I cervelli sì, i latinos no

L'America di Trump cerca i cervelli immigrati, ma rifiuta i latinos.  Tant'è che in parallelo al giro di vite verso i latino-americani poco qualificati, riserva il più accattivante dei welcome ai talenti stranieri di ogni razza e colore. Una politica migratoria a due facce di cui, però, si parla moltissimo della prima ma assai meno della seconda. Infatti, all’opposto del braccio di ferro ingaggiato dalla Casa Bianca col Messico per scaricare sulle spalle dell’alleato centro americano l’onere di frenare le carovane di migranti provenienti da Ecuador, San Salvador e Nicaragua, si sa poco e male della guerra in atto tra le prestigiose università made in US per accaparrarsi il fior fiore degli studenti di mezzo mondo.

Esemplificativo, come riporta Jonathan Moules sul Financial Times, il caso dei più quotati Master in Business Administration d’Oltreoceano che, tanto per intenderci, sfornano i super manager del futuro. I cui rettori non sanno più cosa inventarsi per attirare dall’estero the best and the brightest perché, nonostante la ventata dell’America First, sanno bene che grazie alla mixité aumentano in maniera esponenziale la qualità e le performance degli iscritti ai loro istituti. Una verità che però non dice tutto visto che restano da chiarire le ragioni per cui i centri di eccellenza americani fanno oggi più fatica che in passato a reclutare dall’estero i cervelli dalle uova d’oro.

La prima: con la globalizzazione è cominciato uno scontro al color bianco tra i poli di eccellenza globali. Questo vuol dire che, rispetto a ieri, gli USA hanno nuovi e più robusti competitor, Cina in primis , con i quali fare i conti;

La seconda: è quella che in economia viene definita asimmetria informativa. Proprio come un consumatore medio spesso non è al corrente che, ad esempio, il supermercato a un passo da quello in cui va abitualmente ha prodotti a prezzi più vantaggiosi, così capita che molti potenziali “clienti” degli MBA statunitensi non siano al corrente delle favorevolissime offerte formative e dei relativi benefit (rette scontate, vitto e alloggio gratuiti etc.) loro riservati. Ecco una delle tante conferme della complessità con cui deve fare i conti l’immigrazione del XXI secolo.

Il muro divide i trumpiani

Il Muro divide oggi quelli che aveva unito ieri. Non è un gioco di parole. Né un irriverente riferimento ai seguiti della caduta vent’anni fa di quello di Berlino. Ma la fotografia di un conflitto con cui l’amministrazione Trump non si aspettava certo di dover fare i conti.

Nelle ultime settimane, infatti, sembra che molti agricoltori texani che nel 2016 avevano entusiasticamente accolto la proposta della costruzione del Muro anti-clandestini lanciata dal magnate newyorkese votandolo in massa, stiano tornando sui loro passi. Opponendosi uno dopo l’altro all’esproprio dei terreni sui quali, in base ai programmi di fattibilità stilati dagli uffici del governo, dovrebbero prendere il via i lavori di edificazione dell’imponente, impenetrabile barriera difensiva del confine meridionale statunitense promessa dal Presidente. Con il risultato che ad oggi in Texas il governo, nonostante la legge imponga agli agricoltori di vendere gli appezzamenti destinati ad interventi legati alla sicurezza nazionale, delle 162 miglia di terreni previste ne è riuscito ad acquistare solo 3.  Uno scenario che sembra preconizzare l’avvio dello stesso estenuante braccio di ferro giudiziario seguito alla decisione di George W. Bush di avviare nel 2006 l’edificazione al confine con il Messico della prima barriera anti immigrati.

Un quadro di incertezza che si somma a quello non meno complesso legato alle numerose cause pendenti in diversi tribunali del paese riguardo la legittimità con cui Trump, bypassando l’opposizione del Congresso, ha deciso di finanziare la “sua creatura” modificando alcune voci del bilancio statale dalle loro originarie finalità. Ragione per la quale è facile prevedere che a novembre prossimo, quando si apriranno le urne per l’elezione del nuovo presidente USA, la costruzione del Muro sarà ancora, dopo tante promesse, al punto di partenza. O quasi. Di qui la domanda: il Muro che non c’è indurrà almeno alcuni dei trumpisti convinti di ieri, cosa di cui però molti dubitano, a cambiare idea domani? Staremo a vedere.

L’immigrazione africana che non conosciamo

L'immigrazione dal continente nero è diversa da quella che si racconta. Basta sfogliare le illuminanti pagine del report Africa’s youth: jobs or migration? appena pubblicato dalla Mo Ibrahim Foundation di Dakar (Senegal). Oltre cento pagine che con rigore scientifico, dati alla mano, sfatano molte delle convenzioni dominanti nel dibattito politico occidentale sulle cause e le conseguenze dell’immigrazione dall’Africa. Soprattutto su tre punti.

Il primo: l’immigrazione africana non è diretta in maggioranza verso l’Europa ma verso le regioni limitrofe. Tant’è che oltre il 70% degli immigrati prova a farsi una nuova vita negli Stati prossimi a quello di origine. Mentre meno del 30% supera i confini dell’Africa. Per la semplice ragione che partire verso più prestigiose mete, come gli USA o l’UE, ha un costo, esistenziale ed economico, non alla portata di tutti. Tant’è che, solo per fare un esempio, il Vecchio Continente ospita meno di 9 milioni di africani, per lo più originari del Maghreb, cioè la parte Nord e tra le più sviluppate dell’Africa.

Il secondo: la povertà assoluta e l’insicurezza non rappresentano, a differenza di quanto sostenuto da più parti, le ragioni fondamentali che spingono gli immigrati africani a partire. L’80% di chi lascia la terra natìa lo fa non per necessità ma per soddisfare l’ambizione di un upgrade delle proprie condizioni personali e professionali. Cercano, insomma, servizi, prestazioni e occupazioni superiori allo standard di quelli offerti in patria. Sono, quindi, come sosteneva più di un secolo fa l’economista americano Mayo-Smith, coloro che all’interno delle diverse realtà nazionali appartengono, in genere, a gruppi sociali relativamente meno poveri e con qualità culturali, fisiche e motivazionali superiori a quelle medie. E che proprio per queste qualità superiori non rappresentano un campione significativo delle nazioni di origine. Solo i più dotati, gli ambiziosi e quelli con le “entrature” giuste hanno la forza di puntare “oltre confine”. Anche a costo di correre dei rischi. Mentre i loro connazionali più poveri materialmente ed intellettualmente, gli inerti, i deboli restano a casa.

Il terzo: l’identikit dell’immigrato africano-tipo africano è oggi assai diverso da quello presente nell’immaginario collettivo di molti occidentali. Perché rispetto al passato, a cercare un futuro migliore all’estero non sono più soltanto maschi, con scarsa istruzione e poche specializzazioni. Ma giovani con una crescente presenza di donne (sfiorano il 50%). E, in generale, elevati livelli di salute, formazione, conoscenze digitali e informatiche che sono il vero, principale indicatore della distanza siderale tra loro e gli immigrati d’un tempo.

Tutto questo non vuol dire che non esista un problema-Africa. Tantomeno una spinosissima questione immigrazione in mezzo Occidente. Ma che ci troviamo di fronte a un fenomeno sì epocale ma perché, rispetto al passato, assai più complesso. Che come tale, lontano da ogni forma di semplicismo, va trattato.

I democratici USA litigano anche sul wine bar

Per i democratici USA il massiccio sì della Camera dei Deputati americani alla loro mozione per l’impeachment di Trump potrebbe trasformarsi da successo in un velenoso doping politico. Che sull’onda di una potente ma apparente euforia rischia, con somma gioia di Donald, di spostarne pericolosamente a sinistra la campagna elettorale per le presidenziali 2020. Come dimostra l’andamento ai limiti dell’increscioso dell’ultimo confronto tra i candidati alla nomination del partito dell’asinello.

Nel quale Elisabeth Warren, con il silenzio complice degli altri, è arrivata ad accusare da sinistra il “centrista” Pete Buttigieg di complicità con il capitale per aver accettato il finanziamento elettorale raccolto nel corso di una serata conviviale in una enoteca super chic da un miliardario californiano.

Uno scontro, ironicamente titolato dalle cronache di stampa come “wine cave”, che è più e peggio di un cattivo presagio per i democratici. Non solo perché a distanza di tanti anni torna a riecheggiare lo stesso moralistico j’accuse con cui Bernie Sanders tentò di mettere fuori gioco nelle primarie 2016 la concorrente di Hillary Clinton. Che punta nel vivo non esitò a replicare, ricordando la vittoriosa campagna elettorale di Obama, che i test di purezza non si misurano sulla base dei finanziatori.

