“Remain in Mexico” dipende dalla Corte Suprema

I giudici della California danno un nuovo, ennesimo altolà alla politica dell’immigrazione dall’amministrazione Trump. In questo caso a finire nel mirino della Corte d’Appello federale del IX distretto di San Francisco è toccato all’assai discusso e controverso programma “Remain in Mexico”. In base al quale i richiedenti asilo negli USA devono attendere fuori del territorio americano la conclusione delle procedure relative alle loro domande. Vale la pensa ricordare, come spiega in un lungo reportage il New York Times, che questo programma era già stato bocciato una prima volta dalla magistratura lo scorso 28 febbraio. Quando i giudici californiani avevano deciso che i richiedenti asilo, in stragrande maggioranza provenienti dal Centroamerica, non dovevano essere respinti in Messico. Perché in base ai dettati di una legge federale spettava loro il diritto di restare negli Stati Uniti fino alla conclusione dell’iter giudiziario dei procedimenti che li riguardavano da parte dei tribunali dell’immigrazione. Una sentenza che i magistrati, onde evitare l’ennesimo braccio di ferro con la Casa Bianca, avevano deciso di non rendere operativa in modo da consentire al governo il tempo necessario per ricorrere in appello.

Cosa che essendo puntualmente avvenuta ha fatto sì che la questione finisse al vaglio della Corte Suprema. A fronte di questa complessa situazione i giudici di San Francisco lo scorso 4 marzo hanno accolto la richiesta del governo di Washington di mantenere in vigore le restrizioni del programma “Remain in Mexico” fino all’11 del mese. Data a partire dalla quale, in assenza di una decisione della Corte Suprema, le restrizioni imposte dall’amministrazione ai richiedenti asilo verranno abolite. Limitatamente, però, a quelli rimandati in Messico dagli stati di competenza della corte federale di San Francisco: Califronia ed Arizona. Dal provvedimento resterebbero quindi esclusi tutti coloro che avevano tentato di entrare in America varcando i confini del Texas e del New Mexico. Dall’inizio del programma “Remain in Mexico”, entrato in vigore nel gennaio 2019, più di 60mila persone sono state rispedite al di là della frontiera sud del Paese a stelle e strisce. E di queste solo l’1% ha ottenuto il riconoscimento del diritto d’asilo. E poiché in passato più volte i Supremi giudici hanno dato ragione in materia di immigrazione all’amministrazione centrale si capisce il perché dell’ottimismo manifestato dal Presidente sull’esito finale della disputa.

Che fare per i profughi visto che Ginevra non funziona più

La Convenzione di Ginevra sui rifugiati ormai funziona come una vera e propria lotteria del diritto d’asilo. Più che le norme internazionali, infatti, è ormai il caso che detta tempi e modi della concessione dello status di profugo nei paesi che nel 1951 sottoscrissero nell’omonima cittadina svizzera quell’accordo internazionale.

A denunciare questa anomalia che mette a repentaglio l’incolumità di molti soggetti vulnerabili è un dettagliato reportage di Matt Katz appena pubblicato dall’autorevole rivista americana The Atlantic. Che per offrire ai lettori un esempio concreto di come la Convenzione di Ginevra faccia acqua da tutte le parti, dà voce e conto della sorte che spetta ai fortunati che riescono a fuggire dalla gravissima, e dimenticata, guerra civile tra anglofoni e francofoni in Camerun. Si scopre così che per i richiedenti asilo camerunensi la probabilità di ottenere all’estero lo status rifugiato dipende più dalla porta alla quale bussano che alle condizioni oggettive nelle quali si trovano.

Facile, ad esempio, essere accolti in Svezia, molto più complicato in Giappone. Visto che Tokyo, in media, ogni anno accoglie non più di 20 richieste di asilo. Al punto di dire no persino ai siriani che rientrano senza ombra di dubbio nella definizione di rifugiato della Convenzione di Ginevra: “un individuo che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino”.

Sono due le ragioni che spiegano la profonda divergenza che a livello internazionale regna sull’interpretazione di chi risponde alla suddetta definizione.

La prima: molti governi, vista il vento anti-immigrazione che tira, giocano sui cavilli burocratici per rigettare e negare le domande d’asilo. Come fa, ad esempio, una donna fuggita di nascosto e senza documenti di identità, a dimostrare di essere stata abusata in patria perché appartenente a un determinata minoranza etnica? E, allo stesso tempo, come fanno i governi a smascherare chi si presenta come rifugiato ma tale non è?

La seconda: la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto il suo tempo. Quando fu firmata, infatti, il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è sempre così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare.

La crisi dei rifugiati boccia il pacifismo europeo

Con una nuova, ennesima crisi umanitaria ai confini balcanici la malattia dell’ Unione Europea entra in uno stadio semi terminale. Perché agli occhi di una pubblica opinione terrorizzata dal cigno nero del coronavirus e dalle sue catastrofiche conseguenze economiche, rischia di non essere più credibile un’istituzione che, perduta la memoria delle promesse fatte al tempo della grande crisi dei rifugiati del 2015, si ritrova oggi punto e da capo con gli stessi problemi.

E a dimostrazione che questo sia il rischio lo testimoniano le feroci reazioni degli abitanti delle due isolette greche di Lesbo e Chios. Che giovedì della scorsa settimana, dopo l’annuncio del governo turco di voler consentire all’esercito di profughi medio orientali di proseguire la marcia verso la frontiera ellenica, hanno dichiarato lo sciopero contro il tradimento di Atene e di Bruxelles. Visto che dopo aver loro imposto con gelida nonchalance di convivere per anni in spazi ristrettissimi con 38mila disperati, in luogo dei 6mila previsti, si appresterebbero oggi a chiedere loro di dare una nuova prova di “responsabilità” ed accoglierne dei nuovi.

Un tradimento tanto più indigesto perché condito dal cinismo burocratico con cui le alte sfere bruxellesi hanno cercato di calmare le acque affermando “che per quanto di loro conoscenza non risulta che le autorità turche siano intenzionate a venir meno agli accordi siglati nel 2016”. Facendo finta di non vedere, come ha spiegato al Financial Times il grande esperto dell’immigrazione Omar Kadikoy: “la novità di oggi è che il governo di Ankara anziché prestare ogni tanto un occhio all’immigrazione irregolare verso l’Egeo ha invece deciso di chiuderli tutti e due”. Una scelta capace di conseguenze disastrose dato che nell’epicentro infiammato della martoriata Siria vivono 948mila tra donne, uomini e bambini. Che tra una rischiosa fuga oltrefrontiera e le bombe dei caccia russi hanno già scelto, senza il minimo dubbio, la prima.

Il virus arriva alla Casa Bianca

E se a complicare la rielezione di Trump, fino a ieri data quasi per scontata, fosse il coronavirus e non l’immigrazione come pensava e sperava l’opposizione?

Domanda forse stravagante ma legittima. Infatti l’arrivo del morbo negli Usa ha d’improvviso costretto il Presidente, nel pieno di una combattutissima campagna elettorale, a dover fare i conti con la minacciosa comparsa del classico, pericolosissimo cigno nero. Un evento imprevisto ma potentemente maligno, capace di impaurire il sentire collettivo e di fare deragliare la politica dai suoi binari. Trasformando in proibitivo ciò che fino a poco prima essa considerava come dovuto. Una novità certo poco gradita che ha spinto Trump, per non finire con il cerino in mano, ad agire. In due mosse.

Scaricando la responsabilità del coordinamento degli interventi sanitari anti epidemia sulle spalle del vicepresidente Mike Pence. Evitando in questo modo le eventuali, possibili conseguenze politiche legate al fatto che il National Health Service statunitense, per come è strutturato, potrebbe non essere in grado di fronteggiare una crisi epidemiologica di questa natura e di queste dimensioni.

E, quasi in contemporanea, rivolgendo gli strali della sua ira contro l’opposizione democratica ed i grandi organi di informazione. Accusandoli di ingigantire ad arte i rischi del coronavirus e di soffiare sul fuoco dell’ansia e delle paure collettive. Con l’unico obbiettivo, si è ingenuamente lasciato sfuggire il suo zelante capo di gabinetto Nick Mulvany, “di fargli perdere a novembre le elezioni e la possibilità di agguantare l’ambito secondo mandato da Presidente”.

Una tattica che non è detto basti, differentemente dal passato, per mettere al riparo l’aurea di invincibilità del magnate newyorkese da pericolosi contraccolpi. Soprattutto in ragione del fatto che, come titolava giorni addietro il Financial Times, the infection spread speeds (la velocità di diffusione dell’infezione) rischia di mettere al tappeto con l’economia mondiale anche quella statunitense. Sulle cui eccellenti performance Trump, prima dell’arrivo del cigno nero, aveva invece basato la quasi certezza di altri quattro anni alla Casa Bianca.

