Incubo Brexit per gli immigrati UE a Londra

Should I stay or should I go? Quesito amletico che dal giugno 2016 quando la Gran Bretagna disse Sì a Brexit rovina il sonno dei 3,5 milioni di europei che vi risiedono.

Per questo esercito di stranieri se lasciare il Regno di Sua Maestà significa azzerare anni e anni di sacrifici riuscire a restarvi si sta trasformando in un’impresa d’inferno. Perché un minuto dopo l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione, con il principio della libera circolazione decadrà anche il loro status di soggiornanti regolari. Al punto da essere considerati dei veri e propri immigrati illegali.

Per scongiurare questo catastrofico scenario, che causerebbe una colossale crisi migratoria, il governo inglese ha approvato il cosiddetto EU Settlement Scheme. Una sorta di sanatoria che consentirebbe ai lavoratori UE di avere in mano un regolare permesso di soggiorno prima dell’ora X quando entrerà in vigore il distacco dall’Unione Europea. Un’idea in via di principio buona ma che all’atto pratico, come spiega la puntuale inchiesta di Yasmeen Serhan su The Atlantic, fa acqua da tutte le parti. Vediamo di capire perché.

Partiamo dall’aleatorietà dei tempi di applicazione. La sanatoria, infatti, è aperta ma non è certa quale sarà la sua data di chiusura: giugno 2021 se il divorzio dall’UE è concordato, oppure dicembre 2020 nel caso di una rottura traumatica delle trattative ed un’uscita no deal. Nel dubbio, migliaia di cittadini europei si sono affrettati a formalizzare la domanda di regolarizzazione mettendo in ginocchio la burocrazia inglese.

Alle denunce di disservizi di ogni genere e tipo, Downing Street ha risposto di avere semplificato l’iter con un’app che pur costata ben 175 milioni di sterline funziona poco e male. Innanzitutto perché la versione mobile è utilizzabile solo su dispositivi Android più recenti. Mentre più della metà della popolazione utilizza smartphone con sistemi operativi diversi. E molti europei, nonostante il tesoro inglese incassi regolarmente le loro tasse, per il solo fatto di non possedere un telefonino Android o la necessaria dimestichezza con la sua tecnologia, rischiano giuridicamente di finire nel limbo. Secondo il think-tank British Future un terzo dei 3,5 milioni di europei che vive nel Regno Unito, in particolare anziani e persone con scarse conoscenze di inglese e informatica, potrebbe non riuscire a compilare la domanda. Ma c’è di più. Perché anche chi riesce a compilarla può inciampare nei cavilli della disastrosa burocrazia della Perfida Albione. Tra le varie condizioni richieste per ottenere un permesso di soggiorno permanente c’è, ad esempio, anche quella di dimostrare di risiedere nel Regno da almeno 5 anni in modo continuativo. Provarlo è impresa ardua persino per i the best and brighetest con le carte in super regola.

Come dimostra il caso a dir poco clamoroso dello chef stellato di origine polacca Damian Wawrziniak. Residente da 15 anni in Gran Bretagna, stranoto al grande pubblico, cuoco ufficiale alle Olimpiadi di Londra 2012, ed in grado di vantare tra i suoi clienti persino la famiglia reale, si è visto negare, per una colpevole sciatteria burocratica la sua domanda di regolarizzazione. Cosa che oltre alla sua giusta indignazione ha scatenato un putiferio sui social network (ha migliaia di follower). Obbligando l’Immigration britannica a tornare sui suoi passi, riconoscere di aver sbagliato e concedergli in quattro e quattr’otto il visto di cui aveva pieno diritto.

Ma come sarebbe andata questa disavventura a lieto fine se il mal capitato, anziché uno straniero di successo, fosse stato un semplice, anonimo lavoratore? Viene da pensare che Oltremanica il rischio di un nuovo caso Windrush si faccia sempre più concreto. All’epoca a farne le spese furono gli immigrati caraibici. Oggi quelli europei.

