No italiano alle proposte di riorganizzazione di Frontex

Via libera al potenziamento di Frontex, ma senza il sì dell’Italia. Nei giorni scorsi infatti i 28 ambasciatori Ue, con il voto contrario di quelli italiano, spagnolo e sloveno, hanno confermato l'accordo informale a suo tempo raggiunto sul nuovo regolamento dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, tra i rappresentanti dell’Europarlamento e l’attuale presidenza rumena del Consiglio Ue. Punto centrale dell’intesa è l’aumento, per la gestione e il controllo delle frontiere esterne comuni, di 10mila operativi entro il 2027. Frontex avrà anche maggiori poteri in tema di rimpatri e coopererà in modo più stretto con i Paesi terzi, compresi quelli di origine e transito dei flussi migratori. ”D'ora in poi l'Agenzia avrà la piena capacità operativa e le competenze necessarie per dare un sostegno efficace e completo agli Stati membri”, ha commentato il commissario alla Migrazione, Dimitris Avramopolous. Sottolineando come la nuova Frontex rafforzata servirà anche a “preservare lo spazio Schengen”. L’intesa, che ha dunque ottenuto 25 sì, dovrà ora essere ratificata e adottata in via formale dal Consiglio e dal Parlamento. Il no italiano, già annunciato da mesi, è stato motivato con il fatto che le proposte di riorganizzazione di Frontex non rispecchiano la volontà espressa dal nostro governo per una più efficace lotta all’immigrazione clandestina, e rischiano di rappresentare soltanto un inutile sperpero di risorse.

Sull’immigrazione fa fuori anche lei

Trump quando si sente criticato o scavalcato a destra sull’immigrazione reagisce e colpisce. E come prima cosa mette alla porta un rappresentante del suo governo. Il cui sacrificio viene usato a mò di simbolica ma efficace rassicurazione nei confronti dell’oltranzismo leale della sua base elettorale. Su cui poggia l’opa politica da lui lanciata, e sistematicamente perseguita, nei confronti della tradizionale linea politica del suo partito. Ritenendola troppo moderata e disponibile alla mediazione nei confronti dell’opposizione. Soprattutto sull’immigrazione.

Solo così si spiega l’inatteso annuncio del licenziamento con cui domenica scorsa all’ora di pranzo la Casa Bianca ha messo fine alla carriera del capo dell’Homeland Security Krstjen Nielsen. Da molti considerata, almeno fino all’altro ieri, una fedelissima del Presidente. Al punto di essersi guadagnata il non invidiabile appellativo di “falco di destra e senza cuore” per essere stata l’unica a difendere mesi fa in diretta tv la controversissima direttiva presidenziale che imponeva all’agenzia federale da lei guidata di separare e detenere i figli dei genitori immigrati clandestini arrestati al confine meridionale del paese. Una fedeltà che però non è bastata a metterla al riparo dalla spregiudicatezza, al limite del cinismo, con cui Trump ha messo fine alla carriera del suo ministro per riparare ad un errore da lui stesso commesso.

Di che si tratta? E’ presto detto. Venerdì scorso, infatti, il magnate newyorkese aveva fatto balenare ad una platea di agguerriti imprenditori americani l’ipotesi di allentare il giro di vite alle frontiere per consentire, viste le ottime performance dell’economia, l’ingresso di nuovi immigrati. Un’affermazione ingenuamente presa per buona dalla Nielsen. Che il giorno dopo, in una dichiarazione raccolta dal Washington Post, si è spinta ad ipotizzare la concessione da parte dell’agenzia per la sicurezza nazionale di una quota aggiuntiva di 69mila nuovi visti H-2B riservati agli stagionali stranieri. Scatenando immediatamente la rivolta degli ultras trumpiani. Che per voce del Center for Immigration Studies hanno accusato il Presidente e la sua amministrazione di tradire, come tante volte avevano già fatto in passato altri leader del tradizionale establishment repubblicano,   i lavoratori americani disoccupati. Un’accusa che Trump, già in piena campagna per le elezioni presidenziali del 2020, ha pensato bene di scansare usando la Nielsen nel più comodo ed efficace dei parafulmini.

