Salvini vinta la battaglia rischia di perdere la guerra

Sull’immigrazione Matteo Salvini ha vinto la battaglia. Ma rischia di perdere la guerra. Perché al crollo degli sbarchi del 2018 (la sua vittoria) potrebbe corrispondere un 2019 da record per numero di morti nel Mediterraneo (la sua potenziale sconfitta). Le immagini di cadaveri, bimbi inclusi, galleggianti, come quelle dell’ultimo weekend, non sono alla lunga accettabili. Neanche, ne siamo sicurissimi, dal più fedele sostenitore del Ministro degli Interni.

A questo punto non basta più stare fermi. E ripetere: porti chiusi, è colpa dei trafficanti, anzi delle Ong, forse di Malta, della Libia o di Bruxelles. Perché la storia insegna che la politica di Brenno, vae victis (guai ai vinti), rischia di essere un pericoloso boomerang per il responsabile del Viminale. Ci sono momenti in cui la politica richiede fantasia. Facendo quella che potrebbe essere definita la mossa del cavallo. Nella zona Search and rescue (Sar) libica, se Tripoli viene meno ai suoi obblighi, abbiamo il dovere di intervenire e salvare gli immigrati in balìa del mare. Ma, per evitare che l’onere di accoglierli ricada solo su di noi, qui la novità, potremmo chiedere di trasbordarli nelle navi dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex). Dove, sotto la supervisione del personale UNHCR, avviare le operazioni di riconoscimento, distinguendo gli immigrati economici (da rimpatriare nei centri Onu in Libia) e i richiedenti asilo da ridistribuire tra una coalizione di Stati volenterosi (Merkel dixit) disposti, pro quota, a farsene carico. Si potrebbe così europeizzare l’emergenza immigrazione senza giocare sulla vita degli immigrati.

Insomma, se proprio dobbiamo violare, come abbiamo fatto, norme e consuetudini globali (porti chiusi, salvataggi in mare etc.) meglio farlo per sperimentare innovative soluzioni a un problema che è sempre più strutturale, non emergenziale. Dando, così, un colpo di frusta alla comunità internazionale che su questo tema nicchia. Fingendo di non vedere che, al netto delle divergenti posizioni politiche, il sistema di gestione dei rifugiati nato con la Convenzione di Ginevra del 1951 ha fatto, almeno in parte, il suo corso. Soprattutto perché, lo aveva segnalato per primo nel 1997 il massimo esperto mondiale in materia Prof. James C. Hathaway, non prevede quello che oggi in una puntuale intervista l’Alto Commissario Onu per rifugiati Filippo Grandi ha definito meccanismo di sbarchi condiviso. Ovvero un modo per distinguere il luogo dello screening da quello in cui accogliere chi ne ha diritto.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. I reinsediamenti nei paesi terzi, che nel primo semestre del 1979 erano stati circa 9 mila al mese, passarono, nella seconda metà dell’anno, a circa 25mila al mese. Fra il luglio 1979 e il luglio 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi. Si può fare.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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