Salvini rischia meno di Berlusconi

Sull’immigrazione i nemici di Salvini hanno forse deciso di consegnare l’Italia a Salvini? Una domanda forse maliziosa ma che viene spontaneo porsi dopo l’azzardato voto con cui i senatori della maggioranza di governo hanno dato il loro placet al suo processo per la gestione degli immigrati della Gregoretti. Non solo perché, come nella più classica eterogenesi dei fini, questa decisione anziché azzoppare rischia di trasformarsi in un potente, graditissimo assist per il Capo dell’opposizione. Che uscito malconcio dal voto delle ultime regionali si ritrova, non certo per suo merito e per di più su un terreno a lui graditissimo, al centro del dibattito politico nazionale. Ma soprattutto in ragione del fatto che gli alleati di governo, forse dimentichi del passato, non si sono forse resi conto di quanto pericoloso sia, visti anche gli attuali complicati equilibri parlamentari, tornare ad alzare i toni e stuzzicare l’umore della pubblica opinione sul delicato tema dell’immigrazione.

Senza contare, inoltre, che agli occhi di molti la vicenda presenta un lato se non sospetto quantomeno curioso. Infatti le forze politiche che oggi dicono sì al processo sono le stesse che ieri, per evitare che il caso fosse usato da Salvini per fare propaganda all’opa politica lanciata per il governo dell’Emilia-Romagna, avevano invece fortemente voluto che si rinviasse ogni decisione a dopo le elezioni regionali.

I problemi, però, non finiscono qui. Intanto perché visti i tempi della giustizia e l’oggettiva scivolosità giuridica dei capi di accusa è poco ma sicuro che il contenzioso andrà avanti, con tutte le immaginabili conseguenze, per lunghi mesi. Ma soprattutto perché c’è da dubitare, come invece pensano e sperano i suoi accusatori, che una eventuale condanna del leader leghista sia accolta dalla pubblica opinione con lo stesso silenzio-assenso a suo tempo da essa riservato a quella inflitta a Berlusconi per i suoi stravizi notturni. Che sanzionato come incandidabile nel 2017 non poté partecipare alle elezioni dell’anno successivo finendo relegato, per lunghi anni, nel retrobottega della politica nazionale.

Clandestini in trappola con i telefonini

La lotta di Trump all’immigrazione clandestina non conosce davvero confini. Nella battaglia entra ora anche il cyberspionaggio. Infatti secondo un rapporto pubblicato dal Wall Street Journal l’amministrazione americana, acquistato l’accesso a un database commerciale che mappa i movimenti di milioni di smartphone negli Stati Uniti, lo sta impiegando per controllare i movimenti dei clandestini presenti nel Paese o di quelli che tentano di attraversare il confine con il Messico. I dati sono raccolti dalle app per giochi, previsioni meteo e acquisti online di telefoni e tablet alle quali gli utenti hanno dato il permesso di registrare il luogo in cui si trovano. Il governo federale, rivela il WSJ, ha acquistato il data base da una società chiamata Venntel, che a sua volta li ha comprati da diverse società di marketing.

Nel solo 2018 l’ICE, l’agenzia del Dipartimento per la Sicurezza nazionale che controlla le frontiere, ha comprato da Venntel licenze per un valore di oltre 190mila dollari. Le autorità federali non hanno né smentito né confermato l’uso dei dati nella caccia agli immigrati illegali. Una conferma, anche se indiretta, arriva però dai vertici dell’ICE. Che per pubblicizzare il brillante risultato di un’operazione che ha consentito di scoprire un tunnel sotterraneo che dal Messico sbucava all’interno di un locale in disuso a San Luis in Arizona, hanno fatto esplicito riferimento alla mappatura dei dati degli smartphone.

Il modo in cui il governo sta ottenendo queste informazioni rientra in una zona grigia che apre serissimi interrogativi sulla sempre più estesa sorveglianza commerciale che i colossi del web esercitano sui privati cittadini. E non è solo questione di privacy. Perché secondo il Wall Street Journal nel caso in questione il governo starebbe violando una sentenza della Corte Suprema. Che, nel caso Carpenter vs United States del 2017, aveva stabilito che le forze dell’ordine solo su mandato della magistratura possono acquisire informazioni relative alla localizzazione dei cellulari. Ma per gli avvocati del Dipartimento della Sicurezza Nazionale il caso non si applica a questa circostanza perché il governo sta acquistando dati già disponibili per fini commerciali. Questo rapporto è solo l’ultimo in ordine di tempo a rivelare come i funzionari federali usino tattiche spregiudicate al solo fine di perseguire l’agenda dettata dalla Casa Bianca.

