Negli USA i deputati strappano sull’immigrazione

Negli USA l’immigrazione torna prepotentemente al centro del dibattito politico. Ieri alla Camera dei Deputati la maggioranza democratica con il supporto di sette repubblicani ha infatti detto sì con 228 voti favorevoli e 197 contrari alla legalizzazione dei giovani DACA e di un rilevante numero di profughi stranieri accolti in base al Temporary Protected Status for humanitarian reasons. Una decisione carica di molti significati e di sicure conseguenze.

Intanto per l’ampiezza della platea degli interessati. Che secondo i calcoli più prudenti potrebbero essere non meno di 2,5 milioni. E che nel caso dei primi, i figli degli immigrati clandestini arrivati in tenera età negli USA al seguito dei loro genitori, rappresenta una definitiva conferma della regolarizzazione loro promessa da Obama nel 2012 con il Deferred Action for Childhood Arrivals e bloccata d’imperio da Trump nel 2017.

Ma soprattutto perché a poche ore dal varo di questo primo provvedimento i deputati del partito dell’asinello, appoggiati da trenta deputati repubblicani dei grandi stati agricoli meridionali, ne hanno votato anche un secondo. Relativo alla regolarizzazione di un milione di braccianti immigrati e delle loro famiglie. Questo attivismo decisionale ha però dato agli occhi di molti la sensazione di una vera e propria fuga in avanti. Quasi un segnale di avvertimento lanciato dall’ala sinistra del partito democratico, di gran lunga maggioritaria tra i membri della Camera, contro l’eccessiva enfasi data dagli uomini del Presidente alla crisi degli arrivi al confine messicano. E in evidente dissenso con l’intenzione esposta da Biden in un colloquio telefonico con il Presidente messicano di subordinare la donazione di milioni di dosi di vaccino anti Covid al suo malandato stato cin cambio di una decisa e ferma azione di stop alle partenze verso El Norte.

Uno scambio che per i democratici di sinistra rischia di essere una sorta di riedizione, anche se rivista e corretta, dell’odioso ed odiato Remain in Mexico di trumpiana memoria. Sta forse tutta qui la spiegazione della loro frenetica corsa per varare norme rumorosamente impegnative ma destinate, una volta giunte in Senato,a finire nel nulla.

Rispunta lo ius soli e il governo trema

E’ noto che i governi di coalizione sostenuti da partiti culturalmente e politicamente tra loro molto diversi nascono sulla base di un temporaneo, reciproco obbligo di convenienza. Che il più delle volte, però, nasconde un non detto tra i suoi contraenti. Che nel caso del nuovo Esecutivo guidato da Mario Draghi riguarda l’immigrazione.

Un’ omissione tanto più seria perché obbligata. Visto che l’immigrazione avrebbe rappresentato per questi partiti, dopo anni di aspre e mai sopite contrapposizioni, uno scoglio insormontabile alla loro comune  partecipazione ad un Esecutivo di unità nazionale imposto dalle gravi emergenze sanitarie ed economiche che affliggono il nostro Paese. Ma in politica, purtroppo, non è detto che il non detto, anche se obbligato, anziché un’assicurazione non possa invece rappresentare un pericolo per la tenuta della coalizione di governo. Come dimostrano le infiammate polemiche innescate dalla proposta avanzata dal neo segretario del PD Enrico Letta sulla modifica delle attuali norme di concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati. Sulla falsa riga del progetto di legge già anni addietro lungamente discusso ma finito nel nulla. Un ritorno al passato che, purtroppo, non promette nulla di buono. Per almeno due ragioni.

