Trump teme la linea d’ombra

Siamo proprio sicuri che Trump è finito? Secondo Frank Bruni, che sul New York Times di mercoledì 1 luglio lo ha definito “toast” (cotto) la risposta è sì. Una predizione forse azzardata ma non infondata a leggere i risultati, per lui sconfortanti, di sondaggi e rilevazioni campionarie pubblicati ormai a getto continuo. Come quella, ultima della serie, condotta del Pew Research Center. Secondo la quale l’83% degli americani intervistati si sarebbero detti scontenti di come stanno andando le cose nel loro paese. Una percentuale negativa da capogiro soprattutto se espressa a pochi giorni dalla ricorrenza del 4 luglio. Una festa che da sempre ha rappresentato per gli americani motivo di speranza ed ottimismo per le sorti a venire della loro nazione. E che invece, quest’anno, rischia di essere “silenziata” dall’incedere del coronavirus talmente inarrestabile da imporre il lockdown persino a quella che anni addietro Mark Twain definì come la Porta d’Oro d’America: la California.

Una situazione che Trump oltre a gestire come peggio non poteva ha scriteriatamente pensato di utilizzare, con ribalda prosopopea, come arma di una assai poco felice campagna elettorale. Un modo di fare fortunato fino a ieri che rischia oggi di trasformare le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre in un referendum sulla sua persona anziché su una proposta politica. Il nodo dei problemi, che spiega molto dell’agitazione presente tra i suoi più stretti collaboratori, è che non si capisce più dove sia finito il messaggio di cambiamento con il quale Trump oltre a sorprendere amici e nemici era riuscito a mobilitare quella parte dell’America profonda “lasciata indietro” dai fasti della globalizzazione e dal trionfo della cultura metropolitana aperta a tutte le diversità eccetto la loro. Uno spaesamento strategico aggravato dal tradimento della fortuna. Un abbandono che per un politico è peggio del veleno. La buona sorte degli anni passati negli ultimi mesi sembra, infatti, avergli decisamente voltato le spalle. Al punto che quasi tutto quello che fa finisce per andargli storto.

Come, ad esempio, l’esito infelice della definizione dodering (vecchio scimunito) con la quale aveva pensato di tagliare le gambe al rivale democratico Joe Biden. E che, invece, si è per lui trasformata in un boomerang, costringendolo a correre ai ripari per evitare di inimicarsi e perdere il voto del potente e decisivo partito dei seniores a stelle e strisce. La verità è che c’è una linea d’ombra sul futuro di Trump di cui, per affettuosa scaramanzia, i suoi evitano nel modo più assoluto di parlare. Di tutti i Presidenti americani solo due hanno fallito la rielezione al secondo mandato: Jimmy Carter e George Bush (padre). Ed entrambi nell’estate pre- elettorale avevano un rating di gradimento inferiore a 40%. Che è esattamente lo stesso di cui è attualmente accreditato il magnate newyorkese.

Da Jerry Masslo a Mondragone non è cambiato niente

A cosa sono serviti trent’anni di sanatorie in Italia? E’ quello che viene da chiedersi di fronte alle condizioni abitative, sociali e lavorative dei braccianti bulgari irregolari contagiati dal Covid-19 a Mondragone. Sfruttati alla luce del sole nei campi del casertano, sono adesso confinati e mal visti dalla popolazione autoctona nei fatiscenti palazzi ex-Cirio.

Li chiamano invisibili. Ma di loro sappiamo tutto: dai dati anagrafici, al luogo di residenza fino ad arrivare ai datori di lavoro che di questa manodopera irregolare e sotto pagata fa, da sempre, quello che vuole . Non sembra, infatti, cambiato molto da quel lontano 25 agosto 1989 quando a Villa Literno (25 km da Mondragone) l’omicidio del rifugiato e attivista sudafricano Jerry Masslo svelò all’Italia intera i vizi del mercato clandestino dell’immigrazione stagionale. Che vedeva in questi immigrati gli ingranaggi ideali per sostenere un sistema agricolo arretrato e fuori dalle regole. Scoprimmo all’improvviso il caporalato, le baracche, i ghetti, gli schiavi del nuovo tipo, etc. Orrori che un robusto e trasversale schieramento politico pensò di combattere, e guarire, con una serie di regolarizzazioni a ripetizione.

