L’immigrazione dà e toglie

E’ proprio vero che per la politica l’immigrazione rappresenta un terremo molto scivoloso. Peggio, un’arma a doppio taglio. Che può fare vincere le elezioni ma se abusata trasformarsi in un nonnulla in una pericolosa buccia di banana. Basta vedere, al riguardo, quello che sta accadendo negli USA. Dove, anche se al momento nessuno può con certezza dire come finirà il braccio di ferro ingaggiato da Trump con l’opposizione democratica, di certo è che il suo incaponimento sul Muro anti clandestini al confine del Messico si sta trasformando,con il passare dei giorni, in una trappola. Assai costosa elettoralmente.

Secondo l’ultima rilevazione CBS News, infatti, il suo grado di gradimento nell’opinione pubblica statunitense è sceso, come mai dall’insediamento alla Casa Bianca, ben al di sotto del 40%. Una tendenza al ribasso che negli stati del confine meridionale del paese, direttamente interessati al “muro si, muro no”, si sta trasformando per il suo partito in una vera e propria Caporetto. Tanto è vero che nelle ultime elezioni di midterm svoltesi alla fine dello scorso novembre i democratici sono riusciti a conquistare quasi tutti i seggi parlamentari in ballottaggio. Non solo in Arizona e nell’Orange Country della California del sud ma, cosa che non avveniva da quasi 37 anni, nel super conservatore e da sempre repubblicano New Mexico. Insomma l’immigrazione non dà sempre e comunque. Perché quando viene meno la ragionevolezza toglie e di brutto.

Un Congresso così darà filo da torcere a Trump

Dopo le elezioni di Midterm del novembre scorso il 13% dei parlamentari del 116° Congresso Usa è composto di rifugiati e immigrati. È questo quanto emerge dall'ultima pubblicazione del Pew Research Center secondo cui sono immigrati o figli di immigrati 52 deputati e 16 senatori. Tra questi 57 sono democratici, 10 repubblicani, e uno (il senatore Bernie Sanders del Vermont, figlio di padre polacco) indipendente. Da notare che la super-democratica California ne ha eletti 19. Sfogliando la ricerca veniamo a sapere che il 32% di deputati e senatori è di origine europea, il 22% latinoamericana, 19% asiatica e il 18% caraibica. Mentre quelli provenienti o discendenti da Medio Oriente, Nord Africa e Africa sub sahariana non superano i l 10%. In questo panorama multietnico del nuovo Parlamento a Stelle e Strisce la figura di maggiore spicco è quella di Ilhan Omar, la prima parlamentare musulmana che ha fatto ingresso alla Camera con il velo. Rifugiata somala è arrivata negli Stati Uniti a 14 anni, dopo averne passati 4 in un campo profughi in Kenya. Diventata cittadina americana nel 2000, a novembre il Minnesota l’ha eletta sua rappresentante al Congresso.

Aumentano i rimpatri alla tedesca

"Chiudiamo gli aeroporti come abbiamo chiuso i porti". Era l’ottobre scorso quando il ministro dell’Interno Matteo Salvini minacciava di non far atterrare i voli charter organizzati dal governo tedesco per riportare in Italia gli immigranti che avevano fatto richiesta di protezione internazionale nel nostro Paese e si erano poi spostati in Germania. A distanza di 4 mesi i numeri raccontano, però, un’altra realtà. E cioè che la quota di "dublinanti" espulsi da Berlino è passata dai 7.102 del 2017 agli 8.658 del 2018. E sorpresa nella sorpresa, più di un terzo sono stati rispediti proprio in Italia. Lo scrive la Süddeutsche Zeitung in base al rapporto del Ministero dell’Interno in risposta a una interrogazione parlamentare del partito Die Linke. Le espulsioni di massa dalla Germania, dunque, avvengono in prevalenza verso il nostro Paese, mentre l'Ungheria del sovranista Orbàn continua a rifiutare di riaccogliere i rifugiati, in aperta violazione dei trattati internazionali. A stupire però è l’intransigenza di Atene che ha preso solo cinque "dublinanti" e respinto migliaia di richieste per ragioni "per lo più infondate", lamenta il governo federale. Secondo i dati delle autorità tedesche, infatti, la metà degli immigrati da espellere proviene proprio dalla Grecia.

