Cambia la strategia anti-trafficanti

Il business dell’immigrazione non si ferma né con i blocchi navali né con le chiusure dei porti. E così tramontata l’era dei gommoni, gli scafisti sono tornati al vecchio metodo della nave-madre. La conferma arriva da una recente operazione della Guardia di Finanza e Frontex coordinata dalla Procura di Agrigento. Nei giorni scorsi, infatti, un aereo-pattuglia si è imbattuto in un peschereccio che stava trainando un barcone all'apparenza vuoto, per poi sganciarlo e lasciarlo alla deriva a poche miglia da Lampedusa. Un’operazione che ha insospettito e allertato la Guardia di Finanza. Che è riuscita in contemporanea a mettere in salvo i 68 immigrati nascosti nella stiva del barchino e a bloccare il peschereccio, ancora in acque internazionali, arrestando 6 egiziani con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Una dinamica collaudata che è usata sempre più di frequente nel Canale di Sicilia. La Procura di Agrigento, infatti, pur riconoscendo che negli ultimi 2 anni gli sbarchi sono calati di quasi l’80%, ha tuttavia constatato un’inversione di tendenza nel periodo settembre-novembre con l’arrivo di circa 1.300 immigrati. Nonostante la stretta imposta a inizio a estate dal Viminale.

Arrivano i dollari per fermare i caminantes

Usa e Messico avrebbero trovato un accordo per risolvere la crisi della carovana di immigrati centroamericani in marcia verso la California. Sebbene smentita dai diretti interessati, tra Trump e il presidente eletto Obrador (entrerà in carica sabato 1° dicembre) sarebbe stata raggiunta un’intesa di massima sul piano che Washington ha chiamato “Remain in Messico”. Secondo il quale i caminantes di Honduras, El Salvador e Guatemala, resterebbero in Messico in attesa dell’eventuale esame delle loro richieste d’asilo da parte dei tribunali statunitensi. Una trattativa che secondo le indiscrezioni non è a somma a zero. Nel senso che i due presidenti, anche se uno di destra e l’altro di sinistra, sono uniti da un interesse comune. In prospettiva c’è, infatti, la rinegoziazione di un nuovo accordo di libero scambio nordamericano, chiamato USMCA, che nelle intenzioni del nuovo governo messicano dovrebbe essere più vantaggioso del Nafta archiviato senza troppi complimenti da Trump.

Come riportano sia il Washington Post sia il Financial Times il compromesso sarebbe stato negoziato nei giorni scorsi dal segretario di Stato americano Mike Pompeo e da quello alla sicurezza nazionale Kirstjen Nielsen con Olga Sánchez Cordero, la giurista messicana che andrà a ricoprire la carica di ministro degli Interni. Ma l’accordo che gli Stati Uniti vedono come il punto di svolta per scoraggiare la formazione di altre carovane dall'America Centrale, in Messico sta creando forti malumori. L’idea di trasformare il nord del Paese in una “zona cuscinetto” allarma le organizzazioni umanitarie. La prospettiva di tenere migliaia di richiedenti asilo centroamericani per mesi o anni nelle aree di confine sotto il controllo dei cartelli della droga potrebbe, infatti, rappresentare una minaccia per molti di questi disperati. Inoltre dichiarare il Messico come “Pese terzo sicuro” suona un po’ come una beffa, visto l’alto numero di omicidi e crimini violenti che ne fanno come uno degli Stati più pericolosi al mondo. Un primato negativo che interessa soprattutto Tijuana, la città al confine con la California, dove ad oggi sono accampati 5mila immigrati. Una situazione esplosiva, ha denunciato il sindaco, che ha parlato di crisi umanitaria perché mancano i fondi per l’assistenza mentre crescono le tensioni sociali.

