Negli USA non lo amano ma lo votano

Trump concludendo la scorsa settimana un comizio in North Carolina si è accomiatato da una elettrizzata platea di sostenitori dicendo: “Win where  we won” (vinciamo dove abbiamo vinto). Una frase che dice molto se non tutto sulla sua strategia per essere riconfermato alla Casa Bianca alle prossime elezioni presidenziali del novembre 2020. Riottenere i voti di coloro che nel 2016 gli hanno consentito, smentendo le previsioni di molti, di battere la super favorita Hillary Clinton.

Una strategia che non è, come a prima vista verrebbe da pensare, difensiva ma di attacco frontale alla martellante quanto confusa campagna elettorale dell’opposizione democratica. Che continuando ad alzare i toni contro la sua politica dell’immigrazione ed il suo stile prepotentemente decisionista non si è forse ancora resa conto di contribuire a rafforzarne il consenso negli strati popolari proprio in stati come l’Ohio, la Pennsylvania o il Wisconsin sui quali Trump più conta per restare presidente. Una dinamica che spiega anche quello che per editorialisti e politologi è diventato un vero e proprio rompicapo in base al quale Trump, paradossalmente, cala nel rating del public approval ma aumenta in quello elettorale.

La verità è che, per usare l’acuta definizione datane dal New Yorker,  con il suo “razzismo calcolato” Trump cerca di costringere i democratici a radicalizzarsi in una sorta di antitesi razziale dei repubblicani. Cosa che oltre a rafforzare il lealismo dei supporter repubblicani di base potrebbe anche inquietare molti elettori potenzialmente filo democratici del ceto medio professionale ed imprenditoriale. Che pur non approvando il suo modo di fare e di parlare temono però che un’ulteriore polarizzazione ideologica della vita politica del paese ed una sua eventuale sconfitta elettorale possano compromettere l’eccellente andamento dell’economia e degli affari. Decidendo, come si dice,  di  votarlo turandosi il naso.

La sinistra dovrebbe leggere questa ricerca sull’immigrazione

Dopo che per anni West, nell’indifferenza generale, ha cercato di segnalare il problema, finalmente trova conferma il fatto che se è vero che l’immigrazione produce ricchezza, è altrettanto vero che di essa si avvantaggia solo una parte della società. Basta leggere le conclusioni di un interessante studio appena pubblicato dal think tank liberal londinese Global Future. Secondo cui se si vuole mettere fine al pericoloso scontro in atto sull’immigrazione, la prima cosa da fare è sperimentare innovativi strumenti per redistribuire in modo egualitario tra la popolazione del paese ospitante il surplus generato dai nuovi arrivati. Un tema gigantesco e complicato. Al punto che fino a oggi se ne sono tenuti alla larga sia i nuovi partiti sovranisti che quelli aperturisti. I primi, invocando i muri. I secondi cincischiando tra frontiere aperte sì, frontiere aperte no.

Partiamo dal cuore del problema, cioè dal fatto che gli Stati occidentali al loro interno sono ormai spaccati in due contrapposti schieramenti: Anywhere vs Somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che hanno il potere di contrabbandare per nazionali decisioni prese solo a tutela dei loro interessi. Come, ad esempio, quella di puntare sull’economia della conoscenza, aperta e con una elevata immigrazione, che garantisce loro sicuri vantaggi. Ma penalizza gli appartenenti alla seconda categoria perché meno colti e qualificati. È intorno a questo cleavage tra vincenti e perdenti della globalizzazione/immigrazione che si gioca l’equilibrio geopolitico dell’Occidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché di fronte a questa epocale sfida, il rischio è che l’ansia e la frustrazione sociale dei Somewhere si traduca in un sostegno elettorale sempre più robusto all’eterogenea galassia di capi-popolo che non a caso dal 2016 (anno del clamoroso sì alla Brexit) esce vincente dalle urne occidentali.