Il mercato dei visti d’oro in Europa

Non ci sono leggi sull'immigrazione che tengano visto che si può ottenere un passaporto europeo pagando. Una pratica, quella dei cosiddetti “golden visas” (visti d’oro), che non riguarda solo il Vecchio Continente. Di certo è che esso, al pari di tanti paradisi fiscali caraibici, ha pensato bene di fare cassa con gli ingressi facili. Un fenomeno, esploso con la crisi del 2008, che ora la Commissione europea, forse tardivamente e con armi spuntate, tenta di frenare. Per la semplice ragione che dietro i sistemi dei “golden visas” spesso si celano forme di riciclaggio di denaro, truffe, evasione e corruzione. Ma come scrive il Financial Times l’esecutivo comunitario per il momento ha scelto di limitarsi a semplici raccomandazioni.

Eppure il “mercato” dei visti nasconde scenari inquietanti . Come ricorda il quotidiano della City l’iniziativa di Bruxelles fa seguito allo scandalo che l’anno scorso ha travolto la Danske Bank. La cui filiale estone è accusata di aver riciclato denaro per 200 miliardi di euro e che vede coinvolti anche familiari del presidente russo Putin. Questo il dato di cronaca più eclatante. Ma Secondo una ricerca del Global Witness and Transparency International i negli ultimi 10 anni, in cambio di sostanziosi investimenti, i partner dell’ UE hanno incassato 25 miliardi di euro circa rilasciando permessi di residenza o addirittura certificati di cittadinanza. Vediamo esattamente come stanno le cose: sono 4 i Paesi che vendono passaporti (Austria, Bulgaria, Cipro, Malta); 13 quelli che offrono permessi di soggiorno a investitori stranieri (Austria, Cipro, Lussemburgo, Malta, Grecia, Lettonia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Gran Bretagna, Bulgaria, Paesi Bassi e Francia). Una vera e propria industria della cittadinanza. E gli oligarchi russi e i nuovi ricchi cinesi sono stati i maggiori beneficiari. A buon intenditore poche parole…

Salvini rischia tirando la corda

Se è vero che in politica, come nell’ippica, i cavalli di razza si vedono sulle lunghe distanze, Matteo Salvini rischia molto. Almeno sui temi dell’immigrazione. Perché forse accecato dagli indiscutibili successi del 2018 (per tutti il crollo degli sbarchi), col nuovo anno ha iniziato a muoversi (politicamente) come un elefante in una cristalleria. Seminando, a destra e a manca, vento che potrebbe trasformarsi in tempesta.

Il leader leghista ne ha per tutti: da Bruxelles, passando per Berlino e Parigi fino ad arrivare alla Cassazione (che oggi ha stabilito la non retroattività del decreto Salvini) o a Castel Novo di Porto (in rivolta ieri per la chiusura del locale Centro di accoglienza dove lavoravano un centinaio di italiani doc).

D’altronde lo ha spesso rivendicato: Tanti nemici, tanto onore!. Tant’è che a ogni azione degli avversari la sua reazione è sempre la stessa: Non mi importa di niente, salvo che degli italiani. Che, però, di questo passo potrebbero ripensare il consenso fin qui concesso. Non foss’altro perché il nostro paese tra i tanti difetti non ha, per fortuna, quello della spietatezza. Per questo difficilmente continuerebbero a seguirlo se dovesse, come accade in questi giorni, associare il responsabile del Viminale a una serie di problemi che destabilizzano la loro quotidianità e sensibilità. Dalle immagini della carneficina di immigrati in mare al mancato rimpatrio (ne aveva promessi 600 mila, ne ha eseguiti una manciata) degli immigrati residenti illegalmente sul nostro territorio, compresi quelli ai quali non verrà rinnovato lo status di protezione umanitaria come previsto dal Decreto sicurezza. Senza contare i pessimi rapporti con le cancellerie di mezza Europa, con buona parte delle istituzioni internazionali (FMI in testa), con la Conferenza Episcopale Italiana e con i corpi intermedi (Sindacati e Confindustria). Dulcis in fundo: il Vaticano e il Quirinale.

Con questi chiari di luna, c’è il rischio che un qualsiasi, banalissimo scivolone possa costare assai caro a Matteo Salvini. Non foss’altro perché c’è da dubitare che troverebbe qualcuno a dargli una mano. Anzi. E allora il popolo che oggi lo sostiene potrebbe trasformare il suo slogan in un boomerang: che ci importa di Salvini! Sic transeat gloria mundi.

