Se si crede nello ius soli, basta con la propaganda

Le sardine per tornare a farsi sentire hanno scelto il più difficile dei cavalli di battaglia: lo ius soli. Tanto è vero che nella manifestazione di ieri a Roma, abbiamo assistito a una confusione tra la solidarietà a George Floyd, l’afroamericano ucciso a Minnepolis da un agente di polizia, e la richiesta, contro ogni discriminazione, di approvare in Italia lo ius soli puro. Dimenticando che a livello globale gli unici ad averlo adottato sono proprio gli Stati Uniti, teatro in queste ore di duri scontri razziali.

D’altra parte, il tema delle modalità di concessione della cittadinanza italiana agli immigrati è scottante e delicatissimo.

Scottante perché, come accaduto poche settimana fa con la regolarizzazione, rischia di rianimare il confronto fra lo schieramento del laissez-faire umanitario contro quello securitario a discapito del merito della questione.

Delicatissimo perché tocca un nervo scoperto della normativa vigente, in particolare laddove penalizza i figli nati in Italia da genitori stranieri.

Per capire, nel dettaglio, di cosa parliamo, occorre riavvolgere il nastro e ripassare cosa è accaduto nei mesi finali della legislatura precedente a quella in corso. All’epoca, dopo estenuanti dibattiti al calor bianco tra favorevoli e contrari allo ius soli, il Senato decise, era il 12 settembre 2017, di rimandare alle calende greche la questione. E sulla stessa linea sembra attestarsi il governo in carica. Un errore. Visto che per aggiornare la normativa vigente a favore degli under-18 stranieri, non serve riprendere dal cassetto la farraginosa e ideologica proposta naufragrata nel 2017 tra gli scranni del Parlamento. Ma, più semplicemente, approvare tre piccole modifiche alla legge n.91 del 1992 (“Nuove norme sulla cittadinanza”) attualmente in vigore.

La prima riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza: allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a cinque come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

La seconda concerne l’art.4 comma 2 che ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamente fino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La terza ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

Si tratterebbe di un modello misto, West lo aveva definito ius temporis [1], che con le modifiche sopra descritte, sfruttando la norma del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione ius soli sì, ius soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee.