Biden per batterlo lo copia

E se nelle elezioni presidenziali americane del prossimo 3 novembre ad essere bocciato fosse il politico Trump ma non la politica di Trump? Trump uscirebbe di scena ma non il trumpismo.  Una eventualità paradossale ma non irreale visto che, data la situazione, è difficile credere che basti il semplice ribaltone alla Casa Bianca per guarire il colosso statunitense dalle sue interne, laceranti contraddizioni.

Una verità ignorata con presuntuosa cocciutaggine dai vertici dell’opposizione democratica che ad eccezione di Pete Buttigieg, giovane governatore d’avanguardia dell’Indiana, hanno improntato la linea di condotta all’idea che Trump anziché l’iceberg di seri, serissimi problemi fosse una pura e semplice anomalia del sistema. Archiviata la quale tutto, compreso il sereno, sarebbe tornato come prima. Al punto di far finta di non capire che il trumpismo - come invece coraggiosamente sostenuto da Buttigieg in un’intervista rilasciata mesi fa al New York Times - è espressione, contorta e contraddittoria quanto si vuole, di domande di una società in grande trasformazione che chiedono di essere se non risolti almeno capiti.

In politica, però, quello che non si capisce in tempo si paga. Spesso a caro prezzo. Prova ne è il fatto che in base alle più recenti indiscrezioni sembra che ad agosto alla convention del suo partito Joe Biden, smentendo la faciloneria derisoria fin qui usata nei confronti dell’America First di Trump, proporrà come soluzione dei problemi un gigantesco piano basato sul Buy American. Una scelta confermata dalla sua super manager elettorale Kate Bedingfield che ad Axios ha confessato “Trump has had for four years to put in place Buy American policies, and he’s failed to do so, Joe Biden’will do it on day one”. Niente di male, salvo dover spiegare la coerenza di una linea di questo tipo e (altro titolo programmatico) riposizionare gli Usa alla testa della collaborazione globalista tanto invisa al biondo miliardario newyorkese. Un ossimoro politico che fa il paio con il “protezionismo progressista” recentemente invocato per l’Europa dall’ingegnoso politologo bulgaro Ivan Krastev. Ma non basta.

Sfogliando vecchi appunti è tornato alla luce un “furente” articolo pubblicato dal Washington Post (pensate un po') il 30 gennaio del 2017 con il titolo Our history shows there’e a dark side to Buy America che dice: "Il programma di Trump Buy American anche se suona bene in realtà è la replica di precedenti programmi fondamentalmente razzisti, soprattutto nei confronti degli asiatici e degli americani di origine asiatica….Buy American presuppone un’economia nella quale i lavoratori americani sono contro quelli di altri paesi considerati alla stregua di nemici”. Tirate di questo genere saranno riservate anche al Buy American dei fan dell’Asinello?

Sfruttano il Covid-19 e aumentano i profitti

È in corso una sorta di ripetitivo match di tennis, dall’esito scontato, da una riva all’altra del Mediterraneo. In campo si confrontano la criminalità internazionale, che organizza le partenze dei migranti dal Nord Africa, ed i governi dei paesi di destinazione obbligati ad accoglierli.

È uno scontro impari. I primi, tonici e pimpanti, giocano a tutto campo, con continui cambi di strategia. I secondi, imbolsiti col braccino corto, subiscono colpo su colpo. La conferma arriva dall’attualità delle ultime ore nello spazio euro-mediterraneo. Nel weekend appena trascorso, sono infatti arrivati soltanto a Lampedusa più di mille migranti che portano a un totale di nove mila il numero degli arrivi via mare dall’inizio dell’anno.

Siamo lontanissimi dalle cifre emergenziali del triennio 2014-2015-2016, tuttavia c’è poco da stare sereni. Soprattutto perché a fronte dell’immobilismo dei player governativi, l’avversario (i trafficker) mostra un’inesauribile energia e fantasia nell’alimentare un business che ormai da anni genera profitti pari se non superiori a quelli derivanti dal traffico di droga.

