Serpeggia il malcontento tra gli uomini dell’Immigration USA

Non è ancora una rivolta, ma poco ci manca. Di giorno in giorno, infatti, negli USA si fa sempre più forte il malessere e lo scontento tra funzionari federali incaricati della gestione delle domande di asilo. La causa? Il programma “Remain in Mexico” in base al quale gli immigrati centroamericani debbono essere “rispediti” oltre confine in attesa che i giudici statunitensi decidano in merito alle loro richieste. Il primo ad uscire allo scoperto è stato nei giorni scorsi Doug Stephens, un funzionario californiano che ha rassegnato le dimissioni in aperta polemica con una politica da lui definita “contraria alla morale del Paese e agli obblighi legali nazionali e internazionali”. In una intervista al Los Angeles Times ha spiegato che il programma imposto da Trump al presidente messicano Obrador mette sistematicamente a rischio la vita e l’incolumità dei profughi. Un atto di sfida all’apparenza isolato visto che secondo il portavoce del sindacato che rappresenta i 13.000 funzionari pubblici che prestano servizio presso gli uffici per l’immigrazione, oltre alla sua non si registrano altre dimissioni.

Ma la situazione appare meno tranquilla di quella descritta dalle autorità. Molte fonti di stampa, infatti, sostengono che negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di funzionari addetti alle domande d’asilo che hanno chiesto il trasferimento o il pensionamento anticipato. E che queste scelte nasconderebbero una forma di ribellione alle politiche volute dalla Casa Bianca. Vale la pena ricordare che a giugno scorso il sindacato dei funzionari pubblici aveva impugnato davanti alla nona Corte d’Appello il programma “Remain in Mexico”. Denunciando l’amministrazione colpevole di imporre ai propri dipendenti la violazione di leggi federali e internazionali e di rinnegare il giuramento fatto sulla Costituzione di difendere “i deboli dalle persecuzioni”. Nell’attesa del pronunciamento dei giudici, gli impiegati governativi hanno scelto la via della protesta silenziosa. Che le dimissioni di Doug Stephens hanno fatto assurgere agli onori della cronaca.

La verità è che gli immigrati irregolari rispediti in Messico sono vittime di stupri, rapimenti e violenze di ogni genere. Eppure negli ultimi mesi quasi 60mila aspiranti rifugiati sono stati “delocalizzati” nell’inferno messicano ben conosciuto dalle autorità statunitensi. Prova ne è il fatto che il Dipartimento di Stato sconsiglia ai propri cittadini di recarsi nello Stato di Tamaulipas perché pericoloso tanto quanto la Siria e l’Iraq. Impossibile però squarciare questo velo di ipocrisia. Anche se, lontano da microfoni e telecamere, funzionari della Sicurezza nazionale riconoscono che il programma è stato ideato in vista delle elezioni presidenziali con l’obbiettivo di “alleggerire” la pressione dei richiedenti asilo al confine meridionale del paese.

Grazia De Vincenzis

Giornalista con 25 anni di attività nel mondo dell’informazione cartacea, digitale e radiofonica.

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