[Speciale elezioni in Olanda / 4] L’immigrazione non è più di moda?

Giugno 2009: in Olanda le elezioni europee marcano l’affermazione politica di Geert Wilders. Il suo Partito della Libertà (PVV), nato appena cinque anni prima su una piattaforma ferocemente anti-immigrazione, s’impone come seconda formazione del paese conquistando il 17% dell’elettorato nazionale. Nel corso dei mesi successivi la sua crociata contro l’Islam gli fa addirittura guadagnare la testa nei sondaggi d’opinione. Trasformando l’estroverso, super ossigenato giovanotto in una specie di star politica dentro e fuori i confini del suo paese. Alle elezioni amministrative del marzo scorso, nelle uniche due città dove è presente, Almere e L’Aia, il PVV ottiene rispettivamente la prima e la seconda piazza. Risultati che mettono in allarme le formazioni storiche dell’arco politico, i Cristiano Democratici e i Laburisti tra tutti, in piena crisi dopo che la loro coalizione di governo è stata costretta alle dimissioni per insanabili divisioni interne sul rinnovo della missione militare in Afghanistan.

Le elezioni politiche di questo mercoledì 9 giugno hanno però tutta l’aria di voler infliggere un sonoro ridimensionamento alle ambizioni politiche di Wilders. Come spiega il Cristiano Democratico Wim Van de Camp, eurodeputato olandese del PPE, “i temi dell’economia e della grave crisi finanziaria globale hanno infatti acquistato sempre maggiore centralità, sull’onda del rischio default della Grecia”. L’Olanda resta uno degli stati UE più virtuosi nella gestione delle finanze pubbliche. Ma la possibilità, sebbene ancora remota, che la solida prosperità economica del paese possa trovarsi presto o tardi in pericolo, ha improvvisamente scalzato l’ansia di sicurezza in cima ai pensieri dell’elettorato olandese. Costringendo Wilders a giocare l’ultima parte della campagna elettorale su un terreno, per l'appunto quello dell'economia, su cui il PVV ha poco o nulla da proporre. Quanto all’immigrazione, “resta certamente una questione sensibile ma non più come nel recente passato”, chiosa Van de Camp. Per converso i maggiori partiti del paese hanno recuperato popolarità.

La partita elettorale nelle ultime settimane è stata condotta dai Liberali del VVD, fautori di una riduzione della spesa pubblica, e dai Laburisti del PvdA, al contrario difensori dell’integrità del generoso stato sociale olandese. I primi sono dati ora per vincenti nelle intenzioni di voto (gli si attribuiscono 37 seggi parlamentari su 150), seguiti a poca distanza dai secondi (con 31 scranni). I Cristiano Democratici (CDA) dell’attuale premier Balkende, a lungo prima forza del paese, sembrano invece scontare la tradizionale impopolarità di chi resta troppo a lungo al potere.

Eppure il logoramento del PVV, scivolato al quarto posto nei sondaggi con poco più del 10%, è anche figlio dell'eccessiva eccentricità di Wilders: ha impedito l’emergere di altre figure di calibro tra i ranghi del partito, indisposto strati influenti della stampa nazionale, condotto una campagna elettorale poco incisiva sul territorio. E comunque, “continuare a ripetere, sempre e comunque, che tutti i problemi del paese derivano dall’immigrazione alla fine rischia di non essere credibile”. Il VVD ha frattanto cominciato a fare concorrenza al Partito della Libertà indurendo la propria posizione sull’immigrazione. E nel campo opposto, i Laburisti schierano un campione dell'integrazione come Job Cohen, il quale si è fatto un nome affrontando da sindaco di Amsterdam l’emergenza sociale profilatasi all’indomani dell’omicidio del regista Theo Van Gogh. Per l’estremismo monotematico di Wilders la via del successo sembra dunque restringersi, anche se, con metà dell’elettorato ancora indeciso a poche ore dall’apertura delle urne, ogni pronostico potrebbe essere ancora smentito dai fatti. “Starei attento prima di vendere anzitempo la pelle dell’orso”, conferma Van de Camp dall’alto della sua quasi trentennale esperienza politica.




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