Smart cities: spina nel fianco del sovranismo

I sovranisti che sparano a zero contro le istituzioni internazionali non si sono ancora accorti di un minaccioso nemico che covano in casa: le smart cities. Le ricche e super tecnologiche metropoli tipo New York, Londra, Francoforte o Milano che con gli Stati-Nazione di cui sono “ospiti” condividono ormai soltanto lo spazio geografico. Per il resto, dalla politica economica a quella ambientale sembrano andare per conto loro. A guidarle, infatti, è la globalizzazione non il territorio in cui insistono.

Per dirla con Richard Florida, che prima di altri ha colto questa novità, si tratta di veri e propri picchi di eccellenza tecnologica, economica e politica che grazie alla capacità di attirare talenti e finanziamenti internazionali vanno a gonfie vele. Mentre il resto del mondo, organizzato secondo il vecchio modello dello stato-nazione, in realtà statuali, rimane a guardare.

Insomma, se non è un ritorno alle Città-Stato del Rinascimento, poco ci manca. Con la differenza che oggi, rispetto a ieri, questi giganti urbani emergono e si affermano anche nei Continenti più sperduti del globo. E dal 2010, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli abitanti delle città sono più numerosi di quelli delle campagne.

Novità che hanno ultimamente suggerito all’European University Institute di Firenze di aprire, tra i suoi prestigiosi ricercatori, un complesso, e non ancora concluso, dibattitto sui cambiamenti che tutti questo determina sulla delicatissima questione della cittadinanza. A partire dalla semplice quanto intricatissima domanda: è giunto il momento di dare riconoscimento legale anche alla cittadinanza urbana? Se sì, la condizione per ottenerla è quella di nascere oppure di risiedere in una di queste metropoli? E che fare dello status civitatis tradizionale legato allo Stato Nazione? L’una escluda l’altra, oppure possono coesistere?

Secondo Rainer Bauböck, uno dei massimi esperti mondiali della materia, i tempi sono maturi per ragionare su questi interrogativi, ma è ancora presto per dare risposte definitive. Nonostante egli propenda per una “coabitazione”tra queste due forme di appartenenza (urbana e nazionale), segnala, infatti, che molto dipenderà da una non trascurabile variabile. Cioè la sorte che nel futuro prossimo venturo spetterà alle istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea. Dovessero rinascere, ridimensionerebbero sia lo Stato-Nazione difeso dai sovranisti, sia le moderne Città-Stato roccaforte dei globalisti. Ed i loro relativi concetti di cittadinanza ad essi connessi.

Al momento l’unica cosa di cui si ha chiara contezza è che nelle urne di mezzo mondo si sta consumando una durissima battaglia tra i vincenti della globalizzazione, attrezzati per vivere e muoversi tra una megalopoli e l’altra, ed i perdenti delle zone periurbane e rurali che di questo universo iper-tecnologico e senza confini conoscono solo gli svantaggi.

Il problema è l’immigrazione non gli immigrati

Quale è l’elemento che, miscelando tra loro la rabbia per le crescenti diseguaglianze dei redditi, i timori per l’incalzare dirompente della globalizzazione economica e il dominio sfrenato dei social media, ha innescato l’incendio politico che dalla metà di questo decennio assedia senza sosta le democrazie dell’Occidente? Come mai i politici che, al di qua e al di là dell’Atlantico soffiando sul fuoco ne hanno tratto profitto, continuano, nonostante le loro non certo brillanti performance di governo, a godere di un elevato consenso elettorale? Due domande, una risposta: l’immigrazione.

Per capire che è così basta guardare quello che sta accadendo nel mondo. Dove l’immigrazione ad ondate successive sta cambiando il volto fino a poco tempo fa immutato di intere nazioni. “Gli USA”, scrive Yoni Appelbaum in un saggio che sarà pubblicato da Atlantic a dicembre prossimo, “sono alle prese con una transizione demografica che nessuna democrazia ricca e stabile ha mai conosciuto in passato: la popolazione che fino ad oggi era stata maggioranza è sul punto di divenire minoranza politica, mentre le attuali minoranze politiche rivendicano parità di diritti e di interessi”.

Ma quello americano non è un caso isolato. Visto che lo stesso trend si registra, sia pur con un’intensità relativamente minore, anche nel Vecchio Continente. Nel 2050, ad esempio, la popolazione della Svezia sarà per il 20%-30% composta da musulmani. Stiamo dunque nel bel mezzo di una nuova interdipendenza globale con popoli diversi da noi. Un evento che però molti percepiscono come una perdita della propria nazione, dei propri spazi esistenziali e della loro cultura. Ed è proprio tra i tanti che temono di sentirsi stranieri a casa propria che Trump e con lui tutti gli altri populisti del mondo mietono consensi usando lo stesso slogan che ha consentito ai referendari inglesi di portare alla vittoria Brexit: “take back control of our borders” (riprendiamoci il controllo delle nostre frontiere). Un’illusione, certo, che è però difficile battere e combattere solo con le fredde ragioni del Progresso. E, soprattutto, rifiutando di fare i conti con quello che rappresenta il vero paradosso del moderno pluralismo: come creare una democrazia multiculturale di massa nella quale anche coloro cui la vita non ha concesso di sfiorare neppure da lontano il Cosmopolitismo si possano sentire a casa propria. Insomma, come in casi del genere dicevano i latini, hic Rodus, hic salta.  

Questi dati spiegano Brexit e Trump

La metà dei quasi 5 milioni di immigrati unauthorized giunti in Europa è finita in due soli Paesi: Germania e Gran Bretagna. Un rigoroso studio del Pew Research Center, think tank statunitense con sede a Washington, stima che con circa 1,2 milioni a testa i due Stati detengono il triste primato del più alto numero di clandestini di tutta l’Unione europea, che in totale ne conta 4,8 milioni.

Emblematico il caso britannico. Qui l’esercito dei sans papier è raddoppiato nell’arco di un decennio. La maggior parte degli immigrati irregolari è costituita da residenti di lungo periodo, più della metà vive illegalmente nel Regno Unito da più di cinque anni e oltre un terzo da più di dieci anni. La stima arriva dopo lo choc causato dalla scoperta dei 39 cadaveri di migranti vietnamiti rinvenuti all’interno di un container qualche settimana fa. Una strage che ha squarciato il velo d’ipocrisia sul contrabbando di esseri umani particolarmente fiorente sulla rotta della Manica. Ed esploso negli ultimi tempi, con l’avvicinarsi della Brexit. Come dimostra anche il record di attraversamenti del Canale a bordo di piccole imbarcazioni: più di mille le persone che quest’anno da Calais sono giunte a Dover. Ma la ricerca mostra poi un altro dato che potrebbe irrompere nella battaglia elettorale al momento tutta incentrata sul “pasticcio” Brexit. Poiché in alcuni Stati europei gli immigrati clandestini che chiedono asilo ottengono un riconoscimento legale temporaneo, questo fa sì che parte degli unauthorized escano dal conteggio ufficiale. Per questo motivo in Germania gli irregolari veri e propri da 1,2 milioni scendono a 700mila, lasciando alla Gran Bretagna, che nel suo ordinamento non contempla permessi temporanei, la leadership del Paese con il più alto numero di clandestini d’Europa. Un primato che non potrà non avere ripercussioni sulle prossime elezioni, visto che secondo un recente sondaggio il 77% degli elettori britannici considera l’immigrazione clandestina il problema più grave che affligge il Paese.

Un’opinione diffusa un po’ in tutta Europa, Germania compresa dove l’avanzata dell’ultradestra xenofoba ha fatto scattare più di un campanello d’allarme. E costretto Frau Merkel a rivedere la generosa politica delle frontiere aperte, dopo aver accolto più di 1 milione di profughi siriani nel pieno della crisi del 2015-2016. Infatti non è un caso se il numero degli immigrati irregolari presenti sul territorio tedesco è praticamente raddoppiato tra il 2014 e il 2017. Anche se va sottolineato che il 32% dei sans papier proviene da Paesi europei extra Ue. Il terzo e quarto posto in classifica spettano a Italia e Francia rispettivamente con 700mila e 400mila clandestini. I quattro Paesi in testa alla classifica da soli accolgono il 70% di tutti gli immigrati irregolari presenti nell’Ue e nell’Efta (l’Associazione europea di libero scambio che comprende Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). E comunque, sottolinea la ricerca Pew Research Center, nonostante le migrazioni verso l’Europa negli ultimi 5 anni siano notevolmente aumentate, gli attuali 4,8 milioni di irregolari rappresentano meno dell'1% della popolazione totale che conta 500 milioni di persone. Numeri risibili se confrontati con i dati degli Stati Uniti, dove su circa 325 milioni di abitanti i clandestini sono quasi 11 milioni, il 3% della popolazione. Numeri che aiutano a capire le dinamiche politiche degli ultimi anni. E perché Brexit e Trump non sono scherzi della storia.