La crisi libica mette nei guai il Niger

Il caos in Libia sta generando una nuova emergenza profughi. Ma stavolta l’ondata migratoria è destinata a travolgere il Niger. A lanciare l’allarme è il Financial Times che in un reportage da Agadez, città al confine con la Libia e crocevia di indicibili traffici, testimonia come la fuga a ritroso sia già iniziata. Il timore è che con il precipitare della situazione a Tripoli, gli immigrati presenti nel Paese nordafricano, stimati tra i 700mila e il milione, possano riversarsi in massa in Niger. “L'Ue ha spostato i suoi confini sempre più a sud”, denunciano le Ong che operano nell’area, “e questo sta provocando un vero disastro”. Infatti Bruxelles ha deciso di trasferire, fino al 2020, nelle casse del governo di Niamey 1 miliardo di euro, per bloccare il flusso di migranti che dal territorio nigerino, dopo la traversata del Sahara, si riversa sulle coste libiche per poi approdare in Europa. Solo per la formazione dell’esercito e l’istituzione di una task force congiunta con l'Unione africana e l'Onu, l’Ue ha speso finora più di 338 milioni di euro. Senza contare che Francia, Italia e Germania contribuiscono con finanziamenti diretti. Inoltre nel 2015 l’Europa ha chiesto e ottenuto l’approvazione di una legge contro l’immigrazione illegale e i trafficanti di uomini.

Grazie ai soldi europei, il Niger sta effettivamente facendo da argine alle carovane di disperati. Ma i trafficanti, per evitare i controlli dei soldati, seguono ora rotte più impervie, attraverso il Sahara o il Mali devastato dalla guerra. Il viaggio nel deserto è diventato così pericoloso che l’Oim (l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) sta prendendo in considerazione l'ipotesi di utilizzare piccoli droni per individuare le persone, sempre più numerose, abbandonate nel Sahara. Senza contare che per il Niger, la chiusura delle rotte migratorie ha causato anche un aumento della disoccupazione e un aumento di altre attività criminali, in particolare il traffico di droga. E ora a disastro rischia di aggiungersi altro disastro. Se, come si teme, nelle prossime settimane gli immigrati intrappolati nell’inferno libico cercheranno rifugio nel più “sicuro” Niger.

Con questa legge sulla cittadinanza rischia le Olimpiadi

Se non salva un bus da un terrorista, alle Olimpiadi non ci va. Non fanno altro che ripetere questo i parenti e gli istruttori di Eduard Cristian Timbretti Gugiu, formidabile tuffatore della nostra nazionale, nato in Italia da genitori rumeni. Che nonostante il suo indiscutibile talento, rischia di perdere l’appuntamento con i giochi olimpici 2020 perché non ha la cittadinanza italiana.

La sua storia ricorda da vicino quella di Rami Shehata e Adam El Hamami che, però, a differenza di questo astro nascente del nostro nuoto, hanno, in via eccezionale appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito un paio di settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Ma la vicenda di Eduard è ancora più paradossale di quella dei due eroi nuovi cittadini grazie a uno sventato attentato. Perché secondo la legge vigente nel nostro Paese (n.91/1992) i primi, in quanto minorenni, come tutti i figli nati in Italia da genitori stranieri, avrebbero dovuto attendere il compimento della maggiore età per chiedere la cittadinanza. Lui, invece, 18 anni li ha già compiuti nel 2018. E lo scorso dicembre ha puntualmente fatto richiesta dello status civitatis dimostrando, come richiesto dalla suddetta norma, di aver risieduto, fin dalla nascita, ininterrottamente in quella che credeva fosse la sua nuova patria.

Ma allora dove sta l’inghippo?

In un codicillo, passato sotto traccia, del Decreto sicurezza approvato lo scorso ottobre dal Parlamento, su iniziativa del Ministro degli Interni Matteo Salvini. Che ha raddoppiato (da 2 a 4 anni) i già lunghissimi tempi che la Pubblica Amministrazione si prende per rispondere alle richieste di cittadinanza.

Sperando di non peccare di ottimismo, crediamo, anzi, vogliamo che anche la disavventura di Eduard, come quella di Rami e Adam, si risolva a lieto fine. Consentendogli di ottenere il passaporto tricolore in tempo per le Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno. Ma quest’altra eccezione alla regola non risparmierà a migliaia di minori nati in Italia da genitori stranieri la doppia pena: di attendere fino alla maggiore età per sapere se è concesso loro di diventare nostri concittadini e di fare i conti con l’ulteriore balzello imposto dal decreto Salvini. Per questo viene da chiedersi se non è forse ora di mettere mano a una norma scritta 30 anni fa quando l’Italia, contrariamente oggi, non era ancora diventato una delle più importanti mete europee dell’immigrazione internazionale.

