Divorzi transfrontalieri

Il 3 dicembre scorso, il Consiglio UE si è espresso favorevolmente al testo di legge comunitario che disciplina i divorzi transfrontalieri. Anche se, al momento, solo 14 amministrazioni nazionali si sono dette pronte alla sua ratifica adeguando i rispettivi  regimi matrimoniali. Ciò in ragione del fatto che, in base al Trattato di Lisbona, utilizzando il metodo della cosiddetta cooperazione rafforzata, sono oggi possibili accordi legislativi anche solo di un gruppo ristretto di governi. La principale innovazione che la normativa approvata introduce consiste nella possibilità concessa alle coppie miste, che sono quelle formate da coniugi di diversa nazionalità, di scegliere, nelle procedure di divorzio, tra le due  legislazioni dei rispettivi paesi, oppure quella di un altro stato se uno dei due vi risiede stabilmente. Per avere la misura del potenziale impatto di questo provvedimento vale la pena ricordare che in Europa i matrimoni misti sono circa 16 milioni.

In allegato:
  • COUNCIL OF THE EUROPEAN UNION - Press release
  • Stranieri cercasi

    Intervistati da Eurobarometro, più di 2mila datori di lavoro, di imprese pubbliche e private europee, hanno dichiarato di aver cercato nuovo personale fuori dai confini nazionali. Una scelta da loro motivata con la necessità di scovare ed utilizzare, in un altro paese europeo o fuori dai confini dell’Unione, talenti introvabili sul  mercato interno. L’inchiesta ha inoltre messo in luce che tra i criteri utilizzati per la selezione di questi nuovi addetti, oltre al titolo di studio,  sono stati privilegiati: nel 98% dei casi la capacità di lavorare in squadra; nel 97% la disponibilità a svolgere più mansioni  contemporaneamente;  e nel 67% la conoscenza delle lingue straniere.

    In allegato:
  • EU Commission - Employers’ perception of graduate employability - 2010
  • La libera circolazione delle abilitazioni

    L’abilitazione professionale ottenuta in uno stato comunitario, se accompagnata da un periodo, sia pur breve, di specializzazione pratica, ha il medesimo valore legale su tutto il territorio dell’UE . Lo ha stabilito la Corte di Giustizia europea in merito al ricorso di tre cittadini greci contro le autorità del proprio paese che rifiutavano di riconoscere loro l’equivalenza dei titoli di specializzazione acquisiti nel Regno Unito. Il Saeitte, il Consiglio ellenico responsabile del riconoscimento dell’equipollenza dei diplomi di istruzione superiore, aveva infatti  subordinato il diritto dei richiedenti ad esercitare in patria le rispettive professioni all’accettazione di attività cosiddette compensative. Consistenti in  una prova attitudinale o in un tirocinio di adattamento. Secondo i magistrati europei, invece,  l’esperienza professionale pregressa, ai sensi della direttiva europea 89/48,  è di per sé sufficiente al riconoscimento dell’abilitazione. Di conseguenza, il titolo di revisore contabile della sig.ra Vandorou, quello di ingegnere del sig. Giankoulis e di fisico del sig. Askoxilakis sono da considerarsi validi, a tutti gli effetti, anche in Grecia. Un paese, è forse utile rammentare,  nel quale, per quanto riguarda gli ordini professionali,  vige un sistema di albi tra i più chiusi e corporativi d’Europa.

    In allegato:
  • Corte di giustizia UE - Sentenza del 2 dicembre 2010 - C-422/09, C-425/09 e C-426/09
  • Ue, time’s up per il razzismo

    E’ scaduto il 28 novembre il termine ultimo a disposizione dei paesi europei per trasporre nei rispettivi ordinamenti interni la normativa-quadro contro il razzismo adottata dall’Ue  due anni fa.  Per l’occasione, l’ENAR, European Network Against Racism, ha rivolto un appello alle istituzioni comunitarie affinché vigilino sulla sua corretta applicazione da parte dei governi ed intervengano per sanzionare quelli inadempienti. Come Danimarca, Italia, Irlanda, Estonia e Cipro.  Nel testo di legge, approvato dopo un lungo e travagliato negoziato, vengono elencate  le tipologie dei comportamenti di natura razzista e xenofobica  che, in quanto reati, vanno sanzionati penalmente fino ad un massimo di tre anni di reclusione. Per le imprese sono previste, oltre a multe onerose, anche l’esclusione dai finanziamenti pubblici e, nei casi più gravi, la cessazione dell’attività.