L’economia italiana stagna, le rimesse aumentano

L’economia italiana stagna, ma quella sommersa va a gonfie vele. Soprattutto grazie al plus valore che gli imprenditori (autoctoni e non) ottengono dallo sfruttamento a basso prezzo della manodopera straniera irregolare e poco qualificata.

Solo così si spiega l’apparente anomalia di un’Italia a crescita zero, disoccupazione alle stelle, ma con un clamoroso boom di rimesse che gli immigrati inviano nei paesi di origine. Secondo Banca d’Italia, infatti, nel 2018 il flusso di denaro che la popolazione straniera residente, legalmente e non, nella Penisola ha inviato a casa è salito a €5,8 miliardi (+17% rispetto al 2017). E nella prima metà del 2019 segna già un ulteriore +2%.

Insomma è come se vivessimo su un iceberg: c’è poco sopra e moltissimo sotto. Ed è proprio negli abissi del macro-mondo economico italiano che gli invisibili, cioè gli immigrati irregolari impiegati in nero, hanno un ruolo cruciale. Per la semplice ragione che in un sistema produttivo che sembra non volere saperne di innovazione e nuove tecnologia, buona parte del profitto è assicurato dalla “spremitura” della bassa manovalanza.

Questo spiega perché i business men nostrani siano tra i principali azionisti della robustissima e trasversale lobby pro-immigrazione in Italia. Che negli ultimi due anni, per una singolare eterogenesi dei fini, sembra aver tratto vantaggio proprio dall’arcigno sovranismo della politica sull’immigrazione dell’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Perché la sua decisione di abolire il permesso di soggiorno umanitario che ha trasformato in clandestini i tantissimi che ne erano in possesso (senza però preoccuparsi di rimpatriarli) ha ingrossato le fila delle braccia straniere a disposizione del mercato nero della manodopera. Una verità confermata dal fatto che la top list delle nazioni destinatarie delle rimesse inviate dall’Italia nel 2018/2019 coincide con quella da cui proviene il maggior numero di richiedenti asilo.

Allo stato dei fatti viene dunque il sospetto che gli immigrati di cui, come da tante parti si sostiene, l’economia italiana avrebbe oggi disperato bisogno sono, in maggioranza, quelli richiesti dalla nostra floridissima economia sommersa: dequalificati,  irregolari e sotto pagati. Una verità confermata amaramente dal fatto che la leadership europea dell’industria del pomodoro è appannaggio dei grigi Paesi Bassi anziché di quelli assolati del Bel Paese. Visto che nei primi la produzione è di 144 mila tonnellate di pomodori ogni 260 ettari: dieci volte maggiore di quella “nostrana”. La formula del loro successo? Immigrati stagionali regolari, niente lavoro in nero e costante innovazione nei mezzi di produzione. .

La rivolta del Libano dimentica i profughi

La rivolta popolare che sta paralizzando il Libano non è uno dei tanti conflitti etnico-religiosi che da sempre hanno caratterizzato la sua tormentatissima storia. Quella delle ultime settimane, infatti, è una protesta che unisce anziché contrapporre le sue tante anime. Sulle quali è fondato il sistema politico nato all’indomani dell’indipendenza dalla Francia raggiunta nel 1943. E successivamente “costituzionalizzato” dopo una sanguinosissima guerra civile. Che scoppiata nel 1975 si è conclusa solo nel 1990 quando a Taif le maggiori 18 sette politico-religiose (tra cui i cristiani maroniti, i musulmani sunniti, sciiti e alawiti, e i drusi) si spartirono tra loro il potere. Consentendo ai rispettivi “boss” di difendere ciascuno gli interessi settari delle proprie comunità di riferimento semplicemente distribuendo favori. Un sistema che ha portato all’esplosione, in parallelo, del debito pubblico e delle diseguaglianze sociali. Nel Paese dei Cedri, infatti, secondo il World Inequality Database, l’1% della popolazione possiede un quarto di tutta la ricchezza nazionale.