Ed è proprio per evitare questo rischio che i ricercatori di Global Future avanzano una proposta assai innovativa. Ovvero quella di creare a livello nazionale, nel caso di specie in Gran Bretagna, un Fondo Nazionale per ripartire la ricchezza prodotta dall’immigrazione tra i ceti-medio bassi dei quartieri periurbani che vedono i nuovi arrivati come una minaccia al loro benessere economico e sociale. Si tratterebbe di investire annualmente una cifra pari alla ricchezza che l’immigrazione, ad esempio attraverso il pagamento di contributi previdenziali apporta al Paese ospitante. Nel caso del Regno di Sua Maestà se si tiene conto soltanto degli immigrati dall’aria UE parliamo di circa 4,3 miliardi di sterline l’anno. Da destinare, d’accordo con gli amministratori locali delle aree con la più elevata percentuale di Somewhere a sei dossier: formazione, inserimento lavorativo, rigenerazione degli spazi urbani, trasporti pubblici, innovazione, investimenti.

Insomma, un pacchetto di azioni pensata come una sorta di riduzioni del danno che i ceti svantaggiati, incluso un grosso pezzo della classe media, hanno subìto perdendo, a torto o ragione, il treno della globalizzazione che ad altissima velocità ha frantumato molte delle loro certezze.

Una possibile soluzione a un problema che, peraltro, mentre le tradizionali classi dirigenti occidentali fanno finta di non vedere, era stato segnalato in larghissimo anticipo da accademici di fama internazionale come il Professor George Borjas dell’Università di Harvard. Che negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un monumentale studio pluriennale sull’impatto economico-sociale dei profughi cubani (i cosiddetti Marielitos immortalati nel film-cult Scarface) sul mercato del lavoro della Florida, era giunto alla conclusione che avevano abbassato i redditi dei ceti autoctoni medio-bassi e aumentato quello dell’upper-class. Nient’altro, sostiene Borjas, che la dimostrazione della legge della domanda e dell’offerta. Perché con l’aumento della disponibilità di risorse umane disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A vantaggio del datore di lavoro. Più chiaro di così.

Il nuovo Marocco dell’immigrazione

Il Marocco da sempre Paese di emigrazione, dall’inizio del nuovo secolo ha subito una metamorfosi. Grazie alla sua posizione geografica è stato a lungo Paese di transito per gli immigrati subsahariani in marcia verso l’Europa. Ma negli ultimi anni, con la progressiva chiusura delle frontiere europee, è divenuto Paese di destinazione. Come conseguenza di questo repentino cambiamento, Rabat, a differenza di altri governi della regione, ha sviluppato una politica migratoria nazionale e stretto accordi di partenariato con l’Ue. Un caso più unico che raro tanto da richiamare l’attenzione del Migration Policy Institute di Washington, che al Marocco e alla sua gestione dei migrati ha dedicato una lunga e approfondita analisi.

Il Paese, che conta 32 milioni di abitanti, ospita, oggi, 700mila immigrati provenienti dall’Africa subsahariana. Nel 1999 erano circa 50mila. Di fronte a questo incremento dei flussi, nel 2003 il governo marocchino è stato il primo nella regione a emanare una legge sull’immigrazione, introducendo misure per favorire l’integrazione e adottando politiche per il rispetto dei diritti umani. Mentre risale al 2014 una prima sanatoria per 25mila clandestini, seguita da un’altra nel 2017 che ha portato alla regolarizzazione di altri 28mila. Una decisione che ha però scatenato forti proteste.

Le difficili condizioni economiche del Paese, soprattutto nelle aree più periferiche, dove i tassi di povertà e disoccupazione sono molto alti, hanno creato un diffuso malessere tra le popolazioni locali, che vedono negli immigrati i diretti competitor nell’accesso al mercato del lavoro e alla redistribuzione della ricchezza. Il crescente clima di ostilità non ha però portato ha una retromarcia del governo. Che anzi punta a diventare sempre di più attore principale nelle discussioni regionali sull'immigrazione, svolgendo un ruolo centrale nel dialogo euro-africano. Compito ampiamente riconosciuto dall'Unione europea che solo lo scorso anno ha destinato al Marocco 148 milioni di euro per affrontare l’emergenza migranti e altri 182 milioni di euro per sostenere la creazione di posti di lavoro.