La sindrome di Stoccolma dei clandestini

Odiosi ma preziosi. E’ questo quello che pensano gli immigrati illegali di mezzo mondo dei trafficanti di esseri umani. Ai servizi dei quali, nella generalità dei casi, si affidano per riuscire a lasciare i patri confini in cerca di un futuro migliore all’estero. A svelare questo, per molti sorprendente, rapporto di amore-odio è un inedito studio di Jasper Gilardi appena pubblicato dal Migration Policy Institute di Washington. Grazie al quale scopriamo che la relazione smuggler-cliente è meno scontata e assai più complessa di quella dominante nella vulgata che circola sul tema nei paesi di arrivo.

Intendiamoci, che tra i due protagonisti della catena migratoria illegale il primo approfitti della debolezza del secondo è fuor di dubbio. Ma nonostante tanta asimmetria, qui la novità, tra i candidati all’emigrazione/immigrazione l’indice di gradimento dei passeur senza scrupoli è molto più alto di quanto i più pensano. Visto che i trafficanti di esseri umani vengono dalle loro stesse “vittime” percepiti come dei veri e propri giustizieri. Capaci, sia pur a carissimo prezzo, di fare valere quello che viene da loro considerato, in contrasto con quanto invece stabilisce l’ordinamento internazionale, un diritto: lasciare la Madre Patria per andare a vivere e lavorare, anche senza la dovuta autorizzazione, in un'altra nazione. Una ratio che in fondo non è così lontana da quella che in Italia spinge frange emarginate della popolazione ad affidarsi, in assenza delle Istituzioni, alle associazioni mafiose.

Una tesi che nella raffinata analisi di Jasper Gilardi, avvalorata dalle più autorevoli fonti internazionali, trova conferma nelle testimonianze di molti immigrati e persino di molti trafficanti. Come ad esempio quelli afghani che si vantano della straordinaria popolarità di cui godono fra le comunità locali. Derivante dal fatto che solo grazie a loro molti immigrati afgani sono in grado di “forzare” i divieti e gli sbarramenti di cui sono disseminati i canali legali delle politiche immigratorie dei principali paesi del Nord industrializzato. Che pensando di rendere più sicure le proprie frontiere non fanno altro che alimentare il mercato del lavoro irregolare e il traffico internazionale di esseri umani.

Un corto circuito che spiega perché il giro d’affari del business dell’immigrazione illegale tocca, secondo l’ONU, una media annua di $6 miliardi di dollari, secondo solo a quello delle droghe. Con buona pace dei proibizionisti.

Sfidano la Casa Bianca sui rifugiati

Eppure c’è chi negli Usa dice no a Trump sull’immigrazione. E, sorpresa nelle sorprese, ad opporsi all’ordine esecutivo del Presidente sui rifugiati non sono solo politici e amministratori democratici ma anche 19 governatori repubblicani. L’inizio della vicenda risale a novembre scorso quando la Casa Bianca ordina di abbassare a 18mila il numero massimo dei rifugiati da accogliere nel 2020. Il più basso da quando nel 1980 il Congresso americano aveva varato il programma di reinsediamento di sfollati e rifugiati stranieri. Ma c’è di più. Con un secondo ordine esecutivo (attualmente bloccato da un giudice del Maryland) Washington aveva stabilito che, in deroga a quanto previsto dalla legge, governatori e sindaci erano liberi di decidere se accogliere nei loro territori i rifugiati. Una mossa letta dai più come l’ennesimo tentativo dell’amministrazione Trump di indebolire, e in prospettiva eliminare del tutto, il programma di accoglienza. Ma, prendendo in contropiede l’Esecutivo nazionale 43 Stati, di cui 19 a guida repubblicana, e 100 sindaci anziché sfruttare la “scappatoia” loro concessa decidono invece di tirare dritto ed ospitare i rifugiati.

Uno scontro politico bello e buono che ha richiamato l’attenzione del Migration Policy Institute. Che in un recente studio spiega come i repubblicani pur sostenendo la battaglia di Trump contro l’immigrazione irregolare, non siano invece disposti ad assecondarlo nel respingimento delle migliaia di disperati che, costretti ad abbandonare i loro Paesi a causa di guerre e violenze, hanno diritto alla protezione internazionale. Gli USA, ricorda il MPI, dalla fine della Seconda guerra mondiale sono la nazione che più di tutte ha aperto le braccia e dato protezione ai rifugiati di mezzo mondo. Visto che dal 1980 al 2018 il paese a stelle e strisce ha accolto, in base alle norme internazionali relative alla protezione, oltre 3 milioni di uomini, donne e bambini.

