Populismo figlio del modernismo

Chi sono e cosa vogliono questi neo populisti la cui campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta provocando tanta inquietudine nelle cancellerie del Vecchio Continente e nei piani alti di Bruxelles?

Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico. Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze «espropriatrici» della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca in nome e per conto del Popolo. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di élites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce. Ha un comportamento politico che potremmo definire double face, ambivalente: può essere conservatore e reazionario ma anche espressione di istanze democratiche dirette e partecipative. Va fatto presente, per chiarezza di ragionamento, che è fuorviante sostenere, come spesso invece accade, che tra il comportamento del populista e quello del demagogo non c’è differenza. Il demagogo è infatti colui che per assicurarsi vantaggi raggira ed inganna scientemente il popolo. Fino a spingerlo alla rovina. Mentre nel caso del populista si deve vedere, specificatamente, “uno stile politico, una mentalità”. Per il populista le virtù innate del popolo rappresentano la fonte esclusiva che ne legittima l’azione politica. Insomma, il primo si basa su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto «pulito» ed originario della politica. Il secondo sulla sua strumentalizzazione a fini personali.

Di populisti nella storia ce ne sono stati tanti e di tutti i tipi. Di certo è che i movimenti populisti sorgono nelle fasi di rapida trasformazione sociale, quando le tradizionali strutture di potere entrano in crisi e un senso di profonda incertezza si impadronisce delle masse. Esemplare, al riguardo, la pionieristica analisi della sciagurata esperienza argentina di Peròn fatta più di sessant’anni fa da Gino Germani. Secondo cui il peronismo, di cui era acerrimo nemico, aveva rappresentato un peculiare canale di integrazione delle masse, senz’altro alternativo nella sua forma autoritaria a quello della democrazia rappresentativa, sfruttando l’esistenza, in vasti strati sociali, di un immaginario democratico latente diverso da quello liberal-democratico. Un immaginario di tipo olistico, che trovava nella frequente violazione dello spirito della democrazia rappresentativa da parte dei suoi stessi apostoli un’inesauribile fonte di vitalità e Capace, allo stesso tempo, di attrarre consensi con la sua promessa di riscatto della dignità dei lavoratori.

Il populista agisce politicamente sulla base di una visione negativa, manichea e “confrontazionista” della realtà. Molti elementi di questo nucleo di pensiero li aveva magistralmente evocati Isaiah Berlin ricordando, nel lontano 1969, che il populismo invoca una Gemeinschaft, cioè un’idea di comunità; è apolitico, in quanto radicato per lo più nella sfera sociale; ha un afflato rigeneratore, poiché intende ridare al popolo la centralità sottrattagli; vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale. È un “nostalgico” nel vero e proprio senso della parola. Visceralmente attaccato a ciò che vede, crede o teme stia per tramontare. Un attaccamento che nella sua logica non ha, però, una valenza disperatamente ed inutilmente conservatrice. Ma, piuttosto, quella attiva - difficile dire con quale tasso di redditività - di un anticorpo nei confronti dei contraccolpi che i processi di modernizzazione determinano nei gruppi sociali più deboli e meno protetti.

La democrazia populista si presenta come «una forma estrema di democrazia», che ridà nelle mani dei cittadini tutto il potere possibile. È alternativa al modello della democrazia liberale basato sul meccanismo decisionale della delega ai partiti ed alle organizzazioni intermedie. Mentre predilige i referendum, propositivo o abrogativo, le proposte di iniziativa popolare, la revoca del mandato parlamentare. Questa forma di populismo politico corrisponde a una forma moderna di democrazia diretta: lo dimostra il fatto che, soprattutto dopo la metà del XX secolo, è tornato in auge il referendum come strumento del populismo politico.

A differenza del Fascismo e del Comunismo per il populismo non esiste un corpo dottrinario di riferimento. Condiviso e riconosciuto. Ed è per questo che non dispone di un’unica ricetta.

Il populista trova spazio ed ascolto quando i poteri e le istituzioni tradizionali non vedono o non si curano del fatto che tutti i processi di modernizzazione, anche quelli obbligati e potenzialmente positivi, comportano sempre costi e traumi nella società. Che non non vanno sottovalutati e, se possibile, curati. Per evitare quello che gli americani chiamano disconnect, ossia la sconnessione tra gli interessi reali e le percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati e quelli delle élites economico-politico.