La novità delle ultime settimane è che l’agenzia illegale delle partenze dalla riva Sud del Mediterraneo ha allargato l’offerta per i suoi clienti-vittime con maggiori disponibilità economiche. Questi ultimi, va da sé con tariffe più alte, possono, infatti, acquistare un biglietto per Lampedusa con partenza dai più sicuri porti tunisini, a bordo di piccole imbarcazioni meno sovraffollate, capaci di giungere a destinazione senza scommettere sul soccorso della marina militare o delle Organizzazioni non Governative. Per i meno abbienti, invece, rimane sempre l’opzione low cost via Libia con tempi più lunghi e il rischio di non essere salvati in tempo da qualche vascello delle ONG.

È uno scenario noto anche alle autorità giudiziarie competenti in Italia che ormai da settimane segnalano “l’ennesima riapertura” del fronte tunisino. Eppure non si muove foglia. Continuiamo a subire i colpi senza reagire. Il risultato è che per ogni sbarco di immigrati in Italia, i signori che comandano il traffico di immigrati incassano lauti proventi economici e persino consenso e popolarità tra i familiari dei migranti giunti alla meta.

Mentre l’impasse delle istituzioni lascia spazio nei centri di accoglienza e nelle piccole città che li ospitano a un potenziale scontro tra veri e finti richiedenti asilo e le popolazioni locali. Che complice l’emergenza sanitaria che si sta trasformando in economica, mal tollerano i nuovi arrivati considerati come potenziali untori. Si dirà che il popolo non ha sempre ragione. Che non tutti gli immigrati hanno il Covid-19, etc. Verissimo. Ma se di fronte a quello che accade ancora una volta in queste ore negli hotspot siciliani o calabresi, le istituzioni cincischiano. Lanciano segnali contraddittori. Dimostrano di subire e non governare il fenomeno. Di non garantire sicurezza e asilo a chi ne ha realmente bisogno. Di non tutelare le comunità locali ospitanti. Di non rimpatriare chi mente presentandosi come rifugiato, non stupiamoci della vox populi, con tutte le sue potenziali drammatiche controindicazioni. Mondragone ieri, Amantea oggi: e domani?

Negli Usa le divisioni non si riducono a Trump

Anche se Trump dovesse uscire sconfitto dalle elezioni del prossimo 3 novembre (cosa al momento affatto scontata) l’America difficilmente ritornerà, come invece sperano i suoi avversari, quella di un tempo. Perchè i sussulti che ormai a getto continuo scuotono la vita pubblica del paese sono espressione di una sua divaricazione politico-culturale che sarebbe non solo ingiusto ma miope addebitare agli errori (non pochi né piccoli) dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

I problemi nascono e vengono da molto più lontano. Infatti come ha scritto Thomas B. Edsall in un bellissimo ed assai ragionato commento sul New York Times del 7 luglio: “L’elettorato è diviso in due campi opposti basati sull’adesione degli elettori a principi morali fondativi ed alle politiche che da essi ne derivano sia per quanto riguarda la loro identità socio-culturale che la loro propensione per leadership liberali o autoritarie. Una complessità che i politici capiscono intuitivamente al punto che mentre Trump è convito che il caos, la confusione ed i conflitti aiutano la sua rielezione, Joe Biden si da fare per spegnere il fuoco su cui soffia Trump

Una contrapposizione che gli ultimi clamorosi eventi legati alle dimostrazioni innescate dall’uccisione di George Floyd hanno se possibile ulteriormente rafforzato e confermato. Nello scorso week end, ad esempio, mentre nelle piazze di New York i liberal d’America chiedevano l’impegno dei democratici a tagliare i finanziamenti alla polizia (defunding) nelle strade della Grande Mela si è consumato un vero e proprio bagno di sangue: 64 aggressioni armate e 10 morti. Cifre e numeri che New York sperava di aver definitivamente archiviati dopo l’anno nero del 1996. E che, soprattutto, hanno messo in grave imbarazzo la municipalità democratica cittadina. Stretta tra l’obbligo di usare il pugno di ferro per evitare che l’insicurezza di un tempo tornasse a spadroneggiare in città, e le proteste dei giovani militanti che consideravano la loro prudenza nei confronti degli uomini in divisa alla stregua di un vero e proprio regalo al trumpismo.

Un conflitto che per i democratici ha il sapore di un assaggio visto che in vista della loro prossima Convention di agosto dovranno per forza di cose decidere se assecondare la piazza sul defunding delle forze dell’ordine oppure scegliere la moderazione per non inimicarsi l’elettorato che non ama Trump ma neppure il caos. Ed evitare di pagare pegno all’antico detto politico: piazze piene, urne vuote.