La prima: in un quadro di grande ansia e difficoltà del Paese a causa dell’incalzante pandemia proporre a “freddo” la riforma della cittadinanza dei figli degli immigrati non solo rischia di essere percepita dai cittadini come una sorta di parlare d’altro. Ma soprattutto, sapendone l’irrealizzabilità politico-parlamentare, di farle perdere credibilità a favore della pura e semplice propaganda;

La seconda: riproporre la questione negli stessi termini del passato suona come un ostinato, cocciuto rifiuto a tener conto dei punti di vista e delle ragioni a suo tempo da molti avanzati. Che avendo a cuore la risoluzione del problema consigliavano, per evitare il paralizzante scontro ideologico tra i difensori del vecchio diritto del sangue contro quello del suolo, di “buscar l’Oriente per l’Occidente” semplicemente modificando gli articoli meno consoni con i tempi della vecchia legge sulla cittadinanza del 1992.

Le nuova mappa dell’immigrazione in Europa

La pandemia sta letteralmente ridisegnando la mappa dei flussi migratori dell’UE. Negli ultimi mesi, infatti, è aumentato come mai avvenuto in passato il numero degli immigrati dei paesi dell’Est che hanno lasciato quelli occidentali per rientrare in patria. Come spiega una recente, attenta analisi del settimanale inglese The Economist. Secondo il quale nel 2020 avrebbero ripreso la strada di casa 1,3 milioni di rumeni e 500 mila bulgari. E un paese come la Lituania avrebbe registrato, per la prima volta nella sua storia contemporanea, più ingressi che partenze.

Le cause di questa vera e propria rivoluzione dell’immigrazione europea sono in grande parte note: il virus ha messo in ginocchio, dal turismo alla ristorazione, i settori dell’economia con un’elevatissima domanda di lavoratori stranieri e poco qualificati. Ma le conseguenze, segnalano gli esperti dell’autorevole settimanale britannico, sono tutt’altro che prevedibili e scontate. Infatti, tra i tanti rientrati a casa sicuri di tornare a emigrare una volta finita la pandemia, sono aumentati in maniera esponenziale quelli che hanno già cambiato idea. Decidendo investire , a livello personale e lavorativo, laddove sono nati.

C’è chi con i risparmi guadagnati all’estero ha già aperto una piccola bottega o chi nell’attesa di trovare un’occupazione si gode il tempo e la qualità della vita tra l’affetto di amici e parenti in spazi abitativi e di comunità spesso e volentieri più confortevoli di quelli in cui erano relegati fuori dai confini patri. Insomma, tra i pochi metri quadrati, spesso fatiscenti, nelle periferie di Londra, Berlino o Roma e la casetta dei genitori nella campagna dell’Europa Orientale, in tanti cominciano a preferire la seconda opzione. Tanto più che dal loro ingresso nell’UE, i Paesi dell’Est hanno registrato una decisa riduzione del gap economico e salariale con quelli dell’Ovest. Basti considerare che a parità di mansioni un lavoratore rumeno in Italia può contare oggi su uno stipendio pari al triplo di quello che guadagnerebbe in patria, ma nel 2010 era pari al quintuplo.

E c’è di più. Perché se spostiamo l’oggetto della nostra analisi dai lavoratori non qualificati a quelli specializzati, lo scenario migratorio prossimo venturo rischia di essere ancora più complicato. Per la semplice ragione che la pandemia ha accelerato e ormai in alcuni casi istituzionalizzato il ricorso al telelavoro. Fino al punto da consentire a migliaia di professionisti immigrati di mettere fine “all’esilio” estero rientrando in patria senza però perdere né il lavoro né le relative retribuzioni. Che assicurano loro, visti i prezzi mediamente più bassi delle merci nei loro paesi rispetto a quelli dell’Occidente, un potere d’acquisto decisamente più alto. Dal brain drain al brain gain, insomma.

È forse un’anticipazione di quel nuovo mondo dell’immigrazione che ci aspetta nella fase post-pandemica e che studiosi come Henry Farrel e Abraham Newman avevano anzitempo tracciato in un articolo pubblicato lo scorso aprile su Foreign Affairs dal titolo: Will Coronavirus ends immigration as we know it?