Puntano sulla demografia per farlo fuori dalla Casa Bianca

Verrebbe quasi da sorridere di fronte al presunto, nobile candore delle spiegazioni che i nemici di Trump danno delle ragioni del durissimo scontro sull’immigrazione che da mesi infiamma la politica USA. A sentire le quali il giro di vite contro gli stranieri voluto dal Presidente non avrebbe altro scopo se non quello di cementare la fedeltà della sua base elettorale eccitandone il risentimento anti immigrati. E non quello, al contrario di quanto lui sostiene, di dare risposta ad un’emergenza che, soprattutto ai confini meridionali del paese, si fa ogni giorno più grave.

Insomma un consapevole, perfido “machiavellismo” politico-elettorale utilizzato ad arte per compiacere “la pancia” dell’America bianca, rurale e mediamente poco scolarizzata a lui devota. Il cui voto alle prossime presidenziali del novembre 2020 gli assicurerebbe di replicare il successo che, contro tutti i pronostici, lo ha premiato in quelle del 2016. Donde la parola d’ordine dei “trumpiani” che rimbomba assordante in tutti i comizi del loro leader: “we win where we won, vinceremo dove abbiamo vinto.

Un uso dell’immigrazione che l’opposizione democratica ha messo nel mirino della sua strategia elettorale. Definendola politicamente strumentale e pericolosamente immorale. Contrapponendo alla sua grezza, calcolata partigianeria gli ideali storici dell’America accogliente ed aperta agli immigrati. Secondo i comandamenti al riguardo scolpiti nel marmo monumentale della Statua della Libertà. Mentre per Trump contano solo i desiderata della sua base per i democratici, invece, a contare sono in primis quelli del paese con la P maiuscola. Infatti tutti gli aspiranti alla sfida contro l’attuale inquilino della Casa Bianca, che si chiamino Biden, Warren o Sanders, l’unico punto su cui concordano nel modo più fermo e risoluto è che gli ideali vengono sempre e comunque prima dei calcoli di parte.

Un quadro dal sapore quasi idilliaco che, purtroppo per loro, ha di recente perduto un po' del suo nobile appeal. Quando i media sono entrati in possesso di un documento top secret da cui emerge che anche i democratici, a loro modo, i calcoli li fanno e come. In particolare per quanto riguarda le potenziali chance di vittoria derivanti dai cambiamenti prodotti dall’immigrazione sulla composizione demografica dell’elettorato. Una novità dalla quale si evince che anche i democratici, al netto di tante belle parole, fanno né più né meno di Trump i “conti” con quella che hanno eletto a loro speciale base politica di riferimento: la demografia. Basta leggere il documento in questione secondo il quale:


  • nel 2020, secondo le tendenze demografiche in atto nel paese, il segmento degli elettori non diplomati, che rappresenta il grosso della base “trumpiana”, è destinato a diminuire in media del 2,3%. Un calo che si prospetta ancor più accentuato in stati chiave dal punto di vista elettorale come il Nevada (-3,2%), Arizona (-2,8), Texas (-2,5%);

  • il Texas, storica roccaforte repubblicana, sta cambiando “colore” grazie all’ aumento dei nuovi residenti “etnici” ( Latinos+1,9 milioni, Afro Americani +541mila, Asiatici +473mila ) rispetto a quelli bianchi (+484mila);

  • l’immigrazione di massa di molti giovani americani - mediamente più filo democratici degli anziani – che a causa dell’elevato costo della vita si stanno trasferendo dalle mega città del Nord (New York in primis) verso quelle del Sun Belt, dà al partito dell’asinello nuove e fino a ieri inimmaginabili chance di riuscire a sfondare in regioni un tempo per loro politicamente “proibitive” come l’Arizona, la Georgia ed il Texas.


Un episodio piccolo ma significativo che conferma quanto difficile sia per la politica attenersi al detto evangelico secondo cui solo chi è senza colpa può scagliare la prima pietra.