Chi combatte i populisti farebbe bene a conoscerli

L’Europa, anche se contro voglia, sarà obbligata a fare i conti con i cosiddetti neo populisti. Tanto più se dovessero avere successo alle elezioni europee del prossimo maggio. Man mano che si avvicina quella data, infatti, il barometro del voto sembra indicare questo come un esito possibile anche se fino a ieri inimmaginabile. Eventualità per la quale c’è in giro più preoccupazione che riflessione. E, soprattutto, pochissima azione. Un clima che ricorda l’antica Roma ai tempi di Sagunto. Che chiacchierava mentre quello bruciava.

Un cincischiamento che nei confronti di questa composita galassia di “neo barbari” è alternato al disprezzo. Terapia che, stando ai fatti, sembra, però, la meno indicata. Visto che il loro ascolto anziché diminuire aumenta. La verità, però, è che su chi sono e cosa vogliono i neo populisti le idee risultano , a dir poco, confuse e, molto spesso approssimative. Tanto più in Italia, dove, caso unico al mondo, sono alleati di governo forze politiche figlie di populismi storicamente antitetici.

Un deficit di buona informazione che disorienta l’opinione pubblica che di questa nuova, variegata galassia politica continua a sapere poco o nulla. Che i grandi mezzi di comunicazione, prima fra tutti la tv, contribuiscono colpevolmente a peggiorare. Basta ascoltare uno dei tanti dibattiti di cui è quotidianamente inondato il piccolo schermo. Nei quali populista non è più un aggettivo ma solo un epiteto offensivo. Un insulto. Ripetuto, come se niente fosse, con l’unico obiettivo di mettere all’angolo l’avversario di turno chiudendogli la bocca.

Un’accusa che i politici si rimpallano sulla base di una logica tanto singolare quanto paradossale. Che ricorda molto da vicino quella usata da Dylan Thomas per definire l’alcolista: “che non ci piace semplicemente perché beve come e quanto noi”. Tanto è vero che se a proporre, ad esempio, il pugno di ferro contro la criminalità, la riduzione delle tasse o l’aumento della spesa sociale è uno “dell’altra parte”, allora è populista. Mentre se a fare le stesse proposte sono “loro” è perché rispondono alle sacrosante, improcrastinabili esigenze del paese! Amen!

Una Babele lessicale che diventa, invece, concettuale nel caso dell’altra accusa rivolta ai partiti populisti, in aggiunta a quella dell’impresentabilità: di essere estremisti di destra. Contestata, invece, da molti studiosi. Perché, ricerche alla mano, hanno spiegato che è quanto meno fuorviante sostenere che i populisti sono di destra solo perché cercano di sfruttare politicamente temi quali l’immigrazione e la rivolta fiscale. Visto che queste stesse questioni, spesso con l’aggiunta che riguarda il diritto del popolo di vedere reintegrata la sovranità decisionale sottrattagli, sono caldeggiate, più spesso che volentieri, anche dalla sinistra estrema. E che, in aggiunta, hanno anche fatto presente che, all’opposto della destra, gerarchica e statalista, i populisti sono, invece, per l’egualitarismo ed il comunitarismo.

Se è discutibile, dunque, che siano di destra ancor più lo è ritenerli di estrema destra. Infatti, ha chiarito Pietro Ignazi, “un partito può essere definito di estrema destra solo se il suo elettorato appartiene a quell’area dello schieramento politico e professa un’ideologia basata su valori che si richiamano al fascismo e persegue tra i suoi obbiettivi quello del sovvertimento dell’ordine democratico. Se questo è vero pensare di dire che la Lega Nord è di estrema destra è, al meglio, altamente problematico”.

