Anche il Giappone si divide sull’immigrazione

Che siano troppi o troppo pochi, gli immigrati non smettono di far discutere. Ieri è toccato al Giappone. Dove, a differenza dell’Europa, nonostante il bassissimo tasso di natalità, gli stranieri sono, per scelta politica, merce rara e selezionatissima. Solo l’1,6% dei 127 milioni giapponesi ha origini immigrate. Numeri da sogno per molti partiti. Ma da incubo per gli imprenditori del Sol Levante affamati di manodopera a basso costo.

Ed è proprio per sanare questo mismatch sull’immigrazione tra gli interessi della politica (porte chiuse) e quelli dell’economia (porte aperte) che ieri il Primo Ministro Shinzo Abe ha fatto sapere di essere favorevole ad un nuovo corso. Che consenta non solo di aumentare le quote di ingresso annuali previste per gli immigrati. Ma, e qui la questione sarebbe per il Giappone una mezza rivoluzione, di agevolare i ricongiungimenti familiari (oggi rarissimi se non inesistenti) introducendo la possibilità per i lavoratori stranieri, attualmente obbligati a lasciare il paese alla scadenza del permesso di lavoro, di trasformare il loro titolo di soggiorno da temporaneo in permanente.

Inutile dire che l’annuncio del Premier giapponese, nonostante la prudenza con cui ha accuratamente evitato persino di usare il termine immigrazione, ha scatenato un putiferio sui media e suscitato le critiche di mezzo Parlamento. Molti membri del quale non se la sentono di esprimere, entro la prossima primavera, i loro sì o no alla modifica delle norme attualmente in vigore.

Per il governo, dunque, la strada si presenta in salita. Va ricordato, infatti che esso deve fare i conti, tra molti altri e non piccoli problemi, con il fatto che per il Giappone l’omogeneità etnica ed rispetto religioso di millenarie tradizioni sono parte costitutiva della sua identità culturale. Che non a caso, pur di fronte ad una serissima crisi demografica ed all’invecchiamento record della sua popolazione (gli over 65 sono il 30%), ha imposto di tenere ermeticamente chiuse le frontiere agli stranieri. Compresi i rifugiati. Visto che su 10 mila domande di asilo presentate nel 2016 ne sono state accolte solo 28.

Qualunque siano le sorti del “pacchetto Abe”, il Giappone si conferma un formidabile caso di scuola per gli studiosi dei fenomeni migratori internazionali. Che dovrebbero spiegare perché l'esperienza giapponese smentisce, almeno fino a oggi, la tesi, condivisa dai più, che vede nella demografia e nell'economia determinanti causali dell'immigrazione.  Forse perché in questa materia 2+2 non fa sempre 4.

Sulle elezioni USA gli occhi dei populisti europei

Con il voto di oggi gli americani decideranno molto ma non tutto del futuro politico del loro paese.

Molto in ragione del fatto che se i democratici dovessero riuscire a riprendersi anche solo la Camera dei Deputati, non c’è dubbio che per Trump sarebbero problemi seri fare i conti con un’opposizione parlamentare che non gliene farebbe passare una. E che ricambiando con gli interessi il clima di feroce partigianeria con cui Donald ha avvelenato la politica nazionale, non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione di azzopparlo. Bloccando sul nascere qualunque sua iniziativa legislativa. Costringendolo, così come i repubblicani fecero con Obama negli ultimi due anni del suo mandato presidenziale, a governare tramite executive order. Provvedimenti che, però, hanno la debolezza normativa di essere decreti ma non leggi. E in quanto tali suscettibili di revoca o modifica nel caso arrivasse nel 2020 un nuovo inquilino alla Casa Bianca. Cosa che per altro Trump, fin dalla sua nomina, ha fatto senza problemi con quelli del suo predecessore.