L’immigrazione agita l’America di Biden

L’immigrazione torna ad agitare anche l’America di Joe Biden. A causa di una massiccia, crescente ondata di arrivi irregolari ai confini meridionali del paese. Dove nell’ultima settimana gli adulti fermati quotidianamente dagli agenti di frontiera sono stati oltre 400. Il doppio rispetto a quelli registrati ad inizio d’anno. 350 i minori non accompagnati, con un aumento quadruplo rispetto alla media. Ed oltre 1000 gli immigrati, cosiddetti got-aways, che pur individuati dalle telecamere di sorveglianza riescono comunque a superare il confine facendo perdere le loro tracce.

Ma al di là dei numeri il vero problema è che, scriveva giorni addietro il pur filo governativo Washington Post, “al momento nessuno dell’amministrazione ha detto se e in che modo si cercherà di rallentare l’afflusso”. Un silenzio figlio di un serio, serissimo problema politico. Come fa, infatti, un’amministrazione che sull’immigrazione ha scelto, contro la chiusura di Trump, la linea dell’apertura a decidere oggi di fermare chi tenta di entrare dal Messico? Soprattutto in un momento in cui per riuscire ad ottenere il sì del Senato al varo del decisivo decreto “salva America” è fondamentale l’unità interna, in verità assai fragile, dei parlamentari democratici. Che qualunque atto repressivo al confine rischierebbe di mandare all’aria.

Un dilemma che per Biden si può, però,trasformare in una trappola. Per la semplice ragione che pensare di gestire senza affrontare i problemi che si pongono al confine messicano rischia di compromettere il favore al momento concessogli dall’inquieta opinione pubblica statunitense. E di favorire la rumorosa propaganda dei falchi dell’opposizione. Che bollando la linea Biden come più debole rispetto a quella seguita da Obama nella crisi del 2014 puntano sull’immigrazione per vincere le elezioni di midterm 2022.

Calano le domande di asilo, ma l’accoglienza nell’UE non migliora

La pandemia ha drasticamente ridotto le domande di asilo e peggiorato, se è possibile, il malandato sistema di accoglienza europea. Il 2020 si è, infatti, chiuso, secondo l’ultimo report dello European Asylum Support Office (EASO), con circa 461 mila richieste di protezione internazionale: -31% rispetto al 2019, una cifra così bassa non si registrava dal 2013. Il maggior numero di domande è arrivato da siriani, afghani, venezuelani, colombiani e iracheni. Significativo, invece, il crollo di quelle, storicamente numerosissime, avanzate da albanesi (-66%) e nigeriani (-44%).

Un crollo senza precedenti nel recente passato che gli esperti dell’EASO attribuiscono alle pesanti restrizioni internazionali imposte dalla lotta alla pandemia. La cosa grave è che nonostante il margine di manovra prodotto da questo deciso allentamento della pressione migratoria, la risposta degli Stati europei sia rimasta, come da tradizione, frammentaria e contrastante. Sul tappeto persistono, infatti, le medesime criticità pre-pandemia che il report EASO fotografa nitidamente. Due esempi su tutti.

Il primo riguarda quella che potremmo definire la roulette dell’asilo. Il tasso UE di accettazione delle domande d’asilo si attesta intorno al 32%, ma: “recognition rates often differed strongly across receiving countries, especially for Afghans”. Questo significa che a parità di condizioni, la possibilità di ottenere lo status rifugiato è legata al caso.

Il secondo, strettamente correlato al primo, concerne il nodo irrisolto dei rimpatri di coloro che hanno chiesto ma non ottenuto l’asilo. E più in generale degli immigrati irregolari. Un problema non da poco, visto che secondo gli esperti EASO nel 2020: “nationals from the Maghreb were increasingly detected illegally crossing the EU external border, but many did not apply for asylum”. Il peso maggiore della complessa e delicata procedura dei rimpatri, spesso osteggiata dagli Stati di origine, ricade sui Paesi di primo approdo come l’Italia che, com’è noto, da soli non riescono in questa ardua impresa. L’Agenzia Europea per il controllo delle frontiere esterne (FRONTEX), dovrebbe, almeno sulla carta, fornire loro un adeguato supporto che, invece, continua a mancare. Con il risultato che sempre più spesso questo eterogeneo bacino di rimpatriabili si disperde come fantasmi nel Vecchio Continente. Caso esemplificativo quello dei 13 mila tunisini arrivati nel 2020 irregolarmente in Italia, in larga maggioranza non aventi diritto d’asilo e che per tale ragione non rientrano nelle quote da redistribuire nel resto degli Stati UE. Ma che è estremamente difficile rimpatriare.