Una verità che potremmo sintetizzare in tre punti: 1) gli elettori dei partiti neo populisti non vengono né tutti né sempre dall’estrema destra. Anzi, è vero in molti casi proprio il contrario; 2) i legami con l’eredità del fascismo, certamente riscontrabili in alcuni di questi partiti, non rappresentano la loro regola generale; 3) la lotta dei neo populisti non è finalizzata al sovvertimento dello Stato, se mai, al suo iper rafforzamento. Propugnano una democrazia illiberale e anti-istituzionale perché nemici di qualsiasi forma di mediazione frapposta tra il popolo e l’esercizio effettivo, diretto del potere. Criticano la democrazia rappresentativa in nome e per conto di quella diretta. Le loro posizioni non sono anti-sistema ma di protesta, anche estrema, contro il funzionamento difettoso dei meccanismi della democrazia rappresentativa.

Per dirla con Halbert O. Hirschman i neo populisti hanno una posizione di tipo voice che non sfocia nell’exit. Come invece fanno i partiti che si collocano agli estremi dello spettro politico e, in genere, le forze extra parlamentari. Per concludere, è bene anche ricordare che il neo populismo non è anti mercato ma favorevole a un capitalismo assistenziale-corporativo. I suoi veri nemici sono i burocrati di Bruxelles.

I loro salari non crescono per colpa degli immigrati

A puntare il dito contro gli immigrati, dopo la gente, ci si mettono anche le élite. L’inedita, clamorosa tendenza arriva dalla Germania. “È colpa dei nuovi arrivati”, ha detto il Presidente della Bundesbank Jens Weidmann, se mentre l’economia tedesca va come il vento, i salari rimangono al palo.

Nel mirino di quello che potrebbe essere il successore di Mario Draghi alla Banca Centrale Europea, dunque non proprio Mr. Nessuno, ci sono 2,7 milioni di lavoratori stranieri che Oltrereno, accontentandosi di stipendi da fame, abbassano la media di quelli nazionali.

L’uscita di uno dei banchieri più potenti d’Europa, se non è una rivoluzione, poco ci manca. Perché, per una volta, dopo lunghi silenzi, un rappresentante dell’establishment europeo dà voce ai left behind del Vecchio Continente impauriti dall’immigrazione e declassati dalla globalizzazione. Una novità assoluta.

Fino a oggi, infatti, questo esercito di globalizzati e scontenti (Saskia Sassen) ha trovato conforto in quei partiti neopopulisti che da Marine Le Pen in Francia fino a Jimmie Akesson in Svezia avevano, con straordinario anticipo rispetto ai competitor, colto, cavalcato e cercato di sfruttare le loro difficoltà.

Sottrarre, come ha fatto Jens Weidman, queste problematiche al monopolio degli impresari politici della paura, può, forse, essere un primo passo per individuare soluzioni serie e concrete. Proviamo a fare un esempio.

Il caso tedesco, in cui l’economia tira ma gli stipendi no, dimostra, forse, quello che George Borjas, pioniere mondiale degli studi sull’impatto dell’immigrazione nell’economia dei paesi ospitanti, sostiene da trent’anni. Ovvero che quando il mercato del lavoro non è segmentato e quindi nazionali e immigrati sono in competizione, l’aumento della disponibilità di risorse umane straniere disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A scapito degli operai autoctoni che hanno le medesime expertise dei nuovi arrivati, ma a favore dei loro datori di lavoro. Con l’arrivo della manodopera immigrata, dunque, tra i nazionali c’è chi perde e chi guadagna.

La soluzione neopopulista, sbattiamoli fuori e sbarriamo le frontiere, è fuffa, strizza l’occhio ai perdenti, ma ignora i vincenti: quale imprenditore lombardo o bavarese rinuncerebbe senza batter ciglio alle braccia straniere a buon mercato?

La soluzione alternativa a quella neopopulista, cioè quella dei partiti di governo, dell’establishment, che dovrebbe saltar fuori, ad esempio, dai vertici e contro vertici di Bruxelles, non c’è. Su questi temi, scottanti e impopolari, i premier di mezza Europa balbettano. Adesso, però, la misura è colma. E il Presidente della Bundesbank ha dimostrato di averne contezza.

Se la discesa delle élite nel campo dell’immigrazione porterà all’elaborazione di proposte non populiste ma di buon senso partendo, ad esempio, non dal se ma dal come e a chi ridistribuire il surplus generato dai nuovi arrivati, è ancora presto per dirlo.