Inoltre i democratici avendo la Camera in pugno è certo che darebbero via libera, come hanno giurato di fare, alle procedure per l’impeachment di Donald. Non è affatto detto, però, che sarà questo il verdetto delle urne. Trump, infatti, ha due formidabili atout dalla sua. L’economia che va non a gonfie ma a gonfissime vele. E la preoccupazione dell’opinione pubblica statunitense per l’avvicinamento ai confini del paese di una singolare carovana di migliaia di famiglie honduregne. Intenzionate, costi quello che costi, a entrare dal Messico negli Usa alla ricerca di migliori condizioni di vita. Una novità che ha consentito a Trump di rianimare una campagna elettorale a lungo sotto tono risfoderando la paura dell’immigrazione. Dimostratasi una potentissima arma di mobilitazione della base repubblicana.

Ma qui finisce il tanto. Perché il tutto, al momento, non è nelle disponibilità decisionali dell’elettorato. Per la semplice ragione che nella vita politica americana, qualunque sia l’esito del voto di domani, restano da affrontare due fondamentali questioni.

La prima è il trumpismo. Un’ideologia nata prima che sorgesse l’astro del magnate newyorkese per opera degli estremisti repubblicani del Tea Party. E che per questo è sicuro non saranno i risultati di queste elezioni a spedire nel dimenticatoio della storia.

La seconda, invece, riguarda la crisi politica in cui versa il partito democratico. Da troppo tempo privo di un convincente programma e di una credibile leadership. Un’organizzazione che sa essere solo contro ma mai per. Una condizione che rende ad essa praticamente impossibile, chissà per quanti anni, puntare a riguadagnare il consenso della maggioranza degli americani.

Sui rifugiati l’Onu cambia strategia

È guidata da un italiano la silenziosa ma clamorosa rivoluzione del sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Filippo Grandi, Alto Commissario UNHCR, ha infatti rotto gli indugi mercoledì 31 ottobre proponendo un patto internazionale sugli sfollati (che l’Assemblea ONU sarà chiamata a votare il prossimo dicembre). Motivandolo con argomenti da cui chi l’aveva preceduto nello stesso difficile incarico si era accuratamente tenuto alla larga.

Il primo: riconoscere che il modello assistenzialista della Convenzione di Ginevra del 1951, che ancora oggi detta tempi e modi della gestione dei rifugiati, ha fatto il suo tempo. Perché mentre a livello globale aumentano a dismisura quelli che lasciano casa per ragioni umanitarie (68,5 milioni nel 2017), diminuiscono drasticamente i fondi che i governi sono disposti a sborsare per accoglierli e mantenerli. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo che ospitano l’85% dei rifugiati nel mondo. Quello del livello delle risorse, però, non è l'unico problema. Visto che anche quando i fondi ci sono finiscono dispersi e sprecati. A causa, soprattutto, di una catena di comando che per la sua burocrazia è utile più ai soccorritori che ai soccorsi. Prendiamo, ad esempio, il caso di USAID. Il maggiore donatore al mondo di beni alimentari per il World Food Pro­gramme. Tra il 2011 e il 2014, per trasportare le proprie derrate alimentari ha speso una media annua di 70 milioni di dollari. Cifra altissima dovuta al fatto che il gigante americano del volontariato affida, per interessi nazionali, le proprie consegne solo a cargo statunitensi. Uno spreco che potrebbe essere azzerato investendo su nuovi strumenti d’aiuto ai rifugiati. Come ad esempio utilizzare un semplice ed economico smartphone per accreditare con click la cifra equivalente al valore dei beni che oggi arrivano loro dopo mille, costose lungaggini.

Il secondo: riorganizzare il sistema degli interventi basandolo su un cambio di prospettiva della figura del rifugiato. Abbandonando lo stereotipo che lo vuole un mantenuto assistito per trasformarlo in un agente dello sviluppo. Come lavoratore-consumatore del paese che lo ospita. Di qui l’appello di Filippo Grandi a istituzionalizzare il coinvolgimento del settore privato nel sistema di gestione dei rifugiati nel mondo. Niente donazioni, né altre forme di filantropia. Alle imprese si chiede di fare quello per cui sono nate: business. Anche con i rifugiati. Investendo sulla loro formazione e professionalizzazione. Per sfruttarne, con l’ausilio delle nuove tecnologie della comunicazione, know-how, attitudine e competenze specifiche, secondo le leggi, non dello stato ma del mercato. D’altronde se è vero, come confermano i dati ONU, che la stragrande maggioranza dei nuovi arrivati, rifiuta di tornare a casa anche quando la crisi nel loro paese si è conclusa, non è, forse, più vantaggioso, per noi e per loro, impiegarli anziché assisterli vita natural durante?

