Se l’Europa non cambia l’immigrazione la uccide

Sull'attualità dell'immigrazione euro-mediterranea, West ha intervistato il Prof. Mario Savino, docente di diritto amministrativo all’Università della Tuscia, profondo conoscitore della materia. 

1) In Europa è come se l'immigrazione avesse azzoppato d’un colpo, oltre ai partiti di sinistra, anche quelli, storicamente decisivi, di centro. Se questa è la situazione cosa possiamo attenderci dalla elezioni europee del prossimo anno?

 L’immigrazione ha messo in ginocchio la sinistra perché la sinistra non ha saputo coniugare, nel suo messaggio politico, la solidarietà verso gli ultimi (i migranti) con la solidarietà verso i penultimi (i ceti popolari) e i terzultimi (i ceti medi declassati dalla crisi). Accogliere e integrare gruppi di migranti di cultura e religioni diverse comporta costi elevati, a carico del bilancio statale e delle comunità ospitanti. Quei costi richiedono una adeguata compensazione, possibile soltanto attraverso una coraggiosa riforma del welfare e delle politiche sociali. È paradossale che le sinistre abbiano lasciato questo tema alla destra e dato l’impressione di una solidarietà unidirezionale verso gli outsider. Lo strabismo della sinistra – un occhio al mercato e l’altro all’immigrazione – ha spianato la strada alla riscossa dei populismi e dei nazionalismi.

La polarizzazione che ne è derivata ha prodotto un nuovo scenario, nel quale – come spiegano i politologi – il cleavage non corre più lungo l’asse destra-sinistra, ma lungo l’asse apertura-chiusura. In questo nuovo paesaggio politico,le forze centriste di un tempo sono rimaste spiazzate: non più al centro, ma vicine al polo dell’apertura. Per questo, hanno finito per essere accomunate alla sinistra e perdere la loro base di consenso.

Le elezioni europee del 2019 potrebbero rappresentare per le forze dell’apertura (di centro e di sinistra) una importante occasione per fare autocritica e includere nel loro messaggio di riscatto sociale quella parte dell’elettorato che si è sentita tradita e abbandonata. È una sfida difficile, soprattutto per la segmentazione nazionale degli elettorati. Ma la posta in gioco è alta. Il Parlamento europeo potrebbe finire per essere dominato da quelle forze nazionaliste per contrastare le quali sono nate prima la Comunità e poi l'Unione. Il rischio non è solo il rallentamento del processo di integrazione, ma la sua perdita di senso. Un pericolo esistenziale per l'Unione.

2) Anche se l'ultimo Consiglio europeo sull'immigrazione ha evitato il peggio, non è forse vero che le sue confuse conclusioni sono una preoccupante conferma  di una crisi "decisionale" delle istituzioni di governo dell'UE? 

Nell’UE la crescente preminenza del Consiglio, cioè dei governi nazionali, e la parallela marginalizzazione della Commissione e del Parlamento sono il risultato di due fattori convergenti.

Il primo è la diffusa domanda di sicurezza e protezione, che nasce dalla mancanza di lavoro, dall’impoverimento dei ceti medi e dall’arretramento del welfare. A questa domanda i governi europei devono dare risposta. E la risposta è spesso fatalmente declinata nei termini hobbesiani della difesa sociale e della chiusura verso l’esterno. Di qui, il ritorno all’ideale antistorico del Leviatano, che aleggia su gran parte del Vecchio Continente e si riflette sugli equilibri istituzionali europei.

Il secondo fattore è la insufficienza dei poteri che i trattati conferiscono all’Unione. Per dare risposte efficaci a problemi difficili e complicati, qual è quello dell’immigrazione, le istituzioni sovranazionali dovrebbero ricevere dagli esecutivi nazionali nuovi e maggiori poteri su questioni che però toccano il “cuore” della loro sovranità. I governi, invece, accettano di "condividere" quei poteri soltanto in una sede come il Consiglio dove, grazie alla regola delle decisioni prese all'unanimità, li possono difendere e conservare.

Il risultato è un dominio sterile del Consiglio, confermato dalle conclusioni del vertice UE del 28 giugno. Il baratro è stato evitato, perché sulle ragioni di consenso interno hanno alla fine prevalso le ragioni diplomatiche e la consapevolezza dell’interdipendenza. Nella sostanza, però, a Bruxelles non è stato preso nessun impegno vincolante. In materia di immigrazione e richiedenti asilo, tutte le ipotesi discusse – dalla distribuzione dei migranti dopo gli sbarchi al reinsediamento dei rifugiati da paesi terzi ai cosiddetti rimpatri Dublino – sono state condizionate all'adesione volontaria dei singoli Stati membri. Questo dominio solitario non giova allo stesso Consiglio, paralizzato al suo interno dalla “trappola della decisione congiunta”: senza il supporto della Commissione e la dialettica con il Parlamento, gli esecutivi nazionali non sono in grado di superare le contrapposizioni che li dividono, con grave danno per l’Unione e i suoi cittadini.

3) Per superare i paralizzanti egoismi nazionali, l'Europa potrebbe incamminarsi su una strada come quella scelta dagli USA nel 1889. Quando decisero, per mettere fine agli inefficienti nazionalismi dei singoli stati, di unificare e delegare tutte le competenze sull'immigrazione al Congresso e al Presidente?

L’Europa di oggi è molto diversa dagli Stati Uniti di allora. Nella seconda metà dell’Ottocento il fiorire del commercio e della libera circolazione sulle due sponde dell’Atlantico creava un humus favorevole ai processi federativi e di integrazione politica. Oggi, la crisi economica ha innescato un processo opposto, che porta a sopravvalutare la sovranità statale e a ipotizzarne una riscossa rispetto al mercato e alla globalizzazione. In questo quadro, o si accelera il processo di integrazione in alcune aree, come l’immigrazione, ricorrendo alle cooperazioni rafforzate, ma è forte il rischio di approfondire linee di frattura già esistenti tra Est e Ovest o tra Sud e Nord dell’Europa. Oppure si procede in modo graduale, con un percorso fatto di piccoli passi e di mediazioni con i governi sovranisti, le cui posizioni spesso sono dettate da contingenti ragioni di convenienza elettorale più che da convinzioni radicate sull’inutilità della cooperazione sovranazionale. Su questo doppio registro bisognerà costruire un percorso comune.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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