La domanda è retorica. La risposta non può che essere positiva. Semmai si può e si deve ragionare sul come. Partendo magari dal buon senso. Con due semplici ma fondamentali emendamenti alla legge n.91 del 1992.

Il primo: dimezzare il tempo previsto dall’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero residente da almeno dieci anni sul territorio della Repubblica. In questo modo sarà più facile e rapido per i genitori, e di conseguenza anche per i loro minori, diventare nuovi cittadini.

Il secondo: cancellare dall’art.4, comma 2 l’onere a carico del richiedente di dimostrare di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Non foss’altro perché lascia un’eccessiva discrezionalità burocratica. Che può spingere il funzionario di turno a negare la cittadinanza perché il soggetto interessato ha, ad esempio, passato un banale, prolungato soggiorno estivo dai nonni nel paese di origine dei genitori.

Il terzo: obbligare la PA a rispondere entro dodici mesi alle richieste di cittadinanza.

Se è vero che l’ottimo è il nemico del bene, ci si potrebbe accontentare di queste tre modifiche alla legge vigente. Poco rivoluzionarie. Ma sufficienti a rendere più semplice la vita dei tanti ragazzi che studiano e giocano con i nostri figli. Evitando, allo stesso tempo, inconcludenti, rissose barricate politiche come quelle alle quali abbiamo assistito nella scorsa legislatura. Quando lo scontro tra i paladini dello ius sanguinis e quelli dello ius soli fece perdere di vista col problema principale (la cittadinanza ai nati da genitori stranieri), un piccolo dettaglio. E, cioè, che entrambi i modelli pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove. Ecco perché nel mondo avanzano sistemi misti che miscelano il meglio dell’uno e dell’altro.

I giudici Ue bocciano le espulsioni facili dalla Francia

La Francia non può giustificare con la minaccia terroristica il respingimento in Spagna degli gli immigrati clandestini provenienti dal paese iberico. Lo ha deciso la Corte di giustizia dell'Ue che ha di fatto bocciato la blindatura delle frontiere, decisa ed attuata da Parigi all'indomani degli attentati del Bataclan, per procedere alle cosiddette “espulsioni express”. Secondo i togati di Lussemburgo, infatti, anche le misure antiterrorismo non possono derogare dal principio che vieta, cosa invece consentita nel caso dei paesi extra UE, la deportazione immediata degli stranieri irregolari da una nazione europea ad un'altra. In altri termini, con la sua sentenza la Corte ha teso a precisare che la pur legittima messa in atto di stringenti controlli di sicurezza non legittima la messa in atto di procedure che nella loro applicazione finirebbero per considerare quella con la Spagna una frontiera esterna anziché interna all'Europa.

Di conseguenza se la Francia vuole espellere dal suo territorio un immigrato clandestino sospettato di arrivare dalla Spagna, è tenuta a rispettare gli accordi bilaterali in essere tra i due paesi o la Direttiva comunitaria che disciplina i rimpatri. Che, com'è noto, non prevede né tanto meno consente i respingimenti immediati. In base ad essa, infatti, agli immigrati fermati per controlli e trovati senza documenti vengono concessi, di norma, tra i 7 e i 30 giorni di tempo per lasciare volontariamente il territorio nazionale. Scaduti i quali è possibile attivare i meccanismi amministrativi previsti per le espulsioni. Una regola violata spesso e volentieri dalla Francia. Che, in nome dei controlli anti-jihadisti, da tempo procede al sistematico allontanamento immediato dei clandestini sia verso l’Italia, sul versante alpino, sia verso la Spagna, su quello pirenaico. E per questo “sentenziata” dalla Corte.

Trump minaccia ma non chiuderà il confine

Con l’immigrazione vince in politica chi la drammatizza. Una regola che Trump conosce ed usa come pochi. Tanto è vero che alla fine della scorsa settimana, resosi forse conto che le difficoltà politiche e giudiziarie frapposte alla costruzione del Muro anti clandestini con il Messico rischiavano di dare ossigeno alla dura campagna dei democratici contro la sua linea anti immigrati, ha deciso di cambiare “cavallo” e rilanciare. Minacciando, di fronte al crescente afflusso di stranieri irregolari dallo stato centro americano verso i confini del paese, di chiudere gli ingressi di frontiera.

