Dall’Olanda un brutto segnale per le europee

C’è poco da festeggiare davanti alla sconfitta del neopopulista Geert Wilders alle elezioni olandesi dello scorso 20 marzo. Il monito è indirizzato ai leader delle tradizionali forze politiche. Perché gli elettori chiamati alle urne per il rinnovo delle amministrazioni locali e del Senato dei Paesi Bassi, oltre ai popolari e ai socialisti, hanno bocciato il suo Partito della Libertà, ma promosso a pieni voti l’ultra-destra. Capeggiata dal semisconosciuto, Thierry Baudet che con il suo Forum per la democrazia è da oggi l’ago della bilancia del Parlamento olandese. Anti-europeo, ostile all’immigrazione, contrario alla politica di difesa dell’ambiente, è lui l’astro nascente di una neonata galassia populista europea.

Una novità sulla quale popolari e socialisti di mezza Europa farebbero bene a riflettere attentamente. Non solo perché rischiano alle prossime elezioni europee di fare i conti con un inaspettato nuovo nemico. Ma soprattutto in ragione del fatto che il voto olandese smentisce le loro speranze di trarre giovamento dall’inconcludenza finora dimostrata dai neopopulisti. Visto che l’elettorato anziché tornare indietro all’usato sicuro da loro rappresentato, sembra preferire il nuovismo anche se estremista. Magari sbagliando, non tornano indietro. Il punto sta qua.

Il caso olandese potrebbe far scuola. Per cui le due tradizionali famiglie politiche europee dovrebbero prendere atto che non bastano le scarse capacità di governo dei neopopulisti per riconquistare il potere perduto. Servono idee, fantasia e coraggio per combattere la seduzione dei nuovi capi-popolo che avanzano da una parte all’altra dell’Atlantico. Che anche se barbari pieni di mille difetti si dimostrano capaci di sfruttare al meglio le paure e le incertezze determinate dal profondo cambiamento che sta scuotendo l’Occidente.

Togliere la cittadinanza al foreign fighter è un rompicapo

Come processare i cittadini che dopo aver lottato per l'Isis (foreign fighter) tornano a casa è per mezzo Occidente un vero e proprio rompicapo giuridico. Ne abbiamo parlato con con Andrea De Petris, ricercatore di diritto costituzionale all'Università Giustino Fortunato di Benevento e membro dell'Accademia Diritto e Migrazioni che riunisce oltre duecento esperti internazionali della materia.

1) Sulla base di un vecchio principio nazionalista, in molti paesi UE sono in vigore leggi che prevedono la perdita dello status civitatis per i cittadini che si arruolano nell'esercito di uno Stato straniero. Di recente la Germania è andata oltre proponendo la perdita della cittadinanza tedesca per i titolari di doppia cittadinanza che militano in movimenti terroristici come l'Isis. Dal punto di vista giuridico quali possono essere le criticità nell'approvazione di una norma di questo tipo?

In primo luogo è opportuno ribadire che per ora si tratta di una mera proposta congiunta dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia, guidati rispettivamente da Horst Seehofer (CSU) e Katarina Barley (SPD). Secondo l’ordinamento giuridico tedesco, la possibilità di privare un individuo della propria cittadinanza risulta tuttavia alquanto problematica. In termini generali, sono tre le vie per procedere alla denaturalizzazione di un individuo: revoca, perdita e ritiro della cittadinanza. In Germania, tuttavia, la revoca della cittadinanza è tassativamente vietata dall’art. 16 della Legge Fondamentale, né è consentita l’estradizione all’estero di un cittadino tedesco come conseguenza della privazione della cittadinanza. Questa norma trova una sua giustificazione storica nella pratica dell’espatrio di massa di cittadini tedeschi di etnia ebraica da parte del regime nazista.

La seconda modalità è la perdita della cittadinanza, che avviene quando si acquisisce una cittadinanza straniera, o quando un cittadino si arruola volontariamente nelle forze armate di un altro Stato. Tuttavia, questa via si applica solo per l’ingresso in eserciti regolari, non per le milizie di attori non statali, tra i quali si può a buon ragione ricomprendere anche l’ISIS. Il terzo caso è il ritiro della cittadinanza. Questo può accadere nel caso in cui una persona abbia fornito false informazioni durante il processo di naturalizzazione. Se ciò può essere dimostrato, è possibile procedere alla revoca dell’atto di naturalizzazione. Pertanto, è necessario in ogni caso conoscere a fondo ogni singolo caso nel quale si volesse tentare di denaturalizzare un cittadino tedesco, dal momento che la sottrazione della cittadinanza comporta una perdita tale di diritti che rischia di compromettere seriamente la condizione giuridica dell’interessato. Cosa di cui l’ordinamento tedesco è perfettamente consapevole.