Ai più scettici segnaliamo che la proposta avanzata dall’Alto Commissario UNHCR è basata su una lunga serie di buone pratiche registrate nei campi profughi di Africa e Medio Oriente fino ad arrivare in Europa. Dove, ad esempio, Manpower, big delle agenzie interinali globali, in collaborazione con i centri per l’impiego tedeschi ha trovato occupazione (non lavori socialmente utili) a oltre 2.500 rifugiati.

La rotta balcanica quest’anno è bosniaca

Si riapre la rotta balcanica. Unica novità è che a essere interessato questa volta è un Paese come la Bosnia, fragile e scosso da tensioni etnico-religiose mai sopite. Da mesi, migliaia di persone cercano di sfondare i suoi confini per entrare in Croazia. Di lì nell’Ue, per poi proseguire verso ovest. Le città bosniache di Velika Kladusa e Bihac, dove si stanno concentrando gli arrivi, distano poco meno di 200 chilometri in linea d’aria da Trieste. Che è diventata per molti un vero e proprio miraggio. Per la semplice ragione che rappresenta il punto di snodo per proseguire il viaggio verso Francia, Germania, Spagna, Scandinavia e altre città italiane. Secondo i dati forniti dall’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) dall’inizio del 2018 gli immigranti che hanno scelto la Bosnia come luogo di passaggio per arrivare in Italia sono stati più di 13.000. Meno dei 20mila stimati dalle autorità locali.
In Bosnia si comincia a parlare di emergenza. Con l'inverno il Paese balcanico rischia, infatti, di dover fronteggiare una pesante crisi umanitaria. I disperati che come fantasmi si aggirano nei campi di fortuna allestiti nelle periferie delle città difficilmente potrebbero sopravvivere ai rigori del gelo balcanico. Di qui l’allarme delle organizzazioni umanitarie che, oltre alla drammatica situazione dei rifugiati, denunciano gravi ritardi organizzativi e la diffusa corruzione delle autorità locali. Per cui c’è da dubitare che gli 8,2 milioni di euro dell’Unione europea per gli interventi umanitari bastino per  migliorare le cose.

Sullo jus soli non ha poi tutti i torti

Non c’è dubbio che la ruvidezza con cui Donald Trump affronta le questioni indispettisca. Ma gli va riconosciuta la forza che serve per prendere di petto i tabù. Come testimonia il putiferio scatenato in America dalla sua uscita contro il cosiddetto jus soli. In base al quale chiunque nasce sul suolo americano diventa, a prescindere da qualsiasi altra condizione, cittadino made in US. Un diritto riconosciuto e ratificato dal Congresso nel 1868 e in quanto tale inserito come Emendament 14th della Costituzione americana. E successivamente confermato dalla Corte Suprema con una sentenza rimasta storica nel 1898. Quello della cittadinanza legata al luogo di nascita e non alla discendenza familiare (jus sanguinis) è un principio che, storicamente, gli Stati Uniti hanno ereditato dall’Inghilterra loro antica madre patria. Dove era stato sancito come legge della Corona in base alla Common Law nel lontano 1666.