Ma soprattutto in ragione del fatto che l’attacco a Pete Buttigieg dà la misura della vera debolezza politica dei democratici statunitensi. Che confondendo politica ed ideologia non capiscono che per battere Trump nell’America incattivita e divisa di oggi non servono le crociate ma le proposte. Meglio se fatte da un politico intelligente e non aggressivo quale è appunto il giovane sindaco dell’ordinatissima e ben amministrata cittadina di South Bend, Indiana.

La geografia dei pro e dei contro l’immigrazione

La geografia della globalizzazione divide i suoi amici dai nemici. Infatti, dall’analisi dei flussi elettorali in Europa come Oltreoceano emerge con tutta evidenza che i super globalisti pro-immigrazione vivono nel cuore delle megalopoli occidentali. Mentre i loro oppositori abitano, come ha sostenuto il geografo francese Jacque Levy, le zone periurbane (e rurali) dove di questo nuovo mondo iper-tecnologico e senza barriere si vedono solo gli enormi svantaggi. Intorno a questo cleavage territoriale si sta dunque consumando una durissima battaglia che, rispetto al passato, non è più di classe ma per l’appunto di natura geografica.

Per capire di cosa parliamo è, forse, utile riprendere i dati emersi da un recente e assai raffinato speciale del Financial Times dall’emblematico titolo The Future of Cities. Che segnala, ad esempio, come il 75% degli investimenti negli Stati Uniti finisca in tre aree metropolitane (Silicon Valley, New York e Boston) che ospitano appena il 10% della popolazione americana. Per dirla con Richard Florida, che prima di altri ha colto questo problema, si tratta di veri e propri picchi di eccellenza tecnologica, economica e politica che grazie alla capacità di attirare talenti e finanziamenti internazionali vanno a gonfie vele mentre il resto del mondo rimane a guardare. Sempre più frustrato e arrabbiato al punto da affidarsi ai partiti sovranisti in cerca di aiuto e protezione.

Un gap, quello tra perdenti e vincenti della globalizzazione, destinato a minacciare seriamente la pax sociale dei paesi occidentali. Sarà, forse, per questo che Steve Case l’ultramilionario fondatore di AOL, proprietario di giganti come Yahoo e Huffingtonpost, ha spiazzato molti suoi colleghi lanciando un maxi programma di finanziamento di progetti imprenditoriali nelle regioni americane extra-urbane. Una mossa, quella di Steve Case, più politica che economica. Difficile immaginare, quantomeno nel breve-medio periodo, che possa trarre lauti guadagni da investimenti in zone del tutto prive dei fondamentali (infrastrutture, tecnologie, risorse umane, etc.) necessari per giocare nel campionato globalista. Ma, al contempo, è facile prevedere che la sua offerta d’aiuto possa riabilitare l’immagine delle elités economiche agli occhi degli arrabbiati che vivono fuori o ai margini delle grandi città. Con la speranza che domani comincino a negare il consenso che fino a oggi hanno dato a politici sovranisti come Donald Trump. Che non a caso ha dimostrato di volere smantellare i capisaldi di quell’ordine internazionale post-seconda guerra mondiale (es. diplomazia multilaterale, libera circolazione delle merci, etc.) che hanno fatto la fortuna di colossi come Facebook o Apple

In questa sua nuova avventura politica il boss di AOL potrebbe contare, per ovvie ragioni, sui sindaci delle megalopoli occidentali. Come, per fare un esempio a noi vicino, quello di Milano. Che non a caso è al centro della suddetta indagine del Financial Times sullo strapotere delle città. Riusciranno i Sala da una parte all’altra dell’Atlantico, in collaborazione con i big delle multinazionali, a costruire una proposta politica alternativa a quella dei sovranisti e, soprattutto, capace di rincuorare i perdenti della globalizzazione togliendo terreno ai sovranisti?