Con questi salvataggi si rischia l’incidente

Verrebbe da dire che sull’emergenza immigrazione nel Mediterraneo c’è qualcuno che spera succeda qualcosa di grave. È quello che viene da pensare assistendo in queste ore all’ennesimo braccio di ferro fra istituzioni e organizzazioni non governative sul se e dove lasciare attraccare la nave umanitaria di SoS Mediterranée, Ocean Viking con i suoi 180 immigrati a bordo.

La soluzione sembra vicina (trasborderanno nella nave quarantena Moby-Zaza davanti la costa agrigentina di Porto Empedocle), ma per raggiungerla si è giocato sul filo del rasoio. Partiamo dai fatti. Il caso Ocean Viking è esploso il 25 giugno. Quando l’equipaggio della Ong effettua un’operazione di soccorso e salvataggio di 51 immigrati a largo di Lampedusa. Nelle ore e nei giorni successivi altri salvataggi che consentono di issare a bordo un totale di 180 disgraziati. A quel punto scatta per più di dieci giorni la consueta ricerca di un porto sicuro. Mentre le autorità cincischiano, la situazione a bordo si complica o, secondo alcuni, viene appositamente complicata dall’equipaggio per obbligare il governo italiano a non perdere altro tempo. Si racconta di tentati suicidi, condizioni sanitarie e psiche labili, atti di protesta, scioperi della fame, etc. Quando la situazione sembra ormai sul punto di sfuggire di mano ecco la sospirata autorizzazione per la Ocean Viking a dirigersi in rada verso Porto Empedocle. I naufraghi passeranno due settimane su una nave-quarantena anti Covid-19, prima di toccare la terraferma. A breve calerà, dunque, il sipario sulla Ocean Viking, ma non ci vorrà molto per aprirne un altro con dinamiche e attori simili, se non identici. È un teatrino che va avanti da oltre un lustro. Con trame e finali scontati, anche ai non addetti ai lavori.

Ma che cosa succederebbe se nel cuore della pièce, cioè durante il consueto tira e molla in mare tra Ong che chiedono un porto sicuro e le autorità che cincischiano, dovesse accadere una tragedia? Se i tentati suicidi diventassero suicidi di massa? Se a bordo delle navi umanitarie esplodesse una bomba epidemiologico oppure uno scontro tra naufraghi immigrati con i membri dell’equipaggio o tra questi ultimi e la marina militare italiana?

Domande provocatorie? Forse. Ma che confermano l’amara verità che solo le tragedie sono in grado di svegliare dal letargo l’Europa che continua a non avere una politica sui rifugiati ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve. Continuando a far finta di non vedere i focolai di crisi nella riva Sud del Mediterraneo quasi che gli sbarchi di immigrati in Italia siano un problema del Bel Paese e non dell’Unione.

Trump teme la linea d’ombra

Siamo proprio sicuri che Trump è finito? Secondo Frank Bruni, che sul New York Times di mercoledì 1 luglio lo ha definito “toast” (cotto) la risposta è sì. Una predizione forse azzardata ma non infondata a leggere i risultati, per lui sconfortanti, di sondaggi e rilevazioni campionarie pubblicati ormai a getto continuo. Come quella, ultima della serie, condotta del Pew Research Center. Secondo la quale l’83% degli americani intervistati si sarebbero detti scontenti di come stanno andando le cose nel loro paese. Una percentuale negativa da capogiro soprattutto se espressa a pochi giorni dalla ricorrenza del 4 luglio. Una festa che da sempre ha rappresentato per gli americani motivo di speranza ed ottimismo per le sorti a venire della loro nazione. E che invece, quest’anno, rischia di essere “silenziata” dall’incedere del coronavirus talmente inarrestabile da imporre il lockdown persino a quella che anni addietro Mark Twain definì come la Porta d’Oro d’America: la California.