Lo jus soli per un paese vasto quanto un continente ma con poche braccia ha per decenni rappresentato l’arma simbolicamente forse più convincente per attrarre a sé i popoli di mezzo mondo. Al punto di elevarlo ad emblema della sua unicità nazionale. Ma con il tempo la situazione è lentamente ma inesorabilmente cambiata. In primo luogo perché le nuove forme di comunicazione e la velocità dei trasporti espongono lo jus soli a stelle e strisce ad essere impropriamente utilizzato dal cosiddetto turismo delle nascite. Che rischia di colpire al cuore il valore simbolico che l’America ancora attribuisce alla cittadinanza e di trasformarlo da bene pubblico in un puro e semplice benefit privato. Ma anche perché nel mondo contemporaneo va maturando una nuova e più attenta sensibilità sull’importanza e la delicatezza che le questioni politiche, culturali e religiose connesse al tema della cittadinanza hanno per la comune convivenza. In ragioni delle quali The Birthright Lottery, la lotteria del diritto di nascita, come l’ha definita nel suo libro Ajelet Chachar, è più un ingombrante fardello del passato che un viatico per il futuro. Un problema che Trump, visto che è escluso che ne sia venuto a conoscenza leggendo, ha pensato bene di sollevare semplicemente fiutando l’aria dello scontro politico.

Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.

Per non decidere litigano sulla Convenzione di Dublino

In Italia ipnotizzati dagli sbarchi non ci siamo accorti di una clamorosa novità. Rappresentata dal fatto che lo scorso anno, per la prima volta, gli arrivi nelle nostre coste (119 mila) sono stati inferiori alle richieste di asilo (130 mila). Numeri che ai non addetti ai lavori possono sembrare oscuri. E che, invece, nascondono una storia da raccontare.

La Convenzione di Dublino (che obbliga a chiedere asilo nello Stato primo approdo) dal 1990 al 2011 è stata violata, con un un non dichiarato ma nei fatti tacito accordo, da tutti i paesi UE. Sulla base di un do ut des tra quelli del Sud e del Nord. I primi si facevano carico della prima assistenza dei nuovi arrivati per poi lasciarli transitare verso i secondi bisognosi di manodopera straniera.

Tutto questo ha funzionato fino quando il numero dei richiedenti asilo che arrivavano nell’Europa Mediterranea era basso. Ma dal 2011 lo scenario è cambiato radicalmente. La Primavera Araba e la guerra in Siria hanno costretto il Vecchio Continente a fare i conti con una crescente pressione migratoria senza precedenti. Di fronte alla quale i 28 Stati UE si sono spaccati, prendendo posizione opposte su Dublino che, invece, per lungo tempo, li aveva messi d’accordo. Così quelli del Nord hanno cominciato a chiederne il rigoroso rispetto. Arrivando persino a ripristinare i controlli alle frontiere e rimpatriando a Roma e Atene i richiedenti asilo che erano riusciti ad attraversare le Alpi. Mentre quelli del Sud hanno denunciato, per ripartire il peso dell’accoglienza, la necessità di una riforma degli accordi presi nella capitale irlandese.

A provare una mediazione è stata la Commissione UE. Che nel 2015 ha pensato bene di proporre la cosiddetta relocation (redistribuzione). Termine dietro il quale si chiedeva un nuovo patto tra gli Stati del Sud e quelli del Nord. Dai primi si pretendeva di rispettare seriamente la Convenzione di Dublino, in particolare fotosegnalando attraverso appositi centri di identificazione (hotspot) i richiedenti asilo che arrivano. Mentre dai secondi di farsi carico, tramite un’equa redistribuzione, di una parte dei rifugiati registrati ad Atene e Roma.

Sappiamo tutti com’è andata. Un flop. Causato non solo dagli egoismi nazionali, specie del gruppo di Vesegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia). Ma soprattutto dal fatto che la relocation viola le regole del buon senso. Perché chi emigra vuole ricostruire la propria vita dove pensa di poterci riuscire meglio. E per questo più che Varsavia o Bucarest, sogna Berlino.

Se le cose stanno così, continuare a tirare la Convezione di Dublino per la giacchetta, è né più né meno che una foglia di fico. Che prova a nascondere la verità che nessun paese UE vuole ammettere: se l’Europa non vuole morire di immigrazione, deve avere hic et nunc una politica migratoria comune. Le sfide che arrivano soprattutto dall’Africa sono troppo grandi per essere risolte dai singoli governi. Che siano di destra, sinistra, xenofobi, sovranisti o globalisti poco importa. Il risultato non cambia.