In nome di questo nobile fine l’Italia è oggi saldamente al comando nella speciale classifica internazionale dei pochi paesi che hanno fatto sistematicamente ricorso a questo tipo di provvedimenti anziché ad una vera e seria politica migratoria. Tuttavia, qui la grande unicità del caso italiano, nel corso del tempo col numero dei sanati è cresciuto, o nella migliore delle ipotesi è rimasto invariato, quello dei ghetti abitati da quelli che per opportunismo definiamo invisibili. Insomma, è come assumere overdose di paracetamolo e non vedere calare la febbre.

A fronte di questo mismatch tra rimedio e male, questo schieramento trasversale pro-sanatoria continua, imperterrito come nulla fosse sempre sulla stessa strada. Tant’è che nel recente Decreto Rilancio Italia, ha trovato posto un discusso provvedimento di regolarizzazione presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo. Cosa che, purtroppo, non è servito, ancora una volta, ad evitare il prevedibile, ennesimo disastro di Mondragone.

Biden avanza ma per la vittoria c’è tempo

Per Trump la corsa alla rielezione presidenziale si fa di giorno in giorno più faticosa. Come testimoniano i risultati , per lui certo non confortanti, resi noti dall’ultimo sondaggio New York Times/ Siena College relativo all’orientamento del voto nei sei stati (Pennsylvania, Wisconsin, Florida, Arizona, Michigan, North Carolina) che per il loro peso elettorale saranno decisivi sull’esito delle urne a novembre prossimo. In base alle risposte degli intervistati, infatti, il candidato dell’opposizione democratica Joe Biden avrebbe sull’attuale inquilino della Casa Bianca un vantaggio di ben 14 punti.

Uno scarto notevole. Reso ancora più significativo dal fatto che l’ex vice di Obama oltre ad avere dalla sua il cosiddetto elettorato indipendente, quello femminile scolarizzato e dei giovani delle varie minoranze sembrerebbe addirittura tener testa a Trump anche tra gli adulti maschi bianchi da sempre massicciamente schierati dalla sua. Un cambiamento nell’umore politico del paese segnalato anche dal fatto che a maggio la raccolta fondi del candidato democratico aveva superato per la prima volta dall’avvio della campagna elettorale quella del magnate newyorkese.

La verità, spiegava una nota Axios dello scorso 22 giugno, è che oggi molti swing voters che nel 2016 avevano tradito la Clinton per Trump dicono di voler ritornare suoi loro passi perché: “they see Biden less a change agent than as a path back to stability". Anche se hanno consapevolezza dei problemi che attanagliano il loro vivere quotidiano manifestano però il bisogno, dopo quattro anni di una presidenza a dir poco tumultuosa, di tirare il fiato sacrificando le speranze alla normalità. Ma pur stando così le cose Biden farebbe però bene a non cullarsi sugli allori.

Intanto perché in politica i mesi che mancano al giorno delle urne sono un’eternità. Capace di riservare ogni tipo di sorprese. A partire dagli esiti delle Convention conclusive dei democratici a Milwaukee il 17 agosto e dei repubblicani Jacksonville il 24 dello stesso mese. Ma soprattutto facendo tesoro delle elezioni del 2004. Quando George W. Bush dato per sconfitto per la disastrosa condotta della guerra in Iraq venne rieletto alla Casa Bianca infliggendo all’astro democratico di allora John Kerry una pesante quanto inaspettata sconfitta. La verità, ammoniva scaramanticamente un’editoriale del New York Times dello scorso 15 giugno è che “gli americani sono meno interessati al processo del passato che alla valutazione della concretezza e del realismo dei progetti e delle proposte per il futuro”.

Sui rifugiati è ora di decidere

Una strana asimmetria domina il dibattito politico sui rifugiati. A livello internazionale, infatti, si parla molto del loro spaventoso aumento (80 milioni) ma si tace sul che fare e su come intervenire per riuscire ad assicurare un minimo di tutela a questo sterminato esercito uomini, donne e bambini in cerca di asilo dai quattro angoli del Pianeta.