Ma l’odierna grave crisi economica e la paralisi politica hanno compiuto il “miracolo” spiazzando le élite religiose e unendo i libanesi di tutte le confessioni. Alimentando qualche speranza, mista a molta ansia, anche in quella parte della popolazione, tanto numerosa quanto silenziosa, di cui mai nessuno parla: i profughi siriani e palestinesi. In Libano attualmente vivono 1,5 milioni di rifugiati siriani oltre a 400mila palestinesi. Che sommati rappresentano, cosa pressoché unica nella demografia mondiale, un quarto dell’intera popolazione nazionale. Numeri, come sottolinea con amarezza un articolo dedicato al tema dalla rivista americana Ozy, che per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati dovrebbero far vergognare gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Ora, però, davanti alle proteste di piazza, siriani e palestinesi, temono di diventare i capri espiatori di una classe politica incapace di ammettere di aver fallito nel fornire servizi di base, stimolare l'economia o combattere la corruzione nella pubblica amministrazione. Infatti, nonostante le tante divisioni, la politica libanese è sempre stata unita nell’evitare di affrontare il problema dei rifugiati. Segregandoli in una sorta di apartheid nel timore che la loro integrazione potesse alterare il delicato equilibrio interconfessionale a favore dei musulmani sunniti.

Ma la diffidenza verso i rifugiati, purtroppo, non è solo appannaggio dei politici. Nel corso delle tante manifestazioni, alle quali hanno preso parte non pochi tra siriani e palestinesi, in più di un’occasione è infatti circolata la parola d’ordine secondo la quale le eventuali conquiste economiche e sociali strappate ai governanti dovrebbero essere riservate e godute esclusivamente dai libanesi di nascita. Un errore che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha pensato subito di sfruttare gridando alla cospirazione internazionale contro il Libano. Un’accusa a dir poco singolare visto che a formularla è proprio il partito-milizia sciita da sempre finanziato e sostenuto dall’Iran.

Due docce fredde prima dell’impeachment

Il trepido, crescente ottimismo dei democratici USA per l’apertura mercoledì prossimo 13 novembre della procedura parlamentare di impeachment nei confronti di Donald Trump ha subìto, nel frattempo, una doppia doccia fredda. Prima con la pubblicazione dei risultati dell’ultima indagine demoscopica Times/Siena College sull’orientamento dell’elettorato americano in vista delle presidenziali del 2020. Secondo cui il Presidente conserverebbe ancora un netto vantaggio sui suoi oppositori nei decisivi collegi dei cosiddetti swing state: Pennsylvenia, Wisconsin, Michigan, Florida, North Carolina e Arizona. I quali, come forse molti ricorderanno, nel 2016, tradendo nell’urna il partito dell’asinello, gli avevano consentito di battere Hillary Clinton.

Una delusione resa ancora più bruciante per i democratici dall’esito del referendum popolare svoltosi lo scorso fine settimana in alcuni importanti comuni del democraticissimo New Jersey. I cui abitanti, voltando le spalle alle indicazioni delle locali autorità, hanno pensato bene di premiare con uno scarto di 2 a 1 quanto proposto dall’opposizione repubblicana.

Un risultato non solo sorprendente, ma significativo se si considera il “contenzioso” su cui la popolazione, votando, ha deciso di dire la sua: l’immigrazione. Nel caso schierandosi a favore di uno delle misure più contestate del giro di vite alternativamente imposto o invocato dalla Casa Bianca sugli immigrati. Riguardante la collaborazione tra la polizia locale e quella federale nella lotta agli stranieri clandestini o irregolari presenti sul territorio americano. Che i democratici e con essi molti stati, California e New York in primis, da sempre rifiutano. In ossequio della loro antica tradizionale amichevole accoglienza degli immigrati da sempre orgogliosamente difesa contro le ingerenze degli uomini del Border and Costums Enforcement. Che Trump, invece, considera non solo necessaria ma dovuta. Al punto da aver fatto della lotta ai cosiddetti sanctuary state una delle priorità della sua strategia di riorganizzazione della malandatissima immigrazione del suo paese. E, vista la piega assunta negli ultimi mesi dalla questione, della possibilità di essere rieletto per il secondo mandato nel 2020.

Le quote di Macron finiranno come quelle di De Gaulle

Sull’immigrazione economica Macron ricalca le orme di De Gaulle. Infatti la sua recente proposta di introdurre un sistema di quote annuali per selezionare la manodopera richiesta dalle aziende ricorda da vicino quella avanzata dal Generale nel Secondo Dopo Guerra.

In entrambi i casi la ratio è identica: affermare una politica dell’immigrazione all’interno dello Stato-Nazione, assegnando a una sorta di politburo il potere di individuare dall’estero gli immigrati utili (de bons éléments, amava ripetere De Gaulle) all’economia nazionale. All’epoca l’ambizioso progetto si infranse di fronte alla galoppante e cangiante domanda di manodopera di un’industria in pieno boom economico. Al punto che la stragrande maggioranza degli imprenditori, per assumere nuovi immigrati bypassò il farraginoso iter burocratico ideato da De Gaulle e si affidò al mercato nero, favorendo persino l’ingresso illegale di molti stranieri.

