L’ultimo miracolo della Baviera è sull’immigrazione

Anche se pochi lo sanno la Baviera ha avuto uno straordinario successo nell'integrazione degli immigrati. Infatti il Land più ricco della Germania, feudo indiscusso della Csu, partito storicamente anti-immigrati, può vantare un primato a cui nessuno potrebbe credere: essere riuscito in meno di 4 anni a collocare sul mercato del lavoro 60mila rifugiati. Come molti ricorderanno nel 2015 vennero accolti in Germania oltre 1 milione di profughi, in maggioranza siriani in fuga dal guerra. Da allora il governo di Berlino ha speso più di 20 miliardi per la loro formazione e integrazione. Come prima cosa i richiedenti asilo devono frequentare corsi di lingua tedesca e una volta ottenuta la certificazione B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro. Un percorso obbligato per poter restare in Germania. O in Baviera, regione ricca e ultra conservatrice dove nelle ultime elezioni si è registrata una forte avanzata dell'Afd – Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania – formazione di estrema destra che ha eroso consensi ai centristi della Csu cavalcando l'onda della xenofobia. Ma la realtà è diversa dalla narrazione dei nazionalisti. Non fosse altro perché mentre la politica fa la faccia feroce contro gli immigrati, l’economia li cerca come fosse il pane. Infatti siamo arrivati al punto che le imprese, che in questi anni hanno investito nella formazione di rifugiati e immigrati, fanno pressione sulle autorità per evitare le espulsioni dei tanti a cui non è stato riconosciuto il diritto d'asilo. Con l'argomentazione che avendo loro bisogno di manodopera, espellere coloro che sono stati già qualificati sarebbe oltre che un danno anche una beffa. E così dopo accesi dibattiti, all'inizio di marzo il governo bavarese ha deciso di facilitare la permanenza degli immigrati apprendisti, anche quelli in attesa dell'asilo. La nuova legge, battezzata “3+2”, consente di ottenere un permesso di soggiorno dopo tre anni di apprendistato e due anni di esperienza lavorativa. Eppure il modello bavarese nasconde un lato oscuro. Perché in questo percorso di integrazione esistono rifugiati di serie A, i 60mila siriani che hanno trovato un posto sicuro, e quelli di serie B, per i quali il futuro nessuno sa quale sarà.

Spara su immigrati e cinesi per cambiare l’America

Ad inizio settimana, grazie ad uno scoop giornalistico del Washington Post, si è finalmente capito che il tanto discusso licenziamento di Kristyen Nielsen da capo dell’Homeland Security è dipeso dal suo no all’ordine di Trump di arrestare ed espellere alcune migliaia di nuclei familiari di immigrati irregolari presenti in diverse grandi città del paese. Un piano di espulsione di massa che, pur se al momento accantonato, per il solo fatto di essere stato immaginato conferma che sull’immigrazione l’intenzione dell’attuale inquilino della Casa Bianca è di operare una netta rottura con la politica seguita per decenni negli USA dalle precedenti amministrazioni sia democratiche che repubblicane. Che in passato, ad esempio nei casi più recenti di Bush padre e George figlio da una parte, e Bill Clinton e Barack Obama dall’altra, hanno tutti rispettato, salvo rarissimi casi di emergenza nazionale, la regola made in US che non considera la clandestinità un reato di tipo penale ma solo un’infrazione amministrativa. Ragione per la quale anche se non si sono fatti pregare nel rimandare a casa milioni di stranieri lo hanno fatto perchè: a) colti in flagrante nel tentativo di superare senza permesso i confini (respingiment); b) se arrestati e condannati per crimini o gravi infrazioni (deportazione).

Dunque in base ad una logica assai diversa, meglio opposta a quella di Trump che intende invece colpire la clandestinità in quanto tale. Introducendo per via amministrativa una modifica alla norma attualmente in vigore che solo il Congresso potrebbe ma non intende fare. Una soluzione di continuità tanto più significativa perché a volerla è il leader ormai indiscusso del partito repubblicano che, a differenza di quello democratico, è stato tradizionalmente pro immigrati. Al punto da consentire a Ronald Reagan di dire anni fa che gli immigrati in quanto imprenditori di se stessi non possono non essere che repubblicani.

