Si muovono le navi italiane e i barconi tornano a casa

Per la prima volta a luglio sono dimezzati gli sbarchi sulle nostre coste: scesi dai 23.552 del 2016 a 11.193. Un -52,4% dovuto all’attività della guardia costiera libica che, su pressing del governo italiano, negli ultimi trenta giorni ha cominciato a fare il suo mestiere. Intercettando e portando indietro a Tripoli 13 mila migranti. Una buona notizia. Non solo perché questi numeri ci dicono che l’immigrazione, a differenza della pioggia, si può gestire e governare. Ma, soprattutto, in ragione del fatto che consentono agli amici dell’immigrazione di sottrarsi alla tenaglia della politica delle porte spalancate o, all’opposto, di quella delle porte serrate. Questa inversione di tendenza dei flussi migratori indica, infatti, una capacità di governo di cui finalmente si cominciano a intravedere i primi segnali. Soprattutto su due fronti.

Il primo, il lancio di una missione navale del nostro esercito nelle acque dell’ex regno di Gheddafi, con l’unico obiettivo di offrire supporto tecnico, logistico e strategico alla guardia costiera libica impegnata a fronteggiare nei porti di partenza il business dei trafficanti di esseri umani. L’operazione, che ricorda da vicino quella che abbiamo messo in piedi durante la crisi albanese degli anni Novanta, ha lati oscuri (gli immigrati intercettati e presi in carico dai militari italiani verranno traghettati in Italia o in Libia?) ma manda un segnale forte e chiaro ai trafficker che fino a oggi, indisturbati, hanno fatto il bello e il cattivo tempo.

Il secondo, il codice di condotta per le imbarcazioni delle Ong che ogni giorno salvano e portano migliaia di immigrati nei porti italiani. Una sorta di vademecum in tredici punti che ieri al Viminale ha spaccato il fronte degli angeli del volontariato nel Mediterraneo. Da un lato quelli, guidati da Save the Children, che l’hanno sottoscritto e condiviso in pieno. Dall’altro, capitanati da Medici senza Frontiere, quelli che l’hanno rifiutato. Perché non accettano in particolare l’obbligo di far salire a bordo dei loro mezzi ufficiali di polizia e il divieto di trasbordare da una nave all’altra, i migranti salvati in alto mare. Un punto quest’ultimo che ha fatto tremare soprattutto le ong con mezzi piccoli che, per evitare di fare troppi viaggi dal punto di salvataggio alle coste italiane, trasferiscono in alto mare ai colleghi con natanti più capienti e attrezzate il carico di sopravvissuti da portare a terra.

Se vi state chiedendo perché due grandi e stimatissime Ong, come Save the Children e Medici senza Frontiere, hanno posizioni così diametralmente opposte, la risposta è semplice. Anche nell’agorà del volontariato, come in quella della politica, i partiti seguono e difendono interessi e valori diversi, di destra, centro o sinistra. Tutto qua. Per tale ragione ha fatto bene il Ministro degli Interni a tenere il punto nei confronti delle Ong ribelli semplicemente dichiarando che il loro no è una forma di rifiuto del sistema ufficiale di soccorso e salvataggio in mare dei migranti realizzato dallo Stato italiano. Cosa che avrà “severe conseguenze”. Inclusa l’ipotesi, sostenuta anche da Bruxelles, di negare loro l’ingresso nei nostri porti.

Intendiamoci nessun entusiasmo. Il codice, come la missione navale, non risolverà d’un tratto l’emergenza immigrazione. Entrambi, però, sono testimoni di un Paese che si fa finalmente carico e si prende la responsabilità di controllare e governare le proprie frontiere marittime. Un barlume di ordine e regole che può aiutare a evitare, come è accaduto fino oggi, che nella lingua d’acqua che separa la Sicilia dall’Africa, continui a prevalere la legge del più furbo e del più forte.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

No Mare Vostrum

Un gioco di parole sull’espressione Mare Nostrum, come è chiamato il Mar Mediterraneo. Non vogliamo che il tema dei salvataggi sia oggetto di scontro tra le autorità di diversi Paesi, le ONG e l’Unione europea, ma che sia una responsabilità condivisa. Per questo diciamo No Mare Vostrum.

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