Il Covid non frena le rimesse degli immigrati

Gli ultimi dati sulle rimesse degli immigrati in Italia confermano che l’immigrazione è lo specchio del Paese ospitante. Nel 2020, a fronte di un vero e proprio crollo su scala globale, i flussi di denaro inviati dagli immigrati d’Italia nelle ex terre di origine sono invece significativamente cresciuti. Infatti, come evidenziano i dati dell’ultimo, recentissimo bollettino statistico di Bankitalia, nei primi nove mesi dell’annus horribilis 2020 le rimesse degli immigrati hanno segnato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, un aumento del 19%. Passando in termini assoluti da 4,4 a 5,3 miliardi di euro. Dunque all’opposto di quelli del resto del Pianeta gli stranieri del Bel Paese nel picco della pandemia non hanno rallentato ma intensificato l’invio di denaro a casa.

Come spiegare questa non trascurabile disponibilità di denaro in un periodo di massima crisi economica?

La risposta è forse da rintracciare in alcune caratteristiche specifiche del tessuto sociale ed economico dell’Italia. Che con tutta evidenza sembra avere influenzato i comportamenti degli immigrati. Siamo notoriamente un popolo di risparmiatori. Tant’è che, secondo Unimpresa, nel 2020, proprio come rilevato per gli stranieri, la liquidità nei conti correnti delle famiglie e delle aziende italiane è cresciuta rispettivamente del 7% e del 20,8% fino a sfiorare un totale 2 mila miliardi di euro, cifra assai più alta del valore del Prodotto Interno Lavoro. E’ un boom di riserve spiegabile certo con la nostra storica propensione al risparmio (e col fatto che i lockdown riducono le occasioni di spesa), ma anche col prosperare dell’informale che è un altro tratto distintivo dell’economia italiana. Perché è vero che la pandemia ha paralizzato settori cardine del nostro mercato sommerso: bar, ristoranti e hotel. Ma altrettanti, agricoltura e servizi pubblici e privati, hanno, invece, continuato ad offrire, con tutte le difficoltà del caso, impieghi irregolari, sia agli italiani che agli stranieri. Si tratta peraltro spesso di soggetti che proprio perché formalmente disoccupati usufruiscono di diverse forme di sussidi pubblici (es. il reddito di cittadinanza) che sommate alle entrate derivanti dal lavoro sommerso possono almeno in parte spiegare il perché i salvadanai degli autoctoni come quelli dei nuovi arrivati siano gonfi di liquidità.

Detto questo rimane da capire perché gli immigrati hanno dirottato così tanti risparmi nei Paese di origine. Sono tre i possibili scenari.

1) Si può presumere, soprattutto per gli immigrati dell’Europa dell’Est, che le restrizioni anti-Covid abbiano limitato con la libera circolazione la possibilità di trasferire informalmente le rimesse in patria attraverso periodici viaggi. Finendo per essere obbligati, di conseguenza, a ricorrere ai canali formali come MoneyGram e consentendo alle autorità italiane di avere contezza di un flusso di denaro che in precedenza passava sotto traccia.

2) Si può supporre che l’effetto pandemia abbia impaurito una fetta degli immigrati a tal punto da spingerli a pensare di dovere abbandonare definitivamente l’Italia. Cosa che li ha convinti a togliere i contanti da sotto il materasso per inviarli a casa.

3) Si può, infine, ipotizzare che gli immigrati abbiano aumentato il flusso delle rimesse semplicemente a supporto dei loro cari residenti in Paesi meno avanzati che più di altri hanno subìto i contraccolpi economici della pandemia.

Un dato, tuttavia, sembra certo. La disponibilità di liquidità che ha consentito agli immigrati di inviare anche in un momento di crisi un così elevato flusso denaro in patria, indica che almeno dal punto di vista economico si sono adattati ai vizi e alle virtù del Paese che li ospita. Forse sono più integrati di quanto pensiamo.