Dopo Brexit e Trump i left behind scuotono la Germania

Dopo la vittoria in Inghilterra della Brexit e lo sfondamento di Trump negli USA il mezzo terremoto delle recenti elezioni in Germania conferma che nelle società di punta dell’Occidente industrializzato è in atto quella che Ronald Inghelart e Pippa Norris hanno genialmente definito come una silent revolution on the contrary. Messa in atto dai “lasciati indietro” di questi paesi per dire basta ad un sistema di regole sociali e di valori culturali che li ha ridotti a viver quasi fossero estranei a casa loro. Più una rivolta che una protesta perché, sostiene Tiziano Bonazzi, composta "non solo di poveri e di esclusi, bensì di persone che si sentono homeless at home, senza casa propria, vale a dire derubati dei loro sentimenti”.

Una verità che obbliga a riflettere. Perché le cause scatenanti di tanto malcontento non sono, come da molte parti ci si ostina a voler credere, solo materiali. E per risolvere le quali basterebbe allargare i cordoni della borsa ed aumentare la spesa pubblica. Ma soprattutto cultural-esitenziali. Perché riguardano l’identità di interi gruppi sociali che messi fuori gioco dall’ età avanzata, dal basso livello di istruzione o dall’appartenenza etnica lottano per fermare l’onda imperante dei valori post-materiali e del cosmopolitismo multiculturale pro-diversità professato dalle élite. Che per molti anni hanno sottovalutato o, peggio ancora fatto finta di non vedere, lo spaesamento prodotto tra i left behind da un’immigrazione che nel giro di pochi anni ha cambiato gli stili di vita, il profilo demografico, i linguaggi e gli usi di quella da loro considerata da sempre solo come casa propria. Se le cose stanno così, visto che nessuno può pensare di fermare la storia per tornare indietro, i pericoli da cui guardarsi sono fondamentalmente due.

Il primo è quello degli arruffapopolo che, sfruttando le paure e le tensioni di questo mondo in rivolta, ne cercano il consenso smerciando come futuro la nostalgia del bel tempo andato.

Il secondo, meno cialtronesco ma non meno pericoloso, di quelli che come il manzoniano Don Ferrante preferiscono “mota non quietare e quieta non movere” in attesa che passi la nottata.

Cos’è e com’è nata Alternative für Deutschland

Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, con lo slogan "Germany first", che ricorda da vicino l'"America first" di Donald Trump, un partito di destra entra nel Parlamento tedesco. Alle elezioni politiche di ieri in Germania, l’Alternative für Deutschland (AFD) ha, infatti, conquistao il 12,4% dei voti ed eletto 94 deputati. Fondato da un gruppo di intellettuali anti-euro guidati dal Professor Bernd Lucke, ha esordito alle elezioni politiche 2013 senza riuscire superare la soglia di sbarramento del 5% (si fermò al 4,7%) necessaria per accedere alla ripartizione dei seggi parlamentari. Il successo è arrivato un paio di anni dopo. Tutto merito di Frauke Petry, che dopo aver scalzato dal vertice Bernd Lucke, ha spostato l'asse di AFD su posizioni di estrema destra flirtando con il movimento islamofobo tedesco Pegida e criticando le politiche di accoglienza dei migranti di Angela Merkel. Una ricetta vincente che ha trasformato il partito in un formidabile catalizzatore dei timori suscitati in molti cittadini dall'emergenza rifugiati e dagli attentati jihadisti che hanno colpito la Germania. Sotto la leadership di Petry, Afd è, così, entrato in ben 10 dei 16 parlamenti regionali. Ma con il successo sono arrivate quelle su cui oggi tutti i nemici di questo movimento puntano (o sperano): le divisioni interne. Che, non a caso, hanno costretto anche Petry a gettare la spugna per lasciare spazio al tandem Alice Weidel, lesbica sposata con una svizzera di origini srilankesi, e l’avvocato ultrasettantenne Alexander Gauland. Sono loro gli artefici del successo di ieri.

Ha tradito Le Pen per un rifugiato iraniano

Quella tra Béatrice Huret e Moktar non è una storia d’amore come le altre. Visto che il connubio tra una quarantacinquenne francese, fino ad un paio d’anni fa seguace dell’ultra razzista Marine LePen, ed un giovane migrante iraniano è, a dir poco, anticonvenzionale. Così come il luogo dove è scattata la “loro” scintilla: la tristemente nota “giungla" di Calais. Un campo profughi, che di romantico ha ben poco, di oltre 10 mila tra uomini, donne e bambini in attesa di riuscire ad attraversare la Manica per raggiungere Regno Unito. Tra loro Moktar, professore iraniano di 34 anni, fuggito dal suo paese dopo essersi convertito al cristianesimo.