La sinistra USA divisa sull’immigrazione

Alla sinistra del partito democratico americano non piace il cauto riformismo che sull’immigrazione ha informato i primi, significativi atti della presidenza Biden. Non solo per la scarsa aggressività dei toni quanto, soprattutto, per l’eccessiva disponibilità alla mediazione. Che rischia, a detta dei critici più radicali, di indebolire fino a compromettere gli obiettivi di riforme e cambiamenti promessi nelle vittoriose elezioni per la presidenza. Una contrapposizione che da latente si è fatta evidente giovedì scorso. Subito dopo la presentazione da parte di un gruppo di parlamentari democratici del progetto di legge di riforma dell’immigrazione denominato US Citizenship Act 2021. Infatti, mentre Biden ed i suoi di fronte alla furiosa reazione dell’opposizione repubblicana, visti anche i non favorevoli rapporti di forza parlamentari, pur di evitare un rischioso o tutto o nulla ventilavano la disponibilità alla soluzione anche di singoli, specifici capitoli del testo, Bob Mendez, Senatore democratico New Jersey, alzava la voce contro ogni cedimento affermando: “è un errore smettere di combattere prima ancora di cominciare”.

Una posizione spalleggiata, anche se con minore retorica, dal New York Times. Che lo scorso 22 febbraio nel commento di prima pagina “Why Biden is taking immigration now” di Giovanni Russonello sosteneva che: “Biden ha bisogno di un’azione altisonante se vuole evitare che si aggravi il clima di delusione tra gli elettori Latini”. Infatti, secondo Carlos Odio, cofondatore del latino-focused data firm EquisLabs : “a spianare sia pur in parte la strada a Trump è stato la loro convinzione che sull’immigrazione tra repubblicani e democratici non c’è differenza”.

Giudizi ed affermazioni che nella loro enfatica perentorietà sembrerebbero, a prima vista, fare pendere la bilancia a favore dei fautori del muro contro muro. Una invocazione all’apparenza non solo coraggiosa ma addirittura liberatoria dopo quattro anni di trumpismo imperante. Ma che, purtroppo, ignora o non tiene nel dovuto conto che nelle elezioni dello scorso novembre la conquista da parte del partito democratico della Casa Bianca è stata vistosamente “azzoppata” da una pesante anche se da molti sottaciuta débacle parlamentare.

Prima di procedere nella disamina del problema vale forse la pena ricordare, per chi non ne fosse al corrente, che nelle elezioni presidenziali gli americani hanno a disposizione due schede. Una che riguarda il candidato Presidente e l’altra la nomina dei cosiddetti down ballots: i parlamentari della circoscrizione di appartenenza. Ed è proprio in base a questo complicato meccanismo elettorale che lo straripante 51% del consenso popolare per Biden non si è replicato nei confronti dei candidati democratici in corsa per un seggio parlamentare. Gli elettori, infatti, con un voto gergalmente definito disgiunto, hanno punito Trump ma per quanto riguarda i down ballots hanno consentito ai repubblicani di aumentare alla Camera il numero dei deputati, saliti da 197 a 210; ed al Senato di strappare un preziosissimo pareggio: 50 a 50.