Sull’immigrazione Biden evita il muro contro muro

Chissà se nella vita pubblica la fortuna risarcirà Joe Biden dei tremendi dolori inflittigli dalla sfortuna in quella privata. Non c’è dubbio, infatti, che il senatore del Delaware di fortuna, e molta, abbisognerà per realizzare, anche solo in parte, l’ambizioso programma di riforme annunciato all’atto del suo giuramento da Presidente sulle scale del Campidoglio. In primo luogo perché, come già sperimentato in passato da molti dei suoi predecessori, una cosa è annunciare un programma al momento dell’insediamento alla Casa Bianca. Altra metterlo in pratica. Tanto più in un paese mai come oggi sull’orlo dell’ingovernabilità a causa delle ferite istituzionali e delle feroci contrapposizioni politiche ereditate dal rovinoso tracollo dell’amministrazione Trump. Ma soprattutto in ragione del fatto che Biden per riuscire ad onorare gli impegni presi con l’elettorato nella vincente ma durissima campagna elettorale, come ad esempio quello dell’immigrazione, sarà obbligato ad un doppio, arduo compromesso. Con l’oltranzismo ferito dei trumpiani. Al momento, e chissà per quanto tempo ancora, fortissimi nelle file dei repubblicani. Come testimonia il feroce tweet del senatore del Tom Cotton secondo cui “non consentiremo a Biden di anteporre la sanatoria degli immigrati clandestini alla pandemia e al lavoro degli americani disoccupati”.

Ma anche con la sete di rivincita dell’ala di sinistra del suo partito. Che uscita rafforzata dall’esito delle urne si è detta, per bocca di molti suoi autorevoli esponenti, pronta a dare battaglia e negare il suo appoggio a provvedimenti di legge “mediati” con l’opposizione di destra. Una situazione che Biden, sperimentato da decenni di duri confronti parlamentari, sa che va affrontata più con la prudenza che con i proclami. Come si evince dall’attenta lettura del suo executive order di riforma dell’immigrazione. Che, ad un tempo, consente ai suoi di cantare vittoria sul tema più controverso, e per loro odioso, del trumpismo. E dall’altro di evitare un immediato muro contro muro con l’opposizione diluendo in 8 anni, quindi ben oltre il suo mandato presidenziale, i tempi della legalizzazione degli immigrati clandestini. Una mossa che non solo dà ai repubblicani il tempo di cui abbisognano per riflettere sui loro guai interni. Ma, soprattutto, memore del fallimentare esito dei precedenti executive order presidenziali, stabilisce di fatto che sia come giusto il Parlamento e non di autorità il Presidente a decidere come e se riformare le norme vigenti dell’immigrazione.

Calano come non mai gli studenti stranieri negli Usa

L’american dream non fa più breccia tra gli universitari di mezzo mondo. Almeno è questo che viene da pensare leggendo l’autorevole analisi del Migration Policy Institute di Washington sullo storico crollo delle matricole straniere nelle Università USA nell’anno accademico 2019/2020: -20 mila rispetto a quello precedente. In termini assoluti i numeri rimangono ancora alti, oltre un milione, ma è una flessione che Oltreoceano fa moltissimo rumore. Non foss’altro perché è il primo segno negativo che si registra dal 1965, quando il governo americano con l’Immigration and Nationality Act abolì i divieti di ingresso riservati fino ad allora a determinate nazionalità consentendo anche tutti gli studenti internazionali di scommettere nel sogno americano.

Una inedita inversione di tendenza che secondo le ricercatrici Emma Israel e Jeanne Batalova ha almeno quattro spiegazioni: il costo medio delle rette in continuo aumento; le procedure burocratiche per ottenere visti di studio inasprite quando si scoprì che uno degli attentatori delle Torri Gemelle era entrato negli USA grazie a un permesso di soggiorno per studenti; la competizione tra gli Stati globali per attirare i migliori cervelli dall’estero; il clima anti-immigrati foraggiato dall’amministrazione Trump. Il tutto condito dall’effetto pandemia che ha spinto o costretto anche migliaia di studenti stranieri già iscritti nelle accademie statunitensi a rientrare in patria dove è più economico e conveniente seguire la didattica a distanza.