La ragione di tanto disastro è, nella sua drammaticità, chiara e semplice. Dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, infatti, assistiamo al moltiplicarsi di crisi umanitarie senza soluzione. Dalla Siria, alla Somalia, passando la Libia e il Camerun, fino ad arrivare al Venezuela, registriamo conflitti che non trovano tregua, obbligando migliaia di individui e di famiglie a cercare protezione dentro e fuori dei loro confini nazionali.

Se tutto ciò è vero come si spiega il silenzio su come affrontare questa emergenza umanitaria senza precedenti? Domanda alla quale, nei limiti consentiti da un breve articolo, proveremo a rispondere.

Partiamo dal fatto che la Convenzione di Ginevra del 1951, pivot della governance dei rifugiati nel mondo, mostra ogni giorno di più i danni dell’età. Prova ne è il fatto che oggi a dettare i tempi ed i modi della concessione dello status di profugo nei paesi che nel 1951 sottoscrissero quell’intesa è il caso più che i suoi articoli. A denunciare questa anomalia che mette a repentaglio l’incolumità di molti soggetti vulnerabili era stato poche settimane fa un dettagliato reportage di Matt Katz sull’autorevole rivista americana The Atlantic. Che per offrire ai lettori un esempio concreto di come la Convenzione di Ginevra funzioni poco e male, ha dato voce e conto della sorte che spetta ai fortunati che riescono a fuggire dalla gravissima, e dimenticata, guerra civile tra anglofoni e francofoni in Camerun. Si scopre così che per i richiedenti asilo camerunensi la probabilità di ottenere all’estero lo status rifugiato dipende più dalla porta alla quale bussano che dalle condizioni oggettive nelle quali si trovano. Facile, ad esempio, essere accolti in Svezia, molto più complicato in Giappone. Visto che Tokyo, in media, ogni anno accoglie non più di 20 richieste di asilo.

Sono due le ragioni che spiegano la profonda divergenza che a livello internazionale regna sull’interpretazione di chi risponde alla suddetta definizione.

La prima: molti governi, vista il vento anti-immigrazione che tira, aggravata dalla pandemia, giocano sui cavilli burocratici per rigettare e negare le domande d’asilo. Come fa, ad esempio, una donna fuggita di nascosto e senza documenti di identità, a dimostrare di essere stata abusata in patria perché appartenente a un determinata minoranza etnica? E, allo stesso tempo, come fanno i governi a smascherare chi si presenta come rifugiato ma tale non è?

La seconda: quando la Convenzione di Ginevra del 1951 fu firmata, il rifugiato era per lo più un soggetto vittima dello Stato in cui era nato. Dal quale doveva essere protetto. Oggi non è sempre così. Perché al netto di chi fugge dalla guerra (es. i siriani), sono emerse nuove categorie di potenziali rifugiati che mezzo secolo fa nessuno considerava come tali. Dai perseguitati per il loro orientamento sessuale a quelli che subiscono le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici, fino ad arrivare alle vittime di violenze domestiche o private. Di questo universo mondo è, forse, ora di parlare. Ma nessuno dei big player internazionali ha la forza o la voglia, per le ragioni di cui sopra, di promuovere un new deal sui rifugiati che possa portare a un aggiornamento della Convenzione siglato ormai 70 anni fa. Un’occasione persa, tanto più che autorevoli esperti mondiali di diritto d’asilo hanno da tempo proposto soluzioni concrete per risolvere almeno una parte dei problemi fin qui esposti. Pensiamo, ad esempio, al Professor James C. Hathaway che nel 1997 ha presieduto una Commissione Onu di specialisti della materia che aveva teorizzato l’introduzione di una sorta di corridoi umanitari statali (non gestiti da enti privati) come soluzione al problema della condivisione fra la comunità internazionale degli oneri derivanti dalle emergenze profughi nel pieno rispetto dei diritti di questa speciale e vulnerabile categoria di immigrati forzati.