Per entrare negli USA dall’Africa usano l’Ecuador

Il sogno americano dei migranti africani passa dall’Ecuador. Il Paese andino è infatti diventato la nuova porta d’ingresso per gli USA. Un fenomeno in costante aumento dopo la chiusura della rotta libica. Nell’ultimo anno è infatti cresciuto esponenzialmente il numero di immigrati africani bloccati alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Che in aggiunta alle tante difficoltà sperimentate da quelli centroamericani sono costretti ad affrontare un viaggio lunghissimo e pericoloso. Che iniziato dall’Africa in aereo ha come prima tappa l’Ecuador, che non richiede il visto d’ingresso, e prosegue tra mille inenarrabili peripezie da Quito al Rio Grande. Un percorso di oltre 5mila chilometri attraverso la Colombia, la giungla di Panamà, i Paesi del Centroamerica e quindi il Messico.

Per giungere alla frontiera americana alcuni impiegano anche tre anni. La maggior parte di loro proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, Angola e Camerun. E tutti scappano dalla povertà estrema, dalle violenze e dai conflitti etnici che piagano l’Africa subsahariana. Per meglio capire le dimensioni del fenomeno basta citare un dato pubblicato dalla rivista Ozy: solo nella prima settimana di giugno, più di 500 immigrati africani sono stati arrestati dalla polizia di frontiera statunitense in Texas, nel 2018 erano stati in totale 211. “Stanno usando Quito come hub d’ingresso per il Nord America”, denunciano le autorità di Washington che ora minacciano ritorsioni contro il governo ecuadoregno. Nel Paese sudamericano vige ancora la politica delle “porte aperte” inaugurata più di 10 anni fa dall’ex presidente Correa. Dottrina messa oggi in discussione dall’attuale capo dello Stato, Lenin Moreno, che sta valutando l’introduzione di controlli più severi ai confini del suo Paese. Perché oltre al problema degli immigrati africani, l’Ecuador è da anni alle prese con un'altra insostenibile emergenza: quella dei profughi venezuelani.

Sui clandestini i dem USA non sanno che pesci prendere

Due episodi delle ultime ore confermano che negli USA lo scontro sull’immigrazione tra Trump e l’opposizione democratica è ormai giunto ad un punto di non ritorno. Prima il via libera presidenziale agli arresti ed al rimpatrio su larga scala da parte degli agenti dall’Home Security Agency dei clandestini presenti in gran numero nelle cosiddette sanctuary cities, come New York, San Francisco, Chigaco etc., in maggioranza governate da amministrazioni da sempre schierate contro l’uomo della Casa Bianca. Ed a seguire il terribile tweet con cui il Presidente ha “consigliato”, cosa mai avvenuta in precedenza, a 4 parlamentari democratiche ferocemente ostili alla sua politica- Ilham Omar (Minnesota), Alexandria Ocasio-Cortez (New York), Rashida Tlaib (Michigan), Anyanna Pressley (Massachusetts)- di lasciare il paese e tornare nelle nazioni di provenienza dei loro genitori, danno la misura di una contrapposizione sull’immigrazione che l’America aveva conosciuto solo nell’800 con l’ondata anti stranieri guidata dal Know Nothing Party e l’espulsione in massa degli immigrati cinesi e nel ‘900 con l’internamento in speciali campi di detenzione di quelli giapponesi dopo il bombardamento di Pearl Harbour da parte dell’aviazione del Sol Levante.

Riferimenti storici importanti che aiutano a capire ma non a spiegare perché gli eventi di oggi sono destinati a segnare chissà per quanto tempo il futuro della politica dell’immigrazione americana. Non fosse altro perché se anche l’esito delle urne non consentisse a Trump di essere riconfermato nelle 2020, cosa allo stato da molti ritenuta improbabile, la politica dell’immigrazione di chiunque sarà il successore difficilmente potrà evitare di fare i conti con gli enormi cambiamenti politico-culturali prodotti dagli anni della sua turbolenta presidenza. Che al di là dei metodi spesso discutibili usati è però riuscita a prendere di petto quello che da sempre ha rappresentato il vero punto debole della lotta di Washington all’immigrazione irregolare. Rappresentato dal fatto che i clandestini una volta riusciti a superare il confine e mettere piede sul suolo americano, a meno di non commettere reati o infrazioni gravi, erano pressoché certi di poter lavorare e vivere negli USA senza correre il rischio di essere rimpatriati. Un tabù che, al di là delle parole, nessun presidente americano prima dell’arrivo del magnate newyorkese aveva avuto l’ardire di affrontare. E che dopo di lui nessuno, c’è da scommettere, oserà o sarà in grado di ignorare.

