Nuovi imprenditori crescono

L'imprenditoria cinese in Lombardia tocca quota 10 mila. I settori più interessati sono quelli del commercio (30,6%), della ristorazione (29,7%) e quello manifatturiero (23,5%). In particolare le aziende a conduzione individuale con un titolare “made in China” sono aumentate del 21% dal 2007 al 2009 per un totale di 6.072. In questo caso concentrate soprattutto a Milano (52%), Brescia (14,7%) e Mantova (10,7%). Fa eccezione l'area brianzola dove, in parallelo con la diminuzione  delle assunzioni di personale straniero non stagionale (dal 32,7% del 2005 del al 16,9% del 2010), nello stesso arco di tempo si è registrata una contrazione nel numero delle imprese individuali cinesi del 12,9% . Sono i dati resi noti dall’Ufficio studi della Camera di Commercio di Monza e Brianza. Leggi anche

In allegato:
  • Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura Monza Brianza - Comunicato Stampa
  • 2) Un rebus chiamato Belgio

    Secondo un’inchiesta condotta nel 2007 dal quotidiano “Het Laatste Nieuws”, il 62,8% dei fiamminghi crede che il Belgio non avrà lunga vita, e il 25,1% di essi è convinto che l’implosione del paese potrà avvenire entro pochi anni. A conferma dell'instabilità politica in cui versa il paese da oltre un decennio e di cui non si vede la fine. Soprattutto perché lo scarto economico tra le due regioni si è nel tempo invertito a spese del sud. In particolare come conseguenza della riconversione economica imposta dalla chiusura delle miniere in Vallonia e da una macchinosa redistribuzione delle competenze istituzionali: federalismo a doppio strato. Il vero pomo della discordia è rappresentato dalla richiesta fiamminga di nuove e più radicali riforme istituzionali che, però, non incontra più il favore dei valloni. Un conflitto che si è trasformato in una vera e propia incomunicabilità tra le leadership delle due comunità del paese. Il Belgio non ha mai avuto una crisi così grave. Basti pensare che gli episodi di razzismo nei confronti dei francofoni residenti nei territori bilingue o a maggioranza fiamminga sono ormai all'ordine del giorno. E’ come se il paese avesse perduto l'ancoraggio ad una idea di identità comune e condivisa.

    Una situazione talmente evidente che qualche settimana fa, per la prima volta, cosa mai avvenuta, anche il leader francofono Elio Di Rupo sembra essere entrato nell'ordine idee, ammettendo la reale possibilità della fine della convivenza belga. La stessa elite politica ed intellettuale vallona sta ipotizzando tutti gli scenari possibili e riflettendo, in casus extremis, al cosiddetto “piano B”: la costituzione di uno nuova federazione Bruxelles-Vallonia. Un’ipotesi non scevra di difficoltà sostanziali dato che difficilmente, in caso di effettiva disintegrazione del paese, i fiamminghi rinuncerebbero alla capitale della propria regione, oltre che del Belgio, situata in territorio proprio. Bruxelles è anche la città più ricca e produttiva del regno. Un motivo in più per non mollare facilmente il boccone, pur se popolata al 90% da francofoni.

    La conferma più evidente di questo stato di fibrillazione collettiva è arrivata il 13 dicembre 2006. Quando anche i belgi hanno vissuto lo “sbarco dei marziani”, la geniale farsa radiofonica di Orson Welles che nel 1938 creò un panico generalizzato tra gli ascoltatori americani. Da Bruxelles, infatti, l’emittente televisiva nazionale RTBF mandava in onda un documentario-fiction in cui si annunciava che il Parlamento del nord aveva votato la secessione delle Fiandre dal Belgio. L’operazione “BBB” (Bye Bye Belgium), preparata mediaticamente alla perfezione in un anno di lavoro, è stata vissuta come un vero choc nazionale, soprattutto in Vallonia e nei territori bilingue. Mentre il Principe erede al trono fu costretto al rientro da una missione all’estero, i militari si ritiravano nelle caserme, così come prescrive la Costituzione in caso di secessione. Per venti interminabili minuti molti hanno creduto all’originale messa in scena. Essa ha avuto il merito di proiettare nella realtà quotidiana un’ipotesi considerata, fino a pochi tempo fa, un tabù. Oggi, la classe dirigente, gli intellettuali e la gente comune hanno preso coscienza di una realtà del paese spesso e volentieri sottovalutata. Sono cominciati così gli interrogativi:  e se domani succedesse davvero?



