Sfidano la Casa Bianca sui rifugiati

Eppure c’è chi negli Usa dice no a Trump sull’immigrazione. E, sorpresa nelle sorprese, ad opporsi all’ordine esecutivo del Presidente sui rifugiati non sono solo politici e amministratori democratici ma anche 19 governatori repubblicani. L’inizio della vicenda risale a novembre scorso quando la Casa Bianca ordina di abbassare a 18mila il numero massimo dei rifugiati da accogliere nel 2020. Il più basso da quando nel 1980 il Congresso americano aveva varato il programma di reinsediamento di sfollati e rifugiati stranieri. Ma c’è di più. Con un secondo ordine esecutivo (attualmente bloccato da un giudice del Maryland) Washington aveva stabilito che, in deroga a quanto previsto dalla legge, governatori e sindaci erano liberi di decidere se accogliere nei loro territori i rifugiati. Una mossa letta dai più come l’ennesimo tentativo dell’amministrazione Trump di indebolire, e in prospettiva eliminare del tutto, il programma di accoglienza. Ma, prendendo in contropiede l’Esecutivo nazionale 43 Stati, di cui 19 a guida repubblicana, e 100 sindaci anziché sfruttare la “scappatoia” loro concessa decidono invece di tirare dritto ed ospitare i rifugiati.

Uno scontro politico bello e buono che ha richiamato l’attenzione del Migration Policy Institute [1]. Che in un recente studio spiega come i repubblicani pur sostenendo la battaglia di Trump contro l’immigrazione irregolare, non siano invece disposti ad assecondarlo nel respingimento delle migliaia di disperati che, costretti ad abbandonare i loro Paesi a causa di guerre e violenze, hanno diritto alla protezione internazionale. Gli USA, ricorda il MPI, dalla fine della Seconda guerra mondiale sono la nazione che più di tutte ha aperto le braccia e dato protezione ai rifugiati di mezzo mondo. Visto che dal 1980 al 2018 il paese a stelle e strisce ha accolto, in base alle norme internazionali relative alla protezione, oltre 3 milioni di uomini, donne e bambini.

Ma con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca tutto è cambiato, in peggio. Nel giugno 2017 le ammissioni, in un primo tempo sospese, sono state successivamente tagliate. Portando il loro tetto massimo dalle 110mila unità della presidenza Obama a 50.000. Una soglia che nel 2018, 2019 e 2020 è stata progressivamente abbassata prima a 45.000 poi a 30.000 fino a 18.000. Un’operazione ulteriormente aggravata dall’introduzione di tutta una serie di paletti e ostacoli burocratici. E così, ad esempio, nel 2018 a fronte di 45mila rifugiati da accogliere, gli uffici federali ne hanno invece ammessi solo 22.291. Vale la pena ricordare che nello stesso anno il Canada, con un decimo della popolazione USA, ne ha accolti 23mila. Le continue spallate di Trump al sistema del reinsediamento dei rifugiati però non trova la sponde sperata da parte di molti governatori e sindaci, anche di fede repubblicana. Per motivi che non sono solo di natura etica o morale. Per la semplice ragione che l’accoglienza dei profughi oltre ai soli costi genera anche business. Nel 2017, ad esempio, il 96% dei 2,5 milioni di rifugiati risultava occupato. Ed i loro salari, pari a circa 92 miliardi di dollari, oltre a fruttare, in tasse, alle casse dell’erario un introito di 25,5 miliardi, hanno dato luogo ad un nuovo potere d’acquisto calcolato in 66,5 miliardi di dollari. Non solo. Visto che i rifugiati-imprenditori danno oggi lavoro ai nazionali. E infatti rispetto ad un dato medio del 9% il tasso di imprenditorialità tra i rifugiati sfiora il 13%. I circa 18mila imprenditori rifugiati gestiscono aziende con un fatturato annuo pari a 5 miliardi di dollari.