Sulle ragioni di questo voto disgiunto i critici di sinistra farebbero forse bene a riflettere. Non solo perché raramente in passato ai democratici era accaduto che la conquista della Casa Bianca non avesse trascinato con sé anche quella di una robusta maggioranza in Parlamento. Ma soprattutto in ragione del fatto che a tradire le loro aspettative hanno contribuito le scelte a favore dei down ballots repubblicani fatte dagli immigrati-elettori di aree come la Florida, il Texas e la California. Che hanno detto un sì convinto al senatore del Delaware ma un no altrettanto deciso alla linea del suo partito. Non certo per l’eccessiva prudenza. Ma perché, ecco dove casca l’asino, contrari e spaventati dal radicalismo astratto ed ideologico di alcune proposte di riforma dell’immigrazione sbandierate nei comizi dagli esponenti democratici super liberal: abolizione della polizia di frontiera, cancellazione dell’accordo con il Messico sui richiedenti asilo, sanatoria immediata ed automatica dei clandestini.

Sull’immigrazione Biden sceglie il passo dopo passo

Per Joe Biden adesso viene il difficile: onorare gli impegni presi con i suoi elettori nella dura ma vittoriosa campagna elettorale contro Donald Trump senza però aggravare l’aspra, infuocata contrapposizione politica che agita il Paese. Come dimostra il clima di prudente cautela adottato dalla sua amministrazione in merito al provvedimento di legge di riforma dell’immigrazione denominato U.S Citizenship Act 2021. Che presentato giovedì scorso da un gruppo di senatori e deputati democratici si propone, oltre all’aggiornamento ed alla revisione di significativi capitoli della normativa in essere sull’immigrazione, anche di risolvere una volta per tutte la scottante questione dei milioni di clandestini da anni presenti sul suolo americano. Scatenando, come prevedibile, la reazione dell’ala dura repubblicana che per bocca di Jim Jordan, deputato di lunga data dell’Ohio, ha definito il provvedimento “un premio palesemente partigiano di coloro che violando per anni le norme hanno inondato il mercato del lavoro con milioni di americani disoccupati”.

Una provocazione che Biden ed i suoi oltre a non raccogliere si sono premurati, con grande abilità, di “smontare”. Infatti nel corso di un incontro riservato con un gruppo di attivisti democratici e di associazioni degli immigrati il Presidente, rammentando loro i fallimenti parlamentari in cui erano incappati nel 2001, 2006, 2007 e 2013 i provvedimenti di riforma generale dell’immigrazione, li ha invitati, in vista dell’obbiettivo generale, a puntare “in the meantime” ad obbiettivi più ridotti ma raggiungibili. Una linea così sintetizzata da Frank Sharry, uno dei grandi saggi dell’immigrazione made in US: “La legalizzazione degli 11 milioni di clandestini è la nostra Stella Polare. Ma non possiamo tornare a casa a mani vuote. La nostra linea non è tutto o niente. Dobbiamo riuscire ad aprire un varco”.

Una linea dai piccoli passi che anche se crea non pochi “mal di pancia” nella sinistra del partito dell’asinello è però l’unica in grado di assicurare sia pur parziali risultati. Evitando, visto soprattutto il caos politico in cui versano i repubblicani, forzature parlamentari che rischiano di essere una replica, per di più aggravata, dei tanti fallimenti del passato.

Sull’immigrazione un piccolo grande esperimento parte da Fiumicino

La lotta al Covid ha fatto passare sotto traccia in Europa una novità assoluta sull’immigrazione. E che ha come protagonista l’Italia. Lo scorso 3 febbraio, infatti, l’aeroporto di Fiumicino è diventato il primo scalo europeo ove opera una task force congiunta della nostra Polizia e degli agenti di Frontex, l’Agenzia UE per il controllo delle frontiere esterne. Questa inedita squadra speciale ha la mission di eseguire operazioni di transito e rimpatrio degli immigrati destinatari di misure di allontanamento adottate dall’Italia o da altri Stati membri.

L’iniziativa, che presto verrà estesa al resto d’Europa, rappresenta un decisivo passo, anche se da molti incompreso, verso un vero processo di europeizzazione delle politiche migratorie dei 27 Stati UE.