    Vedi anche:



    1) Un rebus chiamato Belgio



    Chiarimenti per gli stranieri che studiano in Italia

    Gli universitari stranieri titolari di un regolare permesso di soggiorno, che per motivi di studio si trasferiscono temporaneamente in un altro ateneo dell’Ue, possono fare reingresso in Italia anche dopo la scadenza del loro visto. E’ quanto chiarisce una circolare del Ministero dell’interno in attuazione della direttiva 2004/114/CE che incentiva la mobilità intracomunitaria dei giovani che vanno all’estero per integrare il percorso di studi iniziato in Italia. A questo scopo è necessario presentare la seguente documentazione: una certificazione delle autorità accademiche italiane che dimostra che la frequenza fuori dai confini nazionali faceva già parte del corso di studio iniziale; una copia del permesso di soggiorno rilasciato dal Paese ospitante; un attestato dell’ateneo straniero che provi la regolare partecipazione ai corsi accademici del programma di studi.

    In allegato:
  • Ministero dell'Interno ,Circolare N°6020/2010
  • 1) Un rebus chiamato Belgio

    “Barst Belgie!”, (Che il Belgio crepi!). Questo slogan del partito ultranazionalista, populista e secessionista “Vlaams Belang” (Interesse fiammingo),  riassume la delicatissima situazione politica in cui versa oggi il paese che, oltre ad ospitare la capitale europea,  è presidente di turno dell’UE. Una situazione perfettamente fotografata dai risultati delle elezioni nazionali dello scorso 13 giugno. Quando l’avversario-amico del Vlaams Belang, ovvero la NVA, altro movimento nazionalista fiammingo, apertamente repubblicano, si è affermato quale prima forza politica delle Fiandre. La vittoria della destra nel nord del paese, è stata controbilanciata da uno schiacciante trionfo elettorale dei socialisti nel sud francofono, in Vallonia. Di qui l’attuale impasse. A oltre 100 giorni dalla tornata elettorale, i belgi sono ancora in attesa di conoscere il nuovo esecutivo. La dinamica di questi eventi si può individuare a partire dal 2007. In questi anni,  infatti, il paese stenta a trovare un equilibrio politico al punto che si susseguono ben quattro diversi esecutivi nazionali. La vera complicazione sta nello scarto atipico rispetto al resto del mondo occidentale: destra e sinistra. Che nel regno di Alberto II, invece, è accompagnato dallo scontro tra blocchi territoriali: fiamminghi e valloni. Due comunità che hanno davvero poco da condividere: non guardano la stessa tv, ascoltano radio diverse, votato partiti opposti, parlano lingue distinte. Un’anomalia che va inquadrata a livello storico. Dal 1861, anno di fondazione del Belgio, 3 comunità (fiamminga, francofona e germanofona) vivono sotto il cielo di una stessa patria. Il tradizionale dominio della lingua francese dentro i confini del paese ha però permesso la nascita e la crescita di un sentimento di frustrazione della prevalente popolazione della Fiandre che per lungo tempo si è vista precluse le vie della responsabilità politica ed istituzionale, ad eccezione della sua elite che utilizzava correntemente la lingua di Rousseau e che aveva partecipato direttamente alla formazione dello Stato. Alla barriera linguistica si aggiungeva quella sociale, tenuto conto della differenza di ricchezza e di sviluppo economico tra il Nord ed il Sud del Regno. Le rivendicazioni fiamminghe si sono via via strutturate fino a reclamare la dissoluzione dello stato unitario in uno federale. La comunità  fiamminga, demograficamente più consistente, ha così cominciato ad insediarsi in quasi tutti i posti chiave della nuova struttura statale al punto che da oltre 36 anni nessun francofono occupa la carica di Premier. Ma la rivalità linguistica, ed un “pizzico” di egoismo economico (una consistente fetta della protezione sociale vallona è di fatto finanziata dalle ricche Fiandre), hanno impedito una seria “riconciliazione” nazionale. Il federalismo, realizzato negli anni 90’ del secolo scorso, non ha così risolto il problema della stabilità, né pacato le rivendicazioni. Al contrario, mettendo mano alla riforma dello Stato è stato aperto un vaso di Pandora che ha sprigionato tutte le reticenze fiamminghe del passato ed alimentato l’appetito verso un più largo potere. In poche parole, il federalismo è oramai percepito al Nord come uno dei più importanti passi compiuti verso la meta finale: l’indipendenza.