I democratici corteggiano i clandestini e i latinos si inquietano

I democratici americani con il loro radicalismo sull’immigrazione rischiano oltre a fare il gioco di Trump anche di rompere con quella che dovrebbe rappresentare per loro la “testa d’ariete politica” alle elezioni presidenziali del 2020: la constituency latina. Come dimostra l’esito poco felice dell’incontro svoltosi lo scorso fine settimana tra i candidati alla nomination democratica ed i rappresentanti della potente League of United Latin American Citizens (LULAC). Che non hanno nascosto la propria delusione di fronte al fatto che i vari Bernie Sanders, Elisabeth Warren, Julien Castro e Beto O’Rourke pur divisi su tutto si sono invece trovati d’accordo sull’attaccare il giro di vite sull’immigrazione voluto da Trump. Promettendo non solo di voler cambiare, ammorbidendole, le recenti norme introdotte dall’amministrazione repubblicana contro gli ingressi irregolari, ma di estendere anche ai clandestini i benefici della protezione sanitaria varata tra mille difficoltà da Obama.

Un salto in avanti che, con grande delusione dei relatori, anziché galvanizzare ha preoccupato non pochi tra i delegati della comunità ispanica presenti in platea. Molti dei quali nonostante i lunghi anni di duro lavoro e regolare presenza sul territorio americano essendo ancora privi della protezione sanitaria pubblica hanno segnalato ai quattro big democratici la più viva contrarietà all’idea di essere “saltati” a favore di nuovi arrivati con meno diritti dei loro.

Tanto è vero che in uno dei momenti più caldi del confronto qualcuno dalla platea ha ricordato ad alta voce che nel 2009 il presidente Obama, per vincere l’ostruzionismo dei repubblicani, aveva dichiarato di fronte al Congresso che i benefici previsti della riforma sanitaria non riguardavano i clandestini. La verità, come ha giustamente fatto notare il Presidente della LULAC Dimingo Garcia ai cronisti che l’interrogavano sul perché delle contrapposizioni emerse nel corso dell’incontro appena concluso, è che gli appartenenti alla comunità latino-americana per confermare il tradizionale orientamento elettorale pro democratici si aspettano di sentire dai rappresentanti del partito dell’Asinello proposte concrete sui tanti problemi del loro vivere quotidiano più che tirate ideologiche contro la battaglia dell’immigrazione portata avanti da Trump. Come dire: a buon intenditor poche parole!

Ginevra deve cambiare perché cambiano i diritti

Il moto perpetuo dei conservatori anti-establishment che fanno tremare i liberali di mezzo Occidente, continua a spiazzare i tradizionali e imbambolati partiti politici. L’ultima conferma, semmai ce ne fosse ancora bisogno, arriva dagli Usa di Trump. Che mentre viene accusato dall’opposizione di violare con le sue politiche anti-immigrati i fondamentali diritti umani, ha sorpreso molti istituendo una Commission on unalienable rights. Di che si tratta, lo ha spiegato pochi giorni fa il capo della diplomazia americana Mike Pompeo: è un organismo consultivo, composto da dieci super esperti, guidati dalla giurista di Harvard, già consulente del Vaticano Mary Ann Glendon con il compito di preparare il terreno per un aggiornamento di quei diritti inalienabili descritti e sanciti dalla Dichiarazione Universale del 1948. Che, secondo il Segretario di Stato Usa, ha, almeno in parte, fatto il suo corso. Per la semplice ragione che fissa norme pensate all’indomani della Seconda Guerra Mondiale in risposta ai totalitarismi che avevano insanguinato la prima metà del Novecento.