È questo il destino che attende anche la proposta di Macron? Risposta scontata: assolutamente sì. Tanto più che oggi, rispetto a mezzo secolo fa, l’immigrazione, come i beni, i servizi e i capitali, è ormai una componente strutturale della moderna globalizzazione. Verità che i governi fanno finta di non vedere e continuano a trattarla come materia di esclusiva competenza nazionale. Con il risultato che mentre ciascuno difende a piè fermo, le quote di Stato, è il mercato che silenziosamente impone al sistema le sue ferree leggi.

Ecco perché – ammoniva Patrick Weil nelle prime monumentali pagine de La République et sa diversitè – l’esperienza ha dimostrato che il metodo delle quote è quello peggiore. Per la semplice ragione che sul mercato mondiale sono le imprese, non già i poteri pubblici, a selezionare e pagare i lavoratori di cui abbisognano.

La cosa più curiosa, però, è che, secondo alcuni raffinati osservatori, Macron sarebbe consapevole di tutto ciò. Avrebbe, tuttavia, deciso di tirare dritto nel disperato tentativo di dare un segnale di fermezza a un’opinione pubblica sempre più intollerante verso i nuovi arrivati ed evitare, alle presidenziali del 2020, un’emorragia di voti a favore di Marine Le Pen e del suo Fronte Nazionale. Se così fosse, viene da chiedersi perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all’originale.

Macron sfida Le Pen sull’asilo

Il governo francese ha reso noto ieri di aver predisposto un testo di legge di modifica della normativa sull’immigrazione attualmente in vigore nel paese. Che in vista della sua emanazione sarà già nelle prossime settimane sottoposto all’esame della Camera e del Senato transalpini.

Una decisione improvvisa ma non inattesa. Mesi addietro, infatti, nel discorso alla nazione pronunciato in uno dei momenti più caldi della protesta dei jillet jaune, il presidente Macron rivolgendosi ai suoi concittadini aveva chiesto: “in tema di immigrazione non ritenete opportuno che per i visti di ingresso, fatti salvi gli obblighi derivanti dal diritto di asilo, si debba procedere sulla base di obbiettivi annualmente indicati dal Parlamento ?”

La verità è che il provvedimento messo a punto dall’Esecutivo di Parigi dà il via, anche se con largo anticipo, alle elezioni presidenziali del 2022. In vista delle quali Macron, sapendo che l’immigrazione sarà il cavallo di battaglia dell’opposizione lepenista, tenta di giocare in contro piede. Cercando, anche a rischio di gravi lacerazioni nella sua maggioranza, di mettere mano con un giro di vite a quello che rappresenta il vero tallone d’Achille della normative francese sull’immigrazione: l’asilo.

Tanto è vero che nel corso della presentazione alla stampa l’unico capitolo del provvedimento dettagliatamente definito è stato appunto quello riguardante le modifiche delle regole attualmente in vigore nell’Exagone sul diritto alla sanità ed alla sicurezza sociale per i richiedenti asilo. Che sono assai più permissive di quelle di tutti gli altri paesi dell’UE, eccezion fatta per il Belgio. Infatti, anche se pochi lo sanno, il sistema sanitario francese è l’unico che riconosce agli stranieri indigenti il diritto di cura gratuito anche per malattie o infermità diagnosticate prima del loro arrivo sul territorio nazionale. Una situazione che nelle urne prossime venture potrebbe rappresentare per Marine Le Pen l’arma letale finora mancata.

La nuova immigrazione irregolare made in US

Nelle ultime settimane l’immigrazione USA ha registrato due record uno più negativo dell’altro. Secondo gli ultimi dati il numero degli immigrati arrestati perché entrati clandestinamente nel paese sarebbe ormai prossimo alla soglia del milione. Una cifra mai raggiunta da venti anni a questa parte. Resa ancora più allarmante dall’elevata, crescente presenza al loro interno di minori non accompagnati. Basti considerare il fatto che nel 2019 quelli presi in consegna dall’United States Customs and Border Protection sono stati 76.060 con un incremento del 52% rispetto all’anno precedente.