Quando si sono incontrati Béatrice era una giovane recluta del volontariato mossa dal desiderio di fare qualcosa per aiutare tutte quelle persone che vivevano in condizioni disumane a soli 20 km da casa. Una scoperta inaspettata per una lepenista fervente con tanto di tessera del Front National. Cui si era iscritta non solo perché al marito, poliziotto, era vietato ma anche per la sincera preoccupazione che le dava l’arrivo di tante facce straniere.

Rimasta vedova la sua vita è, sia pur lentamente, cambiata. Iniziando a portare cibo e vestiti agli “ospiti” della giungla ha, infatti, conosciuto un’umanità che non sapeva esistesse. Fino ad incrociare due occhi scuri che l’hanno ammaliata: “Ero seduta e lui mi si è avvicinato molto dolcemente chiedendomi se volessi una tazza di tè. È stato amore a prima vista" ha detto.

Ma come in ogni vera storia d'amore gli ostacoli non sono certo mancati. A partire da quello della lingua: niente francese per lui, troppo poco inglese per lei. Ed oggi sono addirittura costretti a vivere la loro passione via webcam. Dopo che Moktar è riuscito a raggiungere “la terra promessa”. Grazie proprio all’aiuto di Béatrice che ha rimediato per lui ed altri due rifugiati una piccola barca: “Li ho vestiti come se fossero usciti per una gita di pesca”. Una gita che, però, ha rischiato di finire in tragedia se non fosse stato per l’arrivo ed il salvataggio dei tre da parte della guardia costiera di Sua Maestà.
Moktar, ottenuto l’asilo vive adesso in un ostello per rifugiati a Sheffield. Dove Béatrice, cui le autorità di frontiera britanniche hanno vietato di trasferirsi sul suolo di Albione, si reca in visita ogni due settimane con il traghetto. Eppure, nonostante un futuro tutt’altro che roseo lei non ha dubbi: “ne è valsa la pena. Si fa di tutto per amore”.

Se la sinistra diserta in Francia passa la Le Pen

Sul cruciale ballottaggio per la presidenza francese di domenica prossima tra il centrista Emmanuel Macron e la frontista Marine Le Pen aleggia un antico, pericoloso spettro di cui pochi parlano ma che potrebbe fare la differenza: l’istinto suicida della sinistra. Visto che il leader maximo della France Insoumise Jean-Luc Mélenchon ha pensato bene, con la scusa che il borghese ed algido europeista Macron  è un nemico delle classi popolari quanto la Le Pen, di non dare ai suoi militanti indicazioni di voto. Cosa che potrebbe giustificare molti a disertare le urne e così, di fatto, dare un inatteso quanto determinante aiuto alla candidata del Front National.

Un errore che riporta alla mente, fatte le debite differenze, quello commesso nell’Europa degli anni Trenta del ‘900 dai comunisti del Comintern. Che di fronte al fascismo montante decisero di attaccare anziché allearsi con i partiti del socialismo riformista con una sentenza di scomunica riportata in tutti i libri di storia: “da  destra del proletariato siete divenuti la sinistra della borghesia”.  Una scelta, quella della gauche proletarienne, che consentirà forse a molti militanti di continuare a sentirsi “duri e puri” ma di fare il gioco del nemico peggiore. Un problema molto serio. Che faranno ad esempio, dopo la posizione presa dal grande capo, gli elettori del superlepenista paesino di Nantes-la-Ville che al primo turno hanno inaspettatamente consentito alla sinistra degli Insoumise di arrivare in testa con 7 punti percentuali di distacco sul partito di Marine? Oppure quelli di molti quartieri popolari dove, per usare le parole de Le Monde “Mélanchon a raflé la mise au premier tour et Macron est souvent mal perçu”? Ma non basta. Visto che a destra, all’opposto, non  si intravvedono defezioni né desistenze, mentre è possibile che oltre ai voti raccolti al primo turno dal conservatore Nicolas Dupont-Aignant, la débâcle di Fillon spinga nelle braccia della Le Pen significativi pezzi dell’establishment elettorale repubblicano.

