I rom tra Bucarest e Parigi

Il Governo rumeno ha nominato Valentin Mocanu sottosegretario di stato con il compito di affrontare la spinosa questione dei Rom con la Francia. Una decisione ad hoc, intervenuta dopo che alla riunione dei Ministri degli esteri europei dello scorso 26 luglio, il viceministro francese M. Lellouche ha minacciato di bloccare l’ingresso del nuovo membro Ue nello spazio Schengen previsto per il 2011. “Non voglio vedere più dei minori (rom) costretti a mendicare per le strade di Parigi” ha affermato il viceministro, “Non rendiamo un buon servizio né all’immagine dell’Europa né a quella della Romania. Il principio della libera circolazione non significa aprire la strada ad ogni tipo di traffico”.

Dei 2,5 milioni di cittadini rumeni emigrati dopo l’abbattimento delle frontiere Ue, una parte rilevante è di etnia rom. Decine di migliaia si sono installati nelle bidonville francesi, italiane e spagnole provocando, spesso, forti tensioni con la popolazione locale. Proprio a seguito delle violenze di metà luglio di Saint-Aignan, il governo d’Oltralpe ha deciso lo smantellamento di circa 300 campi nomadi e il rimpatrio forzato di molti di quelli con pendenze a carico. Di qui la necessita della Romania di costituire un’unità all’interno del Ministero degli affari sociali per gestirne anche la loro integrazione. Una mossa dai risultati incerti. Negli ultimi tre anni la Francia ha rispedito in patria, con tanto di assegno da 300 euro, circa 8 mila rom. Di questi 1/3 ha già fatto ritorno sul suolo transalpino.

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In allegato:
  • Minestrul muncii, familiei, si protectiei, sociale - ordin nr 695-2010
  • Assunzione senza discriminazione

    In Italia anche gli immigrati possono accedere agli impieghi nelle Aziende territoriali per l’edilizia residenziale (ALER). E’ quanto stabilito dal tribunale di Milano che ha accolto il ricorso di una cittadina sudamericana contro la clausola contenuta nell’avviso della ALER in base alla quale potevano essere ammessi alla selezione solo candidati italiani o comunitari. Un criterio che, secondo l’azienda, rispondeva a quanto previsto dall’art. 70 del d.lgs n. 165/2001 che disciplina le assunzioni del personale nel pubblico impiego. Opinione contestata dal Giudice secondo il quale i rapporti di lavoro nelle ALER, in quanto enti economici pubblici strumentali delle Regioni, sono di tipo privato. Ragione per la quale la norma contenuta nel bando era da ritenersi discriminatoria e contraria alla convenzione n. 143/1975 dell’Organizzazione internazionale del lavoro relativa alla  parità di trattamento tra dipendenti nazionali ed immigranti

    In allegato:
  • Tribunale ordinario di Milano - Ordinanza n. 5788 - 2010
  • Conta più la famiglia che i precedenti penali

    In Italia una condanna penale non è ostativa al rilascio del permesso di soggiorno ad uno straniero entrato nel nostro paese per ricongiungimento familiare. Lo ha deciso il Tar del Lazio accogliendo il ricorso di un immigrato, arrivato in Italia nel 2003 per ricongiungersi ai propri familiari, che si era visto negare il rinnovo del permesso dalla Questura di Roma. La legislazione nazionale, infatti, stabilisce che, prima di negare il rilascio o il rinnovo del documento di soggiorno ad uno straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare, si deve tenere in considerazione l’esistenza o meno di legami affettivi e sociali nel paese d’origine

    In allegato:
  • TAR Lazio - Sentenza n. 27909-2010
  • Permesso di lavoro anche con il contratto a progetto

    Una circolare del Ministero del lavoro italiano precisa che gli immigrati regolarmente soggiornanti nel territorio nazionale possono richiedere  la conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione professionale in uno per lavoro autonomo, anche se sono assunti con un contratto a progetto

    In allegato:
  • Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali - Conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo, in caso di contratto cd. a progetto (art. 61 e seguenti del D.Lgs. 27612003) - 2010
  • Le giovani generazioni marocchine sotto i riflettori

    Si sposano di meno, partecipano alla realtà politica del paese di accoglienza ma non rinunciano a solidi legami con quello di origine. Un sondaggio appena diffuso dall’Istituto BVA mette sotto la lente d’ingrandimento le giovani generazioni marocchine di sei stati UE (Francia, Belgio, Germania, Italia, Spagna e Paesi Bassi). Ne emerge  una fotografia policromatica, testimonianza di una comunità in bilico tra due mondi. Se dei 2mila e 600 intervistati tra i 18 e i 34 anni il 94% si sente prima di tutto marocchino, più della metà del campione s’identifica ormai con la nazionalità del luogo di residenza. Nel quale inoltre 8 giovani su 10 dichiarano di considerarsi a casa propria anche se il 75% ritiene ancora di essere oggetto di discriminazioni, soprattutto sul lavoro. Un dato in contraddizione con gli sforzi compiuti sulla via dell’integrazione. Il 50% ha votato almeno una volta alle elezioni del paese di accoglienza e più del 20% è membro di un partito politico. Le basse percentuali relative ai matrimoni indicano inoltre l’introiezione di abitudini sociali tipicamente occidentali, sebbene quattro giovani su cinque in coppia siano sposati o vivano con un partner marocchino.