Per consultare le conclusioni alle quali giunse il panel di studiosi guidati da James C. Hathaway, basta digitare su internet Making International refugee law relevant again: a proposal for collectivized and solution-oriented protection. Il documento, considerato una pietra miliare degli asylum studies contemporanei, proponeva di introdurre a livello globale una netta distinzione tra i luoghi di identificazione dei richiedenti asilo da quelli di accoglienza di coloro cui venisse riconosciuto lo status di rifugiato. Era questa, a loro avviso, l’unica via per evitare che in caso di crisi umanitarie la responsabilità di assistere e proteggere profughi e sfollati, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, ricadesse esclusivamente sugli stati limitrofi.

Per capire di cosa parliamo, immaginiamo di applicare questa teoria nello spazio euro-mediterraneo che dalla Primavera Araba del 2011 è il luogo di transito di migliaia di richiedenti asilo e immigrati economici in fuga dall’Africa verso l’Europa. Una pressione migratoria senza precedenti che è gravata, per ragioni geografiche, sugli Stati UE di frontiera, Grecia e Italia in testa, chiamati a svolgere, al contempo, il doppio ruolo di paesi che identificano e accolgono i nuovi arrivati.

Problema che, invece, seguendo le indicazioni della Commissione Hathaway potrebbe essere risolto creando negli stati collaborativi dell’Africa del Nord e di quella subsahariana, sotto l’egida dell’UNHCR e dell’OIM, safety zone dove chiedere asilo senza rischiare la vita. In caso di esito negativo i richiedenti verrebbero rimpatriati nel paese di origine. Mentre, ecco il significato dei sopra citati corridoi umanitari statali, se il parere è positivo i rifugiati verrebbero redistribuiti tra una coalizione di Stati firmatari di un accordo internazionale che li obbliga ad accoglierli pro-quota. Sta qui il passaggio dall’emergenza a una politica ordinata e sicura per chi arriva e chi riceve.

Trump cerca di rimettersi in carreggiata

Trump più che malato, come invece molti avevano desunto (e forse sperato!) dai segni di malessere avuti in occasione della sua visita all’accademia militare di West Point, sembra vivo e vegeto. Soprattutto politicamente. Visto che negli ultimi giorni è riuscito a rompere l’accerchiamento in cui si era cacciato reagendo malamente alle sacrosante dimostrazioni di protesta scoppiate dopo che a Minneapolis si era perpetrata l’ultima, ennesima esecuzione di un uomo di colore da parte della polizia.

Un passo falso che per la sua protervia poteva costargli molto caro. Per gli americani di qualunque colore politico è infatti inaccettabile che il Presidente degli Stati Uniti esca dalla Casa Bianca brandendo la Bibbia a fianco del Generale in capo dell’esercito. E per raggiungere la chiesa del quartiere pretenda di far sloggiare dalle forze dell’ordine i manifestanti che gli ostacolano il cammino. Ma quando nessuno se lo aspettava ecco il colpo di scena. Lunedì scorso i giudici della Corte Suprema con il decisivo voto del super conservatore Neil Gorsuch, che proprio Trump tra mille critiche aveva imposto all’indomani della sua elezione, hanno preso due decisioni a dir poco storiche.

La prima relativa alla condizione dei transgender. Che secondo i supremi magistrati, in base a quanto stabilito dal Civil Rights Act del 1964, ha il diritto di essere tutelata contro ogni forma di discriminazione.

La seconda, che pur avendo attirato meno attenzione della prima, rischia di essere non meno rivoluzionaria. Perché riguarda la scottantissima materia dell’immigrazione. La Corte, infatti, sempre con l’inatteso sì della sua maggioranza di destra, ha rifiutato di accogliere in giudizio il ricorso degli avvocati del Presidente contro la democratica California. Che per anni si è opposta alle ingiunzioni della Casa Bianca di far collaborare la polizia statale con quella federale nella caccia agli immigrati clandestini presenti sul suo territorio. Due novità alle quale nelle ultime ore se ne aggiunta una terza da Washington.