Il coronavirus non ferma i cervelli immigrati cinesi

La vox populi sul coronavirus rischia di riportare al 1882 le lancette dell’orologio della storia dell’immigrazione cinese negli USA. All’epoca il Congresso americano con il Chinese Exclusion Act decretò il blocco degli ingressi dalla Cina. Fu la prima volta che Oltreoceano una legge formalizzava un sistematico meccanismo di esclusione e discriminazione nei confronti di una determinata comunità straniera. Un record assai poco onorevole che assecondava il diffuso comune sentire che vedeva negli immigrati orientali un vero e proprio yellow peril, un pericolo giallo, come si leggeva persino nella più autorevole stampa statunitense. Ai cinesi si attribuiva di tutto: traffico di droga, atti di pedofilia, violenza, furti, contagio di malattie di ogni genere, etc. Tant’è che soltanto nel 1965 il governo americano tornò sui suoi passi con l’approvazione dell’Immigration and Nationality Act che riaprì anche agli immigrati orientali le porte degli Stati Uniti. Ma è solo dal 1979, con la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Pechino e Washington, che i flussi migratori dalla Cina verso gli USA tornano ad essere costanti e crescenti. Fino al punto che oggi tra le comunità straniere più numerose Oltreoceano quella cinese è salita al terzo posto (5,5% del totale), alle spalle di messicani e indiani.

Ma ciò che più conta è che con la quantità è cambiata anche la qualità degli immigrati cinesi che lasciano la madrepatria sedotti dall’american dream. Fino agli Novanta del secolo scorso rappresentavano, infatti, il prototipo della manodopera straniera a basso costo, poco integrata e molto sfruttata, soprattutto nei settori agricolo, edile e minerario. Oggi non è più così. Più che le braccia sono sempre più i cervelli cinesi a trovare casa e lavoro negli Stati Uniti.

A confermarlo è il dettagliatissimo rapporto Chinese Immigrants in United States di Carlos Echeverria-Estrada and Jeanne Batalova, appena pubblicato dal Migraton Policy Institute. Dal quale emerge che la comunità cinese americana è una vera e propria eccellenza internazionale. Sono al primo posto tra gli studenti stranieri nelle Università d’Oltreoceano e secondi solo agli indiani per numero di permessi di lavoro altamente specializzato (H-1B) ottenuti nel 2018.

Un fiume di talenti orientali che peraltro primeggia nei comparti chiave per le moderne democrazie occidentali: scienze, tecnologie, ingegneria e matematica, riassunti dall’acronimo inglese STEM. Senza contare che fanno registrare tra i più bassi tassi di criminalità e fra i più alti livelli di integrazione. Insomma, da appestati a super ricercati. Sarà forse questo il loro vero vaccino contro i sintomi sociali del coronavirus.

La fortuna è tutta dalla parte di Trump

Che in politica la fortuna faccia la differenza è una verità nota da tempo. Ma quella che sembra assistere Trump ha dello straordinario. Come dimostra la sequenza di eventi che martedì scorso gli hanno consentito di uscire d’incanto dall’angolo in cui gli avversari pensavano di averlo cacciato. Visto che il Discorso sullo Stato dell’Unione, che molti speravano potesse essere il suo canto del cigno, si è invece trasformato, grazie alla dea bendata che lo protegge, nel trampolino di lancio per la futura rielezione a Presidente degli Stati Uniti d’America. Nel giro di poche ore, infatti, con una coincidenza che ha dell’incredibile, oltre all’assoluzione ormai certa dalla trappola dell’impeachment, gli sono giunti gli inattesi ma per lui graditissimi regali dell’opposizione democratica. Che forse non contenta della pessima immagine data al Paese con la confusa ed approssimativa gestione della sua convention dell’Iowa, ha pensato bene di farne una peggiore.

Il voluto, irrituale gesto con cui una “vecchia volpe” come Nancy Pelosi ha platealmente stracciato, di fronte ai membri del Congresso, il testo del discorso appena pronunciato da Trump, ha infatti segnalato in mondo visione lo stato di pericoloso nervosismo in cui sembra essere precipitato il partito dell’asinello. Cosa di cui molti elettori hanno sicuramente preso nota. Interrogandosi sull’affidabilità di un partito che con il passare dei giorni sembra sempre più deciso ad affidare le sue chance di riconquistare la Casa Bianca al puro e semplice anti trumpismo anziché ad un credibile e dettagliato progetto politico.