Come si spiega allora l’attuale cambiamento? Con il semplice fatto che Trump per onorare l’impegno elettorale dell’America First ha come strada obbligata quella di prendere di petto le due questioni che, non a caso, appena sceso in politica aveva indicato come le principali cause del declino economico americano: l’immigrazione ed il commercio con la Cina. Vale la pena infatti ricordare che già nel 2015, aprendo la campagna elettorale che lo avrebbe portato a Washington, si era spinto ad accusare direttamente i democratici, con in testa il suo predecessore Obama, e indirettamente anche l’establishment repubblicano di   remissivo immobilismo per la loro incapacità di frenare l’arrivo di tanti immigrati messicani violentatori e di consentire alla Cina violentare l’economia del paese. Un programma che tanti, oltre a storcere il naso, considerano, chissà se a ragione, bigottamente ideologico e pericolosamente sbagliato.

Sta di fatto però che secondo i dati economici 2017-2018 pubblicati lo scorso 7 maggio dalla Brookings Institution, le 2622 contee che si sono schierate dalla sua parte hanno registrato per la prima volta dopo decenni di declino un significativo risveglio sia nel numero degli occupati che dei nuovi posti di lavoro. Ed un tasso di crescita medio superiore di quelle più ricche ed avanzate che nel 2016 avevano votato per Hillary Clinton. Un segnale su cui molti dovrebbero forse riflettere in vista delle presidenziali del prossimo novembre 2020.

Copia Trump sull’immigrazione e perde le elezioni in Australia

Neanche l’oceano ferma il mare di stupidaggini che si dicono e soprattutto si fanno sull’immigrazione. Ne sa qualcosa Michael Daley, candidato laburista alla poltrona di governatore dello stato australiano del Nuovo Galles del Sud, che a causa di una sua frase contro gli “immigrati che rubano il lavoro agli australiani” ha clamorosamente perso una tornata elettorale che a detta di tutti avrebbe vinto a mani basse.

A bocciare l’infelice uscita anti-stranieri dell’astro nascente della sinistra australiana, sono stati in particolare gli elettori di origine cinese. Che nelle urne, come segnala un raffinato editoriale di Erin Cook sul quotidiano americano OZY, sia pur turandosi il naso, hanno scelto di punire il loro tradizionale partito di riferimento (Labour) a favore dei liberali.

È vero che in campagna elettorale gli incidenti di percorso possono capitare davvero a tutti. Ma se riflettiamo, anche solo per un istante, sul dove e come Michael Daley è scivolato, non è esagerato sostenere che se l’è proprio cercata. Almeno per due ragioni.

La prima: parlare di immigrati che rubano il lavoro in un paese con la storia che ha l’Australia è come bestemmiare in Chiesa. Fatta eccezione per gli aborigini, oggi ridotti al lumicino, la stragrande maggioranza dei 25 milioni di abitanti di questo splendido paese, bagnato dagli Oceani Indiano e Pacifico è o ha origini immigrate. La comunità cinese, ad esempio, cioè quella che ha rifilato a Mr Daley il più pesante ceffone elettorale, sono più di 1,2 milioni (contro i 600 mila del 2006), pari al 5,4% della popolazione australiana. Ma c’è di più. Perché se dall’analisi del quadro nazionale passiamo a quella locale, ovvero allo stato del Nuovo Galles del Sud in cui si sono tenute le elezioni, l’autogol del leader laburista è ancora più evidente. Ciò in ragione del fatto che questa regione, situata nella parte sud-orientale dell’Australia ospita una megalopoli multietnica come Sydney. Che, oltre a essere la più popolosa del paese, grazie alla sua capacità politica ed economica di attrarre i migliori talenti stranieri internazionali è nella top list delle cosiddette città globali.

La seconda: scimmiottare da sinistra il peggio dei programmi elettorali di destra degli avversari è per definizione suicida. Tra la copia e l’originale, è noto, vince sempre quest’ultima.