Una situazione che Trump oltre a gestire come peggio non poteva ha scriteriatamente pensato di utilizzare, con ribalda prosopopea, come arma di una assai poco felice campagna elettorale. Un modo di fare fortunato fino a ieri che rischia oggi di trasformare le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre in un referendum sulla sua persona anziché su una proposta politica. Il nodo dei problemi, che spiega molto dell’agitazione presente tra i suoi più stretti collaboratori, è che non si capisce più dove sia finito il messaggio di cambiamento con il quale Trump oltre a sorprendere amici e nemici era riuscito a mobilitare quella parte dell’America profonda “lasciata indietro” dai fasti della globalizzazione e dal trionfo della cultura metropolitana aperta a tutte le diversità eccetto la loro. Uno spaesamento strategico aggravato dal tradimento della fortuna. Un abbandono che per un politico è peggio del veleno. La buona sorte degli anni passati negli ultimi mesi sembra, infatti, avergli decisamente voltato le spalle. Al punto che quasi tutto quello che fa finisce per andargli storto.

Come, ad esempio, l’esito infelice della definizione dodering (vecchio scimunito) con la quale aveva pensato di tagliare le gambe al rivale democratico Joe Biden. E che, invece, si è per lui trasformata in un boomerang, costringendolo a correre ai ripari per evitare di inimicarsi e perdere il voto del potente e decisivo partito dei seniores a stelle e strisce. La verità è che c’è una linea d’ombra sul futuro di Trump di cui, per affettuosa scaramanzia, i suoi evitano nel modo più assoluto di parlare. Di tutti i Presidenti americani solo due hanno fallito la rielezione al secondo mandato: Jimmy Carter e George Bush (padre). Ed entrambi nell’estate pre- elettorale avevano un rating di gradimento inferiore a 40%. Che è esattamente lo stesso di cui è attualmente accreditato il magnate newyorkese.

Da Jerry Masslo a Mondragone non è cambiato niente

A cosa sono serviti trent’anni di sanatorie in Italia? E’ quello che viene da chiedersi di fronte alle condizioni abitative, sociali e lavorative dei braccianti bulgari irregolari contagiati dal Covid-19 a Mondragone. Sfruttati alla luce del sole nei campi del casertano, sono adesso confinati e mal visti dalla popolazione autoctona nei fatiscenti palazzi ex-Cirio.

Li chiamano invisibili. Ma di loro sappiamo tutto: dai dati anagrafici, al luogo di residenza fino ad arrivare ai datori di lavoro che di questa manodopera irregolare e sotto pagata fa, da sempre, quello che vuole . Non sembra, infatti, cambiato molto da quel lontano 25 agosto 1989 quando a Villa Literno (25 km da Mondragone) l’omicidio del rifugiato e attivista sudafricano Jerry Masslo svelò all’Italia intera i vizi del mercato clandestino dell’immigrazione stagionale. Che vedeva in questi immigrati gli ingranaggi ideali per sostenere un sistema agricolo arretrato e fuori dalle regole. Scoprimmo all’improvviso il caporalato, le baracche, i ghetti, gli schiavi del nuovo tipo, etc. Orrori che un robusto e trasversale schieramento politico pensò di combattere, e guarire, con una serie di regolarizzazioni a ripetizione.

In nome di questo nobile fine l’Italia è oggi saldamente al comando nella speciale classifica internazionale dei pochi paesi che hanno fatto sistematicamente ricorso a questo tipo di provvedimenti anziché ad una vera e seria politica migratoria. Tuttavia, qui la grande unicità del caso italiano, nel corso del tempo col numero dei sanati è cresciuto, o nella migliore delle ipotesi è rimasto invariato, quello dei ghetti abitati da quelli che per opportunismo definiamo invisibili. Insomma, è come assumere overdose di paracetamolo e non vedere calare la febbre.

A fronte di questo mismatch tra rimedio e male, questo schieramento trasversale pro-sanatoria continua, imperterrito come nulla fosse sempre sulla stessa strada. Tant’è che nel recente Decreto Rilancio Italia, ha trovato posto un discusso provvedimento di regolarizzazione presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo. Cosa che, purtroppo, non è servito, ancora una volta, ad evitare il prevedibile, ennesimo disastro di Mondragone.

Biden avanza ma per la vittoria c’è tempo

Per Trump la corsa alla rielezione presidenziale si fa di giorno in giorno più faticosa. Come testimoniano i risultati , per lui certo non confortanti, resi noti dall’ultimo sondaggio New York Times/ Siena College relativo all’orientamento del voto nei sei stati (Pennsylvania, Wisconsin, Florida, Arizona, Michigan, North Carolina) che per il loro peso elettorale saranno decisivi sull’esito delle urne a novembre prossimo. In base alle risposte degli intervistati, infatti, il candidato dell’opposizione democratica Joe Biden avrebbe sull’attuale inquilino della Casa Bianca un vantaggio di ben 14 punti.