Il Regno dove regnano le rimesse

Le rimesse degli immigrati rappresentano, per i Paesi in via di sviluppo, un “tesoro” irrinunciabile. Ne sa qualcosa un piccolo arcipelago polinesiano: Tonga. Secondo il rapporto 2018 della Banca Mondiale, il 35,9% del Pil del Paese è costituito, infatti, proprio dalle rimesse dall'estero. Si tratta dell’incidenza più alta in assoluto, cosa che gli ha a fatto conquistare il primato in questa speciale classifica, scalzando l’ex repubblica sovietica del Kirghizistan che si ferma al 35,1%. Il Regno di 169 isole, situato nell'Oceano Pacifico conta 109mila abitanti. Molti di più sono, invece, quelli che vivono all'estero. L’emigrazione in questo angolo di Oceania inizia alla fine della Seconda guerra mondiale, ma è nell'ultimo decennio che è esplosa. Colpa del cambiamento climatico e dell’innalzamento del mare che ha spazzato via molti insediamenti costieri e distrutto la sua già fragile economia agricola. Tanto da far crollare anche gli investimenti stranieri che dai 56 milioni di dollari del 2014 sono scesi a 14 del 2017.

Di Maio sull’immigrazione prende lucciole per lanterne

Ma davvero l’invasione di immigrati è colpa del franco CFA? La tesi un po’ bislacca è del vicepremier Luigi Di Maio, che ha ripreso, in realtà, una vecchia battaglia politica di Giorgia Meloni e di gran parte della destra italiana. L’assunto enunciato dal leader 5 Stelle è molto chiaro: la politica neocolonialista della Francia, e quindi di Macron, impoverisce l’Africa aggravando così la crisi migratoria. Dunque le stragi nel Mediterraneo e gli sbarchi sulle nostre coste sono colpa di Parigi. Perché attraverso il franco CFA, moneta utilizzata da 14 Paesi africani (ma non tutti ex colonie francesi), destabilizza l’area subsahariana da dove parte l’esodo dei disperati. Fin qui la cronaca politica degli ultimi giorni. Ma le cose stanno davvero così? Al vicepremier pentastellato sarebbe bastato consultare il sito del ministero dell’Interno (retto dall'altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini) per evitare di prendere lucciole per lanterne e dichiarare “guerra” alla Francia. Secondo i dati ufficiali, infatti, delle 23.370 persone sbarcate in Italia nel 2018 solo il 5%, ovvero 1.064, sono quelli giunti da un Paese dell’area CFA, la Costa d’Avorio. Tutti gli altri per la stragrande maggioranza da Tunisia, Eritrea (ex colonia italiana) e Iraq. Insomma una figuraccia. Ma una volta a Palazzo Chigi non c’era l’Ufficio Studi?

Salvini vinta la battaglia rischia di perdere la guerra

Sull’immigrazione Matteo Salvini ha vinto la battaglia. Ma rischia di perdere la guerra. Perché al crollo degli sbarchi del 2018 (la sua vittoria) potrebbe corrispondere un 2019 da record per numero di morti nel Mediterraneo (la sua potenziale sconfitta). Le immagini di cadaveri, bimbi inclusi, galleggianti, come quelle dell’ultimo weekend, non sono alla lunga accettabili. Neanche, ne siamo sicurissimi, dal più fedele sostenitore del Ministro degli Interni.

A questo punto non basta più stare fermi. E ripetere: porti chiusi, è colpa dei trafficanti, anzi delle Ong, forse di Malta, della Libia o di Bruxelles. Perché la storia insegna che la politica di Brenno, vae victis (guai ai vinti), rischia di essere un pericoloso boomerang per il responsabile del Viminale. Ci sono momenti in cui la politica richiede fantasia. Facendo quella che potrebbe essere definita la mossa del cavallo. Nella zona Search and rescue (Sar) libica, se Tripoli viene meno ai suoi obblighi, abbiamo il dovere di intervenire e salvare gli immigrati in balìa del mare. Ma, per evitare che l’onere di accoglierli ricada solo su di noi, qui la novità, potremmo chiedere di trasbordarli nelle navi dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex). Dove, sotto la supervisione del personale UNHCR, avviare le operazioni di riconoscimento, distinguendo gli immigrati economici (da rimpatriare nei centri Onu in Libia) e i richiedenti asilo da ridistribuire tra una coalizione di Stati volenterosi (Merkel dixit) disposti, pro quota, a farsene carico. Si potrebbe così europeizzare l’emergenza immigrazione senza giocare sulla vita degli immigrati.