Trump tuona ma la carovana sembra fargli comodo

La carovana di migranti in marcia dall’Honduras verso gli Stati Uniti domenica scorsa ha varcato i confini del Messico. In cammino da quasi due settimane, sono più di 7.00 quelli che stazionano nel centro della città di Huixtla (Chiapas). Per Loro c’è ancora molta strada da fare: 1.800 chilometri. Ma nonostante le non poche difficoltà e gli ukase di Trump, questi disperati non sembrano intenzionati a fermarsi né tanto meno a tornare indietro.

Vale forse la pena ricordare che tutto ha avuto inizio il 12 ottobre scorso dal raduno di un gruppo di honduregni alla fermata dei bus di San Pedro Sula (tristemente nota per essere una delle città più violente del mondo). L’intenzione del momento era di provare a varcare i confini della California. Ed è allora però che è successo qualcosa di inaspettato. Perché grazie al tam-tam sui social media la marea di questi disperati si è ingrossata col passare dei giorni. E chilometro dopo chilometro da centinaia sono diventati migliaia. Uomini, donne e bambini che dall’Honduras, Guatemala e El Salvador hanno deciso di unirsi alla carovana della speranza. La più grande di sempre. Al New York Times, che come i grandi media americani segue la marcia in tempo reale, tutti raccontano la stessa storia: privazioni e disperazione. Forti della speranza di poter avere un futuro migliore al Norte. Dove molti loro hanno già un familiare residente. Per questo il loro obiettivo è il confine.

Questo vero e proprio esercito in avvicinamento non poteva non far scattare negli Usa feroci polemiche politiche e finire involontariamente al centro della campagna elettorale per le elezioni di Midterm del prossimo 6 novembre. Ad aprire il fuoco di sbarramento, neanche a dirlo, è stato proprio Trump. Che prima ha minacciato ritorsioni contro i governi del Centromerica accusati di intollerabile lassismo. E poi, fiutando l’aria, ha cambiato spalla al proprio fucile, scagliandosi contro i democratici e la sinistra liberal che, a suo parere, avrebbero sponsorizzato la carovana. Con l'aggravante che, secondo Donald, al suo interno si sarebbero addirittura infiltrati terroristi islamici. Poiché nelle elezioni che lo hanno portato alla Casa Bianca l’immigrazione era stata la vera arma vincente, ha pensato bene di tornare ad utilizzarla. Soprattutto nel timore che le prossime elezioni possano riservargli una brutta sorpresa. A questo punto però, se non temessimo di passare per inguaribili dietrologi, verrebbe da pensare, nonostante le apparenza dicano il contrario, che dietro la carovana ci sia un’abile “manina”.

I primi populisti non chiedevano il reddito di inserimento

Populista è un termine complesso, dai molteplici significati, espressione di lunghe vicende storiche che iniziano nella seconda metà del XIX secolo. È infatti la traduzione della parola russa narodničestvo. Che, a sua volta, deriva da narod, ovverossia 'popolo'. Usato in Russia per la prima volta intorno al 1870, entrò a pieno titolo nel linguaggio politico comune intorno al 1875 grazie al movimento rivoluzionario dei narodnik, ovverossia 'populisti'.

Ciò che bisogna ricordare, e che spiega molto se non tutto del perché nacque il populismo russo, è che esso era convinto che la strada della redenzione del paese era possibile unicamente sulla base delle sue specificità. In ragione del fatto che solo la Russia poteva “indicare al mondo sviluppato, per quanto materialmente più opulento, la via della soluzione democratica e popolare della questione sociale: ex Oriente Lux[1].