Uno scarto notevole. Reso ancora più significativo dal fatto che l’ex vice di Obama oltre ad avere dalla sua il cosiddetto elettorato indipendente, quello femminile scolarizzato e dei giovani delle varie minoranze sembrerebbe addirittura tener testa a Trump anche tra gli adulti maschi bianchi da sempre massicciamente schierati dalla sua. Un cambiamento nell’umore politico del paese segnalato anche dal fatto che a maggio la raccolta fondi del candidato democratico aveva superato per la prima volta dall’avvio della campagna elettorale quella del magnate newyorkese.

La verità, spiegava una nota Axios dello scorso 22 giugno, è che oggi molti swing voters che nel 2016 avevano tradito la Clinton per Trump dicono di voler ritornare suoi loro passi perché: “they see Biden less a change agent than as a path back to stability". Anche se hanno consapevolezza dei problemi che attanagliano il loro vivere quotidiano manifestano però il bisogno, dopo quattro anni di una presidenza a dir poco tumultuosa, di tirare il fiato sacrificando le speranze alla normalità. Ma pur stando così le cose Biden farebbe però bene a non cullarsi sugli allori.

Intanto perché in politica i mesi che mancano al giorno delle urne sono un’eternità. Capace di riservare ogni tipo di sorprese. A partire dagli esiti delle Convention conclusive dei democratici a Milwaukee il 17 agosto e dei repubblicani Jacksonville il 24 dello stesso mese. Ma soprattutto facendo tesoro delle elezioni del 2004. Quando George W. Bush dato per sconfitto per la disastrosa condotta della guerra in Iraq venne rieletto alla Casa Bianca infliggendo all’astro democratico di allora John Kerry una pesante quanto inaspettata sconfitta. La verità, ammoniva scaramanticamente un’editoriale del New York Times dello scorso 15 giugno è che “gli americani sono meno interessati al processo del passato che alla valutazione della concretezza e del realismo dei progetti e delle proposte per il futuro”.

Sui rifugiati è ora di decidere

Una strana asimmetria domina il dibattito politico sui rifugiati. A livello internazionale, infatti, si parla molto del loro spaventoso aumento (80 milioni) ma si tace sul che fare e su come intervenire per riuscire ad assicurare un minimo di tutela a questo sterminato esercito uomini, donne e bambini in cerca di asilo dai quattro angoli del Pianeta.

La ragione di tanto disastro è, nella sua drammaticità, chiara e semplice. Dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, infatti, assistiamo al moltiplicarsi di crisi umanitarie senza soluzione. Dalla Siria, alla Somalia, passando la Libia e il Camerun, fino ad arrivare al Venezuela, registriamo conflitti che non trovano tregua, obbligando migliaia di individui e di famiglie a cercare protezione dentro e fuori dei loro confini nazionali.

Se tutto ciò è vero come si spiega il silenzio su come affrontare questa emergenza umanitaria senza precedenti? Domanda alla quale, nei limiti consentiti da un breve articolo, proveremo a rispondere.

Partiamo dal fatto che la Convenzione di Ginevra del 1951, pivot della governance dei rifugiati nel mondo, mostra ogni giorno di più i danni dell’età. Prova ne è il fatto che oggi a dettare i tempi ed i modi della concessione dello status di profugo nei paesi che nel 1951 sottoscrissero quell’intesa è il caso più che i suoi articoli. A denunciare questa anomalia che mette a repentaglio l’incolumità di molti soggetti vulnerabili era stato poche settimane fa un dettagliato reportage di Matt Katz sull’autorevole rivista americana The Atlantic. Che per offrire ai lettori un esempio concreto di come la Convenzione di Ginevra funzioni poco e male, ha dato voce e conto della sorte che spetta ai fortunati che riescono a fuggire dalla gravissima, e dimenticata, guerra civile tra anglofoni e francofoni in Camerun. Si scopre così che per i richiedenti asilo camerunensi la probabilità di ottenere all’estero lo status rifugiato dipende più dalla porta alla quale bussano che dalle condizioni oggettive nelle quali si trovano. Facile, ad esempio, essere accolti in Svezia, molto più complicato in Giappone. Visto che Tokyo, in media, ogni anno accoglie non più di 20 richieste di asilo.