Innanzitutto perché essa testimonia uno dei pochi casi in cui i Paesi del Vecchio Continente cedono, o quantomeno condividono, a un’agenzia sovranazionale le competenze su una materia che l’unanimità delle Cancellerie europee ha storicamente considerato di esclusiva prerogativa nazionale. Se non è una rivoluzione, poco ci manca. Non foss’altro perché questo sia pur circoscritto salto di qualità potrebbe consentire di superare quello che taluni esperti hanno definito il paradosso di Schengen. Che ha imposto agli Stati UE sotto pressione migratoria come l’Italia, l’onere di sorvegliare una frontiera che formalmente è nazionale, ma nei fatti è europea visto che l’ingresso ad esempio nel nostro Paese può consentire di circolare liberamente nel resto d’Europa.

Secondariamente, l’organizzazione di rimpatri sotto l’egida di Frontex, consentirebbe ai governi nazionali di ridurre il danno in termini di consenso prodotto da operazioni di polizia nazionali che spesso dividono e contrappongono l’opinione pubblica tra gli estremisti del tutti fuori e quelli del tutti dentro.

Infine, l’esperimento di Fiumicino potrebbe, inoltre, attutire una delle più aspre contese degli ultimi anni tra gli Stati di frontiera dell’Europa mediterranea e quelli del Nord. Alle accuse da parte dei primi di mancanza di solidarietà, i secondi hanno spesso risposto di essere disponibili a ricevere una parte dei richiedenti asilo arrivati al Sud, ma non gli immigrati irregolari da rimpatriare hic et nunc.

Intendiamoci, è vero che anche se l’esperimento di Fiumicino dovesse diventare strutturale su scala europea, saremmo solo a metà del cammino. Ma come è sempre accaduto nella storia UE, è buscando l’Oriente per l’Occidente che si arriva alla metà, cioè, in questo caso, a una matura politica europea dell’immigrazione che preveda anche l’introduzione di canali UE legali di ingresso per immigrati economici e richiedenti asilo.

Biden sul filo dell’immigrazione

L’immigrazione rischia di rovinare a Biden la luna di miele alla Casa Bianca. Viste anche le reazioni non proprio entusiaste con cui sono stati accolti da molte organizzazioni pro immigrati e dai settori dei democratici di sinistra i suoi recentissimi executive orders. Con cui l’ex vice di Obama, rispettando le promesse fatte in campagna elettorale, ha cancellato quelli più discutibili e dolorosi imposti agli stranieri dall’amministrazione Trump.

Reazioni che pur se diverse nelle motivazioni sono espressione di una comune e ben radicata convinzione. A loro parere, infatti, per assicurare un effettivo rinnovamento della politica dell’immigrazione americana più che cancellare i lati peggiori del “cattivismo” reazionario trumpiano serve ripristinare i canoni dell’accoglienza di massa del passato. Una scelta dalla quale , invece, il nuovo Presidente appare deciso a tenersi debitamente alla larga.

Infatti il suo “I’m not making new law…I’m eliminating bad policies” non è dettato, come invece sostengono gli ultra liberal del suo partito, solo dalla prudenza innata in un politico di lungo corso come lui. Ma dalla meditata consapevolezza che riaprire il dossier immigrazione, nei tempi e nei modi invocati dai suoi critici, equivarrebbe a rinunciare all’obiettivo numero uno della nuova presidenza: pacificare e rasserenare un paese rancorosamente diviso come non accadeva dai sanguinosi anni della Guerra di Secessione.

Una scelta saggia che invece molti faticano ad accettare. Al punto che persino un quotidiano quale il Washington Post, che si è battuto come pochi a suo favore nella feroce competizione elettorale con Trump, in un articolo dello scorso 5 febbraio è arrivato ad affermare: “sull’immigrazione a ben guardare la nuova amministrazione si sta muovendo lungo un doppio binario: da un lato dare di sé un’immagine opposta a quella di Trump e amica degli immigrati; dall’altro evitare di mettere mano e rimuovere le restrizioni da tempo in essere”.