La proposta di legge in discussione in questi giorni si applicherebbe soltanto a cittadini maggiorenni ed in possesso di una seconda cittadinanza, essendo altrimenti tassativamente escluso che lo Stato tedesco possa trasformare in apolide un proprio cittadino, quali che siano i reati di cui costui possa essersi reso colpevole: lo status di cittadino, infatti, è connesso alla titolarità di una serie di diritti imprescindibili per il singolo individuo che la Germania è tenuta a riconoscere e garantire.

2)  Ipotizziamo che un foreign fighters tunisino nato in Germania, sulla base della nuova norma, perda la cittadinanza tedesca. Rimarrebbe, così, senza cittadinanza nel paese nativo ma con quella dello Stato di origine dove, magari, non è mai andato. C'è in questo il rischio di una violazione dei diritti che rievoca i fantasmi di antiche derive autoritarie? E, in ogni caso, è necessario un processo (in contumacia?) o un semplice atto amministrativo?

Come detto, poiché siamo ancora in una fase teorica, non è possibile sapere se e come il provvedimento in discussione diventerà legge. Ad ogni modo, rispetto all’ipotesi prospettata nella domanda, va precisato che esiste un generale obbligo per gli Stati di riprendere i propri cittadini impegnati in conflitti informali all’estero, come potrebbe essere il caso della cd. “guerra dell’ISIS”. Nella fattispecie in oggetto, quindi, sussisterebbe innanzi tutto un primario obbligo della Germania di riprendere un proprio cittadino foreign fighter: il fatto che questi disponga di una seconda cittadinanza, infatti, non fa venire meno il dovere della Germania di ricondurlo sotto la custodia delle proprie forze di sicurezza, né sarebbe consentito privare l’interessato della cittadinanza tedesca per evitare di ottemperare all’obbligo di riportarlo in patria.

Un altro aspetto di cui si discute in queste settimane in Germania riguarda l’eventualità che la persona in esame, al momento della sua naturalizzazione abbia taciuto la propria vicinanza a gruppi radicali: in questo caso, secondo alcuni esperti, la cittadinanza potrebbe essere revocata. Questa convinzione muove dal fatto che la naturalizzazione può essere negata a chi persegua finalità inconciliabili con l’ordinamento giuridico della Bundesrepublik. Gli scenari sono due.

Qualora nel corso del processo di naturalizzazione vengano dimostrati comportamenti antidemocratici ed antisistema messi in atto dall’individuo in procinto di divenire cittadino tedesco, il processo potrebbe essere legittimamente interrotto.

Diverso sarebbe il caso di un cittadino naturalizzato che commettesse azioni contrarie all’ordinamento giuridico della RFT successivamente al conseguimento della cittadinanza tedesca: inoltre, nei casi in cui il processo di naturalizzazione si sia già concluso, sarebbe estremamente difficile stabilire se un combattente dell’ISIS naturalizzato fosse radicalizzato prima o dopo il conseguimento della cittadinanza tedesca, rendendo soprattutto nel secondo caso estremamente complessa la sua eventuale denaturalizzazione.

A tutto questo va aggiunto che una eventuale nuova norma si applicherebbe solo a casi di foreign fighters unitisi alle milizie dell’ISIS successivamente all’entrata in vigore della norma in questione, escludendo dunque tutti i casi di miliziani dello Stato Islamico già in mano alle autorità tedesche: ogni caso di applicazione retroattiva sarebbe dunque tassativamente vietato. Infine, per concludere sul punto, nei rari casi residui in cui potrebbe venire in discussione la denaturalizzazione di un cittadino, questa potrebbe aver luogo solo a seguito di comportamenti liberamente posti in essere dall’interessato che dimostrassero chiaro ed esplicito rifiuto nei confronti della Germania, ma non in virtù di unilaterali esigenze di sicurezza sollevate dalle autorità tedesche.