Ombre cinesi su Brexit

Un brutto presagio per Brexit. E’ questo che viene da pensare di fronte alla scoperta dei poveri resti di 39 clandestini cinesi ammassati all’interno del rimorchio di in un Tir parcheggiato nel porto inglese di Purfleet. Non solo perché quel carico di morte, al di là del crudele caso di cronaca, sembra oggi voler ricordare alla litigiosissima politica britannica l’antica ammonizione di Tito Livio a quella romana: "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur". Ma soprattutto in ragione del fatto che la dinamica di questa triste vicenda, se letta attentamente, ha davvero il sapore di un un beffardo presagio per l’Inghilterra di Brexit. Che secedendo dall’Europa anziché “take back the control of our borders”, come dicono i suoi sostenitori, rischia invece di pagare sull’immigrazione un prezzo salatissimo. Per la semplice ragione che i confini nazionali, anche i meglio attrezzati del mondo, non sono più una assoluta garanzia di fronte ad un fenomeno di dimensioni globali come è appunto quello della moderna immigrazione. Ed in particolare di quella clandestina.

Una pericolosa ubia nostalgica di un passato imperiale ormai da tempo tramontato. Quando all’Inghilterra per tenere lontani i guai bastava il mare che la circondava. Ma oggi non è più così. Prova ne è l’odissea che dalla Bulgaria passando per il Belgio ha portato i clandestini cinesi a morire in un container scaricato su una banchina portuale del Galles meridionale da un Tir originariamente imbarcato senza “rimorchio umano” su un traghetto di linea dall’Irlanda del Nord. Un quadro che dovrebbe spingere la politica inglese a riflettere anziché, come è quasi certo avverrà, cercare rapidamente di voltare pagina. Per tornare al suo business as usual.

Doppio passaporto, l’Ue in ordine sparso

Quella della cosiddetta doppia cittadinanza è una delle questioni più controverse e poco note del dibattito sull’immigrazione. Parliamo della possibilità per gli immigrati di ottenere il passaporto del Paese ospitante, senza perdere quello dello stato di origine. Nei confronti di questo istituto in Europa, contrariamente a quanto si è registrato fino agli anni Sessanta del secolo scorso, prevale oggi un orientamento giuridico di maggiore tolleranza. Per almeno tre fattori: la nascita di norme più efficaci contro la discriminazione di genere; un lungo periodo di pace nelle relazioni internazionali; un cambiamento di percezione degli interessi statali nell’ambito della migrazione.

Con l’aggiunta che nel Vecchio Continente, l’approvazione di norme contro la discriminazione di genere ha consentito ai figli di coppie miste di ereditare la cittadinanza non solo dai padri ma anche dalle madri.

Un mutamento accelerato anche dal cambio di strategia dei paesi di origine che tradizionalmente guardavano i loro emigrati come una risorsa persa, ma in seguito, ne hanno scoperto il valore economico e politico. Prendendo atto che privare gli emigrati della loro cittadinanza dopo la naturalizzazione nel paese di insediamento, significava tagliare inutilmente quei legami che facilitavano l’arrivo in patria di ingenti rimesse o che li aiutavano ad acquisire appoggio politico in un paese straniero.

Di seguito una breve rassegna di quanto previsto in materia negli ordinamenti dei principali Paesi UE:

ITALIA. E’ ammessa la doppia cittadinanza. Con il decreto ministeriale del 7 ottobre 2004 è stato, infatti, abolito l’obbligo per gli stranieri che diventano cittadini italiani di rinunciare alla cittadinanza di origine.

FRANCIA. E’ ammessa la doppia cittadinanza. Il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza francese. La legge non richiede, infatti, che uno straniero diventato francese rinunci alla sua cittadinanza di origine o che un francese diventato straniero rinunci alla cittadinanza francese. La Francia non stabilisce distinzioni fra coloro che hanno una doppia cittadinanza e tutti gli altri francesi per quanto riguarda i diritti e i doveri legati alla cittadinanza.

INGHILTERRA. È ammessa la doppia cittadinanza. Nel Regno Unito, a differenza che in Germania o in Spagna, il possesso di una o più altre nazionalità non ha, in linea di principio, alcuna incidenza sulla cittadinanza britannica.

GERMANIA. Non è ammessa la doppia cittadinanza, salvo in alcuni casi. Per i cittadini svizzeri ed europei sulla base del principio di reciprocità. E per i figli degli immigrati nati in Germania, visto che dal 2014 è stato abolito il cosiddetto Optiospflicht: l’obbligo di scegliere una sola nazionalità – quella tedesca o quella della famiglia di origine – al compimento dei 23 anni.