Una possibilità che pur se solo annunciata è riuscita, per la sua enormità, nell’obbiettivo di rinfocolare l’ansia della pubblica opinione statunitense sull’immigrazione. Un tema che nella strategia del Presidente, essendo stato di grande aiuto per la conquista della Casa Bianca nel 2016, potrebbe rappresentare, insieme al buon andamento dell’economia, il vero asso nella manica per la sua eventuale ma al momento tutt’altro che scontata rielezione nel 2020. A costo, però, di correre dei seri, serissimi rischi. Infatti chiudere i confini con il Messico determinerebbe una vera e propria soluzione di continuità nelle relazioni geopolitiche tra due nazioni amiche ed alleate. Che, insieme al Canada, rappresentano da sempre un elemento di storica stabilità per il continente americano. Ed un unicum nella storia del Secondo Dopoguerra. Visto che la sola volta in cui una misura del genere è stata messa in atto risale alle concitate ore successive all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York.

Ma i problemi non finiscono qui. Per la semplice ragione che un alt ai corridoi di comunicazione Usa-Messico avrebbe enormi conseguenze negative per l’economia del paese a stelle e strisce. Che rischia non solo un pesante rallentamento dell’export verso quello che rappresenta il suo terzo partner commerciale in assoluto. Ma anche serie difficoltà nell’approvvigionamento dei semi lavorati di cui la produzione industriale abbisogna come il pane.

A puro titolo indicativo vale forse la pena ricordare che in base alle statistiche del National Foreign Trade Counsil americano i numerosissimi port entry dislocati lungo l’immenso confine che si estende dalla California al Texas vengono annualmente attraversati da non meno di 500mila giganteschi tir carichi all’inverosimile di ogni tipo di merci . Dati che se sommati ai non semplici procedimenti istituzionali che la legge impone di rispettare (informare il Congresso, trattare con il sindacato degli agenti dell’immigration e delle dogane etc.) prima di procedere alla chiusura dei confini, rendono legittimo il dubbio che per Trump non sarà facile andare oltre l’annuncio. Scegliendo di incassare il “dividendo politico” che gli interessa senza però contrariare l’umore (ed i profitti) del big business da sempre schierato al suo fianco.

Immigrazione: gli Usa chiudono il Canada apre

Il sogno canadese sta sostituendo quella americano. Lo sterminato Paese a nord degli Usa, grazie all’attivismo del suo premier Justin Trudeau, sta rapidamente diventando la nuova frontiera dell’immigrazione. Infatti in controtendenza rispetto alle restrittive politiche di Trump, il Canda sta aprendo i suoi confini a imprese e immigrati altamente specializzati. Un fenomeno, che ha richiamato l’attenzione dei principali media internazionali, spiegabile con pochi, ma significati, numeri. Illustrati dal giornale online statunitense di informazione economica e politica, Quartz, che parte da una cifra: 350mila. Tanti, infatti, sono gli stranieri che il Canada è intenzionato ad accogliere ogni anno. Un numero altissimo, pari all’uno per cento della sua popolazione. Visto che nell’arco dei prossimi 3 anni, Ottawa è intenzionata a rilasciare un milione di permessi per i “nuovi residenti permanenti”: 330.800 nel 2019, 341mila nel 2020 e 350mila nel 2021. Nel 2017 erano stati 286mila, compresi 44mila fra rifugiati e persone accolte per motivi umanitari.

Numeri che spiegano bene la strategia del governo che, per tenere alto il tasso di crescita annuale dell’economia, punta soprattutto sull’immigrazione qualificata. In quest’ottica perciò si inquadrano i massicci investimenti nella ricerca AI(intelligenza artificiale) e nelle collaborazioni, sempre più numerose e lautamente finanziate, tra aziende private e università. Un insieme di fattori che hanno già richiamato nel Great White North (il Grande Nord Bianco, ovvero il Canada nello slang Usa) giganti della tecnologia come Google, Microsoft e Samsung. Tanto che Toronto è oggi considerata la nuova Silicon Valley. E così il Canada si sta velocemente trasformando nel Paese delle opportunità che premia le competenze dei nuovi arrivati e il sogno dello sterminato esercito di ingegneri, informatici e programmatori di India, Corea del Sud e Cina. Tutto questo favorito dalla furia sovranista trumpiana, che si è spinta fino a ridurre gli ingressi per i cosiddetti H-1B. Storicamente usati dai lavoratori stranieri altamente qualificati, per anni monopolio del made in Usa.