    I diritti delle minoranze

    Un corso di formazione organizzato dall'European Roma Rights Center e rivolto ai giovani Rom e Sinti sui diritti umani e la lotta alle discriminazioni, si svolgerà a Roma dall’8 al 14 novembre. Per partecipare è necessario inviare il modulo d’iscrizione entro il 17 ottobre

    Maggiori informazioni

    In allegato:
  • European Roma Rights Centre - "Corso di addestramento 2010 per i diritti dei Rom/Sinti" - Modulo d'iscrizione
  • Sussidio integrativo vs diritto soggettivo

    Il Tar della Lombardia ha annullato il provvedimento del Comune di Milano che aveva revocato il sussidio integrativo al minimo vitale, precedentemente assegnato ad un’immigrata invalida e in gravi condizioni economiche. Con  la motivazione che questa forma di prestazione sociale rientrava tra quelle per le quali era previsto il possesso della carta di soggiorno o del permesso di lungo periodo. Una materia complessa sulla quale vale la pena fare chiarezza. L’art.41 della legge Turco-Napolitano distingue tra l’assegno sociale e le provvidenze economiche che costituiscono diritti soggettivi per gli stranieri titolari di carta di soggiorno e tra le altre prestazioni e servizi sociali che, invece, prevedono l’equiparazione fra cittadini italiani e immigrati titolari di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno. Dunque il ricorso contro l’Amministrazione di Palazzo Marino è stato accettato sulla base del fatto che il sussidio integrativo al minimo vitale rientra nella seconda fattispecie. Di conseguenza la ricorrente, in quanto titolare di un permesso di soggiorno della durata superiore ad un anno, ha diritto ad usufruire della prestazione sociale che le è stata negata

    In allegato:
  • Corte Costituzionale, Sentenza N°187 - 2010
  • Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia, Sentenza N°6353 - 2010
  • La sirena populista non passa in Germania

    La Germania si autodistrugge. È questo il titolo del libro di Thilo Sarrazin che da settimane infiamma il dibattito politico tedesco sulla mancata integrazione degli immigrati presenti nel paese. L’autore, che nel frattempo è stato costretto alle dimissioni dal board della Bundesbank, non lesina critiche tanto alla comunità musulmana che a quella ebrea. La tesi di Sarrazin è facilmente riassumibile: sono i musulmani a non volersi integrare, mentre gli ebrei presentano una certa "diversità genetica". Quanto basta per concludere che i flussi migratori vanno bloccati. L’alternativa è l’autodistruzione della Germania.

    Ciò che colpisce, però, non sono le tesi di Sarrazin, piuttosto il riscontro positivo che trovano in buona parte dell’opinione pubblica tedesca. Secondo una recente indagine condotta dalla Forsa, infatti, pubblicata  dalla rivista Stern e in onda sul canale RTL, circa il 61% dei tedeschi condivide alcune visioni di Sarrazin, mentre il 9% è addirittura completamente d’accordo.

    Secondo un sondaggio Emnid, commissionato dal settimanale tedesco e conservatore della domenica, Bild am Sonntag, Sarrazin ha ricevuto numerosi consensi per le sue teorie. L’indagine ha rivelato che il 18% dei cittadini tedeschi voterebbe per un nuovo partito di destra, se capeggiato da Thilo Sarrazin.