SPAGNA. Non è ammessa la doppia cittadinanza, salva in alcuni casi. Ossia quelli previsti dall'art.11, comma 3 della Costituzione, che riguardano gli stranieri provenienti dall'America latina e da Andorra, Filippine Guinea Equatoriale e Portogallo. Lo stesso articolo, infine, introduce il principio generale del divieto della privazione della cittadinanza nei confronti degli spagnoli d’origine.

L’immigrazione manda in crisi la giustizia USA

Negli USA i tribunali per l’immigrazione, con un arretrato di oltre 1 milione di casi, sono prossimi al collasso. Stretti come sono tra la politica sempre più aggressiva di Trump contro i clandestini e la marea umana di disperati che si accalca alla frontiera con il Messico. Solo nello scorso mese di maggio gli arrivi dal confine meridionale sono stati 133mila: il numero più alto mai registrato dal marzo 2006. Un’ondata di richiedenti asilo e immigrati illegali, in particolare dal Centroamerica, che sta mandando in tilt la giustizia. Ma è bene chiarire che, come spiega un recente studio del Migration Policy Insitute (MPI) di Washington, questa montagna di casi pendenti è in attesa di essere esaminata dall’Executive Office for Immigration Review (EOIR), che facendo capo al Dipartimento della Giustizia è alle dirette dipendenze del potere esecutivo. I giudici dei 63 tribunali per l’immigrazione sparsi su tutto il territorio nazionale, decidono in particolare dei casi di espulsioni e della concessione dell’asilo o protezione internazionale. Poiché si tratta di materie che rientrano nell'ordinamento civile, il governo non è tenuto a fornire agli imputati, se non possono permetterselo, un avvocato d’ufficio. Anche se fino ad oggi il 52% degli stranieri che hanno dovuto dar conto della loro posizione nelle corti ha usufruito di una rappresentanza legale.

C’è più di una causa che ha contribuito a questa situazione. In particolare, sottolinea l’indagine del think tank americano, all'inasprimento delle procedure di espulsione non è corrisposto un adeguato aumento delle risorse, umane ed economiche, da destinare ai tribunali per l’immigrazione. Per capire come stanno le cose, basta considerare la disparità di quanto il governo federale spende per la difesa delle frontiere e la caccia ai clandestini. Nel 2018, infatti, il Congresso ha stanziato più di 24 miliardi di dollari per le due principali agenzie governative che si occupano di lotta all’immigrazione, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e il CBP (Customs and Border Protection), e solo 437milioni per l’EOIR. Le scarse risorse finanziarie e il blocco delle assunzioni dei giudici, sono perciò all'origine dell’aumento dei casi pendenti. Tanto che oggi l’iter giudiziario per decidere su un’espulsione o una richiesta d’asilo supera, in media, i 700 giorni. Due due anni tondi tondi.

Contro l’impeachment Clinton fu più abile

Sull’impeachment Trump deve guardarsi da sé stesso. E dai rischi potenzialmente insiti nella sua incrollabile sicurezza psicologica secondo cui può vincere anche senza convincere. Ragione per la quale, nonostante la difficile contingenza politica in cui si trova, usa continuamente la politica dell'immigrazione per provocare ed innervosire quella parte certamente non piccola dell’America che non lo ama. Con l’unica preoccupazione di rafforzare e rinsaldare ad ogni occasione possibile, con le parole ed i fatti, la fedeltà della sua base politica. Nella convinzione, razionale o meno poco importa, che la “protezione” di un esercito di fedelissimi composto dal 35% dell’elettorato sia sufficiente ad evitargli i guai della procedura di censura parlamentare.

Una strategia a dir poco azzardata. Che se anche alla fine darà i frutti sperati presenta però non poche debolezze. Tema sul quale vale la pena leggere l’eccellente articolo “Bill Clinton had a strategy.Trump is doing the opposite” pubblicato qualche settimana fa da David Froom sulla rivista americana Atlantic. La linea difensiva di Trump, infatti, se confrontata con quella che a suo tempo consentì a Bill Clinton di evitare l’impeachment, presenta tre serissime debolezze.

La prima: nel 1998, appena avuto sentore della “bufera” che lo stava per investire Clinton convocò alla Casa Bianca un’improvvisa conferenza stampa. Nella quale si augurò, per il bene dell’America, che la sentenza che il Senato si apprestava ad emettere nei suoi confronti fosse “reasonable, proportionate and bipartisan”. Non parlò, come invece fa di continuo l’attuale Presidente, di complotti né di oscure trame ai suoi danni.