Questa la situazione sul campo. Mentre si registrano i primi scontri al confine tra caminantes e militari Usa. Eppure dietro le quinte la trattativa sarebbe in fase avanzata. E non è un caso se l’associazione degli industriali messicani si è detta pronta ad assumere 100mila immigrati centroamericani. Una promessa di lavoro che i diretti interessati al momento non sembrano intenzionati ad accettare. Troppo bassi gli stipendi in Messico, e troppa la strada già percorsa per abbandonare l’american dream. Difficile prevedere quello che accadrà. Ma non c’è dubbio che la storia della carovana è forse destinata a finire come in molti avevano previsto. Poiché a bloccare la marcia saranno più i dollari e che il muro sognato da Trump.

Swissexit peggio di Brexit

Dopo Brexit arriva anche Swissexit. E la Svizzera, dopo la Gran Bretagna potrebbe decidere di uscire. Ma non dall’Unione Europea, di cui non fa parte, ma addirittura dalla Comunità Internazionale.

È questa la decisione sulla quale domenica prossima gli elettori svizzeri sono chiamati a dire Sì o No. Il quesito referendario, voluto dalla destra populista dell’Unione Democratica di Centro (UDC), chiederà, infatti, loro di esprimersi a favore o contro l’autodeterminazione della Svizzera e la supremazia della costituzione federale sui trattati internazionali. Se la Swissexit, come auspica l’UDC, dovesse ottenere la maggioranza, qualsiasi accordo siglato con altri Stati (UE inclusa) rischierebbe di essere modificato, o addirittura annullato, se giudicato contrario alla volontà referendaria.

Insomma. In caso di vittoria del Sì anche la Svizzera, come la perfida Albione, si avvierebbe verso un isolamento, quanto splendido è tutto da vedere. Non sarà semplice rifarsi una vita solitaria e sovranista, per questo paese super globalizzato che deve il suo formidabile stato di benessere economico agli enormi depositi e investimenti finanziari che con le sue banche attira da mezzo mondo.

Gli ultimi sondaggi danno in netto vantaggio i No. Ma, a prescindere da come vada a finire domenica, per gli estremisti dell’UDC, che già in passato sono riusciti a ostacolare con una proposta referendaria l’ingresso di Berna nell’UE, sarà comunque un successo. Non foss'altro perché hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale, e non solo su un problema inesistente. Ovvero l’’indipendenza e la sovranità di un paese che, oltre alle ottime performance economiche, grazie anche alla sua storica neutralità (dal 1674 ha rinunciato alla guerra) vanta ottimi rapporti politici e diplomatici globali. Come conferma, solo per fare un esempio, il fatto che la stragrande maggioranza delle più importanti Convenzioni internazionali, su qualsiasi materia, sono state firmate, ieri, come oggi, in Svizzera.

Gli USA hanno dominato il mondo grazie all’immigrazione

Il crogiolo di razze, di cui è composta l’America, è un punto di forza o di debolezza? Secondo l’amministrazione Trump la risposta è scontata: avendo identificato nell'immigrazione la minaccia più grave alla stabilità degli Stati Uniti.
L’attuale inquilino della Casa Bianca con la sua politica della “tolleranza zero” ha dapprima messo al bando gli immigrati di religione islamica e ora blinda i confini meridionali nel tentativo di bloccare la carovana dei centroamericani in marcia verso la California. La paura dello straniero però, va detto, non è nuova a Washington. Brucia ancora nella coscienza collettiva l’internamento degli immigrati giapponesi dopo Pearl  Harbor o le diffidenze verso gli americani di origine tedesca durante le due Guerre mondiali. Eppure secondo Kori Schake, storica ed esperta di strategie militari al King’s College, l’immigrazione ha rappresentato un indubbio vantaggio per la politica estera Usa. A partire dalla Guerra civile americana, quando gli immigrati britannici frenarono di fatto le interferenze di Londra e in tal modo contribuirono a rendere l'America il Paese più forte del mondo.
La storia è molto semplice. Nel XIX secolo, mentre gli Stati Uniti diventavano economicamente e politicamente sempre più forti, altri Paesi tramavano per impedirne l’ascesa. E la Guerra civile americana (1861-1865) rappresentò l’occasione giusta per attuare questo piano. In particolare la Gran Bretagna, all'epoca la principale potenza mondiale, vide nella lotta tra unionisti e confederati il grimaldello che avrebbe potuto scardinare gli States. Nonostante il premier britannico Palmerston si fosse più volte dichiarato strenuo difensore dell'abolizione della schiavitù, le sue simpatie erano a favore dei sudisti secessionisti. Se il governo di Londra decise, alla fine, di non schierarsi, fu anche grazie alle pressioni che giungevano dagli immigrati Oltreoceano. I nuovi americani di origine britannica, infatti, parteggiavano per il Nord, e scendere in guerra contro di essi, avrebbe aumentato il rischio di rivolte nelle città della Gran Bretagna. Da allora, è la tesi di Schake, le libertà politiche e le opportunità economiche offerte agli immigrati europei negli Stati Uniti si sono rivelate un vantaggio unico e potente in politica estera.