    Dati che preoccupano alcuni esponenti cristiano-democratici (CDU) tedeschi. I quali temono di perdere voti a destra. In sostanza ritengono che il partito abbia abbandonato il concetto di famiglia tradizionale e segua una politica di immigrazione più liberale che in passato. La stessa Angela Merkel non rappresenterebbe il classico modello di leader del partito conservatore.

    Timori non proprio ingiustificati. Visto che alcune frange più estremiste  stanno cercando di trarre beneficio dall’attuale clima politico tedesco. René Stadtkewitz, ad esempio, ex parlamentare cristiano-democratico, sta tentando di diventare il nuovo Geert Wilders. La ricetta è la stessa del biondone olandese: combattere l’immigrazione, soprattutto quella musulmana. Anche il nome del nuovo partito (Libertà) di Stadtkewitz, che nascerà ufficialmente entro la fine di quest’anno, è stato copiato dal “Partito della Libertà” olandese.

    Ciò detto la storia della Germania dimostra che fino ad oggi ogni tentativo di erodere e frazionare il partito democratico-cristiano (CDU) si è risolto con un nulla di fatto. Né i Repubblicani negli anni ’80, né il partito dell’ex senatore di Amburgo, Ronal Schill riuscirono a mettere a rischio in modo permanente la CDU.

    Nemmeno il progetto di Stadtkewitz, costretto a dimettersi da parlamentare della CDU dopo essersi rifiutato di ritirare un invito di Wilders,  sembra minnacciare seriamente il partito di Angela Merkel. Ne è convinto Frank Boesh. Il noto storico e scrittore tedesco sostiene che il potere d’attrazione dei capi popolo, quali Sarrazin e Stadtkewitz, è sopravvalutato. Secondo Boesh, infatti, i sondaggi indicano che la maggioranza dei tedeschi è orientata verso il centro. I partiti neopopulisti che si sono affermati negli ultimi anni in Austria, Danimarca e Olanda nascono da un frazionamento dei movimenti liberal-nazionali. Il che significa, sostiene lo storico, che si fondano su un milieu già esistente. “Quei partiti non sono apparsi dal nulla, bensì sono associazioni e movimenti che sono cresciuti nel corso degli anni”. In Germania le basi organizzative per questo genere di formazioni politiche non esistono. Senza una tale struttura un nuovo partito di destra sarebbe un mero fuoco di paglia.

    Non basta dire populismo xenofobo

    I risultati delle elezioni svedesi sono stati una nuova, ulteriore conferma del “malessere nord europeo” segnalato da Francesco Molica nell’editoriale del giornale di venerdi’ scorso. Che sta mettendo in crisi equilibri politici e comportamenti collettivi ultradecennali in paesi da sempre considerati come la quintessenza della stabilità. Uno scenario di cui l’immigrazione rappresenta se non l’unica causa certamente il detonatore. Perché oggi in Svezia e ieri in Olanda,Danimarca, Austria, Svizzera e nel Belgio fiammingo settori consistenti della popolazione abbandonano i partiti nei quali si erano riconosciuti per anni e votano quelli classificati, con un rozzo e superficiale stereotipo, populisti?

    La verità è che l’immigrazione sta producendo quello che i politologi americani definiscono un political disconnect. Una sconnessione negli interessi reali e nelle percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati, e oggi pesantemente puniti dalla crisi, e quelli degli establishment nazionali. Che apre vere e proprie praterie ad imprenditori politici, spesso sconosciuti, ma decisi a farsi largo con tutti i mezzi nelle strette maglie del potere tradizionale. La verità è che nel Dna dell’immigrazione si annida una strutturale contraddizione: tra la spinta all’apertura verso gli immigrati da parte dell’economia e la chiusura ostile dei settori più deboli della società. L’economia li vuole, la società no. L’immigrazione dal punto di vista sociale non è a somma positiva, win-win. Tutti vincitori. Ma a somma zero: c’è un winner ed un looser. Uno vince e l’altro perde. Per questo è inutile continuare a denunciare il rifiuto di tanti nei confronti degli immigrati solo come frutto di manipolazioni xenofobe.