È forse ancora presto per stabilire se tale calo di iscrizioni dall’estero sia una parentesi o un dato destinato a diventare strutturale. Di certo non è un buon segnale per un impero che ha fondato la sua grandezza su una formidabile capacità di attrarre per decenni the brightest and the best da ogni angolo del Pianeta. Curioso notare che in questo quadro non proprio confortante per gli USA, l’unica buona notizia arrivi dal suo attuale acerrimo rivale, la Cina. Pare, infatti, che nell’anno horribilis appena concluso, a differenza del resto degli studenti stranieri, quelli cinesi siano stati gli unici ad aumentare nelle Università americane, fino al punto da rappresentare il 35% del totale delle matricole che arrivano dall’estero.

Il rancore degli americani precede Trump

Sostenere che il devastante assalto di Capitol Hill è tutta e solo colpa dell’avventurismo di Trump e dei suoi fanatici accoliti è solo parte di una verità assai più complicata. Di fronte a tanta sconsiderata violenza non basta certo alzare il dito accusatore. Né denunciare come giustificazionista chi riflette sulle ragioni di un rancore sociale le cui radici risalgono a prima dell’avvento del trumpismo.

Infatti, spiega Thomas B. Edsall sul New York Times del 13 gennaio scorso: “a partire dagli anni 70 si evidenzia tra i meno istruiti, in parallelo con una diminuzione dei salari, anche un forte calo percentuale dei matrimoni con partner in possesso di un più elevato grado di scolarizzazione”. Una verità ribadita da Carol Graham e Sergio Pinto sulle pagine del Brookings Paper 2020: “ la disperazione - associata da un maggiore tasso di mortalità - è più diffusa tra i bianchi meno istruiti e presenta un tasso più elevato rispetto a quella mediamente accertata tra gli appartenenti alle minoranze etniche”.

D’altra parte per accorgersi che nel cuore del gigante americano covava la rabbia non bisognava certo attendere l’invasione dei corridoi del Congresso da parte di Jack Angeli travestito da sciamano con le corna. Sarebbe infatti bastato prestare attenzione alle preveggenti pagine dell’Elegia Americana di J. D. Vance. Un bellissimo e commovente romanzo sulla disperante condizione di vita degli Hillbilly della Virginia. O a quelle ancor più strazianti scritte da Stephen Markley sulle vite senza futuro dei giovani sbandati dei paesini dell’Ohio de-industrializzato. Pezzi di società passati dalla parte della conservazione semplicemente perché soli e abbandonati a sé stessi. E quindi condannati, non solo per colpa loro, a ripercorrere gli stessi sentieri che, mutatis mutandis, aveva spinto i soldati italiani della Prima Grande Guerra nelle braccia del fascismo. O i piccolo borghesi tedeschi impoveriti dalla crisi di Weimar nelle feroci falangi del regime hitleriano. Ma i problemi non finiscono qui.

Quello americano, infatti, è l’ultimo e più allarmante capitolo di una crisi più generale che scuote ormai da tempo tutte le società democratiche dell’Occidente. Trump è venuto non prima ma dopo che in una notte del lontano giugno 2016 gli inglesi avevano deciso, cogliendo di contro piede le cancellerie di mezzo mondo, di votare Brexit. Così come Brexit non è venuta prima ma dopo che nel 2005 i cittadini di Francia ed Olanda avevano, primi fra tutti e contro le indicazioni dei loro stessi governanti, detto no alla nuova Costituzione dell’Unione Europea. Eventi che pur se espressione di storie nazionali e di contesti istituzionali tra loro assai diversi sono tutti figli di un disorientamento e di un malessere di cui il montante populismo dei nostri tempi più che la causa ne è la prova.