USA meno accoglienti dei concorrenti

Gli Stati Uniti sono meno accoglienti di un tempo? Sembrerebbe di sì stando agli ultimi dati sui permessi di ingresso nel paese concessi dal Dipartimento di Stato. Nel 2018, infatti, i cosiddetti Temporary Visa Holders cioè i visti che non riguardano gli immigrati ma gli stranieri che dall’estero si recano in America per soggiorni di breve durata (studenti, ricercatori e turisti ma anche sportivi, diplomatici e funzionari di amministrazioni straniere etc.) sono calati del 7% rispetto all’anno precedente. Scendendo da 9 a 7 milioni, circa. Un calo che appare ancora più consistente se si considera che essi nel 2015 avevano toccato la soglia record degli 11 milioni.

Di primo acchito verrebbe da attribuire questa drastica riduzione dei permessi di ingresso temporanei ad una loro minore “appetibilità” visto il clima non proprio ospitale verso gli stranieri che attualmente si respira a Washington e dintorni. Cosa vera ma solo in parte. Non c’è dubbio infatti che anche per questo tipo di ingressi il “giro di vite” ai confini imposto dall’amministrazione Trump ha pesato in misura significativa. Come nel caso di quelli imposti per ragioni di sicurezza dal discusso travel ban nei confronti dei cittadini delle sette nazioni a maggioranza musulmana. O a quello deciso come “punizione” per i paesi che rifiutano di rimpatriare i connazionali colpiti da decreti di espulsione dell’immigration statunitense. E, più in generale, dall’adozione nel vaglio delle richieste di questo tipo di visti di nuove ed assai più stringenti procedure di selezione da parte dell’amministrazione che, non a caso, hanno portato nel 2018 il loro tasso di rigetto al 29%.

Detto questo è pur vero, però, che sul trend negativo di cui sopra ha pesato non poco quella che con un pizzico di enfasi viene definita “la guerra dei cervelli”. Una competizione spietata in atto tra paesi che a livello globale cercano di accaparrarsi (Canada, Australia e Giappone in primis) o di trattenere in patria (Cina ed India tra tutte) il fior fiore delle eccellenze scientifiche e professionali disponibili sul mercato. Offrendo loro chance lavorative e di status che in passato solo l’Eldorado americano con le sue imbattibili università era in grado di assicurare.

Se il calendario parla dell’immigrazione

Dal 2000 per decisione delle Nazione Unite il 18 dicembre ricorre la Giornata Mondiale dei Diritti dei Migranti. Un’occasione quanto mai utile per cercare di fare il punto su una questione che in tandem con quella dell’ambiente è destinata a segnare il futuro dell’umanità. Poiché sull’argomento la confusione regna sovrana va subito detto che, a differenza di quanto spesso si sente ripetere, i flussi migratori originano in primo luogo dal mercato. Visto che essi, al pari di quanto accade per le merci, vengono attivati da una domanda di lavoro che l’offerta in loco non è in grado di soddisfare. Ma anche dalle aspettative economiche e di status dei suoi protagonisti. Visto che, in genere, coloro che emigrano/immigrano oltre confine non sono i più poveri dei poveri.

Infatti, come hanno ormai da tempo chiarito con l’evidenza dei numeri molte ricerche, gli emigrati/immigrati appartengono a strati sociali caratterizzati da condizioni materiali, oltreché fisiche e culturali, di relativa minore deprivazione rispetto a quelle medie delle loro rispettive terre di origine. Tanto è vero che secondo il Center for Global Development: “l’emigrazione è maggiore dai paesi che sulla scala della distribuzione della ricchezza mondiale si collocano ai ranghi medio alti di quella dei paesi poveri. Le nazioni con un reddito medio tra 8mila/10mila dollari hanno un’emigrazione 3 volte superiore di quella dai paesi con un reddito medio pari o inferiore a 2mila dollari”. Dunque coloro che scelgono di incamminarsi verso il Nord non vengono né sono i più disperati delle regioni a maggiore arretratezza del Pianeta.

La verità è che per decidere di “lasciare casa” servono, certo, ma non bastano il coraggio, la salute e lo spirito di iniziativa. Occorrono risorse per il viaggio, influenti entrature e denaro per “convincere” le occhiute polizie locali, solide reti di conoscenze all’estero e, soprattutto un complesso di capacità organizzative che non si improvvisano dall’oggi al domani. Ecco spiegato perché a lasciare la terra natia sono, in genere, individui dotati di un buon capitale umano che in patria non sarebbero necessariamente destinati a patire la fame. Vanno all’estero perché vogliono (e sperano) in questo modo di ottenere di più dal “capitale” che possiedono ritenendolo non adeguatamente retribuito a casa loro. In via conclusiva si può dunque a ragione affermare che: a) emigra/immigra chi possiede, rispetto ai tanti (la maggioranza) che restano, almeno i mezzi finanziari e le capacità professionali, mentali e relazionali che costituiscono la massa critica richiesta per concepire e compiere un passo altrimenti proibitivo; b) l’emigrazione/immigrazione è una sorta di risk management strategy che gli individui e le loro famiglie adottano per migliorare una condizione giudicata insoddisfacente sul piano materiale e inadeguata su quello esistenziale.