Morale della favola. Michael Daley è, forse, politicamente morto. Oppure avrà nel futuro prossimo venturo la sua rivincita. Di certo ha dimostrato un enorme pigrizia. Bastava ripassare, sia pur a grandi linea, la storia migratoria del suo paese per risparmiarsi una così magra figura.

La colpa dei clandestini non è il crimine ma il dumping sociale

Negli Usa esiste una correlazione tra immigrazione clandestina e criminalità? La risposta, all'opposto di quanto molti credono, è "no". A certificarlo è uno studio elaborato da The Marshall Project, una organizzazione americana di giornalismo online che si occupa di questioni giudiziarie, che ha incrociato i dati del governo e di vari istituti di ricerca indipendenti. Quindi una ricerca dall'assoluto rigore scientifico. Premesso che, come reso noto dal Federal Bureau of Investigation, meglio noto come FBI, negli ultimi dieci anni in tutti gli Stati Uniti si è registrato un calo generalizzato dei crimini, nelle aree del Paese dove maggiore è la presenza di immigrati illegali, la diminuzione dei reati è stata addirittura maggiore che altrove. A smontare il teorema secondo cui all'aumento degli immigrati illegali corrisponde in automatico un incremento della violenza, basta comparare i dati forniti dal Census Bureau e dal Dipartimento della Giustizia. Dal 1980 al 2016 il numero di clandestini è cresciuto costantemente (nel 2006 si è toccato il record storico di 12,5 milioni), mentre è calato il tasso nazionale di criminalità. Tanto che oggi è ben al di sotto di quello che era 40 anni fa. La spiegazione più logica è che chi emigra negli Stati Uniti senza documenti lo fa per rifarsi una vita. E come è noto il sogno americano è il lavoro non la galera. Inoltre i clandestini evitano i reati perché le dure leggi americane sull'immigrazione prevedono che chi è arrestato viene deportato. Al netto dei reati l'unico vero problema provocato dall'immigrazione clandestina è quello del dumping sociale che determina una diminuzione dei salari dei lavoratori americani.

De Michelis capì ma non fu ascoltato sull’immigrazione

Nel marzo 1991 Gianni De Michelis, che lo scorso fine settimana ci ha lasciati dopo una lunga malattia, in qualità di ministro degli esteri inaugurò a Roma la Prima Conferenza OCSE sulle Migrazioni Interrnazionali affermando: “credo che dobbiamo mettere nelle agende dei prossimi vertici mondiali in cui si parlerà su come governare la transizione del nostro pianeta tutti gli aspetti [perché] mi parrebbe come minimo miope e limitato doverci occupare dei temi dell’ambiente inteso come natura e non occuparci di quella parte dell’ecologia che è l’ecologia umana”.

Un’indicazione di straordinaria, doppia lungimirante saggezza. Perché, con un anticipo a dir poco siderale, segnalava alla governance mondiale la priorità di due questioni come l’ambiente e l’immigrazione al tempo ancora considerate di “secondo livello” rispetto a quelle classiche dello sviluppo economico e degli equilibri diplomatico-militari. Ma soprattutto in ragione del fatto che proprio l’Italia, rompendo con la dominante retorica nazionale di ex terra di emigranti, aveva il coraggio di indicare la natura globale, e perciò geo-politica, della nuova immigrazione. Il cui governo, così come si era fatto per il commercio istituendo il Gatt, andava sottratto alle competenze dei singoli governi nazionali e demandato ad un’autorità sovranazionale. Tesi sulla quale oggi, almeno sulla carta, in molti concordano ma che allora rappresentava per le cancellerie del mondo industrializzato quasi un’eresia. Al punto che in un Consiglio degli Affari Generali presieduto a Bruxelles da Jaques Delors, se la memoria non tradisce chi scrive alla fine del 1990, De Michelis fu subissato di critiche negative dai suoi colleghi stranieri semplicemente per aver proposto di affidare alla Commissione Europea uno studio sulle caratteristiche comuni dell’immigrazione nei paesi del Vecchio Continente. Che finì nel nulla nonostante l’accorata arringa con cui il nostro ministro cercò di spiegare la contraddittorietà di una politica comunitaria che si apprestava a firmare a Maastricht il suo trattato fondativo ma considerava l’immigrazione di stretta ed esclusiva pertinenza delle singole amministrazioni nazionali.