    Nessuna ideologia, neppure la più diabolica, è infatti capace di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali o percepiti dai gruppi sociali svantaggiati come una minaccia. Tanto più in realtà come quelle nordeuropee basate su sistemi spinti di welfare e di relazioni forti di solidarietà interna. Che entrano in crisi se saltano i fondamentali su cui sono nati e cresciuti: le barriere nazionali e la distinzione, tipica delle comunità chiuse, tra i diritti degli insider e quelli degli outsider. Un mondo impaurito dal meccanismo “dentro-fuori” della moderna roulette sociale che senza andare troppo per il sottile, pur di rimanere “dentro”, pensa bene di prendersela con quelli che vengono da “fuori”

    Il malessere dell’Europa del Nord

    L'affermazione in buona parte dell'Europa del Nord di partiti di estrema destra con un profilo marcatamente anti-immigrazione deve far riflettere l'intero continente. Perché le regioni più ricche, tolleranti e civili si piegano sempre più al fascino del populismo? Paradossalmente la causa di tutti i mali risiede proprio nel tanto osannato e spesso invidiato sistema di Welfare nordeuropeo. Una diagnosi, lineare ed efficace, l’ha tracciata Jean-Yves Camus sulle pagine di questo stesso giornale. C’è una tipologia di populismo, sostiene il politologo francese, la cui fortuna elettorale è frutto di un ragionamento semplice. Visto che il nostro paese, o la nostra regione, è ricco proteggiamo questa prosperità e riserviamola a beneficio esclusivo degli autoctoni.
    Così trionfano i Geert Wilders, l’effervescente tribuno olandese che vorrebbe proibire corano e moschee e, a più di tre mesi dalle elezioni generali, sta facendo pagare a caro prezzo l’appoggio del suo Partito delle Libertà al costituendo esecutivo di centrodestra. Proprio come, in un Belgio già dilaniato dalle tensioni tra nord fiammingo e sud francofono, la destra autonomista e identitaria di Bart De Weaver in pochi anni ha spezzato i tradizionali equilibri politici divenendo la formazione più votata del paese. Per non parlare del Partito del Popolo danese, il quale ha messo a disposizione del governo un capitale politico da 25 seggi parlamentari solo in cambio di quella che a tutti gli effetti è la legge più restrittiva d’Europa in materia di immigrazione. L’ultimo exploit neopopulista potrebbe materializzarsi in Svezia. Dove lo Sverigedemokraterna (il partito dei democratici svedesi), trascorsi neonazisti sublimati in un radicalismo tutto teso al verbo dell’anti-immigrazione, potrebbe sedurre alle elezioni generali di domenica 19 settembre tra il 5 e il 7% dell’elettorato nazionale. Il che non solo gli permetterebbe di entrare per la prima volta in parlamento. Ma, addirittura, facendosi strada il rischio di un pareggio tra i due blocchi rivali di centro-destra e centro-sinistra, gli conferirebbe il ruolo di ago della bilancia, ripetendo uno scenario che nei paesi vicini sembra ormai diventato la norma.
    Certamente, geografia a parte, i citati partiti conoscono biografie politiche e piattaforme programmatiche piuttosto eterogenee, quando non conflittuali. Eppure, a guardar bene, ad accomunarli non è solo un’urlata avversione per gli immigrati, e più nello specifico per i musulmani. Ma anche la strenua difesa dei singoli welfare nazionali. Questo binomio di intenti, nel momento in cui le ferite lasciate aperte dalla crisi economica si curano ovunque in Europa sforbiciando la spesa pubblica, comincia a fare breccia, soprattutto in provincia e nelle periferie urbane. Cioè laddove la convivenza con comunità di origini straniere per una molteplicità di fattori, alcuni dei quali fallaci, si fa davvero pesante.