Qui il contrasto con la realtà economico-industriale europea e con il panorama sociale proletarizzato su cui invece i socialisti ed i marxisti del Vecchio Continente puntavano le loro speranze. Ecco la ragione fondamentale del perché tra i populisti (anche se rivoluzionari) e la sinistra occidentale non sia mai più corso buon sangue. Insomma, all’opposto della lettura che ne davano i “socialisti non populisti”, per i narodnik l’arretratezza dell’economia e dei rapporti di produzione non erano un male né rappresentavano un ostacolo nella lotta per l’emancipazione sociale delle masse. Quella che vista con gli occhi dell’Occidente risultava essere pura e semplice arretratezza (da combattere) ai loro non era assolutamente tale. In quanto consentiva (su questo i narodnik erano in piena sintonia con l'orgoglio 'grande-slavo' o addirittura panslavista dei reazionari 'slavofili') di “saltare” le forche caudine ed i danni sociali dello sviluppo capitalistico. Che “la sinistra europea” riteneva essere una tappa dolorosa ma ineludibile.

Per i narodniki, di conseguenza, il terreno più favorevole della lotta verso “il sole dell’avvenire”, non erano le città dei grandi agglomerati operai, ma le campagne ed i contadini che vi lavoravano. “Non l'industria anonima e spersonalizzante, ma il mondo patriarcale e fortemente coeso della produzione rurale associata. Il soggetto rivoluzionario per eccellenza era di conseguenza costituito dai contadini, che si identificavano in toto appunto con il popolo e con la virtuosa morale comunitaria che lo contraddistingueva, e non dagli operai, consustanziali - tanto da esserne il prodotto più clamorosamente visibile - con il processo capitalistico-borghese, un processo che corrompeva i costumi imborghesendoli con miraggi mercantili, divideva la comunità, degradava il tessuto sociale, creava individui e individualismi, allontanava dalle radici profonde, e naturali, della vita collettiva. Il socialismo, o il comunismo, non erano l'esito più o meno inevitabile dello sviluppo capitalistico giunto alla sua fase di massima espansione, ma esistevano da tempo nell'organizzazione sociale e nel grembo antico delle istituzioni comunitarie russe.

Il “Che fare?” (teniamo bene a mente questa domanda) perciò, non poteva né doveva essere quello, come proponevano invece socialisti e marxisti, di assecondare lo sviluppo storico, presunto alleato della causa dell'emancipazione operaia. Ma quello di agire semplicemente e direttamente per liberare l'immensa maggioranza contadina, in sé già socialista, dalle sovrastrutture parassitarie dello zarismo autocratico-liberticida e dell'aristocrazia fondiaria. È in questo quadro che nacque, crebbe e morì l’esperienza rivoluzionaria dei primi populisti della storia.

Il ciclo delle loro lotte prese dunque il via con gli anni ’70 dell’800. In coincidenza con la morte di Herzen, l'uomo che, nell'esilio, aveva rappresentato il movimento democratico e socialista russo. Per proseguire, intorpidendosi, con l’affare Nečaev. Che portò alla messa all’angolo dell’ala populista settario-cospirativa, favorendo, invece, il grande movimento della ''andata al popolo” e della propaganda degli studenti nelle campagne (1874-1877). L’evento storico successivo fu la nascita, nel 1876, della prima organizzazione rivoluzionaria panrussa, la Zemlja i volja. Da cui si scisse, nel 1879, l’ala denominata Narodnaja volja. Il cui febbrile spontaneismo terrorista culminò, nel 1881, con l'assassinio di Alessandro II, primo ed ultimo zar riformatore. A sei anni di distanza, in coincidenza del VI anniversario della sua morte, la polizia di San Pietroburgo arrestò il 1º marzo 1887 i fratelli Aleksandr ed Anna Ulijanov. Con l'accusa di aver progettato, insieme ad altri studenti affiliati alla Narodnaja Volja, un attentato dinamitardo contro il nuovo sovrano Alessandro III. Mentre la sorella Anna, estranea ai fatti, venne rilasciata pochi giorni dopo, Aleksandr, nell’intento forse di scagionare gli altri membri del gruppo, si accollò tutte le responsabilità. Condannato a morte, rifiutò di presentare domanda di grazia e l'8 maggio dello stesso anno venne impiccato con altri quattro compagni[2].