Si riaccende lo scontro Trump-giudici sull’immigrazione

Nel bel mezzo della battaglia che Trump si appresta a combattere contro la carovana dei centroamericani in marcia verso la California, un giudice federale del tribunale di San Francisco, lunedì sera, ha sospeso il decreto presidenziale firmato il 9 novembre scorso, che vieta agli immigranti entrati illegalmente negli Usa di presentare domanda d’asilo. Alla base della sentenza ci sono due motivazioni, la prima che l’ordine esecutivo della Casa Bianca viola la Legge sull'immigrazione del 1965, secondo la quale chiunque entri (legalmente o illegalmente) negli Stati Uniti ha diritto a chiedere asilo. La seconda, come recita la sentenza, per quanto sia assoluta l’autorità del presidente, non gli consente di modificare per decreto una norma voluta e votata dal Congresso.

L'ordine restrittivo ha effetto immediato e si applica a livello nazionale fino al 19 dicembre, quando il giudice ha fissato l’udienza per prendere in considerazione un'ingiunzione più duratura. E proprio approfittando di questo mese di tempo, i caminantes potrebbero decidere di forzare i blocchi per entrare il prima possibile negli Usa. Tuttavia la vicenda, che ha il sapore del déjà-vu, riaccende lo scontro tra Trump e i giudici. Il primo braccio di ferro risale, infatti, all’inizio del 2017 quando l’allora neo eletto alla Casa Bianca emanò il muslim ban che vietava l’ingresso ai cittadini di sette Paesi a maggioranza islamica. Dopo le bocciature di diversi giudici federali, a dicembre scorso la Corte Suprema ha stabilito, dando ragione a Trump, che il muslim ban era legittimo e dunque esecutivo. In virtù dell’ampia e assoluta discrezionalità che il presidente ha in materia di immigrazione. Finirà così anche questo nuovo scontro?

Per i dem USA l’immigrazione non è più un tabù

Finalmente tra i democratici americani comincia, forse sulla spinta dei positivi risultati delle recenti elezioni di midterm, a farsi largo l’idea che è impresa non difficile ma impossibile pensare di battere Trump alle Presidenziali del 2020 senza ridiscutere e ripensare la politica dell’immigrazione.

Una novità certificata dal documento conclusivo del meeting internazionale svoltosi a Washington lo scorso 15 novembre nella sede ultrademocratica del Migration Policy Institute. Nel quale per la prima volta si afferma che per fermare l’ondata conservatrice che ha innescato la recessione democratica dell’Occidente bisogna avere il coraggio di “riconoscere l’ingiusta redistribuzione di benefici e costi provocati nella società dall’immigrazione”.

Una presa d’atto coraggiosa che, si spera, possa rappresentare il primo passo per superare l’ostinata chiusura di un’ortodossia politica che sul tema aveva costretto i liberal del paese a stelle e strisce nell’angolo. E interrotto i canali di comunicazione dei democratici con la loro tradizionale base popolare. Chiarendo, finalmente, due cose.

La prima che non si può difendere l’immigrazione sorvolando sul fatto che del surplus di ricchezza da essa prodotto gode solo una parte ma non tutta la società. Così come per quanto riguarda i costi. Una svolta non da poco se messa a confronto con il tono di sprezzante, algida sicurezza con cui Illary Clinton, in una conferenza tenuta all’estero dopo la sonora sconfitta subita nella corsa alla Casa Bianca, aveva spiegato ad un attonito uditorio che a votare Trump era stata l’America degli “arretrati”. E che nelle urne si era schierata dalla sua “quella ottimistica, diversa e dinamica”.