La verità è che per oltre 70 anni, dopo la fine della guerra, le istituzioni democratiche dell’Occidente hanno guadagnato ed ottenuto consenso promettendo e dando benessere. Esaltando tutto ciò che sapeva di performance ma badando poco, fino ad essiccarli, ai valori. Pur di fare andare avanti l’economia si sono mollati gli ormeggi della società. Un mondo oggi per molti al tramonto e che li spinge a chiedersi: io chi sono? Quale è la mia comunità di appartenenza? Che futuro avranno i miei figli?

I cervelli ritornano, ma a casa di mamma

Sul ritorno in patria causa pandemia dei cervelli italiani “fuggiti” all’estero, c’è poco da festeggiare e molto da riflettere. Infatti, dietro il picco (+20%) di nostri giovani fra i 18 e i 34 anni che nel 2020 sono rientrati in Italia, si celano tre grandi ombre nascoste dall’inspiegabile entusiasmo con il quale i più autorevoli quotidiani nazionali (e non) hanno accolto la notizia.

La prima riguarda coloro che sono rientrati perché hanno perso il lavoro. Conclusa la pandemia è facile immaginare che almeno una parte di essi, non avrà la capacità psichica ed economica per ricominciare da zero all’estero. I nuovi rimpatriati si aggiungeranno al già vasto bacino di loro coetanei disoccupati che vivono e/o sopravvivono in Italia grazie a quella formidabile riserva di Welfare familiare (stipendio dei genitori, pensione dei nonni) che primo o poi si esaurirà.

La seconda concerne i più fortunati che incentivati dal telelavoro hanno preferito passare i lockdown in patria tra il calore di amici, parenti e del clima mite del Bel Paese. Le previsioni sulle loro scelte future post pandemia sembrano altrettanto scontate: torneranno all’estero. Per la semplice ragione che la pandemia non ha cancellato, ma semmai accentuato, quelle carenze strutturali del mercato del lavoro italiano che li avevano spinti ad andare oltre confine. Insomma, è vero che grazie alle nuove tecnologie delle comunicazioni le occupazioni altamente qualificate possono essere svolte da ogni angolo del globo. Ma è altrettanto innegabile, come ha di recente notato Richard Florida, che finita la sessione su Zoom o su Meet, l’esercito cosmopolita dei the best and brightest continuerà a domandare servizi e infrastrutture avanzate che solo le regioni e le smart cities globali offrono loro.

Morale della favola, e qui arriviamo alla terza ombra. Anche sul tema dei cervelli in fuga la pandemia rischia di rappresentare la cartina al tornasole dei vizi del Bel Paese. Concentrati ad esultare per il ritorno dei nostri amatissimi talenti, continuiamo a non interrogarci sul perché non riusciamo, invece, ad attirare quelli altrui.

Il punto, come aveva notato oltre un ventennio fa Amartya Sen, sta proprio qui. Nel mondo globale, infatti, la competizione che più conta riguarda il livello e la qualità delle condizioni che i diversi territori sono in grado di offrire ai singoli. E’ questo il nuovo, potente magnete che orienta la decisione di partire o restare di coloro che hanno più doti e capacità di altri. A prescindere dal paese di origine, i cervelli sono e saranno sempre in movimento, per nostra fortuna.

La democrazia in America traballa

L’America fa davvero paura. La gravissima (e perdente) sedizione antiparlamentare messa in atto ieri dalle falangi del trumpismo estremo non rappresenta, infatti, l’unico problema con cui è chiamata a fare i conti la traballante democrazia d’oltre Atlantico. Come testimoniano i contraddittori e per molti aspetti inattesi risultati emersi dalle urne delle presidenziali di novembre. Che se da una parte hanno consentito ai democratici di sfrattare Donald Trump dalla Casa Bianca. Hanno però dall’altra confermato una loro preoccupante distanza dal “paese reale”.

Tanto è vero che la conquista da parte di Joe Biden della maggioranza dei consensi popolari non si è tradotta in un parallelo rafforzamento parlamentare del suo partito. Un paradosso sintetizzato come meglio non si poteva dall’editoriale pubblicato il 27 novembre dal maggiore quotidiano statunitense secondo cui: “Joe Biden ha conquistato l’inaspettato e non voluto record storico di avere dalla sua il 51% del consenso popolare e, contemporaneamente, assistere alla pesantissima sconfitta dei suoi   alla Camera dei Rappresentanti”. Dove il partito del Presidente, pur restando in maggioranza, ha perduto 10 dei 232 seggi conquistati nelle midterm elections di due anni prima. Mentre i repubblicani, cosa non meno sorprendente, nonostante la sconfitta del loro leader, hanno accresciuto la loro rappresentanza passata da 197 a 210 unità.

Che un Presidente o un Presidente-eletto (quale è al momento Biden) raggiunga il 51% del voto popolare e, contemporaneamente, si riduca il numero dei deputati del suo partito è un evento a dir poco inusuale per la storia politica americana. Nei cui annali, per trovare una “anomalia” politica paragonabile all’attuale, bisogna risalire alle elezioni presidenziali del lontano 1896. Quando il partito repubblicano di William McKinley, indicato come presidente da una schiacciante maggioranza degli elettori, perse però ben 48 deputati. Ma i problemi degli uomini dell’asinello non finiscono qui.

Per la semplice ragione che per i democratici il voto di novembre, oltre ai guai di cui sopra, ha confermato che il tasso di adesione dell’elettorato immigrato è assai inferiore a quello che molti di loro, con ingiustificata sicurezza, davano invece quasi per scontato. Come testimonia la assai ben documentata indagine pubblicata da Weiyi Cai e Ford Fessenden sul New York Times dello scorso 20 dicembre con il titolo: “Immigrant Neighborhoods Shifted Red as the Country Chose Blue”. Secondo la quale: "nelle ultime elezioni presidenziali i collegi elettorali dove è più massiccia la presenza di residenti di origine latina o asiatica, compresi quelli con un’elevata incidenza di popolazione immigrata, hanno evidenziato un tratto comune : aumento della partecipazione elettorale e un significativo spostamento a destra….Per cui anche se Trump ha perso voti nelle aree tradizionalmente repubblicane e tra i bianchi delle grandi città -cosa che ne ha determinato la sconfitta- ha invece sicuramente guadagnato voti nei quartieri dove vivono gli immigrati”.

Problema non da poco. Visto che, ha acutamente osservato Roberto Suro della University of Southern California, “se l’aumento della partecipazione elettorale degli immigrati va a vantaggio dei repubblicani, beh vuol dire che andrà a farsi friggere la convinzione che oggi va per la maggiore tra i liberal sulle (per loro) positive conseguenze politiche del cambiamento demografico”.

Il diritto all’asilo si salva riformando Ginevra

In questo tragico 2020 oltre al Covid-19 sono sfuggite di mano alla comunità internazionale anche le emergenze umanitarie. Lo storico boom di rifugiati, più di 80 milioni nel mondo, ha evidenziato negli ultimi dodici mesi le sempre più vistose crepe della governance globale del diritto d’asilo incentrata sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Soprattutto su due fronti.

Il primo riguarda il fatto che, come ha di recente segnalato David Frum dalle colonne dell’autorevole magazine statunitense The Atlantic, i potenziali rifugiati del XXI secolo coincidono solo in parte con quelli tutelati in base alla Convenzioni di Ginevra del 1951. Alle vittime di discriminazioni e violenze di Stato (pensiamo ad esempio ai siriani in fuga da un paese in guerra da 7 anni) si è aggiunta, infatti, una eterogenea galassia di vulnerabili. Che chiedono asilo non perché vittime di violenza pubblica (statale) ma privata (famiglia, gang criminali, etc.). Cosa che mezzo secolo fa nessuno aveva previsto. Eclatante il caso degli Stati Uniti che registrano un netto aumento del flusso migratorio (carovane organizzate di migliaia di persone in marcia verso il confine americano) dal Centro-America (Nicaragua, Honduras, Salvador e Guatemala). Dove la guerra tra bande criminali ha causato la fuga di migliaia di persone. La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo, sia la dicotomia tra migrazione forzata e mobilità volontaria. Infatti, questi migranti centro-americani sono al contempo definiti clandestini e richiedenti asilo. Molti di loro, non essendo vittime di violenza da parte di uno Stato, ma di privati, infatti non rientrano nella fattispecie indicata dalla Convenzione di Ginevra. Mentre altri, sulla base di una interpretazione estensiva della stessa, ne fanno parte a pieno titolo e, per questo, hanno le carte in regola per ottenere lo status di rifugiato.

Il secondo è stato a più riprese denunciato dall’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi: "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, come, invece, prevede la Convenzione siglata 70 anni fa nella cittadina svizzera. La maggioranza dei rifugiati nel mondo rientra, infatti, nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da almeno 5 o più anni. Un trend che sembra destinato a crescere, come dimostra una ricerca longitudinale e condotta dall’Overseas Development Institute (ODI) di Londra. In base alla quale, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze umanitarie si è risolta dopo 10 o più anni e solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. Le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo che in passato. Il conflitto in Somalia, ad esempio, va avanti da quasi trent’anni. È, inoltre, maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (tra le più gravi oggi spiccano Siria e Venezuela, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Congo, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana hanno fatto registrare gravi instabilità politiche). La tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda. A peggiorare il quadro, il numero sempre minore di rifugiati che riescono a fare ritorno a casa: alla fine del Novecento si registrava una media annua di 1,5 milioni mentre negli ultimi 10 anni non sono stati oltre i 385 mila.

Siamo dunque di fronte ad uno scenario che, come sostengono gli stessi vertici dell’UNHCR, testimonia oltre ogni ragionevole dubbio che la vecchia strumentazione di gestione del sistema internazionale dell’asilo non tiene più. Una verità che deve però fare i conti con la difficoltà di riuscire persino a capire chi è l’autorità in grado di mettere mano alla loro riforma. Soprattutto in un mondo che per la prima volta dal Secondo Dopo Guerra appare privo di una riconosciuta leadership globale.

Mancano di idee e se la prendono con gli immigrati

Ho incontrato il Direttore della Luiss School of Government prof. Giovanni Orsina. Fine politologo e studioso da sempre dell’universo politico conservatore italiano ed europeo. Al quale ho chiesto lumi sulle ragioni teoriche e politiche dell’ostilità anti immigrati della Destra italiana.

Domanda: perché la Destra fa della lotta agli immigrati il suo tratto politico distintivo?

Risposta: domanda interessante alla quale, d’acchito, mi verrebbe di rispondere forse perché sul mercato politico non c’è altro. Infatti l’immigrazione rappresenta l’unico divide in un sistema politico che su tutte le altre grandi issue (intangibilità della proprietà privata, libertà sindacali, parità di genere etc.etc.) presenta, almeno sul piano dei principi, una sostanziale convergenza di sistema. In un mondo in cui di tratti distintivi ne sono rimasti davvero pochi quello dell’ostilità nei confronti degli immigrati ha inoltre il non piccolo pregio di non produrre penalizzazioni elettorali. Visto che si scarica su soggetti che non votano. In Italia dire no agli immigrati, anche se divisivo, assicura popolarità. E per questo rappresenta una irresistibile attrazione per degli imprenditori politici che altrimenti farebbero fatica ad assicurarsi un “posto al sole”.

Domanda: la questione dell’immigrazione presenta un peculiare paradosso. La sinistra “apre” agli immigrati ma perde i ceti popolari. Mentre la destra dice che “chiude” ma favorisce l’uso a man bassa dell’immigrazione da parte della sua constituency. Perché?

Risposta: perché viviamo in un mondo di paradossi nel quale, se così posso dire, nessuno si vuole fare carico delle conseguenze di ciò che chiede. Mi sovviene al riguardo la singolare posizione di quel politico siciliano che si lamentava per la cattiva connessione dei telefonini ma era contrario all’istallazione di un ripetitore nella sua zona. Viviamo in un mondo in cui i politici corteggiano l’elettore male educato. Meglio, infantilizzato. Che pretende la badante ma non vuole l’immigrato! Senza dimenticare, però, che c’è una parte dei ceti popolari che gli immigrati proprio non li vuole.

Domanda: secondo Lei è possibile sull’immigrazione una Bad Godesberg della Destra?

Risposta: secondo me no. L’unica possibile “revisione” della Destra potrebbe essere l’Europa. Se l’Europa si porta dietro l’immigrazione allora la Destra sarebbe costretta, volente o nolente, ad ammorbidire le sue posizioni. Anche Salvini dopo essere stato fatto fuori dall’Europa ha forse capito che le condizioni europee sono pre-condizioni assolute e ineludibili. Di conseguenza se si accettano i vincoli interni indicati da Bruxelles è gioco forza “ingoiare” anche quelli sugli immigrati.

Un regalo amaro per il compleanno dell’UNHCR

L’UE ha regalato all’UNHCR, che oggi compie 70 anni, l’ennesima emergenza profughi. Infatti, dopo Lesbo e Lampedusa, la crisi umanitaria si abbatte in queste ore nell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Che dall’inizio dell’anno ha accolto dall’Africa Occidentale oltre 20 mila tra immigrati e rifugiati: +70% rispetto al 2019. Cifre così alte non si registravano dalla crisis de los cayucos del 2006.

E' uno scenario identico a quello più volte già visto sulle coste italiane e greche. “Le Canarie non possono essere lasciate sole”, ha denunciato lo scorso weekend il Governatore Angél Victor Torres puntando il dito contro il Premier socialista Pedro Sanchez, suo compagno di partito. Che a sua volta denuncia l’UE di avere lasciato la Spagna sola in questa emergenza umanitaria. Dal canto loro, le organizzazioni non governative denunciano gravissime violazioni dei diritti umani nei centri di accoglienza. Per tale ragione i giudici sono intervenuti con alcune sentenze che hanno ridotto da 60 (previsto dalla normativa vigente) a 3 giorni il periodo massimo di trattenimento dei nuovi arrivati nei centri di accoglienza. E intanto la politica e l’opinione pubblica si dividono tra lo schieramento securitario e quello umanitario.

 La verità è che alle Canarie, come a Lesbo e a Lampedusa, va in scena il peggio dell’inerzia europea sulle politiche migratorie. Con l’aggravante in questo caso che molte nazioni del Vecchio Continente, rassicurate dall’efficacia dell’accordo pluriennale Spagna-Marocco sul contrasto all’immigrazione irregolare che ricorda quello tra UE e Turchia, hanno pensato bene di continuare a nicchiare sui tre grandi nodi irrisolti della politica UE dell’asilo e dell’immigrazione.

Il primo riguarda come distinguere i rifugiati dagli immigrati economici irregolari. Nelle isole di frontiera europea le autorità non hanno i mezzi per vagliare al momento dello sbarco lo status dei nuovi arrivati. Migranti da rimpatriare, trafficanti da arrestare, rifugiati da accogliere, si ritrovano spesso stipati per anni nei medesimi centri. Che sono vere e proprie bombe socio-sanitarie a orologeria. Per chi vi abita, ma anche per la popolazione autoctona che risiede nei pressi. Che è quanto di meglio si possa immaginare per un potenziale scontro sociale tra chi ospita e chi viene ospitato, tanto più nell’era del COVID-19.

Il secondo concerne la redistribuzione dei nuovi arrivati in seno all’UE. Le grandi capitali europee sono d’accordo e disponibili a condividere con gli Stati di primo approdo come Grecia e Italia, l’onere dell’accoglienza dei rifugiati, ma sono in stand-by: se non riusciamo a distinguere i rifugiati da accogliere e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare come facciamo a trovare un accordo strutturale sulla redistribuzione di chi ha diritto all’asilo?

Il terzo, forse il più delicato, ha a che vedere con i rimpatri degli irregolari. Gli Stati di primo approdo non hanno la capacità economica e organizzativa di sostenere le lunghe, costose e farraginose operazioni di rimpatrio. Tanto più se manca la collaborazione dei Paesi di origine. È vero che se ne potrebbe fare carico l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, ma anche su questo fronte manca un accordo europeo sulla stanziamento di maggiori fondi e mezzi atti a potenziare le capacità dell’Agenzia.

La discussa eredità di Trump sull’immigrazione

Le politiche dell’immigrazione riservano, talvolta, sorprese inaspettate. Come quella appena giunta dagli Stati Uniti secondo la quale negli anni della presidenza Trump il numero degli immigrati regolari in arrivo sul suolo americano è stato, nonostante la sua politica, i giri di vite promessi ed i ripetuti, altisonanti ukase, in linea con quelli che ne avevano preceduto l’arrivo alla Casa Bianca.

A darne notizia il lavoro fresco di stampaThe Trump Effect on Legal Migration Levels: More Perception than Reality?” condotto da Muzaffar Chishti e Jessica Bolter per conto del Migration Policy Institute di Washington. Uno dei più accreditati think-thank nel campo dell’immigrazione made in US. E, cosa che rafforza l’attendibilità del lavoro di cui sopra, ultra democratico da sempre, visto che nel suo consiglio di direzione siede l’ex capo dell’immigration statunitense di Bill Clinton Doris Messner. Poiché la notizia coglierà molti di sorpresa vale forse la pena riportare per esteso alcuni passi del testo in questione:

Nonostante i suoi sforzi di limitare l’immigrazione legale l’amministrazione Trump ha ottenuti scarsi risultati…[infatti] il totale delle ammissioni (sia temporanee che permanenti) è diminuito solo marginalmente [….]. Il numero dei richiedenti asilo che hanno visto accolte le loro richieste è stato, nonostante le durissime restrizioni introdotte, il più alto dal 1990 in avanti […]. Il tasso di rilascio delle green card ha avuto un andamento costante e non difforme da quello degli anni precedenti […] gli immigrati naturalizzati americani in base ai dati disponibili, fermi al 2019, risultano in crescita […] a differenza degli altri visti di ingresso temporaneo, confermando però una restrizione iniziata già prima dell’insediamento dell’amministrazione trumpiana, sono diminuiti quelli concessi agli studenti stranieri […] con l’unica vera eccezione del pesantissimo taglio del numero dei rifugiati accolti (il più basso da quando gli USA hanno varato nel 1980 il Refugee Resettlement Program) e nonostante non piccoli interventi di modifica delle norme in vigore, cosa che ha forse dato alla pubblica opinione la sensazione di una drastica riduzione dell’immigrazione, nel quadriennio dell’amministrazione Trump il numero degli ingressi regolari, almeno fino al crollo storico determinato dall’ epidemia Covid-19, è stato sostanzialmente in linea con quello del passato”.

Affermazioni impegnative ma, stando ai dati, fondate. Di fronte alle quali sorge però spontanea la domanda: sull’immigrazione ha barato Trump o hanno ecceduto nelle critiche (feroci) i suoi avversari? Forse né l’uno né gli altri. Il fatto che la politica di Trump non sia riuscita a ridurre significativamente l’immigrazione regolare non vuol dire che essa non abbia inciso a fondo (nel testo il termine usato è toothless). Questo perché essendo l’immigrazione un fenomeno a lenta cadenza gli effetti nelle modifiche delle norme che la governano più che nell’immediato si fanno sentire nel medio, lungo periodo. Ragione per la quale, sostengono con un perfido paradosso Chishti e Bolter, “le conseguenze della politica di Trump cominceranno a farsi sentire solo dopo che se ne sarà andato”.