    In allegato:
  • ENAR - Press release
  • 3) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ALDO MORRONE

    Medico dermatologo, direttore della Struttura Complessa di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo e di Dermatologia Tropicale dell’Istituto San Gallicano (IRCCS) di Roma, Aldo Morrone è un esperto di medicina delle migrazioni, delle patologie tropicali e della povertà. Dal 1985 si occupa della tutela e promozione della salute delle popolazioni immigrate presenti in Italia. Nel 2007 è stato nominato Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti e per il contrasto delle Malattie della Povertà.
    West, nell’ambito dell’inchiesta sui “minori stranieri non accompagnati”, ha deciso di intervistarlo per fare chiarezza su un fenomeno tanto taciuto quanto controverso.

    1) Dalla nostra inchiesta è emerso che quello dei minori non accompagnati è un fenomeno di ampie dimensioni e che per molti aspetti costituisce una forma collaterale dell’immigrazione clandestina. Lei è d’accordo con quest’analisi? Soprattutto, in base alla sua esperienza, è possibile parlare di un vero e proprio business della criminalità organizzata?

    Assolutamente sì, esiste un traffico sul quale è necessario indagare. Grazie alle intercettazioni telefoniche si è scoperto che le organizzazioni criminali sono a conoscenza sia del luogo che del mezzo di arrivo di questi minori che nel gergo della malavita vengono chiamati “valige”. Si è potuto appurare, inoltre, che la dispersione tipica di questi giovani una volta giunti sul territorio europeo è anch’essa voluta e provocata dai criminali. È dunque proprio in queste indagini che occorre investire risorse. Il problema va risolto alla radice, in altre parole nel paese d’origine.

    2) Analizzando il fenomeno dei minori non accompagnati, al netto di chi è costretto a fuggire a causa di guerre, instabilità politiche e catastrofi ambientali, emerge che spesso sono proprio le famiglie a sostenere e incoraggiare l’emigrazione dei figli. Condivide questa considerazione?

    La maggioranza dei minori è costituita da soggetti di sesso maschile, l’ho potuto costatare a Lampedusa dove ne ho incontrati più di 5.000. Le famiglie sono infatti disposte ad investire sui figli maschi, che potrebbero contribuire, più delle femmine all’aiuto e al sostentamento del nucleo familiare d’origine.

    3) Il problema del rimpatrio è molto delicato e non è ben visto dalle organizzazioni che si occupano di accoglierli. Come si coniuga questo con il dettato della Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia che, oltre a garantire l’interesse preminente del fanciullo, enuncia anche il diritto del minore a stare con la propria famiglia?

    Le autorità che si occupano dell’accoglienza di questi minori sono i Comuni che con la collaborazione di varie associazioni e organizzazioni non governative cercano di fare del loro meglio, spesso con a disposizione esigui finanziamenti che rischiano di separare fratelli e sorelle, che vengono così mandati in diverse località. Si tende a puntare tutto sulle misure di accoglienza, senza comprendere che l’accoglienza non è la soluzione bensì è il punto di partenza per poi effettuare il rimpatrio del minore. È necessaria una legislazione uniforme a livello europeo che possa stabilire criteri comuni a tutti gli stati membri. Le competenze a livello internazionale sono le solite: la Carta Europea dei diritti del fanciullo, la Carta delle Nazioni Unite dei diritti dell’infanzia e la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Il punto è che il gap tra la teoria e la prassi è enorme.

    4) Al momento del loro arrivo i minori hanno il diritto di essere assistiti, premesso che non è sempre chiaro cosa accade al compimento del diciottesimo anno, l’Europa e l’Italia si occupano realmente della loro assistenza? E quali sono le principali problematiche in merito?

    In Italia, ad esempio, un minore, al momento del compimento dei 18 anni, ha diritto a restare nel territorio nazionale solo se ha concluso un ciclo di integrazione di tre anni. Che succede dunque se il minore giunge alla maggiore età senza aver concluso triennio di formazione in quanto è giunto in Italia a 16 o 17 anni? In teoria viene espulso. I minori sono percepiti come un problema, e non come una possibilità di arricchimento culturale per la nazione ospitante. Il punto è che non esiste a livello europeo un approccio comune per risolvere questa situazione. L’Italia non è ancora in grado di fornire una vera accoglienza.




    Vedi anche:



    1) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – EUROPA







    2) L’immigrazione dei minori stranieri non accompagnati – ITALIA




    Allarme minori stranieri

    Sono 778 i minori stranieri sbarcati nelle coste della Sicilia, della Puglia e delle Marche tra gennaio e agosto 2010. Si tratta per la maggior parte di ragazzi provenienti dall’Afghanistan, dal Bangladesh e dall’Egitto. Se il Salento è il primo punto di approdo per i piccoli asiatici, la Sicilia lo è per gli africani. Ma, una volta arrivati nel Bel Paese, che fine fanno questi minori? In generale finiscono nelle comunità alloggio, spesso prive dei servizi elementari, come quelli fondamentali della mediazione culturale e della consulenza legale, motivo che spinge molti di loro, appena possono, a cercare di fuggire. Addirittura il 50% dei 239 piccoli stranieri accolti nelle strutture siciliane nel 2010 ha provato questa strada. Ancora più preoccupante la situazione in Puglia, dove a tentare la fuga è stato il 93% di quelli arrivati. Va meglio per quanto riguarda la condizione di quelli ospitati nei centri di Ancona, Ascoli Piceno, Fermo, Macerata e Pesaro Urbino, con una percentuale di allontanamento di poco solo il 20%. Uno stato di fatto denunciato in un recente rapporto pubblicato da Save the Children.

    In allegato:
  • Save the Children - L’accoglienza dei minori in arrivo via mare - 2010
  • L’ethnic business della Toscana

    Dal 1999 al 2008 le imprese gestite dagli immigrati sono quasi quadruplicate passando da 7.600 ad oltre 32.000. Di queste 10.000 si trovano nella Provincia di Firenze e 5.000 in quella di Prato. Le novità, però, non riguardano solo il numero. Infatti, 11 anni fa 1/3 degli imprenditori stranieri, soprattutto nel turismo, proveniva dalle aree industrializzate. Oggi, invece, lo scenario è profondamente mutato. Sono sempre più numerosi quelli dell’Europa dell’est, con 11.306 aziende in totale: 18 volte di più che nel 1999. Crescono in parallelo anche quelli asiatici e del nord Africa. In termini assoluti il 73% del totale dei nuovi capitani di azienda appartengono a 4 gruppi etnici: cinese (7.029 aziende), albanese (5.114), romeno (4.259) e marocchino (3.489). I settori di attività interessati per l’85% sono quelli delle costruzioni, del commercio e della manifattura. Il fenomeno dell’ethnic business ha dunque assunto in Toscana dimensioni di assoluto rilievo, al punto da spingere l’Università degli Studi di Firenze a realizzare un Atlante regionale per comprenderne le dinamiche. Leggi i dati della Fondazione Leone Moressa al 3° trimestre 2010

    In allegato:
  • Università di Firenze - Atlante dell'imprenditoria straniera in Toscana - 2010
  • I figli d’immigrati trovano meno lavoro

    Tra gli autoctoni, in Francia, l’86% degli uomini e il 74% delle donne ha un lavoro. Percentuali che scendono rispettivamente al 65% e al 56% per quelli i cui genitori, o almeno uno di essi, sono immigrati dal Maghreb.  Un gap medio del 20% che, secondo uno studio pubblicato dall’Insee, è in parte attribuibile al loro livello di studi, generalmente inferiore rispetto alla media, ed in parte ascrivibile invece alla discriminazione su base dell’origine etnica durante i colloqui di lavoro. Questo divario tra i tassi d’occupazione persiste, seppur in misura ridotta, anche tra i francesi con padre o madre provenienti da un altro paese Ue. In alcuni casi però la situazione s’inverte, come ad esempio tra i quadri dirigenziali, fra i cui ranghi sono più numerosi i figli di famiglie originarie dell’Europa del Nord:  22,5% contro una media nazionale del 18,5%.

    In allegato:
  • INSEE - Dares - Les écarts de taux d’emploi selon l’origine des parents : comment varient-ils avec l’âge et le diplôme ? 2010
  • Ue, la Svizzera frontiera della previdenza sociale per gli immigrati

    Secondo la Corte UE, nel caso in cui un cittadino di un paese terzo risieda legalmente in uno Stato membro dell’Unione europea e lavori in Svizzera , nei suoi confronti non si applica la normativa europea n. 859 (2003), che estende agli stranieri le disposizioni dei regolamenti n. 1408/71 e n. 574/72 sul trasferimento delle prestazioni sociali tra gli Stati membri allo scopo di agevolare la libera circolazione delle persone.

    In allegato:
  • Corte di Giustizia Europea, Procedimento C-247/09
  • Test d’italiano on line

    In Italia il 9 dicembre prossimo entrerà in vigore il decreto con cui il Ministero dell’interno ha previsto che i cittadini stranieri potranno inoltrare alla Prefettura, per via telematica, le domande di partecipazione al test di lingua italiana, propedeutico alla richiesta del permesso comunitario per i soggiornanti di lungo periodo.

    In allegato:
  • Ministero dell'interno - Il test di lingua italiana: il procedimento e i soggetti coinvolti - 2010
  • Ministero dell'interno - Circolare n.7589 / 2010