3) Mettendo da parte il nodo della doppia cittadinanza, rimane il problema di come processare, per reati compiuti fuori dal territorio nazionale, i foreign fighters che tornano, ad esempio in Germania, dopo aver combattuto in Siria per l'Isis. Quali sono i possibili strumenti giuridici da adottare?

Per quanto riportato più sopra, ne consegue che un ipotetico foreign fighter di cittadinanza tedesca catturato in Siria andrebbe comunque riportato in Germania, e comunque mai prima di una sua corretta identificazione: questo significa che rappresentanti delle autorità tedesche dovrebbero recarsi in Siria per accertarne l’identità e dimostrare la sua affiliazione alle milizie dello Stato Islamico. Ove queste condizioni ricorrano, sarebbe dunque previsto che l’interessato venga ricondotto in Germania, sconti eventuali sanzioni detentive a cui fosse stato condannato, e solo allora potrebbe essere eventualmente espulso verso un altro Paese di cui detenesse la cittadinanza. Nemmeno in questo frangente, tuttavia, sarebbe prevista la revoca della cittadinanza tedesca.

Inoltre, essendo nel frattempo trascorsi verosimilmente molti anni dall’inizio del procedimento, sarebbe da accertare se sussista ancora un interesse da parte delle autorità tedesche a procedere all’espulsione dell’interessato. In ogni caso, si renderebbe sarebbe assolutamente imprescindibile una decisione dell’autorità giudiziaria per procedere in tal senso, non potendosi in nessun modo considerare sufficiente un provvedimento di carattere amministrativo, dal momento che sono in gioco diritti fondamentali dell’individuo.

L’Australia ridisegna l’immigrazione a favore del suo Mezzogiorno

L’Australia abbassa del 15% il tetto annuale degli ingressi di immigrati. Incentivando allo stesso tempo il loro insediamento nelle aree non metropolitane del Paese. Il governo conservatore, infatti, ha deciso di ridurre i visti per lavoro dagli attuali 190mila l’anno, stabiliti dal precedente esecutivo laburista, a 160mila. Introducendo, al contempo, il divieto temporaneo per i nuovi arrivati di stabilirsi nelle grandi città (Melbourne, Perth, Sydney e l’area metropolitana della Gold Coast). Una scelta, ha spiegato il premier Scott Morrison, dettata dalla necessità di provare a frenare non solo la congestione urbana, ma anche l’aumento dei prezzi delle abitazioni. Dunque la vera novità di questa nuova legge, che entrerà in vigore a luglio, oltre alla riduzione della quota di ingressi, è quella di dare respiro alle immense lande desolate interne del Paese. Ecco spiegata la ragione per la quale chi entrerà in Australia potrà fare richiesta per la residenza permanente a patto di vivere almeno tre anni nell'Outback. In pratica il governo sta utilizzando l’esca della residenza permanente per incentivare l’immigrazione, anche se specializzata, verso quello che viene considerato il suo Sud. In questa ottica rientrano gli incentivi previsti per gli studenti stranieri che vogliono iscriversi alle università australiane, esclusion fatta per quelle di Sydney e Melbourne.

I Democratici litigano, Donald investe sui social

Il muro anti immigrati, il braccio di ferro con il Congresso? Pure e semplici armi di “distrazione” di massa. La vera partita per la rielezione alla presidenza Usa, Trump la giocherà, di nuovo, suoi social media. Infatti replicando la strategia del 2016, la sua infernale macchina del consenso procede spedita verso il traguardo del 2020. E così mentre è in atto una guerra fratricida tra i candidati Democratici in vista delle primarie, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha già raccolto (e in parte speso) una cifra record: 100 milioni di dollari. Ed è seguendo il denaro che si scopre la strategia per tentare di replicare il miracolo del novembre di 3 anni fa: i social network. Tanto è vero che partendo dai dati pubblicati da Bully Pulpit Interactive la rivista online Axios AM ha scoperto che Trump sta massicciamente investendo su Facebook e Google. Arrivando a spendere negli ultimi 3 mesi la cifra monstre di 5,6 milioni dollari. Una montagna di soldi che non ha precedenti. Più del doppio di quanto finora speso da tutti i democratici in lizza. E 10 volte maggiore all'investimento fatto da Elizabeth Warren, la senatrice democratica che più ha puntato sulle piattaforme digitali. Il tutto, almeno così sembra, nell'indifferenza generale. Nonostante le numerose inchieste secondo cui le big tech americane (Twitter, Facebook e Google) avrebbero favorito, nel 2016, la diffusione di fake news ai danni di Hillary Clinton, e portato alla Casa Bianca il primo presidente eletto da Facebook: Donald Trump.

Il PD sull’immigrazione cancella Minniti

Per il PD puntare sull’anti-salvinismo per combattere la politica dell’immigrazione di Salvini rischia di essere una trappola mortale. Perchè, come dimostrano le vuote, inconcludenti parole di circostanza pronunciate dalla sua nuova dirigenza di fronte al teatrale salvataggio dei 42 immigrati da parte degli attivisti della Mare Jonio, anziché la mano dura del Ministro degli Interni rischiano di colpire l’intelligenza della pubblica opinione. E soprattutto cancellare dalla sua agenda politica la capacità di governo di questo fenomeno dimostrata a suo tempo, con alti e bassi, ma con successo da Marco Minniti.

E’ infatti singolare che il maggior partito di opposizione abbia col silenzio date per buone le argomentazioni sulla non democraticità delle istituzioni libiche addotte dalla ONG di Beppe Caccia per giustificare il rifiuto di riportare da dove erano partiti i naufraghi. Visto che con esse un suo autorevole esponente, al tempo Ministro degli Interni, ha lungamente trattato e fortemente incoraggiato a riorganizzarsi. Fino a convincerle ad accettare l’ingresso sul loro territorio di osservatori ed operatori dell’ONU e dell’OIM. Ma soprattutto non si può far finta di continuare a non vedere ciò che a molti osservatori imparziali ormai appare chiaro. E cioè che il doveroso obbligo imposto dalle convenzioni internazionali che regolano il salvataggio in mare non può essere usato fraudolentemente da chi decide deliberatamente di naufragare per immigrare.

Non dire la verità per timore di essere accumunati al “nemico” è una tabe intellettuale dell’estremismo politico da cui credevamo che la sinistra si fosse da tempo immunizzata. Tanto più in una materia delicata ed esplosiva quale da sempre è quella dell’immigrazione. Una domanda per concludere: alle prossime elezioni di maggio il PD ritiene forse possibile riguadagnare l’opinione pubblica di cui tanto abbisogna la causa europeista facendo lo “gnorri” sull’immigrazione?

In Ue le domande d’asilo tornano quelle del 2014

L'Italia nell’Ue è il Paese che nel 2018 ha registrato il maggior calo di domande di asilo. Visto che esse sono scese a 49.200, contro le 130mila dell'anno precedente (-61%). Una flessione che, secondo i dati Eurostat, riguarda tutto il Vecchio Continente. Infatti nel 2018 con 508.800 richieste si è scesi a -11% rispetto al 2017. Tornando, dopo il picco del grande esodo del 2015, alla situazione fisiologica del 2014. Il dettaglio dei dati indica, però, che per alcuni Paesi la tendenza è stata opposta: Cipro (+70%), Spagna (+60%), Belgio, Olanda, Francia e Grecia (tra il 30 e 15% in più). In generale a guidare la classifica dei Paesi per numero di richieste di protezione internazionale è la Germania (161.900, il 28% del totale), seguita da Francia (110.500), Grecia (65.000), Spagna (52.700) e Italia (quinta con 49.200 pari all'8%). Se invece si considera il rapporto tra popolazione residente e numero di domande, la classifica cambia e vede in testa Cipro con 8.805 per milione di abitanti.

C’è del metodo nella follia terrorista

Non la chiami strage ma attentato terroristico”. Esordisce così da Bruxelles Marco Martiniello, Professore di sociologia dell’immigrazione all’Università di Liegi, quando lo contatto al telefono per capire perché venerdì scorso, in diretta Facebook, il suprematista bianco, ventottenne, australiano, Brenton Tarrant abbia ucciso 49 persone in un duplice attacco alle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda.