La verità è che Trump, nonostante penalizzato da un bassissimo indice di gradimento per i molti errori e le imperdonabili gaffe, ha il vento in poppa per tre indiscutibili, buonissime ragioni. L’ottimo andamento dell’economia; l’innalzamento nel 2018, dopo anni di caduta, dell’aspettativa di vita media degli americani; il consenso silenzioso ma diffuso per la sua politica di fermezza sull’immigrazione.

Discorso chiuso per l’opposizione? Sì, ma fino ad un certo punto. Perché la sorte non sembra essersi dimenticata del tutto dei democratici. Dando loro con la vittoria in Iowa del volto nuovo Pete Buttigieg una chance di ultima istanza che si spera non venga sacrificata sull’altare delle loro inguardabili divisioni e le ripicche interne

Anche l’Africa finisce nel mirino di Trump

Fedele a sé stesso, Trump continua a innalzare muri e barrire per difendere il “fortino americano”. A tre anni esatti dal primo travel ban, la Casa Bianca ha esteso la limitazione della concessione dei visti di ingresso negli USA ad altre nazioni: Nigeria, Eritrea, Sudan, Tanzania, Kyrgyzstan e Myanmar. Che si aggiungono a Iran, Libia, Siria, Somalia, Yemen , Venezuela e Corea del Nord già sottoposte allo stesso tipo di provvedimento, che nel 2017, poiché colpiva in maggioranza Paesi islamici, era stato ribattezzato muslim ban. La novità di oggi, come sottolinea il New York Times, è che ad essere penalizzata è soprattutto l’Africa. E in particolare la Nigeria: il paese economicamente più potente e popoloso del continente. Dal prossimo 22 febbraio, dunque, non verranno più rilasciati i visti per vivere negli Stati Uniti ai cittadini di Nigeria, Myanmar, Eritrea e Kirghizistan. Mentre agli immigrati del Sudan e della Tanzania sarà vietato partecipare alle lotterie per la green card. Resteranno invece in vigore i visti per gli studenti e i lavoratori altamente specializzati.

Quindi, in nome della sicurezza nazionale, Trump continua a portare avanti la sua visione di attrarre “i migliori” e di chiudere le frontiere ai poveri e disperati. Un quadro dal quale emerge che sarà senza dubbio la Nigeria a pagare il costo maggiore. Visto che solo nel 2018 erano stati 8mila suoi cittadini ad emigrare negli Stati Uniti. La decisione di inserire il colosso africano tra gli Stati che minacciano la sicurezza americana ha provocato le risentite proteste del governo di Abuja. Che in una nota indirizzata all’amministrazione di Washington ha ricordato non solo la stretta, antica alleanza che lega i due Paesi. In particolare per quanto riguarda la lotta ai terroristi di Boko Haram. Ma anche il fatto che per la Nigeria l’America è il principale partner commerciale. Proteste e reazioni che, però, non hanno fatto cambiare idea al Capo della Casa Bianca che in più occasioni si era lamentato del fatto che molti nigeriani entrati negli Stati Uniti con visto turistico alla scadenza si erano guardati bene da “tornare alle loro capanne”. Un altro Paese finito nel mirino dell’amministrazione repubblicana è il Myanmar (l’ex Birmania) da cui nel 2018 erano stati in 5mila ad emigrare negli USA. E dove la minoranza musulmana rohingya tenta ogni via di uscita per evitare il genocidio. Per questo, sottolinea il NYT, la decisione di bloccare i visti mette in grave pericolo i tanti che cercano di scampare a massacri e persecuzioni.

I cervelli non si fermano, si attirano

Sul alcuni delicati ma controversi aspetti in tema di immigrazione e questione meridionale il direttore di West ha raccolto l’opinione del Prof. Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con Il Sud.

Bolaffi In una Sua recente intervista Lei ha sostenuto, contrariamente a quanto affermato da molti, che non è vero che si aiuta il Mezzogiorno bloccando la cosiddetta “fuga dei cervelli”. Perché?