    In allegato:
  • BVA - Sondage auprès des jeunes Marocains résidant en Europe (France, Espagne, Italie, Belgique, Pays-Bas et Allemagne), Sondaggio - 2010
  • Gli imprenditori immigrati una risorsa per la Germania

    Gli imprenditori immigrati attivi in Germania sono ad oggi 80mila per una forza lavoro pari a 350mila dipendenti. Secondo uno studio dell’Istituto di Ricerca Economica di Colonia, inoltre, una legislazione meno rigida nei confronti dell’immigrazione qualificata potrebbe accrescere il prodotto interno lordo tedesco di 100 miliardi di euro in dieci anni.

    Gli europei oltre quota 500 milioni

    L’Unione Europea ha passato il giro di boa del mezzo miliardo di abitanti toccando nel 2009 quota 501.1 milioni: +2.7 % rispetto al 2008. Grazie, soprattutto, al contributo degli immigrati. Secondo le ultime statistiche Eurostat , infatti, nonostante la contrazione, tra il 2008 e il 2009, del saldo migratorio  di un punto percentuale, su 1milione 400 mila nuovi residenti censiti circa 900mila provengono da paesi non-EU. Mentre la parte restante  è da ascrivere al differenziale “naturale” tra nascite e decessi. Differenziale che in almeno dieci nazioni, tra cui Bulgaria, Lettonia, Italia e, soprattutto, Germania, si declina al negativo. La patria di Goethe ha ormai il tasso di natalità in assoluto più basso : appena 7.9 neonati per ogni mille abitanti. All’opposto di Francia ed Irlanda la cui popolazione continua a crescere a sostenuti ritmi.

    In allegato:
  • Eurostat - Press release
  • Gli stranieri all’ombra delle Due Torri

    Secondo il report dell’Ufficio Statistica del Comune di Bologna sono più di 46mila gli immigrati residenti nel capoluogo felsineo. Per la maggior parte sono donne con meno di 45 anni e provengono soprattutto da altri paesi europei e dall’Asia

    In allegato:
  • Istituto Superiore di Sanità - Il contributo delle Unità di Valutazione Alzheimer (UVA) nell'assistenza dei pazienti con demenza - 2010 - Riassunti Convegno
  • La democrazia non si inculca, si spiega

    La recente introduzione in molti stati europei dei test sulla cittadinanza per gli immigrati ha destato non poche polemiche e controversie. Conoscere la Costituzione o esprimere il proprio entusiasmo, spesso in modo mendace, per lo Stato ospitante, è la stessa cosa? Fino a che punto tali prove sono compatibili con i principi liberali che sono alla base della democrazia occidentale?

    In sostanza, non è in discussione l’utilità delle prove in quanto tali, bensì le modalità di applicazione delle stesse. Partiamo dal fatto che la patria del liberalismo e di milioni di immigrati, gli Stati Uniti, ha introdotto da molti anni, con un certo successo, i test e il giuramento di fedeltà alla bandiera come prerequisito per l’ottenimento dello status civitatis.

    E in Europa?

    Clamoroso il caso della Gran Bretagna. Dove i test verificano la capacità dei candidati ad adeguarsi allo stile di vita dei cittadini del Regno. A fare la differenza, ad esempio, è l’attitudine al  queuing: mettersi in fila per entrare negli autobus, al cinema o più semplicemente per prendere un tè.

    Mentre in Germania fino a poco tempo fa solo gli immigrati provenienti da uno stato appartenente all’Organizzazione della Conferenza Islamica erano sottoposti a un test orale di lingua tedesca. Per tutti gli altri, invece, era sufficiente rispondere a un questionario a risposta multipla.

    Esempi, nient’affatto eccezionali, che dimostrano quanto sia sottile il confine tra rispetto e negazione dei principi liberali nell’elaborazione dei test per gli immigrati. In altre parole, tale strumento è utile per verificare se il nuovo cittadino è consapevole dei diritti e doveri che gli spettano nella società ospitante. Andare oltre, limitando le libertà individuali equivale a introdurre una nuova forma di liberalismo: quello repressivo. In quest’ottica, considerare, ad esempio, il divieto del velo – da non confondere con quello integrale – come un viatico indispensabile per vivere in una democrazia occidentale è quantomeno un paradosso.

    Eppure, basterebbe rileggere uno stralcio delle sentenza di una Corte d’Appello statunitense del 1944: “ il patriottismo […] così come l’amore per la democrazia non è un requisito necessario per ottenere la cittadinanza. Ciò che conta è la disponibilità a rispettare le nostre leggi e i principi politici fondamentali della nostra società”(1).

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    1) Gordon S. Integrating Immigrants: Morality and Loyalty in US Naturalization Practice in Citizenship Studies, Volume 11, Issue 4 September 2007, page 371

    L’Irlanda torna ad emigrare

    La crisi economica sta restituendo l’Irlanda al suo profilo storico di paese di emigrati. Un capovolgimento segnalato dall’ultimo rapporto dell’Istituto nazionale di Ricerca Sociale ed Economica, secondo il quale a partire dal 2009 18mila irlandesi hanno fatto le valigie determinando per la prima volta dopo 13 anni un saldo migratorio negativo. Non sono dunque soltanto i nuovi immigrati che tornano a casa ma anche i nazionali. Che si prevede rappresenteranno una parte consistente delle 70mila partenze previste per il 2010.  Una cifra che, se le cose non dovessero cambiare e dovessero rimanere gli attuali livelli di disoccupazione, si stima possa triplicare entro il 2015.

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