Una posizione che De Michelis, anche se sconfitto nelle stanze di palazzo Berlaymont, riuscì invece a fare passare in Italia conducendola, contro mille, recalcitranti resistenze interne ed esterne al governo ad aderire a Schengen. Spiegando ai suoi detrattori che l’Italia difficilmente avrebbe potuto avere ascolto nel suo impegno a favore dei diritti degli immigrati se non avesse avuto il coraggio di cooperare con gli altri stati nell’applicazione di una seria e severa politica di controllo delle frontiere comuni. Un tema, che a quasi trent’anni di distanza, rischia di determinare le sorti dell’Unione alle elezioni europee del prossimo 26 maggio.

La sinistra ideologica si suicida sull’immigrazione

In politica l’ideologia fa più male alla sinistra che alla destra. Soprattutto quando c’è di mezzo l’immigrazione. Perché, come chiarisce l’aforisma del vecchio filosofo americano Ralph Waldo Emerson, “c’è sempre una certa meschinità negli argomenti del conservatorismo, unita ad una certa superiorità nei suoi fatti”.

Basta osservare quando sta accadendo al riguardo in America. Dove Trump la usa come un drappo rosso che divide e disorienta gli oppositori democratici. Che, forse perché ancora storditi per l’imprevista, dolorosa sconfitta della Clinton nelle elezioni presidenziali del 2016 pensano bene di opporsi alla radicalità delle sue provocazioni radicalizzandosi ogni giorno di più. E anziché provare a riprendere il bandolo della matassa per recuperare la fiducia del mondo del lavoro che proprio sulla questione degli immigrati li ha traditi nei grandi stati operai della Pennsyvania, dell’Ohio e del Michigan, si limitano, all’esterno, a fare propaganda denunciando il suo giro di vite anti clandestini come disumanamente bigotto. Ed all’interno a litigare tra loro scavalcandosi l’un l’altro a sinistra. Tanto da costringere un prudente e certamente a loro non ostile quotidiano quale è il Washington Post ad ammettere che “oggi i democratici propongono politiche di accoglienza degli immigrati irregolari che non hanno nulla a che vedere con quelle di Obama e, per certi versi, neppure con quelle della Clinton”. Al punto che il deputato dell’Ohio Tim Ryan, uno dei candidati in lizza per la nomination democratica alle elezioni presidenziali del 2020, è stato subissato dalle feroci critiche dei suoi compagni di partito solo per aver avuto l’ardire di sostenere che per battere Trump è necessario non criminalizzare gli operai bianchi del midwest per la loro domanda di sicurezza alle frontiere.

La verità è che molti esponenti del partito dell’asinello, cedendo al veleno dell’ideologia, sono infatti convinti che prendere in considerazione ciò che la base chiede sull’immigrazione - ragionevole contrasto della clandestinità ed un efficace controllo degli ingressi di confine - significherebbe tradire i valori democratici e cedere alla politica reazionaria e conservatrice di Trump. Non accorgendosi che così facendo rischiano di replicare, in peggio, il più devastante degli autogol politici della Clinton. Che in un comizio tenuto negli ultimi giorni della sua sfortunata campagna presidenziale, per guadagnare il voto degli elettori più giovani e delle minoranze etniche, arrivò a promettere: “se mi eleggete sull’immigrazione sarò meno severa ed aggressiva di Obama” . Con i risultati che tutti conosciamo.

