Secondo loro l’immigrazione si spiega con l’ambiente

Nove pagine scritte a quattro mani per rispondere alla gigantesca e complicata domanda sul se e come i cambiamenti climatici influenzano i flussi migratori. L’impresa, tutt’altro che semplice, sembra essere riuscita ad Antonello Pasini e Stefano Amendola, fisici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Italia). Infatti, nell’articolo pubblicato di recente sulla rivista Environmental Research Communications, i due ricercatori sostengono di essere giunti alla conclusione che esiste un rapporto direttamente proporzionale tra aumento delle temperature e tasso di emigrazione da un dato paese. Ecco perché, a loro avviso, nel periodo 1995-2009 oggetto dello studio, il 90% degli immigrati in Italia dalla rotta Mediterranea sia arrivato dalla fascia africana del Sahel. E in particolare da dieci nazioni che più di altre hanno subìto un surriscaldamento climatico tale da minacciare le attività agricole: Burkina Faso, Ciad, Eritrea, Gambia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal e Sudan.

Per riassumere sarebbe questa la loro tesi: l’inquinamento ambientale causa con l’aumento delle temperature medie quello dei flussi migratori. Per questo, secondo gli autori, è ora che in Africa “si adottino strategie doppiamente vincenti, come il recupero di terreni degradati e desertificati, che possano condurre a mitigare il riscaldamento globale e, nel contempo, a creare situazioni che prevengano il triste fenomeno delle migrazioni forzate”.

Tutto bene, dunque? Fino a un certo punto. Perché la ricerca di Pasini e Amendola, che si è avvalsa di iper sofisticati modelli di analisi, sostenendo che chi lascia il Sahel per l’Italia lo fa non per scelta (alla ricerca di migliori condizioni di lavoro e di vita) ma obbligato da cause di forza maggiore (aumento delle temperature), lascia irrisolti almeno due quesiti.

Il primo: perché a parità di avverse condizioni climatiche tra i Paesi del Sahel si registrano tassi di emigrazione verso l’Italia assai divergenti fra loro? Insomma perché da Stati come Niger, Ciad o Burkina Faso riceviamo un numero irrisorio di immigrati, mentre sono tanti quelli che ad esempio arrivano dal Senegal?

Il secondo: perché la stragrande maggioranza degli immigrati dal Sahel nel nostro paese è composta da giovani maschi? Donne, anziane e bambini resistono di più e meglio alle alte temperature?

Le risposte arrivano dalla letteratura scientifica internazionale e in particolare da uno studio di Carolina Fritz del Migration Policy Institute di Washington: “the relationship between climate change and migration is not a linear one, but rather more complex, unpredictable, and influenced by larger social, economic and political forces that shape how societies interact with their environments”. In altri termini, fatta eccezione per i casi di vere e proprie catastrofi naturali che nell’immediato provocano il repentino sfollamento delle popolazioni interessate, non è affatto semplice distinguere i fattori ambientali, da altre variabili, materiali e immateriali, nell’analisi delle cause dei movimenti di popolazione.

Per fare un esempio, a causa dell’uragano Katrina a New Orleans, metà degli abitanti abbandonò definitivamente la città, il resto invece rientrò dopo aver trovato temporaneamente rifugio nelle aree limitrofe. Dettaglio quest’ultimo da non sottovalutare. Perché come ha denunciato uno studio della Banca Mondiale (con tutte le difficoltà di fare stime per le ragioni sopra indicate) entro il 2050 i cambiamenti climatici forse potrebbero sì spingere a emigrare 143 milioni di persone ma, questa la specifica da notare, all’interno dello stesso paese e/o continente in cui sono nati. Si chiamano migrazioni interne. E non hanno nulla a che vedere con quelle internazionali, alle quali, lo ricordiamo, appartengono i flussi migratori dal Sahel all’Italia.