Da Chinatown una sfida a Trump

Negli USA tira una brutta aria per gli immigrati. Ma quelli giovani di Chinatown non se ne curano. Una nuova generazione di sino-americani, infatti, nata e cresciuta nella Grande Mela sta ripensando il proprio futuro per salvare il quartiere dalla gentrificazione. Ed evitare così lo spopolamento di massa per fare spazio ai nuovi ricchi che inevitabilmente porta, non solo all'aumento degli affitti, ma anche alla drastica trasformazione dell’identità del posto. Un fenomeno che ha già cancellato molti quartieri popolari di Manhattan a Brooklyn, e che ora minaccia l’ultima roccaforte etnica nel cuore della città.

La risposta della comunità immigrata cinese, come scrive il quotidiano americano The Atlantic, è semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria. Passare ai figli il testimone degli affari di famiglia. La narrazione vuole che per gli immigrati di seconda generazione il riscatto sociale passi attraverso un’istruzione di livello elevato per poter poi intraprendere carriere di alto profilo. Nella Chinatown di New York, invece, i figli di molti commercianti stanno facendo una scelta diversa: rimanere nel negozio di famiglia. Senza però rinunciare agli studi. Le sei storie che raccontate da The Atlantic sono paradigmatiche del fenomeno in atto. Sei giovani imprenditori di origine straniera, tutti universitari o già laureati, che hanno deciso di mettere le loro competenze linguistiche e tecnologiche al servizio dell’attività familiare. Diventando prima di tutto i traduttori del negozio, perché il maggiore handicap dei genitori è proprio la scarsa o nulla conoscenza dell’inglese. Da bravi nativi digitali stanno inoltre imprimendo una svolta smart agli affari. Consapevoli che solo con la tecnologia queste piccole imprese possono sperare di sopravvivere.

Con questi avversari Trump sorride

Per i democratici americani le primarie che dovranno incoronare chi di loro sarà il designato a sfidare Trump nelle prossime elezioni presidenziali del 2020 rischiano di trasformarsi in un clamoroso auto goal politico. Infatti dopo il ritiro la scorsa settimana della senatrice di colore Kamala Harris restano in gara per l’attesissimo, cruciale confronto prenatalizio del 19 dicembre cinque candidati (quattro uomini e una donna) tutti bianchi e per di più, eccezion fatta per Pete Buttigieg, ultrasettantenni.

Una situazione paradossale e in aperto contrasto con l’ impegno più volte ribadito dagli esponenti dell’opposizione democratica di riuscire ad avere la meglio sul blocco conservatore trumpista grazie all’appoggio dell’elettorato emergente femminile, giovanile e delle minoranze. Ma al momento, visto l’andamento delle primarie, non sembra proprio che le cose vadano nella direzione annunciata. Perché se le candidature restano quelle di oggi è chiaro che per i democratici sarà non dura ma durissima riuscire a conquistare i voti necessari per sfrattare Donald dalla Casa Bianca e “liberare” l’America dalle grinfie del suprematismo bianco del trumpismo.

Che fine ha fatto tra i democratici l’alleanza rainbow che aveva consentito dieci anni fa (anche se sembra passato un secolo) di portare alla presidenza Barak Obama? E, soprattutto, come si spiega questa regressione “bianca” di un partito che aveva dato inizio al ciclo presidenziale eleggendo al Congresso un numero storico di giovani, soprattutto donne, e di esponenti delle minoranze? Domande alle quali, al momento, è solo possibile rispondere avanzando due ipotesi che soltanto il tempo consentirà di verificare a pieno.