Sono due le ragioni che spiegano la profonda divergenza che a livello internazionale regna sull’interpretazione di chi risponde alla suddetta definizione.

La prima: molti governi, vista il vento anti-immigrazione che tira, aggravata dalla pandemia, giocano sui cavilli burocratici per rigettare e negare le domande d’asilo. Come fa, ad esempio, una donna fuggita di nascosto e senza documenti di identità, a dimostrare di essere stata abusata in patria perché appartenente a un determinata minoranza etnica? E, allo stesso tempo, come fanno i governi a smascherare chi si presenta come rifugiato ma tale non è?

La seconda: quando la Convenzione di Ginevra del 1951 fu firmata, il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è sempre così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare. Ma nessuno dei big player internazionali ha la forza o la voglia, per le ragioni di cui sopra, di promuovere un new deal sui rifugiati che possa portare a un aggiornamento della Convenzione siglato ormai 70 anni fa. Un’occasione persa, tanto più che autorevoli esperti mondiali di diritto d’asilo hanno da tempo proposto soluzioni concrete per risolvere almeno una parte dei problemi fin qui esposti. Pensiamo, ad esempio, al Professor James C. Hathaway che nel 1997 ha presieduto una Commissione Onu di specialisti della materia che aveva teorizzato l’introduzione di una sorta di corridoi umanitari statali (non gestiti da enti privati) come soluzione al problema della condivisione fra la comunità internazionale degli oneri derivanti dalle emergenze profughi nel pieno rispetto dei diritti di questa speciale e vulnerabile categoria di immigrati forzati.

Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi guidati da James C. Hathaway, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per evitare che in caso di crisi umanitarie la responsabilità di assistere e proteggere profughi e sfollati, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, ricadesse esclusivamente sugli stati limitrofi.

Per capire di cosa parliamo, immaginiamo di applicare questa teoria nello spazio euro-mediterraneo che dalla Primavera Araba del 2011 è il luogo di transito di migliaia di richiedenti asilo e immigrati economici in fuga dall’Africa verso l’Europa. Una pressione migratoria senza precedenti che è gravata, per ragioni geografiche, sugli Stati UE di frontiera, Grecia e Italia in testa, chiamati a svolgere, al contempo, il doppio ruolo di paesi che identificano e accolgono i nuovi arrivati.

Problema che, invece, seguendo le indicazioni della Commissione Hathaway potrebbe essere risolto creando negli stati collaborativi dell’Africa del Nord e di quella subsahariana, sotto l’egida dell’UNHCR e dell’OIM, safety zone dove chiedere asilo senza rischiare la vita. In caso di esito negativo i richiedenti verrebbero rimpatriati nel paese di origine. Mentre, ecco il significato dei sopra citati corridoi umanitari statali, se il parere è positivo i rifugiati verrebbero redistribuiti tra una coalizione di Stati firmatari di un accordo internazionale che li obbliga ad accoglierli pro-quota. Sta qui il passaggio dall’emergenza a una politica ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve.

Trump cerca di rimettersi in carreggiata

Trump più che malato, come invece molti avevano desunto (e forse sperato!) dai segni di malessere avuti in occasione della sua visita all’accademia militare di West Point, sembra vivo e vegeto. Soprattutto politicamente. Visto che negli ultimi giorni è riuscito a rompere l’accerchiamento in cui si era cacciato reagendo malamente alle sacrosante dimostrazioni di protesta scoppiate dopo che a Minneapolis si era perpetrata l’ultima, ennesima esecuzione di un uomo di colore da parte della polizia.

Un passo falso che per la sua protervia poteva costargli molto caro. Per gli americani di qualunque colore politico è infatti inaccettabile che il Presidente degli Stati Uniti esca dalla Casa Bianca brandendo la Bibbia a fianco del Generale in capo dell’esercito. E per raggiungere la chiesa del quartiere pretenda di far sloggiare dalle forze dell’ordine i manifestanti che gli ostacolano il cammino. Ma quando nessuno se lo aspettava ecco il colpo di scena. Lunedì scorso i giudici della Corte Suprema con il decisivo voto del super conservatore Neil Gorsuch, che proprio Trump tra mille critiche aveva imposto all’indomani della sua elezione, hanno preso due decisioni a dir poco storiche.