Borgomeo Fondamentalmente per due ragioni. La prima ha a che vedere con il mondo e l’economia globali. Nei quali confini e divieti sono armi spuntate del passato. Anche per quanto riguarda i problemi e le necessità, assai diverse da quelle del passato, di molti giovani meridionali. Per cui è retorico ed inutile pensare di “trattenere” coloro che emigrano con l’obbiettivo di raggiungere fuori dai confini un riconoscimento più consono, sia in termini salariali che di qualità della vita, delle proprie capacità professionali. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. La seconda ragione, invece, è di natura politica: anziché salvarsi l’anima versando lacrime impotenti sul fatto che “partono i migliori” - tipico del meridionalismo tradizionale - sarebbe assai più produttivo cominciare a darsi da fare per rimuovere le cause alla base dell’insoddisfazione esistenziale di tanti giovani. Legata, soprattutto, alla cattiva qualità dei servizi ed ai molti ostacoli burocratici che penalizzano il loro vivere quotidiano nei centri, piccoli e grandi, del nostro Mezzogiorno;

Bolaffi Quindi mi pare di capire che a proposito dei cervelli che emigrano Lei concorda con Amartya Sen che sostiene la tesi del brain gain contro quella “piagnucolosa” del brain drain;

Borgomeo Direi di sì. A condizione che si instauri un canale bi-univoco tra chi va e chi viene. Tra i cervelli italiani che vanno e quelli stranieri che vengono. Questo è il punto più delicato della questione che molti si rifiutano di capire. E’ infatti solo un pregiudizio quello secondo cui gli stranieri con elevate doti professionali non sarebbero interessati a trasferirsi e lavorare nel nostro Sud. Basta vedere gli istruttivi risultati conseguiti da alcuni progetti, ad esempio quello che ha riguardato il risanamento del rione napoletano della Sanità, realizzati dalla nostra Fondazione. Ma c’è un secondo e forse più importante aspetto della questione. Quello delle “rimesse immateriali” a cui in Italia non si presta la dovuta attenzione. Che a differenza di quelle monetarie tradizionali riguardano quell’enorme, decisiva massa di conoscenze e informazioni con cui i “cervelli fuggiti” vengono in contatto nelle nuove terre di arrivo ed inviano a parenti e conoscenti restati a casa. Un fenomeno che come testimoniano numerosi studi e ricerche condotti all’estero rappresenta un formidabile strumento di modernizzazione dell’economia e della società;

Bolaffi Secondo Lei perché in Italia, diversamente da tutti gli altri grandi paesi industrializzati, la politica dell’immigrazione pensa a tutto meno che ad attrarre i talenti stranieri?

Borgomeo Non sono particolarmente esperto di immigrazione. Ma credo di poter rispondere che molto dipende da una consumata ma dominante cultura “lavoristica”. Che considera poco più che una astratta fuga in avanti l’idea di elevare la ricchezza del territorio meridionale attirando cervelli e professionalità dall’estero;

Bolaffi Un’ultima questione. Secondo Lei è fondata l’affermazione contenuta in una intervista rilasciata mesi orsono a West dal Prof. Isai Sales secondo cui, caso più unico che raro, molti giovani che in Italia dal Sud trovano lavoro nelle regioni del Nord anziché aiutare economicamente le famiglie continuano a necessitare del loro aiuto?

Borgomeo Premesso che la questione andrebbe approfondita meglio di quanto io sia in grado di fare direi che l’affermazione di Sales è fondata. Soprattutto per una ragione. In Italia, più che in altri paesi, trovare casa “lontano da casa” è non solo difficile ma molto costoso. E per molti anche se hanno un lavoro stabile con gli stipendi che corrono è difficile se non impossibile arrivare alla fina del mese.

Immigrazione, primo vero grattacapo per Johnson

Finiti i festeggiamenti, per i Brexiter è l’ora della verità. Soprattutto sull’immigrazione. Spetterà in particolare al Premier inglese Boris Johnson l’onere di dimostrare, come ha più volte sostenuto, che fuori dall’UE per la Gran Bretagna sarà più semplice controllare i propri confini e selezionare all’ingresso i buoni dai cattivi immigrati. Che tradotto significa: porte aperte ai cervelli e chiuse alle braccia straniere.

Nell’attesa di capire se e come l’istrionico leader britannico riuscirà a realizzare il sogno che è stato di molti politici (De Gaulle docet) prendiamo atto che secondo un rapporto del Parlamento di Sua Maestà la sua sarà un’impresa assai complessa se non impossibile. Il dettagliato documento redatto e appena pubblicato dai deputati di Westminster segnala infatti due non trascurabili ostacoli sui quali potrebbe infrangersi il progetto del Primo Ministro: attirare the brightest and the best e lasciare fuori gli immigrati unskilled dei Paesi Terzi.