La vicenda legata all’esecuzione del giovane terrorista populista Alexander, pur rilevante in sé, conserva un posto di particolare rilievo negli annali della storia soprattutto per un altro evento ad essa collegato, sia pur indirettamente. Rappresentò, infatti, un passaggio decisivo, se non addirittura fondamentale, nella formazione politica di suo fratello Vladimir Il’ic’ Lenin, che di lì a vent’anni avrebbe guidato la rivoluzione bolscevica del 1917. Fu proprio riflettendo sugli errori politici che avevano portato Aleksandr sul patibolo che Lenin maturò la sua spietata critica nei confronti dell’impianto culturale del populismo e della loro strategia politica. Ed in particolare dell’erroneità del sovversivismo e del terrorismo con cui essi immaginavano, e speravano, di riuscire a spingere alla rivolta le masse contadine alla rivolta. Riflessione conclusa e sistematizzata, anni dopo, nelle famosissime pagine del Che Fare il suo libro in assoluto più celebrato. Con cui convinse Stalin, Trotskij e tutti gli altri componenti dell’originario gruppo di ferro bolscevico che solo una strategia rivoluzionaria basata sull’alleanza tra avanguardia marxista (bolscevica) e classe operaia avrebbe consentito di conquistare il potere.

[1] Cfr. Ibidem

[2] Cfr. L. Fischer “Vita di Lenin” 1973

Le elezioni USA preoccupano i populisti

Per il populismo europeo sarebbe certo un problema politico se lo Zio d’America diventasse meno potente di quello che è. Perché questo è quello che rischia Donald Trump alle prossime ed ormai imminenti elezioni di midterm americane. Visto che in 35 delle 38 competizioni di questo tipo svoltesi negli Usa dal secondo dopoguerra ad oggi, l’inquilino della Casa Bianca è uscito regolarmente battuto. Perdendo il controllo di uno dei due rami del Congresso. Se non addirittura, come capitò ad Obama nel 2014, entrambi.

Una tradizione nella quale confidano molto i democratici. Che sperano, con buone chance, di riconquistare la maggioranza alla Camera dei Deputati. Un’eventualità data al 70/75% dal Cook Political Report e addirittura all’84% da Five Thirty Eight di Nata Silver. Cosa che, invece, si presenta assai più ardua per quel che riguarda il Senato. Dove, nonostante tra loro e la maggioranza repubblicana lo squilibrio sia oggi di soli 2 seggi ( 49 a 51 ), la possibilità di rimonta è più problematica. Perché i democratici non sono affatto sicuri di riuscire a conservare i seggi senatoriali di tre fondamentali collegi ( Nord Dakota, Florida e Missouri ) oggi vacanti per il ritiro a vita privata, causa limiti di età, di tre storici senatori del Partito dell’Asinello.

Se davvero le cose andassero così, ed i democratici dovessero riuscire a riprendere la presidenza della Camera, allora per Trump sarebbero guai seri. Per la semplice ragione che con la maggioranza dei deputati dalla loro i democratici avrebbero i voti sufficienti per fare scattare le procedure di impeachment del Presidente. E consentire all’indagine del procuratore Miller di procedere spedita. Eliminando gli intralci che ad essa Trump ha potuto fino ad oggi frapporre al riparo della maggioranza parlamentare del suo partito.

Ma Donald non è affatto spacciato. In primo luogo perché, visto il carattere, c’è da stare certi che si batterà fino all’ultimo voto. Viaggiando da un territorio all’altro del suo immenso paese per arringare e galvanizzare , come nessuno meglio di lui sa fare, i fan della sua base. Ma soprattutto perché ha dalla sua quella che potrebbe essere l’arma decisiva. L’economia. Che tira come forse non era mai accaduto dagli anni dell’arrivo alla Casa Bianca di Bill Clinton. Al punto da avere ridotto il numero dei senza lavoro ad -3,9%. Una percentuale che non si vedeva dal grande boom degli anni ’50. Come andrà a finire lo sapremo presto: il primo fine settimana di novembre.