Elezioni USA: vince chi sbaglia meno sull’immigrazione

Negli USA l’allarmante aumento degli immigrati irregolari fermati ai confini meridionali del paese dagli uomini dell’Immigration rischia di rappresentare un inatteso ma serio rompicapo politico per l’opposizione democratica. Chiamata a scegliere tra una doppia ma tutt’altro che facile alternativa.

Proseguire nella battaglia condotta, con non pochi risultati, negli ultimi mesi. Ribadendo che il rischio di una crisi migratoria ai confini è solo un’ invenzione propagandistica, per metà paranoica e per l’altra elettoralistica, di Trump. Con il rischio però, visto il crescente numero degli stranieri arrestati, di apparire agli occhi della pubblica opinione come negligentemente indifferenti ad una questione che preoccupa non poco anche vasti settori del suo stesso elettorato.

Oppure riconoscere, a proprio rischio e pericolo, che il problema esiste. Visto che Trump non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione per usare questa ammissione come prova dell’irragionevole braccio di ferro condotto dall’opposizione contro la costruzione del Muro anti clandestini da lui cocciutamente e strenuamente invocato. Un quadro che definire complicato è poco. Rispetto al quale, però, almeno due cose appaiono chiare.

La prima: sapere oggi per quale delle due alternative opteranno i democratici è non solo difficile ma prematuro. Visto che molto se non tutto dipende dall’esito delle primarie tra i contendenti del partito dell’Asinello in lizza per la nomination alle presidenziali del 2020. Divisi tra quelli più radicali convinti che nell’America di oggi solo l’anti-trumpismo inflessibile può consentire ai democratici di tornare a sedere alla Casa Bianca. E l’ala dei moderati, assai forte nell’establishment storico del partito e tra i gruppi parlamentari. Che, a differenza dei primi, puntano a riguadagnare il sostegno degli elettori del ceto medio e del lavoro dipendente che dopo aver votato per due volte Obama nel 2016 si erano lasciati incantare dalla sirena del neo populismo di Trump;

La seconda: stando solo ai i numeri degli arresti degli immigrati senza permesso effettuati nei primi mesi del 2019 ai confini meridionali statunitensi sarebbe difficile dare torto a Trump e ragione ai democratici. Visto che se il loro trend dovesse essere confermato anche per quelli a venire essi rischiano di essere secondi al record degli oltre 700mila registrati nel lontano 2008.

Ma se oltre alle cifre analizziamo la tipologia degli stranieri finiti nelle maglie del Border Patrol il giudizio cambia. E non poco. Visto che non si tratta più come un tempo, di clandestini, in maggioranza giovani messicani, che, come Trump sostiene, cercano di entrare illegalmente per rubare il lavoro agli americani. Ma di intere famiglie in fuga dalle violenze in atto nei martoriati paesi centro-americani di San Salvador, Guatemala e Honduras che si presentano spontaneamente agli agenti di confine chiedendo asilo e protezione. Per fermare le quali, come giustamente sostengono i democratici, l’utilità del Muro di Trump è pari a zero.

Londra rischia il caos con gli immigrati UE

Con la deadline di Brexit, la Gran Bretagna rischia anche di dover fronteggiare una colossale crisi migratoria. Perché costretta a regolarizzare gli oltre 3,5 milioni di cittadini Ue residenti nel Regno Unito. Infatti venuto meno il principio della libera circolazione, al governo di Londra non resta altra scelta. Come scrive la rivista americana The Atlantic l’operazione presenta delle dimensioni burocratiche colossali. Che rischia di far precipitare l’immigration di Sua Maestà nel caos più totale.

La situazione è questa. I cittadini europei hanno tempo fino a giugno 2021 per richiedere lo status regolare nel Regno Unito, il cosiddetto EU Settlement Scheme. Mentre quelli di Downing Street affermano di aver semplificato al massimo la procedura anche grazie a una app costata 175 milioni di sterline, qualcosa, però, non sta funzionando. Innanzitutto perché l'applicazione mobile è utilizzabile solo su dispositivi Android più recenti. Mentre più della metà della popolazione utilizza smartphone con sistema operativi diversi. Inoltre le procedure sono complesse. Quindi per molti cittadini europei, che pagano regolarmente le tasse nel Paese, ma non hanno un telefonino Andraoid o dimestichezza con la tecnologia, si concretizza il rischio di finire nel limbo dei senza diritti. Infatti secondo il think-tank British Future un terzo dei 3,5 milioni di europei che vive nel Regno Unito, in particolare anziani e persone con scarse sconoscenze di inglese e informatica, potrebbe non riuscire a compilare la domanda.