Il Governo, che fino a ieri aveva sempre detto di no, ha infatti deciso, superando resistenze ed oltranzismi di ogni tipo, di dare ascolto all’umore del Paese varando un progetto di riforma della polizia. Che, per quello che è dato sapere, non è lontano, almeno nelle intenzioni, dal Justice in Police Act presentato a tamburo battente la scorsa settimana dai parlamentari dell’opposizione democratica.

 Un bel cambiamento, non c’è che dire. Che se sommato alla forte ripresa segnalata negli ultimi giorni dai principali indicatori dell’economia potrebbe consentire a Trump di riguadagnare la carreggiata elettorale che nelle ultime settimane sembrava, invece, avere irrimediabilmente perso.

La regolarizzazione non è stata un flop per gli evasori

Con i proclami non si governa l’immigrazione. Sembra questo il messaggio che emerge dai primi dati sulla regolarizzazione degli immigrati nel nostro paese iniziata lo scorso 1 giugno e che si concluderà il prossimo 15 luglio. Il provvedimento, incluso nel Decreto Rilancio Italia, era stato presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo.

Tuttavia, ad oggi, delle circa 30 mila domande pervenute, la maggioranza riguarda colf e badanti. La più classica eterogenesi dei fini. La regolarizzazione avrebbe dovuto tutelare, nelle intenzioni dei proponenti, i più vulnerabili e assicurare in tempi stretti agli imprenditori agricoli l’indispensabile forza lavoro stagionale. Essa, invece, sembra aver fornito un assist ideale ai ceti sociali che calpestando le regole approfittano dei vantaggi dell’immigrazione. E’ di tutta evidenza, infatti, che le domande fin qui registrate di emersione del personale straniero addetto alla cura della casa e della persona siano arrivate da una parte dei ceti medi. Che forse intimoriti dai rischi sanitari derivanti dalla pandemia, hanno pensato bene di approfittare di questa occasione per regolarizzare rapporti di lavoro che nell’era pre-Covid 19 non avevano timore di tenere sommersi. Ma oggi lo scenario è cambiato. In caso di un secondo lockdown, ad esempio, non dovranno più affrontare il dilemma di tenersi in casa una colf/badante irregolare, con tutti i rischi del caso oppure mandarla via col timore di perdere i contatti.

Risolti i loro problemi, la regolarizzazione ha lasciato insoluti sul tappeto quelli per i quali era stata approvata. Una verità che non deve aver sorpreso i partner europei. Che fatta eccezione per il Portogallo hanno intrapreso strade alternative a quella italiana per risolvere le medesime questioni. Su scala comunitaria si è infatti cercato di superare l’impasse dapprima con la Comunicazione della Commissione Europea dello scorso 30 marzo che sollecitava gli Stati UE a garantire, attraverso i cosiddetti corridoi verdi, la libera circolazione dei lavoratori stranieri stagionali in settori strategici come quello agricolo. Mentre l’Italia dibatteva sul Sì o No alla regolarizzazione degli immigrati, in Europa si apriva una corsa per accaparrarsi i lavoratori dell’Est, soprattutto dalla Romania. Il nostro paese è rimasto ai margini di questa competizione, pur essendo storicamente la prima destinazione lavorativa dei rumeni. Il risultato è stato che decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania e Gran Bretagna, Norvegia e Spagna grazie ai corridoi verdi basati sui princìpi dell’immigrazione circolare. L’Italia sta, invece, valutando se allargare le maglie della regolarizzazione, con la cocciuta speranza di vederla riuscire laddove ha sempre fallito.

Dopo Minneapolis l’America sfugge di mano a Trump

Trump si è infilato in un tunnel forse senza via di uscita. Privato dal potente tam-tam di proteste innescate dal video dell’uccisione di George Floyd del controllo della comunicazione sociale sembra come aver perduto la capacità di capire la portata del terremoto che da giorni scuote l’America. Chiamata a fare i conti con un complicato groviglio di contraddizioni che potrebbero travolgere un Presidente convinto di poterle affrontare ripetendo i vittoriosi slogan semplificatori delle elezioni del 2016. Al punto di non rendersi conto che il suo rumoroso quanto poco convincente niet alla riforma della polizia invocata a gran voce nelle piazze rischia di suonare come l’appassita replica di quella che dopo l’assassinio nel 1968 di Martin Luther King jr ebbe Ronald Reagan. Che nell’occasione affermò: “great tragedy that began when we began compromising with law and order”.