Ma con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca tutto è cambiato, in peggio. Nel giugno 2017 le ammissioni, in un primo tempo sospese, sono state successivamente tagliate. Portando il loro tetto massimo dalle 110mila unità della presidenza Obama a 50.000. Una soglia che nel 2018, 2019 e 2020 è stata progressivamente abbassata prima a 45.000 poi a 30.000 fino a 18.000. Un’operazione ulteriormente aggravata dall’introduzione di tutta una serie di paletti e ostacoli burocratici. E così, ad esempio, nel 2018 a fronte di 45mila rifugiati da accogliere, gli uffici federali ne hanno invece ammessi solo 22.291. Vale la pena ricordare che nello stesso anno il Canada, con un decimo della popolazione USA, ne ha accolti 23mila. Le continue spallate di Trump al sistema del reinsediamento dei rifugiati però non trova la sponde sperata da parte di molti governatori e sindaci, anche di fede repubblicana. Per motivi che non sono solo di natura etica o morale. Per la semplice ragione che l’accoglienza dei profughi oltre ai soli costi genera anche business. Nel 2017, ad esempio, il 96% dei 2,5 milioni di rifugiati risultava occupato. Ed i loro salari, pari a circa 92 miliardi di dollari, oltre a fruttare, in tasse, alle casse dell’erario un introito di 25,5 miliardi, hanno dato luogo ad un nuovo potere d’acquisto calcolato in 66,5 miliardi di dollari. Non solo. Visto che i rifugiati-imprenditori danno oggi lavoro ai nazionali. E infatti rispetto ad un dato medio del 9% il tasso di imprenditorialità tra i rifugiati sfiora il 13%. I circa 18mila imprenditori rifugiati gestiscono aziende con un fatturato annuo pari a 5 miliardi di dollari.

Usa: uno strano silenzio sull’immigrazione

L’immigrazione sembra scomparsa dal dibattito politico americano. Una novità che richiede una spiegazione vista la durezza con cui proprio su questo tema l’opposizione democratica aveva fino a poche settimane fa attaccato Trump e il giro di vite alle frontiere imposto senza andare per il sottile dalla sua amministrazione. Un cambiamento improvviso di cui, al momento, le ragioni più plausibili sembrano essere due.

La prima è che la strategia del Presidente, al netto di non pochi né piccoli strappi, sembra essere riuscita a raggiungere l’obbiettivo prefisso. Visto che non solo la situazione al confine meridionale con il Messico sembra oggi più calma e, forse, anche sotto controllo rispetto al caos dilagante dei mesi scorsi. Ma soprattutto perché sembra essere riuscita, a differenza di quanto sperato dai democratici, a convincere persino i settori più scettici della pubblica opinione se non della sua bontà certo della sua necessità.

La seconda, invece, affonda le sue radici nel dibattito interno al partito dell’asinello. Nel quale, in vista delle difficilissime elezioni presidenziali del prossimo novembre, moderati e ultrà sembrano aver raggiunto un accordo, pur di riuscire a sfrattare l’attuale inquilino della Casa Bianca, per mettere il silenziatore su un tema che rischia di farli apparire agli occhi degli elettori più divisi che mai.

Una sorta di tregua tattica in qualche modo imposta anche dall’esito a dir poco infelice della campagna sull’impeachment finita nel modo che tutti sanno. E che molti autorevoli commentatori ritengono sia destinata a durare almeno fino alla Convention democratica del prossimo luglio. Quando a Milwaukee, concluso il lungo e tormentato cammino delle primarie, il partito dell’opposizione indicherà la figura politica chiamata a contendere nelle urne lo scettro del comando del paese a stelle e strisce oggi saldamente in mano al magnate newyorkese.

Johnson scivola sull’immigrazione dei cervelli

L’estro di Boris Johnson sprofonda nelle sabbie mobili dell’immigrazione. Perché il super piano sulla futura immigrazione nell’Inghilterra di Brexit da lui appena reso noto ha tutta l’aria di un déjà vu. Una mezza stonatura nella storia politica di uomo che, nel bene o nel male, si è fatto largo spiazzando e stupendo la vecchia classe dirigente.

