne la necessità di riuscire nei fatti a garantire una equa e solidale redistribuzione tra i 27 membri UE dei profughi arrivati negli Stati di primo approdo.

Il terzo, tra i più spinosi, interessa, invece, il bisogno di promuovere e istituzionalizzare rimpatri collettivi europei degli immigrati economici irregolari.

Il quarto è legato alle lentezze burocratiche che in mezza Europa rendono difficile, se non impossibile l’ingresso regolare degli immigrati che cercano lavoro e una vita migliore nel Vecchio Continente.

Non sappiamo se e in che termini il nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo contiene misure efficaci e condivise per affrontare anche solo una parte dei problemi fin qui elencati. La strada è in salita. Perché anche se la Riforma dovesse essere così rivoluzionaria, come sostenuto da Ursula von der Leyen, per entrare in vigore dovrà superare indenne il vaglio del Consiglio UE, cioè del rissoso condominio che include i singoli Stati membri.

Una sia pur flebile speranza potrebbe, tuttavia, arrivare da Angela Merkel che fino a dicembre 2020 presiede il semestre di turno del Consiglio europeo. Rinvigorita in patria dall’ottima gestione della pandemia, potrebbe essere intenzionata a cogliere questa occasione per mettere un suo storico sigillo sulla innovativa proposta di governance dell’immigrazione e fare dimenticare la sua generosa, ma impopolare, gestione dell’emergenza profughi del 2015.

Il telelavoro spiazza la domanda di immigrati

Mesi addietro avevamo preconizzato, senza però disporre delle necessarie evidenze scientifiche, che la pandemia da Covid-19, oltre a tanti altri danni, avrebbe anche messo in crisi l’ultradecennale e, tutto sommato fortunato ménage di coppia tra l’immigrazione e la globalizzazione. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. In particolare nel settore del commercio e dei servizi pubblici e privati delle grandi città. Nelle moderne metropoli, infatti, fino a prima della pandemia, grande parte della domanda di nuovi lavori ha per anni riguardato, in parallelo a quelli a più alta professionalità, quelli assai poco qualificati degli addetti ai servizi di “accudimento” dei primi: lavoro domestico, ristoranti, alberghi, centri benessere, palestre, imprese di pulizie etc. Svolti nella maggioranza dei casi da braccia straniere. Ed è proprio su questo mondo del lavoro che il Covid-19 sembra essere piombato come l’Angelo della Morte.

Basta leggere, al riguardo, l’interessantissimo saggio di due economisti del Massachusetts Institute of Technology: David Autor e Elisabeth Reynolds. Che a luglio scorso, nell’ambito del Hamilton Project, hanno pubblicato  “The Nature of Work After the Covid Crisis: Too Few Low-Wage Jobs”. Secondo i quali, come si intuisce dal titolo stesso della ricerca, una delle principali conseguenze dell’“innovazione distruttrice” della diffusione del telelavoro imposto dalla pandemia determinerà la massiccia soppressione dei lavori meno retribuiti delle qualifiche più basse. Una previsione che anche se formulata riguardo al mercato del lavoro USA riteniamo valga anche per tutti gli altri delle nazioni maggiormente industrializzate. La minaccia del Covid-19 ha infatti obbligato in tutto il mondo milioni di liberi professionisti e di lavoratori dipendenti, in maggioranza colletti bianchi, dell’industria, della finanza, dei media e delle pubbliche amministrazioni, nel caotico esperimento (tutt’altro che concluso) del lavoro da casa. E per costoro vivere e lavorare da casa anziché, come in passato, fuori casa ha come prima, immediata conseguenza quella di fare in proprio e di rinunciare, in parte o in toto, ai lavori in precedenza delegati, per mancanza di tempo o per convenienza economica, ad altri.

Per la semplice ragione che grazie al telelavoro anche il professionista più impegnato non ha più bisogno, come invece aveva prima, di assumere un “tutto fare” che oltre a fargli da autista tra una riunione, un pranzo di lavoro e un salto in palestra garantiva l’innaffiamento del giardino. Ed una donna occupata a tempo pieno per le stesse ragioni oggi stando a casa può rispetto al passato fare a meno della nanny immigrata che fino a ieri mentre lei era obbligata in ufficio garantiva il riordino della casa, l’accoglienza dei figli dopo la scuola e la preparazione del loro pasto serale.