La verità è che per Trump tutto appare come d’improvviso essersi drammaticamente complicato. Ed il quadro politico lontano anni luce da quello che lo vide trionfare quattro anni orsono. La sua convinzione di riuscire a silenziare i manifestanti tuonando Law&Order è infatti assai meno convincente del MAGA (Make America Great Again) che gli consentì di strappare alla Clinton le chiavi della Casa Bianca. Per almeno due ragioni.

La prima è che una posizione di questo tipo ricacciandolo nel solco della destra repubblicana d’antan rischia di alienargli i voti dei ceti popolari allettati dalla sua promessa di guerra ai vecchi notabili dei poteri forti. Che, detto per inciso, non vedono l’ora di fargli pagare la spregiudicata durezza con la quale ha liquidato il vecchio establishment moderato del suo partito.

La seconda, ancor più decisiva, è che oggi, a differenza che in passato, ad invocare la riforma del corpo di polizia non è più solo la minoranza afro-americana affiancata dai liberal di sinistra. Ma parti significative di quell’elettorato moderato bianco che dopo Minneapolis non se la sente più di barattare la sua sicurezza con la violenza impunita degli uomini in divisa contro i neri. Con il risultato, come  ha spiegato sul New York Times Lillian Mason dell’Università del Maryland: “che se i sostenitori del suprematismo bianco si arroccano nel partito repubblicano spingono ad allearsi in quello democratico tutti quelli che sono contro. Cosa mai avvenuta prima di oggi”.

Se si crede nello ius soli, basta con la propaganda

Le sardine per tornare a farsi sentire hanno scelto il più difficile dei cavalli di battaglia: lo ius soli. Tanto è vero che nella manifestazione di ieri a Roma, abbiamo assistito a una confusione tra la solidarietà a George Floyd, l’afroamericano ucciso a Minnepolis da un agente di polizia, e la richiesta, contro ogni discriminazione, di approvare in Italia lo ius soli puro. Dimenticando che a livello globale gli unici ad averlo adottato sono proprio gli Stati Uniti, teatro in queste ore di duri scontri razziali.

D’altra parte, il tema delle modalità di concessione della cittadinanza italiana agli immigrati è scottante e delicatissimo.

Scottante perché, come accaduto poche settimana fa con la regolarizzazione, rischia di rianimare il confronto fra lo schieramento del laissez-faire umanitario contro quello securitario a discapito del merito della questione.

Delicatissimo perché tocca un nervo scoperto della normativa vigente, in particolare laddove penalizza i figli nati in Italia da genitori stranieri.

Per capire, nel dettaglio, di cosa parliamo, occorre riavvolgere il nastro e ripassare cosa è accaduto nei mesi finali della legislatura precedente a quella in corso. All’epoca, dopo estenuanti dibattiti al calor bianco tra favorevoli e contrari allo ius soli, il Senato decise, era il 12 settembre 2017, di rimandare alle calende greche la questione. E sulla stessa linea sembra attestarsi il governo in carica. Un errore. Visto che per aggiornare la normativa vigente a favore degli under-18 stranieri, non serve riprendere dal cassetto la farraginosa e ideologica proposta naufragrata nel 2017 tra gli scranni del Parlamento. Ma, più semplicemente, approvare tre piccole modifiche alla legge n.91 del 1992 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) attualmente in vigore.

La prima riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza: allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a cinque come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

La seconda concerne l’art.4 comma 2 che ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La terza ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

Si tratterebbe di un modello misto, West lo aveva definito ius temporis, che con le modifiche sopra descritte, sfruttando la norma del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione ius soli sì, ius soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.