In questo caso, invece, quello da lui dato alle stampe più che ad un piano dell’immigrazione del nuovo tipo ricorda molto da vicino il classico ma consumato wishful thinking di cui è lastricato il mondo dei governanti del Pianeta: rifiutare gli immigrati peggiori ed accaparrarsi quelli migliori. Nel caso in questione stabilendo che dal 2021 i visti di ingresso per lavoro Oltremanica saranno legati ad un sistema a punti che premia gli immigrati English fluently, con elevati livelli di istruzione, formazione e specializzazione. E penalizza quelli di bassa manovalanza. Insomma, sì a ingegneri, medici e accademici, no a idraulici, operai e giovani camerieri che non spiccicano se non poche parole di inglese. È questa secondo il nuovo inquilino di Downing Street la via maestra per trasformare la Gran Bretagna in una sorta di Paradiso in terra dove l’immigrazione sarà composta solo e soltanto da cervelli. Mentre per quanto riguarda quella delle braccia, questo il Johnson-pensiero, Albione ne potrà finalmente fare a meno. Come? Sostituendola con la robotica ed aumentando i salari per i lavori più umili e meno qualificati. Una mossa che convincerà i disoccupati autoctoni ad accettare occupazioni fino a oggi rifiutate e appaltate alla forza lavoro immigrata.

Non sappiamo quale sarà la reazione di Bojo al risveglio da questo sogno che lo accomuna a una sfilza di suoi illustri predecessori (De Gaulle in primis). È comunque certo che a scuoterlo sarà Sua Maestà il Mercato. Non è un caso, infatti, che a meno di ventiquattrore dal suo annuncio la Confindustria britannica ha fatto trapelare anche se con discrezione non poca irritazione. Perché oltre che di talenti i suoi aderenti hanno una grande fame di braccia straniere a basso costo. Soprattutto in settori come la sanità, l’assistenza alla persona, l’edilizia, l’agricoltura, il turismo e la ristorazione. Che richiedono forza lavoro just in time, che non rispetta i diktat della politica ma quelli della domanda e dell’offerta. Questo significa che per ottenere ciò di cui abbisogna il mondo del business presto o tardi sarà costretto a rivolgersi al mercato nero dell’immigrazione. Con l’unico risultato che domani, diversamente dal passato, il pericoloso spettro dell’idraulico polacco entrerà non più dalla porta ma dalla finestra.

Contro i clandestini si calpesta la morale

La lotta all’immigrazione clandestina dell’amministrazione Trump sembra decisa a violare anche le più elementari barriere etiche. Secondo un rapporto pubblicato dal Washington Post, infatti sembra che i funzionari dell’ICE (l’agenzia federale addetta al controllo dell’immigrazione), abbiano utilizzate le cartelle cliniche redatte dagli psicologi sui traumi dei piccoli profughi non per curarli ma per poter procedere alla loro espulsione. Per questo, non guardando in faccia nessuno, i zelanti funzionari dell’immigration dopo essersi fatti consegnare le note, riservate, delle sedute terapeutiche le avrebbero “girate” ai giudici dei tribunali per l’immigrazione. In altre parole, le informazioni fornite in confidenza dai bambini sono state utilizzate contro di loro per rispedirli a casa.

Quel che è peggio, sottolinea il Washington Post, è che questa pratica, inaccettabile sul piano morale, è consentita su quello legale. Nell’articolo la giornalista Hannah Dreier si concentra sul caso di un giovane richiedente asilo dell’Honduras, Kevin Euceda. Arrivato negli USA nel 2017 appena 17enne per sfuggire alle violenze della gang MS-13 che, tra l’altro, aveva trucidato la sua famiglia. Fermato al confine messicano, venne rinchiuso in un centro di detenzione per minori non accompagnati. In America la legge impone che tutti i minori, soprattutto quelli non accompagnati, siano sottoposti al consulto di uno psicologo entro le 72 ore dalla loro entrata nel sistema ORR (Office of Refugee Resettlement). Cosa che dette a Kevin Euceda la possibilità di narrare la vita di inferno vissuta in Honduras al terapista di turno. Una persona di cui si fidava perché gli aveva assicurato che le loro “chiacchierate” sarebbero restate riservate. Invece quelle confessioni sono finite all’Ice che, nell’autunno 2019, le ha usate davanti al tribunale per l’immigrazione per sostenere le ragioni della sua espulsione.