Secondo il docente belga di origine italiana, infatti, a turbare la pace di un paese che di solito fa notizia per i suoi paesaggi, il rugby e la vela, non è stato il gesto di uno squilibrato. Ma, al contrario, la mente lucida di un uomo con un preciso progetto politico, questo sì folle. Che, costi quel che costi, vuole difendere l’uomo bianco dalla minaccia dei neri o dei musulmani. Ecco perché – continua il Prof. Martiniello – il tragico weekend neozelandese “non ricorda le tante stragi di massa firmate da isolati psicopatici che hanno riempito la cronaca nera USA. Ma gli attentati terroristici che in mezzo mondo, in nome delle più svariate ideologie, seminano paura e morte”.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio terrorista di estrema destra appartenente in qualche modo a una sorta di nuova internazionale, sia pur non organizzata, di suprematisti bianchi rafforzati dall'avanzata al di là e al di qua dell’Atlantico di leader politici sommariamente definiti populisti?

"Sì. Intendiamoci, queste forme di estremismo hanno origini assai antiche. Sono sempre esistite nel sotto bosco della nostra quotidianità. Ma oggi sono rafforzate da almeno tre fattori.

Il primo è il diffuso malcontento dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dell’immigrazione, che è stato incoraggiato dai leader politici populisti e nazionalisti per motivi elettorali ed ideologici .

Il secondo è il terrorismo islamista, un alleato obiettivo dell'estrema destra, che dalle Torri Gemelle in poi ha minacciato la pax sociale dell’Occidente.

Il terzo si chiama internet. Anzi, social network. Che, come già accaduto con gli islamisti dell’Isis , hanno consentito a quella che fino ieri era una frammentata galassia di estremisti di destra, di globalizzarsi. Mettersi in rete. Diventare comunità. Sotto la regia di soggetti culturalmente attrezzati che con il loro sapere rafforzano le convinzioni dei nuovi soldati suprematisti come Brenton Tarrant. Che, non a caso, nel suo manifesto di 86 pagine cita fatti storici (dalla guerra di Lepanto a quella di Poitiers) e sfide odierne (crisi demografica dell’Occidente) raccolti presumibilmente dalla propria community online. Alla quale, peraltro, ha voluto dare testimonianza del suo gesto, attrezzandosi, prima dell’attentato, oltre che di micidiali armi automatiche, anche di una mini-telecamera che gli ha consentito di rilanciare la carneficina in presa diretta su Facebook".

Qual è, allora, l’antidoto all’odio che produce a livello globale questo scontro che sembra delinearsi tra estremismo islamista e quello bianco-cristiano?

"I governi possono fare tanto, a partire dall’educazione delle nuove generazioni che non hanno vissuto e spesso neanche studiato i drammi del Novecento. Ma tutto questo potrebbe rivelarsi inutile se i big dei social network continuano a non fare la loro parte. Non è francamente accettabile che Brenton Tarrant sia riuscito, indisturbato a fare una diretta Facebook di venti minuti per pubblicizzare i macabri dettagli del suo attentato".

Orbán scavalcato a destra sull’immigrazione

L'Ungheria non diventerà un Paese di immigrazione. Così Orbán, a settembre, rispondeva sprezzante al Parlamento europeo che si apprestava a votare la procedura per violazione dello Stato di diritto. Dopo che a luglio c’era già stato il deferimento di Budapest alla Corte di giustizia dell’Unione europea per non aver rispettato la direttiva sui ricollocamenti dei richiedenti asilo. Negli ultimi tempi, però, il teorico della "democrazia illiberale" ha aperto le frontiere del suo Paese a 350 venezuelani.

A prima vista sembrerebbe un cambio di rotta. Ma a ben guardare non è così. I confini difesi con il filo spinato restano, infatti, invalicabili, tranne che per i "perseguitati dal regime di Maduro di origini magiare". Con l'istituzione di un "permesso speciale di soggiorno" per tutti i venezuelani con "sangue ungherese", il governo Orbán intende perseguire un obiettivo dal chiaro sapore nazionalista. Infatti il programma di rimpatrio "intende facilitare il ritorno alla madrepatria degli esponenti e discendenti della diaspora magiara", definiti "martiri del comunismo", fuggiti nel 1956 dopo la fallita rivoluzione per rovesciare il regime filosovietico.

Agli "ungheresi con diritto di ritorno" è garantito un biglietto aereo, un alloggio per un anno e corsi di lingue. Tutto a carico dello Stato. Al momento in lista di attesa, pronti a imbarcarsi su un volo che li porti a Budapest, ci sono 750 venezuelani. L’operazione, che va detto è stata molto poco pubblicizzata dal governo, non ha riscosso successo tra la popolazione. Emblematico un episodio, raccontato dalla Bbc, avvenuto nella località turistica di Balatonoszod. Dove l’arrivo dei primi profughi venezuelani ha scatenato una vera e propria psicosi collettiva. Con i centralini della locale stazione di polizia intasati dalle telefonate dei cittadini che segnalavano, allarmati, la presenza di "neri" per le strade.