Un fenomeno che, al netto delle infuocate polemiche sul trattamento loro riservato nei centri di trattenimento federali, rappresenta fin dai tempi della presidenza Obama un serio, serissimo grattacapo per l’amministrazione americana. In primo luogo perché assolutamente inedito nella pur antichissima storia dell’immigrazione a stelle e strisce. Ma soprattutto in ragione del fatto che esso, al pari di quello delle cosiddette carovane di famiglie centro americane, testimonia un radicale, inquietante cambiamento sia strategico che antropologico dell’immigrazione irregolare made in US. Che anziché da messicani maschi adulti, come in passato, è oggi formata da minori soli e madri di famiglia con prole provenienti, in maggioranza, da San Salvador, Honduras e Nicaragua. Convinti “al grande balzo” dalla possibilità di sfruttare, sull’onda del tamtam sapientemente amplificato dal business dell’immigrazione clandestina, il divieto di espulsione che la legge americana prevede per queste tipologie di figure.

E che le cose stiano così lo confermano due grandi studiose della materia come Doris Meissner e Sarah Pierce. Nel loro recente lavoro titolato Policy Solutions to Address Crisis at Border  Exists esse affermano: ”le organizzazioni che controllano il traffico di esseri umani stanno cercando di procacciarsi sempre nuovi clienti offrendo loro un carnet con varie opzioni per entrare negli USA: dai viaggi super express a sconti per specifiche, particolari combinazioni (adulti con minori o gruppi famigliari composti da cinquanta unità in sù )”. Insomma, parafrasando un nostro vecchio proverbio, verrebbe da dire fatto il Muro gabbatu lu Santo.

Il sogno americano nasconde un segreto

Oggi è più facile comprendere perché il sogno americano continua a mantenere da secoli per gli immigrati la stessa forza d’attrazione. Chiamando a sé, anche dai più reconditi angoli del Pianeta, milioni di uomini, donne e bambini alla ricerca di una vita migliore. Grazie ai risultati di un recentissimo studio condotto da tre prestigiose università (Princeton, Stanford e UC Davis) che ha avuto una vasta eco sulle pagine del New York Times. Dal quale emerge, dati alla mano, come e perché l’immigrazione negli USA non abbia mai smesso di essere una sorta di fonte inesauribile di opportunità per chi cerca con il suo lavoro di migliorare la sua posizione socio-economica.

La ricerca, che si estende su un arco temporale di oltre un secolo, dal 1880 ai giorni nostri, dimostra, in maniera incontrovertibile, che i figli degli immigrati poveri hanno avuto e continuano ad avere, in media, performance di riuscita nello studio come nel lavoro superiori a quelle dei figli delle famiglie povere autoctone. Mentre nel secolo scorso l’ascesa sociale ha “premiato” soprattutto le seconde generazioni di immigrati europei (italiani, irlandesi, finlandesi, tedeschi ecc.), oggi quello stesso successo è appannaggio dei figli nati sul territorio americano da povere famiglie immigrate latinos. Tutti, nelle loro rispettive epoche, hanno goduto di una mobilità sociale che è invece assai più bassa tra la progenie delle famiglie povere d’America. In primis quelle degli afroamericani. Se il sogno americano è quello di consentire ai poveri di assicurare ai figli una vita migliore della loro, ebbene, a parità di condizioni di partenza, sono riusciti a realizzarlo molto di più gli immigrati che gli yankee. Inoltre i risultati di questa ricerca, come giustamente fa notare il NYT, sembrano voler smentire la fondatezza di uno degli argomenti centrali dell’aspro scontro sull’immigrazione che da mesi infuoca la politica statunitense.

L’azione dell’amministrazione Trump, infatti, è volta soprattutto ad aprire le porte agli immigrati ricchi e qualificati, sostenendo che il Paese non può permettersi di accogliere le famiglie povere (soprattutto centroamericane) perché andrebbero a gravare sui programmi pubblici di assistenza sociale. Lo studio dimostra, invece, che la prospettiva a breve termine dei politici sottovaluta i benefici all’economia del Paese che arrivano dalle seconde generazioni. Così come è errato pensare che gli immigrati di oggi, che arrivano prevalentemente dall’America Latina e dall’Asia, hanno meno probabilità di integrarsi nel tessuto sociale ed economico rispetto alle precedenti ondate di poveri che arrivavano dall’Europa. Infatti secondo i dati pubblicati dalla ricerca emerge che tra gli immigrati che meno si sono integrati figurano, a sorpresa, i norvegesi. Che ironia della sorte Trump ha invece indicato come modello di immigrati da “importare”.