Quattro nodi sull’immigrazione che Von der Leyen deve sciogliere

Sogno o son desto? Deve essere questa la domanda balzata nella mente di chi mercoledì scorso ascoltava Ursula von der Leyen annunciare l’imminente presentazione da parte della Commissione UE del nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo. Per i dettagli bisognerà aspettare il 23 settembre, ma la fedelissima di Angela Merkel ha lasciato intendere novità senza precedenti per risolvere problemi che nessuno fino a oggi aveva voluto affrontare. Soprattutto su quattro fronti che dal 2015, anno della grande crisi umanitaria, hanno evidenziato tutti i limiti della governance europea sull’immigrazione.

Il primo riguarda il Regolamento di Dublino che impone agli Stati di primo approdo l’onere di assistere, riconoscere e distinguere gli immigrati irregolari da rimpatriare dai rifugiati da accogliere. La cronaca degli ultimi anni ha reso, infatti, palese che i Paesi di frontiera, come Italia e Grecia, non possono svolgere da soli l’ingrato ruolo di portieri della fortezza Europa. Da Lampedusa a Moria non mancano le testimonianze delle autorità governative e non che denunciano centri di accoglienza al collasso, nei quali convive un’eterogenea galassia di irregolari e rifugiati che spesso attendono anche anni per un Sì o un No alla loro richiesta d’asilo.

Il secondo concerne la necessità di riuscire nei fatti a garantire una equa e solidale redistribuzione tra i 27 membri UE dei profughi arrivati negli Stati di primo approdo.

Il terzo, tra i più spinosi, interessa, invece, il bisogno di promuovere e istituzionalizzare rimpatri collettivi europei degli immigrati economici irregolari.

Il quarto è legato alle lentezze burocratiche che in mezza Europa rendono difficile, se non impossibile l’ingresso regolare degli immigrati che cercano lavoro e una vita migliore nel Vecchio Continente.

Non sappiamo se e in che termini il nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo contiene misure efficaci e condivise per affrontare anche solo una parte dei problemi fin qui elencati. La strada è in salita. Perché anche se la Riforma dovesse essere così rivoluzionaria, come sostenuto da Ursula von der Leyen, per entrare in vigore dovrà superare indenne il vaglio del Consiglio UE, cioè del rissoso condominio che include i singoli Stati membri.

Una sia pur flebile speranza potrebbe, tuttavia, arrivare da Angela Merkel che fino a dicembre 2020 presiede il semestre di turno del Consiglio europeo. Rinvigorita in patria dall’ottima gestione della pandemia, potrebbe essere intenzionata a cogliere questa occasione per mettere un suo storico sigillo sulla innovativa proposta di governance dell’immigrazione e fare dimenticare la sua generosa, ma impopolare, gestione dell’emergenza profughi del 2015.