Populismo figlio del modernismo

Chi sono e cosa vogliono questi neo populisti la cui campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta provocando tanta inquietudine nelle cancellerie del Vecchio Continente e nei piani alti di Bruxelles?

Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico. Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze «espropriatrici» della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca in nome e per conto del Popolo. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di élites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce. Ha un comportamento politico che potremmo definire double face, ambivalente: può essere conservatore e reazionario ma anche espressione di istanze democratiche dirette e partecipative. Va fatto presente, per chiarezza di ragionamento, che è fuorviante sostenere, come spesso invece accade, che tra il comportamento del populista e quello del demagogo non c’è differenza. Il demagogo è infatti colui che per assicurarsi vantaggi raggira ed inganna scientemente il popolo. Fino a spingerlo alla rovina. Mentre nel caso del populista si deve vedere, specificatamente, “uno stile politico, una mentalità”. Per il populista le virtù innate del popolo rappresentano la fonte esclusiva che ne legittima l’azione politica. Insomma, il primo si basa su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto «pulito» ed originario della politica. Il secondo sulla sua strumentalizzazione a fini personali.

Di populisti nella storia ce ne sono stati tanti e di tutti i tipi. Di certo è che i movimenti populisti sorgono nelle fasi di rapida trasformazione sociale, quando le tradizionali strutture di potere entrano in crisi e un senso di profonda incertezza si impadronisce delle masse. Esemplare, al riguardo, la pionieristica analisi della sciagurata esperienza argentina di Peròn fatta più di sessant’anni fa da Gino Germani. Secondo cui il peronismo, di cui era acerrimo nemico, aveva rappresentato un peculiare canale di integrazione delle masse, senz’altro alternativo nella sua forma autoritaria a quello della democrazia rappresentativa, sfruttando l’esistenza, in vasti strati sociali, di un immaginario democratico latente diverso da quello liberal-democratico. Un immaginario di tipo olistico, che trovava nella frequente violazione dello spirito della democrazia rappresentativa da parte dei suoi stessi apostoli un’inesauribile fonte di vitalità e Capace, allo stesso tempo, di attrarre consensi con la sua promessa di riscatto della dignità dei lavoratori.

Il populista agisce politicamente sulla base di una visione negativa, manichea e “confrontazionista” della realtà. Molti elementi di questo nucleo di pensiero li aveva magistralmente evocati Isaiah Berlin ricordando, nel lontano 1969, che il populismo invoca una Gemeinschaft, cioè un’idea di comunità; è apolitico, in quanto radicato per lo più nella sfera sociale; ha un afflato rigeneratore, poiché intende ridare al popolo la centralità sottrattagli; vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale. È un “nostalgico” nel vero e proprio senso della parola. Visceralmente attaccato a ciò che vede, crede o teme stia per tramontare. Un attaccamento che nella sua logica non ha, però, una valenza disperatamente ed inutilmente conservatrice. Ma, piuttosto, quella attiva - difficile dire con quale tasso di redditività - di un anticorpo nei confronti dei contraccolpi che i processi di modernizzazione determinano nei gruppi sociali più deboli e meno protetti.

La democrazia populista si presenta come «una forma estrema di democrazia», che ridà nelle mani dei cittadini tutto il potere possibile. È alternativa al modello della democrazia liberale basato sul meccanismo decisionale della delega ai partiti ed alle organizzazioni intermedie. Mentre predilige i referendum, propositivo o abrogativo, le proposte di iniziativa popolare, la revoca del mandato parlamentare. Questa forma di populismo politico corrisponde a una forma moderna di democrazia diretta: lo dimostra il fatto che, soprattutto dopo la metà del XX secolo, è tornato in auge il referendum come strumento del populismo politico.

A differenza del Fascismo e del Comunismo per il populismo non esiste un corpo dottrinario di riferimento. Condiviso e riconosciuto. Ed è per questo che non dispone di un’unica ricetta.

Il populista trova spazio ed ascolto quando i poteri e le istituzioni tradizionali non vedono o non si curano del fatto che tutti i processi di modernizzazione, anche quelli obbligati e potenzialmente positivi, comportano sempre costi e traumi nella società. Che non non vanno sottovalutati e, se possibile, curati. Per evitare quello che gli americani chiamano disconnect, ossia la sconnessione tra gli interessi reali e le percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati e quelli delle élites economico-politico.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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