Trump ricorda da vicino Jackson

Trump perderà a novembre le elezioni? E’ possibile ma poco probabile. Una affermazione per taluni forse inspiegabile se non addirittura sbagliata. Eppure ad una attenta lettura della situazione essa appare, almeno al momento, meno azzardata di quanto a prima vista potrebbe apparire. Per la semplice ragione che non bastano le dure critiche sull’atteggiamento avuto dal capo della Casa Bianca nei giorni che hanno incendiato l’America per decretare, come invece afferma Thomas Wright su The Atlantic dello scorso 2 giugno: “We’ve now entered the final phase of the Trump era”.

Ma il fastidio per un modo di fare irritante, come è quello del tycoon newyorkese, non rappresenta un salvacondotto per qualunque tipo di accusa. Al punto che l’inquilino della Casa Bianca è stato accusato di voler attentare alla democrazia semplicemente per aver minacciato l’intervento dell’esercito contro i vandali in azione nelle metropoli del paese. Senza però ricordare che, ad esempio, in passato prima Lyndon Johnson a metà degli anni ’60 (contro i segregazionisti dell’Arkansas e dell’Alabama) e poi Bush padre nel 1992 ( per frenare i moti scoppiati nei ghetti neri di Los Angeles) avevano fatto ricorso, come la legge consente in casi estremi, alla Guardia Nazionale.

La verità è che con la propaganda non si fa politica. E, per quello che è dato vedere, gli avversari del Presidente ci sembra abbondino della prima ma scarseggino della seconda. Il vero punto della questione sta qui. Trump non piace ma è senza alternative. L’opposizione democratica latita e quella repubblicana tace. Di qui le sue chance di agguantare nelle urne di novembre il secondo, ambitissimo mandato. Sfruttando il suo formidabile mix di conservazione, progressismo e populismo che ricorda da vicino quello di un antico, famoso predecessore: Andrew Jackson. Un Presidente che gli annali della storia descrivono urtante e spietato non meno dell’attuale.

I neri si rivoltano, Trump sorride

La rivolta nera che sta incendiando l’America rischia di suonare la campana a morte per le chance dei democratici alle prossime elezioni presidenziali di novembre. Non solo perché, come insegnano le spietate leggi della politica, eventi di questo tipo finiscono inesorabilmente per rafforzare la destra conservatrice. Basta ricordare che a quelli di pari ampiezza scoppiati nel 1968 quando fu assassinato Martin Luther King, seguirono alla Casa Bianca, con l’unica eccezione di Carter nel 1976, 25 anni di ferreo predominio repubblicano.

Ma perché alla base della rabbia dolorosa dei tanti scesi in piazza in questi giorni c’è la disperazione di una comunità che non si sente ascoltata nel modo dovuto da chi, come l’opposizione, si è invece sempre considerata, a torto o a ragione, loro paladina.

Una verità che lo scrittore nero Astead W. Herndon ha brutalmente riassunto sul New York Times di domenica scorsa affermando: “Joe Biden cerca di lenire l’animo ferito di un paese sconvolto dalla rabbia e di strappare la Casa Bianca a Trump. Ma se si limita a ripetere alla gente che a novembre deve andare a votare rischia di fallire su entrambi i fronti. Ai neri non basta più sentirsi dire che sconfiggendo Trump tutto ritornerà come prima visto che l’America pre-Trump non è certo il loro obbiettivo”.

Un concetto che un giovane nero, Sierre Moore, ha reso ancora più chiaro dalle barricate erette contro i gendarmi: "Se i democratici vogliono il nostro voto ascoltino le ragioni della nostra rabbia”. La verità, però, è che dietro a queste dolorose, sacrosante grida di aiuto è in agguato per il partito dell’asinello il peggiore dei rischi. Arrivare all’appuntamento di novembre con l’elettorato nero, da sempre suo punto di forza, anziché compatto spaccato e deluso. E per di più isolato e contrapposto sia da quello dei bianchi moderati anti Trump sia, cosa ancora più grave, da quello numerosissimo delle minoranze immigrate del paese. Che non a caso, proprio grazie alla loro stretta alleanza “arcobaleno” nel 2004, avevano consentito per la prima volta l’ingresso alla Casa Bianca di un nero d’America.