È vero che per affrontare questo problema il Ministero dell'Interno ha istituito 27 centri di scansione di documenti. Ma evidentemente non bastano. In tutta la Scozia, ad esempio, ce ne è solo uno a Edimburgo. Il rischio di un nuovo scandalo Windrush si fa più concreto. Con la differenza che, mentre lo scorso anno la precipitosa espulsione per mancanza di documenti validi coinvolse migliaia di immigrati delle ex colonie caraibiche, stavolta a finire sulla lista nera saranno gli europei.

Ius soli, ius sanguinis: una contrapposizione da superare

Da oggi l’Italia ha due nuovi cittadini ma un vecchio, irrisolto problema. I primi sono Rami Shehata e Adam El Hamami. Che pur essendo minorenni hanno, in via eccezionale, appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito una settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Il secondo, cioè l’annoso grattacapo da risolvere, riguarda migliaia di figli di immigrati nati in Italia che, proprio come Rami e Adam, se la sorte non li trasforma in eroi per un giorno, per ottenere la cittadinanza italiana devono aspettare, dimostrando di aver vissuto ininterrottamente nel nostro paese, il compimento della maggiore età. Così prevede la legge vigente in Italia (n.91. del 1992), improntata sul princìpio dello ius sanguinis, che confina in una sorta di limbo giuridico un vero e proprio esercito di nuovi potenziali cittadini.

Per trovare una soluzione a questo problema, nella passata legislatura era stata proposta, ma non approvata, una norma per l’introduzione dello ius soli che ai nati in Italia avrebbe consentito, sub condicione, l’automatica concessione della cittadinanza.

All’epoca, come oggi, l’infuocato dibattito tra i pro e contro lo jus soli fece perdere di vista un dettaglio non da poco. E, cioè, che entrambi i modelli (jus sanguinis e jus soli) pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove.

È per queste ragioni che se diamo uno sguardo oltre i rissosi confini patri, scopriamo che nel mondo occidentale vi è una generale tendenza a sperimentare sistemi misti, che per evitare indebite forme di inclusione ed esclusione, miscelano lo jus sanguinis con lo jus soli. Emblematico il caso della Svezia e della Germania.

La prima applica lo jus soli per i minori stranieri nati sul suo territorio ma di cui non si conoscono i genitori oppure per quelli di genitori apolidi. Gli altri, in base alla discendenza, diventano cittadini se figli di immigrati residenti nel paese da almeno tre anni su semplice richiesta dei genitori o di chi ne fa le veci.

La seconda, che aveva un ordinamento assai vicino al nostro, a seguito della nuova legge varata nel luglio 1999, consente l’acquisizione automatica della cittadinanza ai figli di immigrati nati sul territorio nazionale ma a condizione che almeno uno dei genitori risulti stabilmente residente nel paese da almeno otto anni e sia in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Nella maggior parte dei casi coloro che diventano cittadini tedeschi per nascita mantengono anche la nazionalità straniera dei genitori in base al principio di filiazione. Ma al momento della maggiore età, e comunque non oltre cinque anni dal suo compimento, se optano per la prima perdono quella ereditata dai genitori o viceversa.

Un mix tra i due jus che di recente ha fatto capolino, sia pur di soppiatto, finanche negli Usa. Infatti dal 2000 per risolvere la contraddizione della cittadinanza per i minori stranieri nati all’estero ma adottati da genitori americani il Child Citizenship Act ha deciso che questi bambini vanno considerati a tutti gli effetti come nati sul suolo statunitense. Un escamotage legale che a ben vedere, riconoscendo l’importanza della componente parentale, ammette, in contrasto con la legge del suolo da sempre ritenuta inviolabile, un sia pur parzialmente ricorso a quella del sangue.

Se tutto questo è vero, per risolvere i problemi in casa nostra (anche se per numero di cittadinanze concesse agli immigrati siamo leader in Europa) si potrebbero proporre tre piccole modifiche di buon senso alla legge n.91 del 1992.

La prima concerne l’art.4 comma 2 che, lo ripetiamo, ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamentefino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La seconda ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

La terza riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano (che sulla base dello ius sanguinis possono trasmettere ai figli) solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a quattro come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

Sembra facile ma – come ripeteva Orwell – per vedere quello che abbiamo proprio davanti agli occhi serve uno sforzo continuo.