Per Biden in parallelo con i problemi interni sull’immigrazione aumentano pericolosamente anche quelli dall’esterno. In particolare lungo la linea dello sterminato confine sud occidentale del paese. Dove il tam tam informativo sapientemente manipolato dalla mafia dell’immigrazione messicana, sembra aver convinto le migliaia di honduregni, guatemaltechi e salvadoregni accampati ai quattro angoli del paese sulla possibilità di sfruttare la presunta minore severità della nuova amministrazione democratica per riuscire finalmente a mettere piede nell’agognato Norte.

Un’opportunità resa ai loro occhi ancor più seducente dalla recente decisione del Governo messicano di proibire, al contrario di quanto previsto dall’accordo Stay in Mexico firmato a suo tempo con l’amministrazione Trump, il trattenimento in stato di fermo dei giovani clandestini al di sotto dei 12 anni di età. Con il risultato che l’obbligo dell’affido familiare ha imposto alle autorità messicane di mettere in libertà con loro anche le rispettive famiglie. Finendo così per infoltire ulteriormente l’esercito già sterminato di coloro che rischiano da un momento all’altro di mettere in seri guai la prudenza riformista dell’amministrazione Biden.

Sull’immigrazione Biden fa i conti con i falchi di destra e di sinistra

Delle tre grandi sfide che decideranno l’esito dei primi 100 giorni della presidenza Biden quella sull’immigrazione è certamente la più rischiosa. Non solo perché molti all’interno del suo stesso partito sembrano non rendersi conto che la strada della sua riforma è lastricata di serie, serissime complicazioni tecnico giuridiche. Che sommate alle prevedibili resistenze politiche formano un quadro di difficoltà ben superiori a quelle che presenta il varo di un serio ed efficace programma di lotta alla pandemia e di misure di sostegno al reddito di milioni di americani senza lavoro. In particolare nel gigantesco ma agonizzante settore dei servizi.

E per capire che le cose stanno così basta riflettere sul tipo di reazioni che hanno accompagnato martedì scorso la firma dei tre executive orders con cui il neo Presidente ha deciso di cancellare quelli più discussi e odiosi dell’amministrazione Trump: la separazione dai genitori dei figli dei clandestini; il taglio pressoché totale del numero dei profughi accolti; i cavilli burocratici per rallentare la naturalizzazione degli immigrati e trasformare la concessione delle green card agli stranieri in un impossibile salto ad ostacoli.

Infatti, oltre alla scontata e prevedibile ostilità dell’opposizione repubblicana, queste nuove misure sono state accolte dalle organizzazioni pro immigrati e dai rappresentati di sinistra del partito dell’asinello con un entusiasmo talmente contenuto da rasentare la freddezza. In ragione della loro irrealistica convinzione - largamente alimentata dall’anti trumpismo esasperato della feroce campagna presidenziale - secondo cui, una volta sfrattato il miliardario newyorkese dalla Casa Bianca, Biden avrebbe cancellato non solo i discutibili executive orders del suo predecessore. Ma, con un tratto di penna tutta la vigente legislazione sull’immigrazione. Dalla A alla Z. A partire dalla cosiddetta norma stay in Mexico. In base alla quale i richiedenti asilo provenienti dal Centro America devono attendere in Messico la valutazione della giustizia americana relativamente all’accoglibilità delle loro domande. E proseguire con quella del Title 42 che prevede, contro la diffusione del Covid, l’immediata espulsione dal territorio dei latinos arrestati in flagrante nel tentativo di varcare clandestinamente la frontiera meridionale degli USA.

Posizioni irricevibili per la prudente cultura di un politico di lungo corso quale è Joe Biden. Che non solo le giudica lontanissime dal comune sentire dell’elettorato americano. Ma, soprattutto, e all’opposto di Trump, è convinto che in democrazia le norme non si cancellano con gli executive orders ma si modificano in Parlamento trattando con l’opposizione.