Spara su immigrati e cinesi per cambiare l’America

Ad inizio settimana, grazie ad uno scoop giornalistico del Washington Post, si è finalmente capito che il tanto discusso licenziamento di Kristyen Nielsen da capo dell’Homeland Security è dipeso dal suo no all’ordine di Trump di arrestare ed espellere alcune migliaia di nuclei familiari di immigrati irregolari presenti in diverse grandi città del paese. Un piano di espulsione di massa che, pur se al momento accantonato, per il solo fatto di essere stato immaginato conferma che sull’immigrazione l’intenzione dell’attuale inquilino della Casa Bianca è di operare una netta rottura con la politica seguita per decenni negli USA dalle precedenti amministrazioni sia democratiche che repubblicane. Che in passato, ad esempio nei casi più recenti di Bush padre e George figlio da una parte, e Bill Clinton e Barack Obama dall’altra, hanno tutti rispettato, salvo rarissimi casi di emergenza nazionale, la regola made in US che non considera la clandestinità un reato di tipo penale ma solo un’infrazione amministrativa. Ragione per la quale anche se non si sono fatti pregare nel rimandare a casa milioni di stranieri lo hanno fatto perchè: a) colti in flagrante nel tentativo di superare senza permesso i confini (respingiment); b) se arrestati e condannati per crimini o gravi infrazioni (deportazione).

Dunque in base ad una logica assai diversa, meglio opposta a quella di Trump che intende invece colpire la clandestinità in quanto tale. Introducendo per via amministrativa una modifica alla norma attualmente in vigore che solo il Congresso potrebbe ma non intende fare. Una soluzione di continuità tanto più significativa perché a volerla è il leader ormai indiscusso del partito repubblicano che, a differenza di quello democratico, è stato tradizionalmente pro immigrati. Al punto da consentire a Ronald Reagan di dire anni fa che gli immigrati in quanto imprenditori di se stessi non possono non essere che repubblicani.

Come si spiega allora l’attuale cambiamento? Con il semplice fatto che Trump per onorare l’impegno elettorale dell’America First ha come strada obbligata quella di prendere di petto le due questioni che, non a caso, appena sceso in politica aveva indicato come le principali cause del declino economico americano: l’immigrazione ed il commercio con la Cina. Vale la pena infatti ricordare che già nel 2015, aprendo la campagna elettorale che lo avrebbe portato a Washington, si era spinto ad accusare direttamente i democratici, con in testa il suo predecessore Obama, e indirettamente anche l’establishment repubblicano di   remissivo immobilismo per la loro incapacità di frenare l’arrivo di tanti immigrati messicani violentatori e di consentire alla Cina violentare l’economia del paese. Un programma che tanti, oltre a storcere il naso, considerano, chissà se a ragione, bigottamente ideologico e pericolosamente sbagliato.

Sta di fatto però che secondo i dati economici 2017-2018 pubblicati lo scorso 7 maggio dalla Brookings Institution, le 2622 contee che si sono schierate dalla sua parte hanno registrato per la prima volta dopo decenni di declino un significativo risveglio sia nel numero degli occupati che dei nuovi posti di lavoro. Ed un tasso di crescita medio superiore di quelle più ricche ed avanzate che nel 2016 avevano votato per Hillary Clinton. Un segnale su cui molti dovrebbero forse riflettere in vista delle presidenziali del prossimo novembre 2020.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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