Insomma, a differenza di quanto molti ripetono, riteniamo la vittoria di Macron auspicabile ma appesa a un filo. L’unica speranza è che dopo gli esiti non proprio esaltanti della Brexit, e dei primi 100, inconcludenti giorni della presidenza Trump, Oltralpe si facciano, come si dice, i conti in tasca. Decidendo di risparmiarsi i costi che per loro comporterebbe la vittoria di quella che Giuseppe Berta ha magnificamente definito come l’”economia politica della nostalgia” .  

Comunque vada Wilders perderà

Se commentare l’esito di un’elezione prima di conoscere i risultati delle urne può essere rischioso, certamente obbliga a spremere le meningi e ragionare. Soprattutto in un caso come quello del voto appena iniziato in Olanda il cui esito, per le ragioni che più avanti cercheremo di spiegare, è, all’opposto di quanto molti sperano  o temono, già scritto.

Geert Wilders, infatti, e il suo forsennato populismo xenofobo ed anti europeo, comunque andranno le cose,  oltre a non vincere è destinato ad essere severamente ridimensionato. Determinando un effetto “valanga alla rovescia” sui sogni di gloria degli altri populisti continentali capeggiati da Marine Le Pen & Co. Un’affermazione, la nostra, che potrebbe apparire se non altro azzardata visto il can-can di pronostici riservato dai media di mezzo mondo alle odierne elezioni nei  Paesi Bassi. Quasi un clima di ansia collettiva che un’attenta analisi delle variabili in campo rende però poco giustificato. Per almeno due ragioni.

La prima attiene al modello elettorale olandese. Che essendo basato su un sistema super proporzionale  (ad un partito basta lo 0,7% dei consensi entrare in Parlamento) non consentirà mai a nessuno degli attori in campo di avere un numero di eletti tale da permettergli  di governare da solo. Ragione per la quale, tanto per farci capire, anche se Wilders avanzasse di qualche punto percentuale e, cosa assai improbabile, riuscisse a superare la soglia dei 24 deputati ottenuti nella super performance delle elezioni politiche  2009, per imporre il suo programma e governare da solo gliene servirebbero 96! Ma tra un partito populista come il suo e un governo di coalizione corre lo stesso rapporto di quello immaginabile tra il demonio e l’acqua santa. Per arrivare al potere un movimento populista non può sfruttare ma rompere il modello elettorale nel quale si trova ad agire. Sia esso super proporzionale, come quello olandese o super maggioritario come quello francese. Che, non a caso,  obbliga il Fronte Nazionale lepenista a tenere inutilmente in frigorifero i 6 milioni di voti che da vent’anni a questa parte ciclicamente riesce a raccogliere.

La seconda ragione è, invece, di ordine culturale. Per quanto possenti possono essere state le trasformazioni seguite all’immigrazione di massa e profondi i drammi politici che hanno investito Amsterdam e dintorni, il popolo olandese non è dominato, come crede Wilders, dal rancore ma, se mai,  dalla malinconia.  Capace di provocare depressione e cedimenti dell’animo ma mai la cattiveria necessaria per uccidere una storia di libertà e civiltà secolari.

Cala il benessere e il populismo cresce

Per i governanti non risolvere i problemi è una colpa grave. Che, però, diventa gravissima quando non riescono, o fanno finta, di non vederli. E, come il malato che, sbagliando, pensa sia il termometro la causa della febbre danno la colpa del malcontento e della disaffezione dilaganti tra i cittadini ai populisti. Che con il loro confuso, ma per molti convincente vociare, cavalcano la crisi di quello che da sempre è stato il “primo mobile” della democrazie moderna: il benessere economico. Non solo quello immediato ma, cosa ancora più grave, quello futuro.