Lasciano gli USA per evitare il rimpatrio

Sorprendente effetto Trump sui rimpatri volontari. Con questo titolo il quotidiano americano Politico sintetizza alla perfezione quello che sta avvenendo negli USA sul fronte della lotta all'immigrazione clandestina. Infatti secondo un report di The Marshall Project (organizzazione no-profit di giornalismo online che si occupa di questioni carcerarie), elaborato su dati del Dipartimento della Giustizia, le partenze volontarie degli immigrati senza documenti sono aumentate vertiginosamente da quando alla Casa Bianca è arrivato il tycoon newyorkese. La lotta senza quartiere all'immigrazione attuata dall'amministrazione trumpiana starebbe, perciò, dando i suoi frutti. Anche se, come sottolinea lo studio appena pubblicato, “non è tutto oro ciò che luccica”. Per capire come stanno le cose cominciamo dai dati. Nel 2018 i 30mila stranieri che hanno fatto domanda ai giudici federali per il rimpatrio volontario rappresentano il numero più alto degli ultimi sette anni. Un aumento tanto più significativo (+50% rispetto al 2017) se rapportato a quello ( + 17%) dell’immigrazione ufficiale, che testimonia come il giro di vite deciso dalla Casa Bianca stia avendo effetto. Sono sempre di più, infatti, i clandestini che stanno prendendo in considerazione l'idea di lasciare gli Stati Uniti, per scongiurare il pericolo di essere fermati e imprigionati o tentare di intraprendere una lunga battaglia legale con poche speranze di successo. L'aumento delle richieste di rimpatri volontari potrebbe, dunque, essere visto come una vittoria per l'amministrazione Trump, che si è prefissata l'obiettivo di espellere dal Paese tutti i clandestini. Ma questo exploit di partenze potrebbe però avere anche un’altra e meno amara spiegazione. Perché come sottolinea The Marshall Project, le partenze volontarie rendono più facile il rientro legale negli USA. Secondo la legge sull'immigrazione statunitense la partenza volontaria è considerata una specie di privilegio che consente, all'opposto di coloro che vengono rimpatriati dalle autorità federali, di non dover attendere anni prima di poter richiedere il visto e tornare negli Stati Uniti. Oltre a non rischiare di finire in cella se fermato e trovato senza documenti.

Giudici USA non trattano Trump come Salvini

Trump segna un nuovo punto a suo favore sull’immigrazione. Ieri, infatti, dopo che lunedì era riuscito con la nomina di Mark Morgan a capo dell’Immigration Customs Service a chiudere la difficile crisi in seno agli apparati di sicurezza seguita al licenziamento del direttore dell’Homeland Security Kirstjen Nielsen, ha ricevuto dalla Corte di Appello di San Francisco disco verde al suo Migration Protection Protocol. Il discusso programma che, rompendo con le procedure per anni in vigore, vieta ai richiedenti asilo centro americani di entrare e permanere sul suolo americano ma di attendere la conclusione del procedimento giudiziario relativo all’accoglibilità o meno delle loro richieste soggiornando in Messico.

Una sentenza che anche se difficilmente metterà fine al contenzioso legale, visto i numerosi contro ricorsi già annunciati dalle organizzazioni umanitarie, rappresenta comunque una vittoria per gli uomini del Presidente. E un colpo per l’opposizione che sperava di trovare nella magistratura una sponda nella sua battaglia contro quella che, senza mezzi termini, viene definita “una inutile, gratuita perfidia contro i diritti dei rifugiati”.

La verità è che, al di là dell’aspetto politico, la decisione dei magistrati del Ninth Circuit è importante perché stabilisce che Remain in Mexico, come con maligna ironia l’ha definito un “cinguettio” di Trump è, in base ai poteri che l’ordinamento statunitense delega sull’immigrazione al Presidente, un programma costituzionalmente legittimo. Con la non piccola conseguenza che la strategia anti- clandestini messa in atto dal magnate newyorkese può essere criticata e combattuta non perché viola le norme di diritto ma, se mai, perché poco efficace e non in grado di raggiungere gli obbiettivi previsti ed annunciati. Lo scontro, insomma, si sposta dal metodo al merito, dalle parole ai fatti. Che peseranno non poco sulle scelte di voto degli americani nelle presidenziali del novembre 2020.