La seconda: nei lunghi mesi dello scandalo Lewinsky l’allora inquilino della Casa Bianca anziché demonizzare gli accusatori scelse la strada del dialogo con la pubblica opinione. Rivolgendosi in particolare alla enorme ed in quel momento assai ostile platea dalle cosiddette soccer mom, le casalinghe. Riuscendo a convincerle che anche se la loro arrabbiatura era legittima, visto che il suo non era certo stato un comportamento degno di un padre di famiglia, conveniva a tutti evitare che la crisi politica compromettesse la salute, allora ottima, dell’economia. Tutt’altra musica, dunque, da quella dei velenosi tweet di cui il magnate newyorkese non sembra riuscire a fare a meno.

La terza: Clinton a pochi giorni dal voto del Senato che lo avrebbe condannato o assolto, trovò la forza ed il coraggio di lanciare contro l’Iraq la riuscitissima operazione militare Desert Fox. Che fece schizzare il suo indice di gradimento, mai sceso sotto il 60%, ad oltre il 73%. L’esatto opposto di quello riservato oggi a Trump dopo il ritiro dei marines dal confine curdo. Che da sempre mediocre nelle ultime ore sembra addirittura in caduta libera.

Tapachula ci dice l’aria che tira sui rifugiati

Da Tapachula arriva l’ennesima conferma che il sistema globale di accoglienza dei rifugiati, nato con la Convenzione di Ginevra del 1951, si sgretola ogni giorno di più. Questa cittadina messicana, al confine col Guatemala, luogo di transito per i richiedenti asilo negli USA, è oggi teatro di una crisi umanitaria senza precedenti, come rivela Nanjala Njabola sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Perché l’amministrazione Trump, con l’autorevole avallo della Corte Suprema statunitense, ha stabilito che i centro-americani intenzionati a chiedere protezione negli Stati Uniti dovranno depositare le loro richieste non più al confine americano, ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del El Salvador i paesi delegati sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo. Una novità assoluta oltreoceano che ricorda da vicino il principio della Convezione di Dublino in base al quale i migranti hanno l’obbligo di chiedere asilo nel paese UE di primo approdo.

Il risultato è che il Messico è tenuto adesso, se non vuole perdere aiuti e scambi commerciali con i vicini e minacciosi yankee, a fare quello che non aveva mai fatto: accogliere e valutare le domande di asilo dei centro-americani nei confronti dei quali aveva, invece, sempre chiuso un occhio, sapendo che gli Usa erano la loro destinazione finale.

Ma i problemi per il governo messicano non finiscono qui. Non foss’altro perché nelle città di confine come Tapachula e Tijuana alla pressione migratoria dall’America centrale, si è sommata, cosa che nessuno aveva previsto, quella dall’Africa. Sono infatti in aumento gli africani che attraversano l’Atlantico per raggiungere gli Usa passando per il Messico dove però, viste le novità di cui sopra, rimangono bloccati. Il risultato è che per questo vasto ed eterogeneo esercito di richiedenti asilo e immigrati illegali (difficile distinguere gli uni dagli altri) quello messicano rischia di trasformarsi in vero e proprio eterno limbo. Dove persino chi avrebbe pieno diritto allo status di rifugiato passerà mesi, se non anni, nell’attesa di ricevere la protezione umanitaria che gli spetta.

Ciò che più conta, tuttavia, è che il caso messicano più che un’eccezione è la regola nel sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Le difficoltà nel distinguere gli immigrati illegali dai richiedenti asilo, così come quella di garantire protezione a nuove tipologie di vulnerabili (es. i rifugiati climatici) non annoverati nella Convenzione di Ginevra del 1951, sono all’ordine del giorno in mezzo mondo. Tant’è che a livello internazionale è in costante crescita il numero di richiedenti asilo che addirittura nasce e muore dentro i campi profughi UNHCR, aspettando tutele che non riceveranno mai.