La prima: i democratici segnati dalla sconfitta della Clinton sembrano essere caduti vittime di quella che gli esperti definiscono come la sindrome dell’avversario. Che li spinge a decidere non “in proprio” ma in base a ciò che ritengono essere il pensiero degli avversari. Ragione per la quale se il razzismo ed il sessismo sono dalla parte di Trump ritengono che per evitare di essere sconfitti in partenza si dovranno selezionare figure le meno alternative possibili. Detto in altri termini. Se l’obbiettivo è quello di recuperare i voti degli operai bianchi che nel 2016 preferirono Trump alla Clinton la prima cosa da fare è evitare tipologie di candidature che li confermino nella scelta passata. Il che spiega come mai oggi, cosa mai avvenuta in passato, per la prima volta vengono preventivamente esclusi candidati di colore o appartenenti alle minoranze immigrate o etniche.

La seconda: i democratici, colpiti dal tipo di campagna elettorale che nelle primarie del 2016 consentì a Trump di rompere la gerarchia per lui sfavorevole delle candidature preferite dall’establishment repubblicane e sbaragliare ad uno ad uno tutti concorrenti, sembrano oggi aver deciso di seguirne le orme. Infatti, spiegano Jonathan Rauche e Ray la Raya nel saggio “Too Much Democracy Is Bad for Democracy” appena pubblicato su Atlantic:  “tra i candidati progressisti è diventato di moda evitare le donazioni dei ricchi e delle aziende e puntare, invece, su quelle di piccole dimensioni offerte dai supporter di base. Che però, anche se fatte con partecipazione ed entusiasmo presentano un lato tutt’altro che rassicurante.

I piccoli donatori, infatti, non sono rappresentativi dell’elettorato in quanto tale. Perché non solo hanno posizioni radicali e polarizzate tanto quanto i grandi finanziatori di un tempo, ma soprattutto sono un campione demografico distorto rispetto al resto degli americani: sono più ricchi, più bianchi e più anziani”. Come dimostrano i risultati in precedenza analizzati delle primarie in corso tra i democratici.

Corbyn ha regalato Londra ai Brexiter

Comunque vadano le elezioni politiche inglesi del 12 dicembre, Jeremy Corbyn ha già perso. Passerà agli annali come il primo leader laburista ad essersi presentato alle urne senza l’endorsement della storica rivista della sinistra britannica The Newstatesman.

Una mancata benedizione che forse non sposterà chissà quanti voti, ma che a livello simbolico pesa più di un macigno sul segretario dei Labour. Perché dal 1913, quando apparve il primo numero, nessun direttore di questa Mecca del giornalismo progressista si era permesso di negare, durante una campagna elettorale, armi e bagagli culturali al partito dei lavoratori.

A spiegare le ragioni del gran rifiuto è stato, con un lungo editoriale, Jason Cowley, che oggi guida The Newstatesman con l’ambizione di trasformarla in un cantiere aperto della sinistra riformista prossima ventura. A suo avviso sono tre i grandi limiti di Jeremy Corbyn: massimalismo, antisemitismo e aperturismo (sugli immigrati). Ricetta che ha sedotto e convinto buona parte del board Labour, ma che secondo il Cowley-pensiero rischia di non convincere gli azionisti di riferimento, cioè il tradizionale elettorato laburista. Che spiazzato, impoverito e impaurito dai contraccolpi della globalizzazione e dell’immigrazione, all’idealismo inconcludente e velleitario dell’hard left, preferisce non votare oppure l’altra sponda. Ovvero l’ammaliante proposta politica conservatrice-populista capitanata dall’istrionico Premier Boris Johnson che, spalleggiato da Nigel Farage (a lui si deve il successo del Sì alla Brexit), potrebbe se non sbancare vincere le elezioni.

Per riassumere. Nell’agone politico britannico, come in mezzo Occidente, si delinea un confronto/scontro tra sinistra massimalista vs destra conservatrice-populista. Fra queste due ali estreme non sembra più esserci spazio per i riformisti. È di questo che si sta occupando e preoccupando The Newstatesman di Jason Cowley.

Perchè, per dirla con Barack Obama, se si va troppo a sinistra non si va molto lontano. Il recente monito dell’ex Presidente USA era rivolto a chi all’interno del partito democratico americano (Alexandra Ocasio-Ortiz e Bernie Sanders, solo per fare due esempi) è convinto di battere Trump con l’arma ideologiaca della vecchia sinistra massimalista. Su questa strada, secondo Obama, gli elettori democratici moderati se va bene scelgono l’astensione, altrimenti passano all’altro campo.