Gli immigrati che preferiscono l’Africa all’Europa

La stragrande maggioranza degli immigrati africani (8 su 10) è in fuga non in Europa ma all’interno del Continente nero. E nel futuro prossimo venturo il trend è al rialzo. Non solo perché, com’è noto, per motivi economici e logistici è più semplice cercare lavoro o protezione umanitaria nei paesi limitrofi anziché nel Vecchio Continente. Ma anche in ragione del fatto che alcuni paesi dell’Africa, spesso descritti come un coacervo di prolifici affamati pronti a invadere l’Occidente, grazie a una relativa, costante crescita economica sono, invece, vere e proprie mete di immigrazione.

È questo il caso, solo per fare un esempio, della Costa d’Avorio. Che come ha di recente dimostrato una dettagliatissima inchiesta di Le Monde, con un tasso di crescita annuo dell’8% e livelli di disoccupazione inferiori al 6% ha attirato dagli Stati confinanti un fiume di manodopera. Il 40% dei suoi attuali 24 milioni di abitanti è o ha, infatti, origine immigrata. Impiegati per lo più nella coltivazione di caffè, olio di palma ma soprattutto delle preziosissime (qualità senza pari) e ambitissime (dalle multinazionali del cioccolato) fave di cacao di cui è il principale esportatore mondiale.

E come in tutti i poli migratori internazionali che si rispettino, la bassa manovalanza straniera (in maggioranza dal Burkina Faso) è tanto richiesta dall’economia quanto indigesta per la società. Tant’è che anche da quelle parti, come da noi, i sostenitori del Prima gli ivoriani non mancano. Anzi, aumentano. Anche perché, come spiega il sociologo Sosthène Koffi (uno dei massimi conoscitori del mondo rurale ivoriano), alla base dei pregiudizi che i vecchi residenti hanno verso i nuovi arrivati ci sono incomprensioni ed errate percezioni che per quanto banali se non sanate rischiano di moltiplicarsi. Molti anziani doc dei piccoli villaggi, ad esempio, non sopportano l’arroganza dei giovanissimi lavoratori immigrati che con le mote acquistate coi primi risparmi scorrazzano a destra e a manca indifferenti alla vita sociale della comunità che li ha accolti.

Un clash tra indigeni e immigrati che, peraltro, non è una novità di oggi. Tant’è che per coniugare pax sociale e bisogni economici, nel 1998 il governo di Abidjan fu costretto ad approvare una legge in base alla quale solo ed esclusivamente gli autoctoni ivoriani potevano vantare la proprietà di terreni agricoli nel paese. Un diktat rafforzato dalla nuova Costituzione del 2016 secondo cui soltanto lo Stato, società pubbliche o cittadini ivoriani doc possono acquistare appezzamenti di terra. Passare dalle parole ai fatti non è tuttavia semplice. Non solo per l’instabilità politica di un paese spaccato in due tra il ricco e fertile Sud e il più povero Nord. Ma soprattutto perché in una terra dalla lunghissima tradizione migratoria (oltre ai discendenti dei coloni francesi ci sono anche importanti comunità libanesi e siriane), stabilire come e chi è ivoriano doc più che difficile risulta impossibile.

Continua il calo degli sbarchi

Crollano gli arrivi di immigrati illegali sulle coste italiane. Nel mese di febbraio sono stati in totale 60, il 70% in meno rispetto a gennaio. Si tratta del numero più basso degli ultimi 9 anni. A certificarlo è l’ultimo bollettino di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Nei primi due mesi del 2019 gli sbarchi in Italia sono stati 260, cioè il 95% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018, proseguendo il trend in calo iniziato nell’estate del 2017. Il crollo degli arrivi riguarda d’altra parte tutte le quattro principali rotte migratorie che portano in Europa. Dove gli arrivi totali a febbraio sono stati 3.560: il 58% in meno rispetto al mese precedente. Fermo restando che la via più battuta resta quella del Mediterraneo orientale con 2.250 sbarchi, c’è da segnalare che la rotta terrestre dei Balcani occidentali ha fatto registrare un incremento del 40% rispetto a un anno fa.