La seconda  che è possibile, anche se non facile, rimettere mano al funzionamento dell’immigrazione senza per questo scatenare una campagna di odio anti immigrati e di scenografica militarizzazione dei confini. Ma con mirate politiche fiscali e di Welfare capaci di “rammendare” il tessuto sociale per aiutare chi è o si sente lasciato indietro a rimettersi al passo con la modernità.

De te fabula narratur dicevano i latini a proposito di eventi che per la loro importanza erano destinati ad influenzare il futuro di chi non ne era al momento coinvolto. Cosa che fa sperare che il segnale sull’immigrazione che arriva oggi dall’America possa, in un futuro non troppo lontano, valere anche da noi.

L’ipocrisia americana sui clandestini

Mentre la “carovana honduregna” inseguendo il sogno americano continua a marciare verso Nord, Trump ha ordinato all’esercito di blindare le frontiere per respingere l’invasione dei clandestini. Che in America, però, già ci sono e in non piccolo numero. Perché servono come il pane alla sua economia. Come certificano i numeri. Un database appena pubblicato dal Migration Policy Institute (MPI), con un dettagliato profilo di questa popolazione “di fantasmi”, stima infatti il loro numero in circa 11,3 milioni. Una galassia umana eterogenea proveniente da tutto il mondo. Per il 53% di origine messicana. A ruota seguono salvadoregni, honduregni, guatemaltechi e cinesi. Per quanto riguarda le regioni di provenienza l’Asia con il 16% supera di poco l’America Latina al 14%.

Andando più affondo nell’indagine si scopre che gli immigrati senza documenti sono, a differenza di quello che molti credono, piuttosto ben inseriti nella società statunitense. Visto che, di loro, più del il 60% vive negli Stati Uniti da più di 10 anni. Mentre una quota leggermente inferiore, il 56%, parla inglese correttamente. Inoltre uno su tre ha un figlio nato nel paese a stelle e strisce e uno su cinque è coniugato con un cittadino Usa o con un immigrato in possesso del permesso di residenza permanente. Inoltre si tratta di persone relativamente benestanti: il 40% vive ben al di sopra della soglia di povertà, il 67% ha un lavoro e più di un terzo possiede una casa di proprietà. L’economia statunitense ha bisogno di questi sans papier, in genere poco qualificati e scarsamente scolarizzati (più della metà non possiede il diploma di scuola superiore) come manodopera a buon mercato necessaria per rimpiazzare gli americani sempre meno attratti da lavori poco qualificanti e poco pagati. E, infatti, i settori che ne fanno maggiore richiesta sono l’agricoltura, l’edilizia ed i servizi di cura e quelli domestici. Ma, ecco la novità, il 28% è laureato.

Crollano gli sbarchi in Europa

Calano gli arrivi di immigrati irregolari in Europa. Sono scesi a 118.900 nei primi dieci mesi del 2008: -33% rispetto allo stesso periodo del 2017, mai così bassi dal 2013. Un calo che, secondo Frontex, è giustificato dal crollo del traffico di migranti nella rotta Italia-Libia: 21.600 (-81%). Solo in parte compensati dall’aumento dei passaggi dal Marocco alla Spagna (45.900, +50%) e dalla Turchia alla Grecia (47.100, +37%). Resta chiusa, invece, la via dei Balcani occidentali (Serbia, Ungheria e Croazia), mentre si è aperta, ma con numeri poco significativi, una rotta parallela attraverso Albania, Montenegro, Bosnia-Erzegovina e Serbia.