Insomma, per riassumere il Pompeo-pensiero: se il mondo cambia, è forse il caso di cominciare a ragionare sul se e come aggiornare le regole internazionali che lo governano. Una verità che, piaccia o meno, sembra difficile da smentire. Soprattutto se finalmente si prende atto come di fronte alla globalizzazione delle crisi umanitarie, gli strumenti del diritto internazionale, Convenzione di Ginevra in testa, non risultano ormai all’altezza dei loro compiti. Cosa che peraltro aveva segnalato in largo in anticipo nel 1997, cioè in tempi non sospetti la Commissione di giuristi guidati dal Prof. James C. Hathaway dell’Università del Michigan, chiamata a fare il tagliano al sistema globale di accoglienza dei rifugiati: “Il regime internazionale dell’asilo è in crisi. Il modello che utilizziamo oggi non funziona più. Non è utile né ai rifugiati, né agli Stati”.

Tutto bene, dunque? Fino a un certo un punto. Perché l’opposizione teme che dietro questa apparente nobile iniziativa del governo Trump si celi il tentativo di restringere, anziché aggiornare, il perimetro dei diritti universali, specie in materia di aborto e tutela delle comunità LGBTI. Se così fosse, la comunità internazionale pagherebbe a carissimo prezzo il doppio peccato di cui si è macchiato lo schieramento, traversale degli imbambolati. Di ignavia, per aver lasciato nelle mani dei nuovi barbari il pallino dell’agenda politica. Di inconcludenza, per l’incapacità di offrire risposte robuste e praticabili all’attivismo degli avversari. Contro i quali lamentarsi sembra non bastare.

Negli USA come da noi la sinistra balbetta sull’immigrazione

Man mano che passano i mesi e si avvicinano le lezioni presidenziali 2020 è da mettere in conto che per Trump sull’immigrazione non saranno rose e fiori. Perché questa questione già di per sé difficile e politicamente assai divisiva si è di molto complicata negli ultimi mesi. A causa della gravissima crisi umanitaria che le autorità federali americane debbono fronteggiare ai confini meridionali del paese. Dove carovane formate da migliaia di famiglie centro americane, in grande parte provenienti di martoriati territori dell’Honduras, del Guatemala e del S. Salvador cercano, con tutti i mezzi e in tutti i modi di riuscire a scavalcare la frontiera yankee con la speranza di ottenere, con l’asilo, il diritto di farsi una nuova vita in America.

Difficoltà che una parte dell’opposizione democratica tenta di usare per delegittimare agli occhi della pubblica opinione la strategia del giro di vite con cui Trump spera di ottenere dagli elettori la conferma alla Casa Bianca. Una scelta politica azzardata che rischia di trasformarsi per gli oppositori del magnate newyorkese in un boomerang politico. Intanto perché, per come sono fatti e pensano gli americani, questo tipo di atteggiamento, considerato in contrasto con il principio fondante della cultura nazionale ”right or wrong this is my country”, non è da loro affatto apprezzato. Ma soprattutto in ragione del fatto che le accuse rivolte alla maggioranza repubblicana dai rappresentanti del partito dell’Asinello, secondo i quali l’emergenza immigrazione non esiste ma è solo un’invenzione usata dal Presidente per distrarre l’attenzione dei cittadini dai veri problemi del paese, suona non solo poco credibile ma, soprattutto, figlia di un errore che nelle urne può costare caro. E che nello slang politologico viene etichettato come doppio pesismo. Che, tradotto in parole semplici, stigmatizza una concezione della lotta politica secondo cui la stessa azione è giusta e legittima se la faccio io, mentre è colpevolmente sbagliata se la fa il mio avversario.

Una logica dei “due pesi e due misure” per la quale i democratici mentre gridano contro il pugno duro di Trump dimenticano (o fanno finta di dimenticare) che, numeri alla mano, i 450mila e passa immigrati clandestini espulsi dall’amministrazione Obama sono, ad oggi, due volte di più quelli rimandati a casa dal suo straripante successore alla Casa Bianca. Ed ai cittadini questo modo di fare né sfugge né piace.

I rifugiati si rivolgano a Marie Kondo prima di partire

Per gli immigrati del Terzo Millennio viaggiare informati è più facile ma più rischioso che in passato. Infatti nella babele di app e siti web che offrono gratuitamente consigli su come organizzare il viaggio e sui paesi di destinazioni è sempre più probabile imbattersi in notizie false o datate, quando va bene. Volutamente fuorvianti, quando va male.

A porre il problema, tutt’altro che banale, è stata Meghan Benton con un dettagliato studio (Digital litter: the downside of using technology to help refugee) appena pubblicato dal Migration Policy Institute di Washington. Le riflessioni della ricercatrice americana partono da un quesito che fino a oggi in pochi si erano posti: chi si occupa di ripulire il web dalla spazzatura digitale? Insomma, chi si fa carico di eliminare il pulviscolo di pagine e portali online scaduti, non aggiornati o del tutto inaffidabili che disorientano le ricerche degli utenti, nel caso di specie immigrati?

Domande almeno lecite. Soprattutto se si tiene conto, come ha fatto Meghan Benton, delle rare ricerche scientifiche internazionali (ad esempio quelle condotte dalla Open University e da France Medias Monde) che hanno dimostrato quanto sia breve la vita delle numerose iniziative online a favore di immigrati e rifugiati. Caso esemplificativo il biennio 2015-2016 che con l’apice della crisi migratoria euro-mediterranea ha visto un proliferare senza precedenti di servizi web, governativi e non, riservati ai nuovi arrivati di cui oggi non c’è più traccia.

Che fare? La soluzione-provocazione avanzata dalla studiosa d’Oltreoceano è quella di adottare contro questo ginepraio digitale il metodo Marie Kondo. La nota scrittrice giapponese che ha venduto milioni di copie in mezzo mondo spiegando ai suoi lettori come mettere ordine in casa eliminando il superfluo (in cima alla blacklist le inutili bomboniere dei matrimoni) potrebbe, in effetti, tornare utilissima alla causa. Ma a chi spetta la competenza in materia: Ong, Stati o enti sovranazionali?

Domande che, forse, dovrebbero entrare nell’agenda politica di chi ha a cuore la governance del fenomeno migratorio.

Sul censimento della popolazione dietrofront di Trump

Martedì scorso con un annuncio che ha colto molti di sorpresa la Casa Bianca in uno stringato comunicato stampa ha reso noto che il questionario del Censimento della Popolazione 2020 non conterrà, come invece chiedeva Trump, la domanda sulla cittadinanza. Una decisione in qualche modo obbligata dopo il parere espresso poche ore prima dalla Corte Suprema. Che pur non giudicando il quesito sulla cittadinanza discriminatorio e per questo incostituzionale, come invece chiedevano i democratici e non poche organizzazioni umanitarie, ha però respinto, giudicandole insufficienti, le argomentazioni con le quali l’amministrazione federale, innovando una prassi in essere nei Censimenti degli ultimi 70 anni, ne proponeva la reintroduzione.

Caso chiuso, dunque, ma che però apre non pochi interrogativi sulle difficoltà con cui la guerra anti immigrati ingaggiata da Trump è destinata ad affrontare in vista delle elezioni presidenziali del novembre 2020. Perché, come ha dimostrato l’avventato annuncio dell’introduzione nel Censimento della domanda relativa alla cittadinanza, la lotta ai clandestini se da lui non attentamente condotta può trasformarsi da sicura carta vincente per la rielezione in un pericoloso boomerang.

Un rischio evidenziato nelle ultime settimane, al netto del dietro front sul Censimento, prima dalla marcia in dietro sull’espulsione dal paese, promessa ai quattro venti ma all’ultimo rinviata, di migliaia di irregualar alien. E per ultimo dall’orribile filmato anti immigrati e di volgare scherno contro un gruppo di parlamentari dell’opposizione diffuso via Facebook da un gruppo di militari del Department of Homeland Security di stanza nei centri di detenzione alla frontiera del Texas. Che oltre a scuotere la pubblica opinione ha fatto sorgere seri dubbi sull’effettiva capacità di controllo dell’amministrazione centrale sul comportamento degli addetti ad alcuni dei suoi più delicati settori operativi. La verità è che scherzare con il fuoco resta un’arte solo se non ci si brucia. Anche per Trump.