Il primo: per accaparrarsi i migliori talenti internazionali servono norme e burocrazia snelle, tarate sulle esigenze del mercato occupazionale tali da non scoraggiare professionisti che non apprezzando cavilli e tempi lunghi sono pronti a scegliere, a condizioni migliori, altri lidi. Peccato che la normativa vigente va in tutt’altra direzione. Perché è vero che prevede visti agevolati per gli immigrati altamente qualificati. Ma non tiene affatto conto del rapporto esistente tra domanda e offerta di lavoro relative a una specifica professione. Questo vuol dire, solo per fare un esempio, che un ingegnere indiano che decide di trasferirsi Oltremanica può perdere più di qualche mese per trovare un impiego. Problema non da poco perché, si legge nel report parlamentare:“highly qualified research scientists, computer programmers and mathematicians do not usually switch countries without a job lined up”. Ma anche se Boris Johnson, con tutte le difficoltà del caso, riuscisse a modificare la normativa vigente si ritroverebbe solo a metà dell’opera. Dovrebbe, infatti, fare i conti con le richieste di manodopera straniera a basso costo che arrivano dagli imprenditori inglesi, soprattutto nei settori agricolo, edile, socio-sanitario e turistico.

Sta qui il secondo ostacolo. Per soddisfare questa domanda di braccia immigrate, Boris Johnson dovrebbe non solo smentire le sue promesse (no all’idraulico polacco, etc.), ma ridisegnare la normativa britannica secondo una logica opposta a quella che riguarda i super qualificati. Contrariamente a questi ultimi, infatti, i lavoratori poco qualificati difficilmente riescono ad avere un lavoro prima dell’ingresso nel paese ospitante (chi assume una baby-sitter senza averla mai guardate negli occhi?). Ma se il Premier inglese dovesse trovare la quadra anche su questo punto, si ritroverebbe tra le mani un’altra patate bollente: il malessere sociale dei lavoratori autoctoni poco qualificati che subiscono la concorrenza al ribasso di coloro che con le medesime competenze arrivano dall’estero. E che, vale la pena ricordarlo, sono quelli che hanno votato in massa per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Insomma, un rebus. Resta da vedere se anche in questo caso il fantasioso Boris Johnson riuscirà a tirare fuori il coniglio dal cappello ?

I guai del Muro

Il Muro di Trump rischia di essere un gigante dai piedi d’argilla. A causa di falle, cedimenti strutturali e errori di costruzione. La faraonica opera che, come promesso dal Presidente ai suoi fan, dovrebbe blindare una volta per tutte il confine tra USA e Messico e bloccare il traffico di immigrati clandestini, rischia il flop. Secondo un report degli ingegneri che ci stanno lavorando al confine dell’Arizona pubblicato dal Washington Post, la struttura dovrà essere dotata di cancelli che dovranno obbligatoriamente tenere aperti per diversi mesi dell’anno. Per evitare che le piogge monsoniche che d’estate si abbattono sul deserto dello Stato diano luogo a rischiose inondazioni. Infatti in assenza di “vie di sbocco” l’ingrossamento di fiumi di solito in secca avrebbe conseguenze disastrose. E perfino il crollo dello stesso Muro.

Per questo gli addetti del CBP (Customs and Border Protection) hanno ipotizzato la realizzazione di appositi “passaggi” per tutto il periodo estivo. Come già avviene in altre sezioni di confine. Dove sono state istallate delle feritoie che gli agenti azionano manualmente all’arrivo dei temporali. Con l’inconveniente, però, che queste“serrande”, collocate in aree di confine isolate e prive di elettricità, non possono essere azionate a distanza. E in molti casi finiscono per restare aperte e incustodite per mesi. Una manna per i narcos messicani che sfruttano questi varchi per trasportare indisturbati negli Stati Uniti clandestini e droga. Insomma, sottolinea il WP, il rischio inondazioni sta minando il sogno di Trump di blindare il fortino americano. Visto che, al momento, gli uomini della Casa Bianca non risulta abbiano trovato il modo di risolvere il problema e chiudere le falle. Va detto però che di crepe nel Muro ce ne sono già parecchie. Come dimostra la scoperta di qualche giorno fa che ha portato alla luce un tunnel lungo come mai si era visto in passato.

Immigrazione e lotta di classe

Sull’immigrazione è in atto una lotta di classe per procura. Oggi, infatti, le sorti del conflitto sociale dipendono per molti aspetti dagli esiti del braccio di ferro in atto su questa questione. E che gruppi e ceti sociali combattono per difendere o, all’opposto, guadagnare terreno sulla frontiera del benessere materiale ed esistenziale. Ma quali sono le cause di questa lacerante tensione prodotta dall’immigrazione? Anche se non definitive sono due le risposte più “gettonate” tra gli studiosi.