La Germania attua una nuova politica per i profughi

Sui rifugiati la Germania volta pagina. Dopo la crisi del 2015 quando più di un milione di profughi, in maggioranza siriani, trovarono asilo in terra tedesca, il governo di Berlino ha deciso di cambiare strategia. Infatti accogliendo l'appello dell'Unhcr (l'Agenzia Onu per i rifugiati) e della Commissione europea ha dato il via a un ambizioso programma di reinsediamento che, come scrive il sito dell'emittente pubblica tedesca Dw: è una vera e propria rivoluzione delle politiche finora adottate sull'accoglienza e gestione dei rifugiati. Il reinsediamento, va specificato, è un canale di immigrazione sicuro e regolamentato. Da un lato, infatti, può ridurre il traffico illegale delle persone in fuga; dall'altro, consente agli Stati disposti a ospitare i profughi di decidere quanti accoglierne e stabilirne i requisiti per l'accesso legale. E così dopo l’ondata incontrollata del 2015, che ha messo in serissima difficoltà politica la cancelliera Merkel, Berlino ha deciso di cambiare registro. Passando dai 1.600 reinsediamenti del 2017 agli oltre 10.200 nel 2018. La stessa cifra dovrebbe essere confermata anche per l’anno in corso. Un'inversione a U se si pensa che tra il 2012 e il 2014 nell'ambito dei programmi dell'Unhcr la Germania aveva accolto solo 300 persone. L'attuale piano di reinsediamento è, però, legato a tre condizioni: le persone devono essere considerate incapaci di tornare nel loro Paese d'origine e di costruire un futuro nel luogo in cui sono fuggite. Inoltre, devono dimostrare di essere “particolarmente vulnerabili”, ovvero che non sono in grado di venire in Europa da soli. Una volta giunti in Germania ai rifugiati non viene concesso l'asilo, ma un permesso di residenza e lavoro di 1 o 3 anni, rinnovabile. Su questo ultimo punto è insorta la Caritas nazionale che ha accusato il governo di usare un escamotage per negare ai profughi che hanno ottenuto il reinsediamento il diritto di chiedere asilo.

Prima Dreamers, poi Daca e infine (forse) clandestini

Mentre a Washington si dibatte sul destino del Daca, il programma di protezione dei giovani immigranti irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini, uno studio evidenzia come, al riguardo, la situazione per il paese a stelle e strisce stia diventando con il passare del tempo sempre più complessa. Infatti grazie al Migration Policy Institute, che ha analizzato i dati del Census Bureau, si è scoperto che ogni anno circa 100mila studenti stranieri “undocumented” si diplomano nei licei americani. Il centro studi washingtoniano stima che siano in totale 98.000, in netto aumento rispetto ai 65mila del 2003. Una attenta analisi documentaria ha consentito ai ricercatori di accertare che la maggior parte di questi Dreamers è concentrata in pochi Stati: più di un quarto in California e un altro 17% in Texas. Due zone di confine dove è più massiccia la presenza di giovani stranieri senza permesso di soggiorno. Poiché la maggior parte di questi diplomati probabilmente non ha la protezioni a suo tempo assicurata da Obama ai Daca, e quindi sono da considerarsi clandestini a tutti gli effetti, diventano dirimenti le politiche locali in materia di istruzione. Ad esempio, 20 Stati consentono agli studenti stranieri senza documenti di frequentare le scuole pubbliche. Altri invece, come Arizona e Georgia, vietano loro categoricamente il diritto all'istruzione pubblica. Nonostante che la Corte Suprema con una sentenza del 1982 abbia stabilito che gli Stati non possono negare un'educazione pubblica gratuita ai bambini in base al loro status giuridico. Oggi il braccio di ferro tra Casa Bianca e tribunali federali ha fatto finire il Daca nel Limbo, e ha gettato i Dreamers nell'incertezza. Scoraggiando molti di loro a iscriversi all'università. Il rischio è che possano finire nel mare magnum dell’economia sommersa e ingrossare le fila del lavoro nero. L’ultima parola spetta ora alla Corte Suprema che entro il prossimo anno dovrebbe pronunciarsi in via definita sulla legittimità del Daca.