La prima relativa alla condizione dei transgender. Che secondo i supremi magistrati, in base a quanto stabilito dal Civil Rights Act del 1964, ha il diritto di essere tutelata contro ogni forma di discriminazione.

La seconda, che pur avendo attirato meno attenzione della prima, rischia di essere non meno rivoluzionaria. Perché riguarda la scottantissima materia dell’immigrazione. La Corte, infatti, sempre con l’inatteso sì della sua maggioranza di destra, ha rifiutato di accogliere in giudizio il ricorso degli avvocati del Presidente contro la democratica California. Che per anni si è opposta alle ingiunzioni della Casa Bianca di far collaborare la polizia statale con quella federale nella caccia agli immigrati clandestini presenti sul suo territorio. Due novità alle quale nelle ultime ore se ne aggiunta una terza da Washington.

Il Governo, che fino a ieri aveva sempre detto di no, ha infatti deciso, superando resistenze ed oltranzismi di ogni tipo, di dare ascolto all’umore del Paese varando un progetto di riforma della polizia. Che, per quello che è dato sapere, non è lontano, almeno nelle intenzioni, dal Justice in Police Act presentato a tamburo battente la scorsa settimana dai parlamentari dell’opposizione democratica.

 Un bel cambiamento, non c’è che dire. Che se sommato alla forte ripresa segnalata negli ultimi giorni dai principali indicatori dell’economia potrebbe consentire a Trump di riguadagnare la carreggiata elettorale che nelle ultime settimane sembrava, invece, avere irrimediabilmente perso.

La regolarizzazione non è stata un flop per gli evasori

Con i proclami non si governa l’immigrazione. Sembra questo il messaggio che emerge dai primi dati sulla regolarizzazione degli immigrati nel nostro paese iniziata lo scorso 1 giugno e che si concluderà il prossimo 15 luglio. Il provvedimento, incluso nel Decreto Rilancio Italia, era stato presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo.

Tuttavia, ad oggi, delle circa 30 mila domande pervenute, la maggioranza riguarda colf e badanti. La più classica eterogenesi dei fini. La regolarizzazione avrebbe dovuto tutelare, nelle intenzioni dei proponenti, i più vulnerabili e assicurare in tempi stretti agli imprenditori agricoli l’indispensabile forza lavoro stagionale. Essa, invece, sembra aver fornito un assist ideale ai ceti sociali che calpestando le regole approfittano dei vantaggi dell’immigrazione. E’ di tutta evidenza, infatti, che le domande fin qui registrate di emersione del personale straniero addetto alla cura della casa e della persona siano arrivate da una parte dei ceti medi. Che forse intimoriti dai rischi sanitari derivanti dalla pandemia, hanno pensato bene di approfittare di questa occasione per regolarizzare rapporti di lavoro che nell’era pre-Covid 19 non avevano timore di tenere sommersi. Ma oggi lo scenario è cambiato. In caso di un secondo lockdown, ad esempio, non dovranno più affrontare il dilemma di tenersi in casa una colf/badante irregolare, con tutti i rischi del caso oppure mandarla via col timore di perdere i contatti.

Risolti i loro problemi, la regolarizzazione ha lasciato insoluti sul tappeto quelli per i quali era stata approvata. Una verità che non deve aver sorpreso i partner europei. Che fatta eccezione per il Portogallo hanno intrapreso strade alternative a quella italiana per risolvere le medesime questioni. Su scala comunitaria si è infatti cercato di superare l’impasse dapprima con la Comunicazione della Commissione Europea dello scorso 30 marzo che sollecitava gli Stati UE a garantire, attraverso i cosiddetti corridoi verdi, la libera circolazione dei lavoratori stranieri stagionali in settori strategici come quello agricolo. Mentre l’Italia dibatteva sul Sì o No alla regolarizzazione degli immigrati, in Europa si apriva una corsa per accaparrarsi i lavoratori dell’Est, soprattutto dalla Romania. Il nostro paese è rimasto ai margini di questa competizione, pur essendo storicamente la prima destinazione lavorativa dei rumeni. Il risultato è stato che decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania e Gran Bretagna, Norvegia e Spagna grazie ai corridoi verdi basati sui princìpi dell’immigrazione circolare. L’Italia sta, invece, valutando se allargare le maglie della regolarizzazione, con la cocciuta speranza di vederla riuscire laddove ha sempre fallito.