Si avvicina lo scontro tra Trump e i caminantes

Un’avanguardia della carovana di immigrati centroamericani è arrivata a Tijuana, città tra Messico e Usa. Un gruppo di circa 400 persone, infatti, ha deciso di staccarsi dal resto dei caminantes e raggiungere in autobus la frontiera americana. Immediata la risposta della Casa Bianca. Che ha spostato in California il grosso dei 7mila militari mobilitati per blindare i confini meridionali. Da martedì al porto di San Ysidro a San Diego sono comparsi filo spinato e barriere. Nelle prossime ore è atteso anche il segretario alla difesa Jim Mattis. Washington, dunque, si prepara al peggio. Il piano dei migranti è, infatti, di presentarsi in massa ai varchi di frontiera e chiedere asilo politico. Una sfida a Trump che solo venerdì scorso ha firmato un ordine esecutivo che sospende per 90 giorni la concessione della protezione umanitaria a chiunque e per qualunque ragione metta illegalmente piede negli Usa.

Intanto il resto della carovana, formata da circa 5mila tra honduregni, guatemaltechi e salvadoregni è giunta a Guadalajara. Dal 12 ottobre, giorno della partenza da San Pedro Sula, in Honduras, ha già percorso più di 2.200 chilometri. Ma la California dista ancora 1.600 chilometri. Nel frattempo il governo messicano è alle prese con due emergenze: una di ordine pubblico e l’altra economica. Infatti, secondo una prima stima i 10 giorni di permanenza della carovana dei caminantes a Città del Messico sono costati alle casse municipali più di 600.000 dollari. Quindi non stupisce il fatto che per evitare di dissanguarsi, i consigli comunali di molte località fanno di tutto per sbarazzarsi il prima possibile dell’ingombrante e costosa presenza di questi strana galassia migrante.

I rifugiati cambiano, le norme sull’asilo no

Si può negare il diritto d’asilo agli immigrati illegali? La risposta la lasciamo ai giuristi. La domanda è, però, utile ad affrontare un tema (la definizione del concetto di rifugiato) che da una parte all’altra dell’Atlantico divide la politica. In questi giorni è toccato a quella americana. Perché Donald Trump ha appena firmato un discutibile decreto esecutivo (ideato dall’ormai ex Ministro della Giustizia Sessions che il Presidente ha da poco silurato) che vieta la possibilità di chiedere lo status di rifugiato agli immigrati che entrano illegalmente negli Stati Uniti. E’ questa, forse, la risposta preventiva della Casa Bianca alla carovana di 5 mila centroamericani, in queste ore in marcia verso gli Stati Uniti. Con l’obiettivo di chiedere asilo perché in fuga da violenze e soprusi di spietate gang criminali che nei loro paesi di origine (El Salvador, Guatemala e Nicaragua) fanno il bello e il cattivo tempo.

Secondo Trump sono immigrati economici intenzionati ad abusare del diritto asilo per ottenere il via libero all’ingresso che altrimenti sarebbe loro negato. Di diverso avviso gli oppositori del Presidente. Convinti, invece, che dal Centro-America arrivano categorie super vulnerabili che meritano la massima protezione umanitaria.

In questo scontro sulla interpretazione restrittiva o estensiva del concetto di rifugiato, nessuna delle due fazioni, a ben vedere, sembra avere torto. Per capire il perché partiamo dall’art.1 della Convenzione di Ginevra del 1951. Che considera rifugiato chiunque nel paese di origine sia perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o politico.

Nessuno degli immigrati centroamericani in cammino verso gli USA sembra rientrare, e qui Trump ha ragione, nelle categorie di perseguitati elencate nella Convenzione di Ginevra. Che, infatti, è stata pensata per tutelare sostanzialmente cittadini vittime di vessazioni da parte dello Stato di appartenenza. Mentre chi fugge oggi dall’America Centrale subisce forme di violenza gravissima esercitata però non da attori pubblici (lo Stato) ma privati (le gang criminali).

E, tuttavia, non hanno neanche torto gli oppositori di Trump che vedono tra i componenti della carovana di latinos, soggetti fragili da tutelare, non assimilabili alla tradizionale figura dell’immigrato economico.

La verità, che nessuna parte in campo è interessata ad affrontare, è che la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto il suo corso. Quando è stata firmata il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è più così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare.