Manuale per i lavoratori stagionali

Diritti, doveri, consigli pratici e indirizzi utili con lo scopo di contrastare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro stagionale raccolti in una guida realizzata dall’associazioni Rumori Sinistri, in collaborazione con il Progetto Melting Pot Europa

In allegato:
  • Ass. Rumori Sinistri "Guida informativa per i lavoratori e le lavoratrici stagionali comunitari e non..." , 2010
  • La discriminazione ha nome, cognome e indirizzo

    Non bastano il sesso, la razza o l’età ma, secondo un recente rapporto commissionato a Deloitte dal Ministero dell’immigrazione francese, anche il luogo di residenza e il nome pesano talvolta come discriminazioni nelle assunzioni. Tant’è vero che Oltralpe tra i giovani in età 15-24 delle aree urbane “sensibili” il tasso di disoccupazione è del 22%, quasi il doppio della media nazionale. Di qui le conclusioni della ricerca raccomandano che si riconosca legislativamente come speciale categoria ad hoc di discriminazione quella “socio-territoriale”. D’altra parte, più recenti pubblicazioni hanno sottolineato come il nome e cognome continuano a influire sulla scelta dei candidati da parte dei datori di lavoro. Le cifre riportate da Deloitte non lasciano dubbi: a parità di qualifica chi ha un patronimico maghrebino ha, rispetto ai francesi, l’80% di chance in meno di essere convocato per un colloquio di lavoro. Il che ha indotto il governo transalpino a varare nel 2006 una legge che obbliga le grandi società ad utilizzare il cosiddetto cv anonimo, anche se ciò non ha portato a grandi risultati. All’universo delle “nuove” discriminazioni si sommano quelle più  tradizionali. Ad esempio, sebbene il gap relativo al tasso d’istruzione sia stato quasi colmato, gli immigrati in cerca di impiego volano a quota 15% contro il 7% dei francesi.

    In allegato:
  • Deloitte - La promotion de la diversité dans les entreprises. Les meilleures expériences en France et à l’étranger, 2010
  • L’Europa si accorge dei minori non accompagnati

    Sono sempre più numerosi i bambini ed i ragazzi minorenni stranieri che arrivano in Europa senza genitori né parenti prossimi. Alcuni fuggono da guerre e violenze. Altri dalla miseria. In non pochi casi, però, essi sono vittime della tratta di esseri umani che sfrutta il desiderio delle famiglie di garantire loro una vita ed un futuro migliori. Al fenomeno dei minori stranieri non accompagnati, nonostante le sue dimensioni (fonti comunitarie stimano il numero tra 50.000 e 100.000) l’Ue ha prestato fin’ora poca attenzione delegandolo alla sensibilità ed alla competenza dei singoli Stati. Ma l’Europa ha deciso che è giunto il momento di saperne di più e su decisione dei Ministri degli interni ha sollecitato le Amministrazioni nazionali ad organizzare una rilevazione sistematica, aggiornata e comparabile dei dati del fenomeno. Con l’obiettivo di definire standard più elevati e regole comuni sull’accoglienza dei piccoli stranieri, oggi molto diversi da paese a paese. Ipotizzando la fissazione di un limite massimo di sei mesi entro il quale le autorità responsabili dovranno decidere sul si o sul no alla loro accettazione. Avendo in ogni caso come principio guida quello della massima tutela e del miglior interesse dei piccoli. Ferma restando, comunque, la competenza dei singoli governi se deciderne il rimpatrio nei centri di accoglienza dei Paesi di origine, anche nel caso non sia stato possibile rintracciarne  le famiglie. Un punto, quest’ultimo, criticato da molte Ong preoccupate dei rischi che potrebbero correre in tali strutture l’incolumità e la protezione dei bambini.

    In allegato:
  • Consiglio Unione Europea - Comunicato Stampa
  • L’Europa e la sindrome dell’intolleranza

    La crisi economica ha inasprito le tensioni razziali nel Vecchio Continente. A lanciare l’allarme è il rapporto 2009 della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, organo facente capo al Consiglio d’Europa. Il testo, pur senza nominare nello specifico alcun paese, non lesina bacchettate. Anzitutto partendo dalla premessa che l’ondata di tagli alla spesa pubblica e l’aumento della disoccupazione accresce in tutta evidenza il rancore sociale soprattutto nei confronti dei Rom e degli immigrati. Secondo l’ECRI molti paesi avrebbero in qualche modo contribuito al dilagare di queste gravi tensioni, non combattendo con la necessaria energia il fenomeno di crescente stigmatizzazione sociale delle minoranze. Che, sempre più spesso, sono vittime di trattamenti,da parte degli organi della magistratura e della forze dell’ordine, non solo apertamente discriminatori ma, in non pochi casi, fuori dai confini della legalità. Il problema ricorda l’ECRI è che in vari paesi manca, inoltre, una legislazione capace di prevenire e al contempo punire i casi di razzismo. E la stoccata finale il rapporto la riserva  “all’introduzione di restrizioni di ordine giuridico contro i mussulmani”. Chiaro riferimento alla sindrome che sta contagiando molte nazioni sulla imprescindibile necessità di  dover “fare qualcosa contro il burqa”  e al voto referendario contro i minareti della Svizzera.

    In allegato:
  • ECRI - Annual Report on ECRI'S activities, 2010
  • La discriminazione offende più dell’offesa

    In Italia non è reato dare del razzista ad un agente di polizia che trattiene ingiustamente un immigrato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione annullando una precedente decisione del Giudice di pace di Firenze. Tutto era nato dall’intervento di un cittadino che aveva definito come razzista  l’ingiustificato trattenimento di due immigrati di origine nigeriana da parte di alcuni pubblici ufficiali, nonostante avessero già provveduto alla loro identificazione. Secondo i Supremi Magistrati il termine “razzista” rivolto agli agenti non poteva considerarsi diffamatorio, perché riferito al loro comportamento intimidatorio e discriminatorio nei confronti dei due stranieri

    In allegato:
  • Corte di Cassazione, Sentenza N°29338 - 2010
  • I rom tra Bucarest e Parigi

    Il Governo rumeno ha nominato Valentin Mocanu sottosegretario di stato con il compito di affrontare la spinosa questione dei Rom con la Francia. Una decisione ad hoc, intervenuta dopo che alla riunione dei Ministri degli esteri europei dello scorso 26 luglio, il viceministro francese M. Lellouche ha minacciato di bloccare l’ingresso del nuovo membro Ue nello spazio Schengen previsto per il 2011. “Non voglio vedere più dei minori (rom) costretti a mendicare per le strade di Parigi” ha affermato il viceministro, “Non rendiamo un buon servizio né all’immagine dell’Europa né a quella della Romania. Il principio della libera circolazione non significa aprire la strada ad ogni tipo di traffico”.

    Dei 2,5 milioni di cittadini rumeni emigrati dopo l’abbattimento delle frontiere Ue, una parte rilevante è di etnia rom. Decine di migliaia si sono installati nelle bidonville francesi, italiane e spagnole provocando, spesso, forti tensioni con la popolazione locale. Proprio a seguito delle violenze di metà luglio di Saint-Aignan, il governo d’Oltralpe ha deciso lo smantellamento di circa 300 campi nomadi e il rimpatrio forzato di molti di quelli con pendenze a carico. Di qui la necessita della Romania di costituire un’unità all’interno del Ministero degli affari sociali per gestirne anche la loro integrazione. Una mossa dai risultati incerti. Negli ultimi tre anni la Francia ha rispedito in patria, con tanto di assegno da 300 euro, circa 8 mila rom. Di questi 1/3 ha già fatto ritorno sul suolo transalpino.

    LINK

    In allegato:
  • Minestrul muncii, familiei, si protectiei, sociale - ordin nr 695-2010
  • Assunzione senza discriminazione

    In Italia anche gli immigrati possono accedere agli impieghi nelle Aziende territoriali per l’edilizia residenziale (ALER). E’ quanto stabilito dal tribunale di Milano che ha accolto il ricorso di una cittadina sudamericana contro la clausola contenuta nell’avviso della ALER in base alla quale potevano essere ammessi alla selezione solo candidati italiani o comunitari. Un criterio che, secondo l’azienda, rispondeva a quanto previsto dall’art. 70 del d.lgs n. 165/2001 che disciplina le assunzioni del personale nel pubblico impiego. Opinione contestata dal Giudice secondo il quale i rapporti di lavoro nelle ALER, in quanto enti economici pubblici strumentali delle Regioni, sono di tipo privato. Ragione per la quale la norma contenuta nel bando era da ritenersi discriminatoria e contraria alla convenzione n. 143/1975 dell’Organizzazione internazionale del lavoro relativa alla  parità di trattamento tra dipendenti nazionali ed immigranti

    In allegato:
  • Tribunale ordinario di Milano - Ordinanza n. 5788 - 2010
  • Conta più la famiglia che i precedenti penali

    In Italia una condanna penale non è ostativa al rilascio del permesso di soggiorno ad uno straniero entrato nel nostro paese per ricongiungimento familiare. Lo ha deciso il Tar del Lazio accogliendo il ricorso di un immigrato, arrivato in Italia nel 2003 per ricongiungersi ai propri familiari, che si era visto negare il rinnovo del permesso dalla Questura di Roma. La legislazione nazionale, infatti, stabilisce che, prima di negare il rilascio o il rinnovo del documento di soggiorno ad uno straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare, si deve tenere in considerazione l’esistenza o meno di legami affettivi e sociali nel paese d’origine

    In allegato:
  • TAR Lazio - Sentenza n. 27909-2010
  • Permesso di lavoro anche con il contratto a progetto

    Una circolare del Ministero del lavoro italiano precisa che gli immigrati regolarmente soggiornanti nel territorio nazionale possono richiedere  la conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione professionale in uno per lavoro autonomo, anche se sono assunti con un contratto a progetto

    In allegato:
  • Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali - Conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo, in caso di contratto cd. a progetto (art. 61 e seguenti del D.Lgs. 27612003) - 2010
  • Le giovani generazioni marocchine sotto i riflettori

    Si sposano di meno, partecipano alla realtà politica del paese di accoglienza ma non rinunciano a solidi legami con quello di origine. Un sondaggio appena diffuso dall’Istituto BVA mette sotto la lente d’ingrandimento le giovani generazioni marocchine di sei stati UE (Francia, Belgio, Germania, Italia, Spagna e Paesi Bassi). Ne emerge  una fotografia policromatica, testimonianza di una comunità in bilico tra due mondi. Se dei 2mila e 600 intervistati tra i 18 e i 34 anni il 94% si sente prima di tutto marocchino, più della metà del campione s’identifica ormai con la nazionalità del luogo di residenza. Nel quale inoltre 8 giovani su 10 dichiarano di considerarsi a casa propria anche se il 75% ritiene ancora di essere oggetto di discriminazioni, soprattutto sul lavoro. Un dato in contraddizione con gli sforzi compiuti sulla via dell’integrazione. Il 50% ha votato almeno una volta alle elezioni del paese di accoglienza e più del 20% è membro di un partito politico. Le basse percentuali relative ai matrimoni indicano inoltre l’introiezione di abitudini sociali tipicamente occidentali, sebbene quattro giovani su cinque in coppia siano sposati o vivano con un partner marocchino.

    In allegato:
  • BVA - Sondage auprès des jeunes Marocains résidant en Europe (France, Espagne, Italie, Belgique, Pays-Bas et Allemagne), Sondaggio - 2010