Un quadro assai poco confortante ma stranoto ai più. Prova ne è il fatto che nell’ottobre 2019 l’Alto Commissario Onu per i rifugiati, l’ambasciatore italiano Filippo Grandi, lanciò un ambizioso piano di riforma (Global Compact on Refugees) della Convenzione di Ginevra 1951. Una fatica di Sisifo, quella di Grandi, visto il mancato supporto degli Stati che contano. Usa in testa.

Immigrazione Usa, scontro senza fine

Trump e i giudici americani tornano ai ferri corti sull’immigrazione. Venerdì scorso, infatti, tre sentenze emesse una dopo l’altra dalle corti statali di New York, California e Washington hanno posto fine ad una tregua che durava da luglio scorso. Quando la Corte Suprema -respingendo le pregiudiziali di costituzionalità sollevate dai magistrati di numerosi tribunali- aveva dato ragione al Presidente. Ritenendo legittima la sua decisione di utilizzare per la costruzione del Muro risorse altrimenti stanziate dal bilancio federale. Ma l’armistizio tra Esecutivo e Magistratura non ha retto. Di fronte alla decisione annunciata dalla Casa Bianca di legare la concessione dei permessi di ingresso e soggiorno degli immigrati alla cosiddetta public charge rule. Con l’obbiettivo di ridurre il numero di coloro che poveri o fisicamente incapaci vivono di sussidi pubblici.

Una modifica normativa che sarebbe dovuta entrare in vigore già ieri, martedì 15 ottobre. Ma che i magistrati hanno invece bloccato ritenendola pericolosamente discriminatoria. In particolare nei confronti dei futuri immigrati provenienti dalle aree più povere del Pianeta. Le cui domande di ingresso negli USA, in base ai nuovi criteri proposti, sarebbero state ingiustamente penalizzate rispetto a quelle dei concorrenti delle nazioni più sviluppate.

Un meccanismo che a loro parere avrebbe, alla lunga, modificato negativamente la composizione etnico-classista dell’immigrazione made in US. Riportandola a quella ante 1965 quando l’Immigration and Nationality Act aveva abolito il vecchio sistema delle quote basate sulla razza. Obiezioni che gli uomini del Presidente, ben lontani dal volersi arrendere, hanno respinto al mittente. Facendo notare, con un pizzico di malizia, che gli autori delle sentenze sono magistrati filo democratici nominati, vedi il caso, uno da Clinton e gli altri due da Obama. E, soprattutto, che l’adozione della public charge rule non è una invenzione estemporanea. Ma parte di quella riforma dell’immigrazione auspicata da Trump nel suo primo Discorso alla Nazione da Presidente. Fin qui i fatti. Per la soluzione bisognerà attendere la Corte Suprema. Oppure la decisione degli elettori che nel 2020 saranno chiamati alle urne per confermare o cambiare l’inquilino della Casa Bianca .

Contro Trump lasciano l’immigrazione per l’impeachment

Nella guerra contro Trump i democratici americani hanno, come si usa dire in questi casi, cambiato spalla al loro fucile. E per impedirne la rielezione nel 2020 hanno deciso di spostare il tiro della loro campagna elettorale dall’immigrazione, come invece avevano fatto fino ad oggi, al suo impeachment.

Una svolta difficile e sofferta che dopo molte incertezze e aspre lacerazioni interne è stata nelle ultime settimane ratificata e “benedetta” anche dai massimi esponenti del partito. Come conferma l’ultima, autorevolissima presa di posizione di quello che molti, al momento, considerano come il candidato democratico numero uno alle prossime elezioni presidenziali, l’ex vice di Obama, Joseph Biden. Che venerdì scorso in un comizio nel New Hampshire rivolgendosi ad una incredula ma elettrizzata platea di suoi simpatizzanti ha dichiarato di essere anche lui favorevole alla mozione parlamentare di messa sotto accusa del Presidente. Una decisione legittima sul piano formale ma azzardata su quello politico. Perché, come molti attenti analisti sostengono, giocando la carta dell’impeachment essi corrono il rischio di rafforzare anziché sconfiggere Trump. Perche? E’ presto detto.