Questo tipo di condivisione delle informazioni fa parte di una precisa strategia dell’amministrazione Trump. Sebbene tecnicamente legale, per le associazioni di categoria degli psicologi rappresenta invece una palese violazione della riservatezza che è alla base di ogni rapporto terapista-paziente. Come se non bastasse l’amministrazione richiede, ora, che le note prese durante le sessioni di terapia obbligatoria con i bambini immigrati vengano trasmesse in automatico all’ICE, per poterle poi utilizzare in tribunale. Confessioni intime, traumi, incubi: tutto viene trasformato in arma giudiziaria, spesso senza il consenso dei terapeuti e sempre senza il consenso dei minori interessati. Non una bella pagina per la burocrazia americana, che nella lotta all’immigrazione sta davvero superando i limiti.

La sinistra dovrebbe leggere questa ricerca sull’immigrazione

Dopo che per anni West, nell’indifferenza generale, ha cercato di segnalare il problema, finalmente trova conferma il fatto che se è vero che l’immigrazione produce ricchezza, è altrettanto vero che di essa si avvantaggia solo una parte della società. Basta leggere le conclusioni di un interessante studio appena pubblicato dal think tank liberal londinese Global Future. Secondo cui se si vuole mettere fine al pericoloso scontro in atto sull’immigrazione, la prima cosa da fare è sperimentare innovativi strumenti per redistribuire in modo egualitario tra la popolazione del paese ospitante il surplus generato dai nuovi arrivati. Un tema gigantesco e complicato. Al punto che fino a oggi se ne sono tenuti alla larga sia i nuovi partiti sovranisti che quelli aperturisti. I primi, invocando i muri. I secondi cincischiando tra frontiere aperte sì, frontiere aperte no.

Partiamo dal cuore del problema, cioè dal fatto che gli Stati occidentali al loro interno sono ormai spaccati in due contrapposti schieramenti: Anywhere vs Somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che hanno il potere di contrabbandare per nazionali decisioni prese solo a tutela dei loro interessi. Come, ad esempio, quella di puntare sull’economia della conoscenza, aperta e con una elevata immigrazione, che garantisce loro sicuri vantaggi. Ma penalizza gli appartenenti alla seconda categoria perché meno colti e qualificati. È intorno a questo cleavage tra vincenti e perdenti della globalizzazione/immigrazione che si gioca l’equilibrio geopolitico dell’Occidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché di fronte a questa epocale sfida, il rischio è che l’ansia e la frustrazione sociale dei Somewhere si traduca in un sostegno elettorale sempre più robusto all’eterogenea galassia di capi-popolo che non a caso dal 2016 (anno del clamoroso sì alla Brexit) esce vincente dalle urne occidentali.

Ed è proprio per evitare questo rischio che i ricercatori di Global Future avanzano una proposta assai innovativa. Ovvero quella di creare a livello nazionale, nel caso di specie in Gran Bretagna, un Fondo Nazionale per ripartire la ricchezza prodotta dall’immigrazione tra i ceti-medio bassi dei quartieri periurbani che vedono i nuovi arrivati come una minaccia al loro benessere economico e sociale. Si tratterebbe di investire annualmente una cifra pari alla ricchezza che l’immigrazione, ad esempio attraverso il pagamento di contributi previdenziali apporta al Paese ospitante. Nel caso del Regno di Sua Maestà se si tiene conto soltanto degli immigrati dall’aria UE parliamo di circa 4,3 miliardi di sterline l’anno. Da destinare, d’accordo con gli amministratori locali delle aree con la più elevata percentuale di Somewhere a sei dossier: formazione, inserimento lavorativo, rigenerazione degli spazi urbani, trasporti pubblici, innovazione, investimenti.

Insomma, un pacchetto di azioni pensata come una sorta di riduzione del danno che i ceti svantaggiati, incluso un grosso pezzo della classe media, hanno subìto perdendo, a torto o ragione, il treno della globalizzazione che ad altissima velocità ha frantumato molte delle loro certezze.

Una possibile soluzione a un problema che, peraltro, mentre le tradizionali classi dirigenti occidentali fanno finta di non vedere, era stato segnalato in larghissimo anticipo da accademici di fama internazionale come il Professor George Borjas dell’Università di Harvard. Che negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un monumentale studio pluriennale sull’impatto economico-sociale dei profughi cubani (i cosiddetti Marielitos immortalati nel film-cult Scarface) sul mercato del lavoro della Florida, era giunto alla conclusione che avevano abbassato i redditi dei ceti autoctoni medio-bassi e aumentato quello dell’upper-class. Nient’altro, sostiene Borjas, che la dimostrazione della legge della domanda e dell’offerta. Perché con l’aumento della disponibilità di risorse umane disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A vantaggio del datore di lavoro. Più chiaro di così.