La prima poco convincente, di recente elegantemente argomentata dall’americana Suzette Brooks Masters. Che nel suo ultimo libro Change is Hard sostiene che i problemi legati all’immigrazione, essendo di natura culturale, spariscono grazie all’uso di una pedagogia narrativa utile a conciliare interessi che rischiano altrimenti di essere gli opposti: "Poiché spesso coloro che sono favorevoli all’immigrazione usano un linguaggio che sia pur involontariamente suscita la reazione degli americani contro gli immigrati…è bene evitare di esaltare l’eccezionalità della figura dell’immigrato e, soprattutto, esaltare sconsideratamente la diversità come un bene assoluto”. Una posizione pedagogica -sovrastrutturalista che esclude l’esistenza di altri tipi di problemi.

La seconda, più concreta e convincete, esposta da Alejandro Portes. Che nel suo Tensions that Make Difference sostiene che l’immigrazione è fonte di tre assai seri problemi : “ 1) una pesante competizione ai danni dei lavoratori nazionali sia qualificati che non; 2) il disagio largamente diffuso tra la popolazione delle classi popolari per la crescente, invadente presenza immigrata. Cosa che invece non riguarda quelli dei ceti privilegiati che hanno invece solo da guadagnare dalla presenza degli immigrati; 3) l’assenza di diritti che espone gli immigrati clandestini ad abusi da parte dei datori di lavoro ed ai pericolosi tentacoli del crimine organizzato".

Un quadro come si vede affatto semplice da decifrare. Reso se possibile ancora più complicato dal fatto che nell’attuale conflitto legato all’immigrazione è la destra e non più come in passato la sinistra che difende (e sfrutta politicamente) le paure e le ansie dei settori meno protetti della società.

I dati dell’immigrazione distorti dall’ideologia

Plinio scriveva che si vede con la mente, non con l’occhio. Sarà forse per questo che in un recente articolo sul quotidiano Le Monde, Julia Pascual ha interpretato in modo del tutto personale il contenuto di un rapporto parlamentare appena pubblicato sull’impatto economico e sociale dell’immigrazione in Francia.

Secondo la notista del più conosciuto giornale d’Oltralpe, la conclusione delle 129 pagine curate da un team di deputati di diversi orientamenti politici è riassumibile così: “un rapport parlementaire souligne l’effet neutre de l’immigration sur l’économie”. A suo avviso quello sul quale mezzo Occidente si divide e contrappone è un non fenomeno. In quanto tale non fa gioco nelle dinamiche economiche e politiche.

Eppure a leggere, senza filtri mentali, le pagine redatte dai parlamentari francesi, emergono analisi e posizioni, più o meno condivisibili, ma che di certo non definiscono neutrale l’impatto dell’immigrazione sul mercato nazionale. Prendiamo ad esempio il capitolo dedicato alle conseguenze che i nuovi arrivati hanno sul livello di occupazione e dei salari degli autoctoni: “un afflux de travailleurs non qualifiés pourrait réduire le salaire des travailleurs non qualifiés et accroître celui des qualifiés, avec donc une tendance à augmenter les inégalités entre qualifiés et non-qualifiés”. Per la semplice ragione che con l’aumento della disponibilità di risorse umane disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A vantaggio del datore di lavoro. L’immigrazione è sì ricchezza, ma non per tutti. C’è che vince e c’è chi perde. Tant’è che per aggiustare questa iniqua redistribuzione dei vantaggi derivanti dall’immigrazione, il rapporto suggerisce: “de mettre en place des politiques publiques adaptées pour compenser les pertes des travailleurs les plus vulnérables ou pour revaloriser les emplois peu qualifiés”.

Verità che confermano, con qualche decennio di ritardo, le ricerche condotte dal Professor George Borjas, uno dei massimi esperti mondiali della materia. Suo lo studio monumentale sull’impatto che negli anni Ottanta ebbero i “marielitos”, i profughi partiti dal porto cubano di Mariel, nel mercato del lavoro della Florida. Col quale dimostrò che gli immigrati scarsamente qualificati, come quelli provenienti da Cuba, immortalati da Al Pacino-Tony Montana in Scarface, abbassano i redditi dei ceti medio-bassi. Mentre aumentano quelli dell’upper-class. Se questo è un fenomeno neutrale, bon courage!