Il telelavoro è una forma di automazione del mercato del lavoro che, come affermano gli autori della su menzionata ricerca, determina: “ a steep declines in demand for building, demand for building cleaning, security, maintenance serivice, hotel workers and restaurant staff, taxi and ride-hailing drivers, miryriad of other workers who feed, transport, clothe, entartain and shelter people when they are not in their own homes”. Un’ area del mondo del lavoro a basso salario enorme. A solo titolo indicativo basta ricordare che negli Stati Uniti essa riguarda, secondo i dati ante crisi del Bureau of Labor, più di 30 milioni di individui. Molti, moltissimi dei quali immigrati. Una mannaia che per l’immigrazione è resa se possibile ancor più devastante dal fatto che “Covid-induced changes in work patterns will alter the character of cities…[that].. have seen steep gain in racial and ethnic diversity …the post pandemic economy will see a partial reversal of these trends”.

A Lesbo brucia l’egoismo europeo

L’incendio che mercoledì scorso ha distrutto l’immenso campo profughi di Moria nell’isola greca di Lesbo, ha gettato una ulteriore, nuova luce sinistra sui disastri della politica migratoria europea. Per la semplice ragione che quanto accaduto nella minuta perla del Mar Egeo, è il risultato di un’inerzia che negli ultimi cinque anni ha consentito che un centro pensato per accogliere 2.500 persone si trasformasse in un accampamenti di oltre 12 mila migranti. Questo perché gli Stati europei, tranquillizzati dall’accordo UE-Turchia del 2016 sui respingimenti di coloro che provavano a superare illegalmente il confine turco-ellenico, hanno pensato bene di tornare a nicchiare sui tre grandi nodi irrisolti della politica migratoria del Vecchio Continente.

Il primo riguarda come distinguere i rifugiati dagli immigrati economici irregolari. Nell’isola di Lesbo, ma anche ad esempio a Lampedusa, le autorità non hanno i mezzi per vagliare al momento dello sbarco lo status dei nuovi arrivati. Migranti da rimpatriare, trafficanti da arrestare, rifugiati da accogliere, si ritrovano spesso stipati per anni nei medesimi centri. Che sono vere e proprie bombe socio-sanitarie a orologeria. Per chi vi abita, ma anche per la popolazione autoctona che risiede nei pressi. Ne risulta una assoluta impossibilità per le autorità pubbliche di garantire la sicurezza degli Altri e quella dei Nostri. Il contesto ideale per un potenziale scontro sociale tra chi ospita e chi viene ospitato. A peggiorare il quadro c’è lo spettro del COVID-19, che alimenta ansie e paure da un lato e dall’altro. Tuttavia, le soluzioni per uscire da questo cul de sac ci sono, manca la volontà politica. La quadratura del cerchio potrebbe inaspettatamente arrivare dalle grandi navi che l’Italia sta utilizzando per la quarantena dei nuovi arrivati e che la Grecia ha appena disposto davanti l’isola di Lesbo per ospitare i “senza casa” di Moria. Si potrebbe trasformarle in hotspot europei galleggianti, super visionati dall’UNHCR e dall’OIM, dove distinguere i rifugiati da redistribuire in sicurezza tra i paesi UE e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare negli Stati di origine. E qui arriviamo agli altri nodi irrisolti della politica migratoria europea.

Il secondo concerne, infatti, la redistribuzione dei nuovi arrivati in seno all’UE. I big europei sono d’accordo e disponibili a condividere con gli Stati di primo approdo come Grecia e Italia, l’onere dell’accoglienza, ma solo dei rifugiati. È notizia di oggi, ad esempio, che dalle ceneri di Moria è emerso un barlume di solidarietà che ha spinto dieci Stati europei, guidati dalla Germania, a ricevere dall’isola di Lesbo 400 minori stranieri non accompagnati. È un’ottima notizia che tuttavia non risolve il problema di fondo di cui sopra: se non riusciamo a distinguere i rifugiati da accogliere e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare come facciamo a trovare un accordo strutturale sula redistribuzione dei primi tra i 27 Stati UE?

Il terzo, forse il più delicato, ha a che vedere con i rimpatri degli irregolari. Gli Stati di primo approdo non hanno la capacità di sostenere le lunghe, costose e farraginose operazioni di rimpatrio. Tanto più che spesso manca la collaborazione degli Stati di origine. L’Agenzia europea per il controllo delle frontiere ha per statuto la possibilità di compiere rimpatri collettivi. Ne ha già fatti, ma si tratta di interventi spot perché non c’è accordo a livello europeo sulla stanziamento di maggiori fondi e mezzi atti a potenziare le capacità dell’Agenzia.

Di certo, data l’aria che tira in Europa, neppure le fiamme di Moria consentiranno di affrontare questi temi.