Insomma, se proprio dobbiamo violare, come abbiamo fatto, norme e consuetudini globali (porti chiusi, salvataggi in mare etc.) meglio farlo per sperimentare innovative soluzioni a un problema che è sempre più strutturale, non emergenziale. Dando, così, un colpo di frusta alla comunità internazionale che su questo tema nicchia. Fingendo di non vedere che, al netto delle divergenti posizioni politiche, il sistema di gestione dei rifugiati nato con la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto, almeno in parte, il suo corso. Soprattutto perché, lo aveva segnalato per primo nel 1997 il massimo esperto mondiale in materia Prof. James C. Hathaway, non prevede quello che oggi in una puntuale intervista l’Alto Commissario Onu per rifugiati Filippo Grandi ha definito meccanismo di sbarchi condiviso. Ovvero un modo per distinguere il luogo dello screening da quello in cui accogliere chi ne ha diritto.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. I reinsediamenti nei paesi terzi, che nel primo semestre del 1979 erano stati circa 9 mila al mese, passarono, nella seconda metà dell’anno, a circa 25mila al mese. Fra il luglio 1979 e il luglio 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi. Si può fare.

Il passo indietro della Germania sui rifugiati

La Germania fa i conti con la politica delle porte aperte ai profughi. A tre anni e mezzo dalla storica frase “Ce la faremo” pronunciata il 31 agosto 2015 dalla cancelliera Angela Merkel nel tentativo di tranquillizzare l’opinione pubblica spaventata dall'ondata di rifugiati siriani. Grazie alla quale quasi un milione di persone in fuga dall'inferno del Medio Oriente trovò protezione in terra tedesca . E cosa ancor più rilevante oltre 311mila di loro alla fine del 2018 poteva contare su un impiego stabile. Fin qui i successi . Non tutto però è andato nel verso giusto.

Quella accoglienza che aveva stupito l’Europa, è ora un ricordo lontano. Anche in Germania spira forte il vento della xenofobia. E l’avanzata dell’estrema destra ha spinto il governo di coalizione della Merkel ad adottare politiche sempre più restrittive verso immigrati e rifugiati. Come dimostra lo studio sulle modifiche al sistema di accoglienza tedesco elaborato da Federico Quadrelli per Open Migration. La tesi di fondo è che analizzando la riforma della legge sul diritto d’asilo si capisce come la Merkel abbia dovuto cedere alle pressioni dei suoi alleati della Csu bavarese. I cristiano sociali nel tentativo di arginare l’emorragia di voti verso l’estrema destra di Afd hanno condizionato le politiche della cancelliera. Portandola ad adottare quella stretta sui  rifugiati che annulla di fatto lo storico “Ce la faremo”. Con i socialdemocratici (anche’essi al governo) attori silenti e rassegnati all'estinzione (elettorale).

Sull’immigrazione l’Occidente rischia l’abisso

Sull’immigrazione le democrazie occidentali stanno scivolando verso l’abisso. Una verità difficile da negare visto che questo fenomeno è l’agente della crisi politica, ai limiti dell’impazzimento, in cui si sono cacciati le classi dirigenti ed i governi al di qua e al di là dell’Atlantico.

Basta osservare, mettendo per un momento da parte per carità di patria i nostri guai e quelli dell’Unione Europea, quanto sta accadendo nello storico bastione dell’Occidente liberale: gli Stati Uniti. Dove shutdown provocato dal braccio di ferro di Trump con i democratici sui finanziamenti necessari per la costruzione del Muro anti clandestini al confine messicano paralizza da più di tre settimane gran parte dell’amministrazione. Lasciando a casa senza stipendio più di un milione di dipendenti pubblici. Oltre a quelli delle imprese dell’indotto.

Un evento che non solo sta assumendo dimensioni mai viste in precedenza. Ma che, col passare dei giorni, rischia, non essendo in vista possibili soluzioni, di trasformarsi in un vero e proprio “buco nero” per la politica statunitense. Un’entropia sistemica di cui è chiara avvisaglia la lettera con cui il capo dell’opposizione democratica e presidente della Camera dei deputati Nancy Pelosi ha in queste ore formalmente chiesto al Presidente, cosa mai accaduta negli USA dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, di rinviare il suo discorso sullo Stato dell’Unione fissato per il prossimo 29 gennaio.

Come andrà a finire oggi nessuno lo sa. Di sicuro siamo in presenza di una lunga, negativa onda di eventi che nei decenni a venire sarà letta e indicata come uno spartiacque della storia politica del III millennio