In base alla costituzione USA la natura del procedimento per la messa in stato di accusa del Presidente è politica e non giudiziaria. L’impeachment non è un atto penalmente obbligato ma discrezionale. Che viene messo in atto se e solo se la maggioranza assoluta dei membri del Parlamento ritiene il Presidente colpevole di aver agito contro gli interessi del Paese mettendone a rischio la sicurezza. Norma in base alla quale, data l’attuale composizione del Congresso, per riuscire a “fare fuori” il magnate newyorchese, sarebbe necessario che un rilevante numero di senatori repubblicani (almeno 20) decidesse di abbandonare l’uomo della Casa Bianca e votare con l’opposizione.

Un’eventualità al momento tanto remota quanto improbabile. Prova ne è il fatto, ad esempio, che gli stessi esponenti repubblicani che negli ultimi giorni hanno manifestato una chiara irritazione nei confronti del magnate newyorkese per il ritiro militare dal confine siriano hanno invece continuato a tacere sulla questione al centro della sua eventuale messa in stato di accusa: l’Ukrainagate. Per questo la strada dell’impeachment, così come accadde ai repubblicani quando anni fa tentarono di usarlo per spodestare Bill Clinton, rischia di trasformarsi anche per i democratici in un boomerang. Che può, ad un tempo, rafforzare anziché indebolire la lealtà verso Trump della sua base popolare e populista. E con l’ammaina bandiera “tattico” deciso sull’immigrazione minare la preziosa, combattiva mobilitazione anti repubblicana delle tantissime minoranze etniche made in US.

Sui rifugiati l’Europa è alla mercé degli altri

Le politiche europee per il controllo delle frontiere esterne fanno acqua da tutte le parti. Non si fa in tempo a tappare un buco che se ne apre un altro. Come dimostra la dinamica in atto nei due grandi corridoi delle rotte migratorie del Mediterraneo: quello occidentale e quello orientale.

Nel primo, a guardare i dati, l’aria che si respira sembra di quiete. Dall’inizio del 2019, infatti, gli immigrati che dal Marocco hanno raggiunto la Spagna sono stati 15.600: -50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciò grazie agli ingenti finanziamenti (€ 60 milioni da Madrid e € 140 milioni dall’Unione Europea) che hanno “convinto” i governanti di Rabat a mettere in atto misure straordinarie per frenare la pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana al confine marittimo spagnolo. Un’intesa che oggi funziona, ma che già domani potrebbe naufragare. Non foss’altro perché il re Mohammed VI sa benissimo che, come per altro più di una volta ha fatto in passato, può tornare a battere cassa ed alzare la posta minacciando la riapertura dei rubinetti dell’immigrazione. Secondo uno schema a suo tempo usato dalla Libia di Gheddafi. “Morocco has realised that the migration card is a very effective pressure tool” ha affermato in un’intervista a El Pais Eduard Soler, esperto di geopolitica del Maghreb del think tank catalano CIDOB.

Nel secondo, l’Egeo, soffiano invece venti di tempesta. Perché rischia di saltare l’accordo UE-Turchia che dal 2016 in cambio di €6 miliardi ha frenato il boom di migranti che attraversavano il confine turco-ellenico per trovare rifugio in Europa. È di queste ore la decisione del Sultano Recep Tayyip Erdoğan di invadere la Siria del Nord e ripopolarla, con un’operazione di pulizia etnica dei curdi che la abitano, obbligando a un trasloco forzato i rifugiati siriani in Turchia. Minacciando, se i partner UE/NATO dovessero ostacolare questo piano neo-ottomano, di cancellare l’impegno preso nel 2016 consentendo alle migliaia di profughi oggi “ospitati” di rimettersi in marcia, come nel 2015, verso i confini europei.

Morale della favola: la politica delle “pezze” non solo è un rimedio fragile e di corto respiro, inadeguata a fronteggiare l’enorme pressione migratoria dal Sud del Mediterraneo. Ma, cosa ancora più allarmante, mette l’UE alla mercé di famelici governi locali e di trafficanti di esseri umani senza scrupoli. Subisce e non governa la globalizzazione dell’immigrazione. Con il risultato, che spiega il disgusto sempre più diffuso nell’opinione pubblica del Vecchio Continente nei confronti di Bruxelles, di non riuscire a garantire né la sicurezza degli immigrati che arrivano e né quella degli autoctoni che li dovrebbero accogliere.