La democrazia muore se, nei cittadini, si spegne il sogno di un futuro migliore. Una verità spietatamente messa in luce da uno studio , “The Decline in Lifetime Earnings Mobility, pubblicato a  maggio scorso  da due economisti dell’università americana del Massachusetts, Michael D. Carr e Emily E. Wienners. Che sulla base di una puntigliosa analisi dell’andamento delle retribuzioni negli USA dal 1988 al 2010, hanno dimostrato che per la stragrande maggioranza dei salariati “l’ascensore” sociale non solo è fermo da anni ma lo resterà ancora a lungo. Ragione per la quale  oggi, a differenza di quanto da sempre avvenuto nelle moderne democrazie industriali, i lavoratori non hanno più né chance né aspettative di un futuro migliore. Nella scala sociale non si sale più. Con il risultato che, ormai, quello che conta di più nella loro esistenza non è il punto di arrivo ma quello d’ inizio. Sono e resteranno inchiodati ai blocchi di partenza.

Una novità che spiega molto del crescente nervosismo di quel delicatissimo, ma decisivo, ganglio sociale qual è il ceto medio. Che privato delle aspettative di salire ai piani superiori del benessere sociale difende rabbiosamente i propri spazi, bloccando alla porta di ingresso chi, alla ricerca di uno status migliore, tenta, da sotto, di guadagnare un pezzetto del suo “posto al sole”. Uno scenario plumbeo sul quale, rincarando la dose, è arrivato come una mazzata l’uno-dùe dell’ultimo, recentissimo rapporto stilato dal McKinsey Global Institute: Poorer than their Parents? Flat or Falling Incomes in Advanced Economies”. Che sulla base di un’inchiesta condotta in 25 nazioni industrializzate ha calcolato che, tra il 2004 e il 2014, il reddito di 540 milioni di persone (65/70% del totale dei nuclei familiari) o non è aumentato, nel caso dei più fortunati, oppure diminuito. Ragione per la quale: “Nearly one-third of those who are not advancing said they think their children will also advance more slowly in the future, and they expressed negative opinions about free trade and immigration". Tutta colpa di Trump e della Brexit?

Le Pen ci ha provato, Brexit ci è riuscito

Con Brexit i neopopulisti si insediano ben oltre i piani alti della politica europea. Per la semplice ragione che cambiando spalla al fucile rispetto ai populisti di un tempo, hanno capito che era arrivato il momento di difendere un “neopopolo” composto da molti nuovi attori sociali posti in grave sofferenza dalla globalizzazione e dall’immigrazione. Questi nuovi imprenditori hanno dato voce non al rancore della tradizionale classe operaia che tra gli anni ’80 e ’90 del Novecento ha cominciato a votare Front National e Lega Nord. Ma al malessere inquieto e rivendicativo della classe media nel suo insieme. Visto che ad essere crescentemente coinvolte dalla crisi sono, ecco la novità, molte se non tutte le fasce medio alte del lavoro autonomo e dipendente.Tecnici, insegnanti, ingegneri, avvocati, architetti, programmatori informatici, imprenditori piccoli e medi, artigiani etc. sono i nuovi, veri perdenti della globalizzazione. Presi nella tenaglia di un meccanismo micidiale ma fuori dalla loro portata. Perché uno degli elementi fondamentali che oggi alimenta le tensioni sociali è rappresentato dal fatto che se è vero che le diseguaglianze possono essere frutto di fenomeni globali è anche vero che i guai più seri sono locali. Ceti da sempre decisivi per gli equilibri politici e le sorti elettorali dei partiti tradizionali (di centro, destra e sinistra), che oggi assistono, con rabbiosa impotenza, al crollo delle strutture portanti del loro vecchio mondo antico costruito sulla sicurezza economica e l’identità di status.

Il problema dunque è lo stesso di cui parla Trump: la classe media. Basta leggere le proiezioni pubblicate sull’ultimissimo bollettino del Bureau of Labor Statistics americano secondo le quali, non differentemente dall’ultimo decennio, anche il prossimo vedrà un aumento della polarizzazione dei lavori tra quelli poco pagati e dequalificati da una parte, e quelli ultra pagati e super professionali dall’altra:  “è in rapida diminuzione il numero degli impieghi stabili e sicuri che consentirono, soprattutto a partire dagli anni ’50 del secolo scorso l’aumento delle classi medie […] visto che oggi il tasso di crescita di quelli con buone retribuzioni, che rappresentano la spina dorsale della classe media, è inferiore all’1%