Sulle elezioni USA gli occhi dei populisti europei

Con il voto di oggi gli americani decideranno molto ma non tutto del futuro politico del loro paese.

Molto in ragione del fatto che se i democratici dovessero riuscire a riprendersi anche solo la Camera dei Deputati, non c’è dubbio che per Trump sarebbero problemi seri fare i conti con un’opposizione parlamentare che non gliene farebbe passare una. E che ricambiando con gli interessi il clima di feroce partigianeria con cui Donald ha avvelenato la politica nazionale, non si lascerebbe certo sfuggire l’occasione di azzopparlo. Bloccando sul nascere qualunque sua iniziativa legislativa. Costringendolo, così come i repubblicani fecero con Obama negli ultimi due anni del suo mandato presidenziale, a governare tramite executive order. Provvedimenti che, però, hanno la debolezza normativa di essere decreti ma non leggi. E in quanto tali suscettibili di revoca o modifica nel caso arrivasse nel 2020 un nuovo inquilino alla Casa Bianca. Cosa che per altro Trump, fin dalla sua nomina, ha fatto senza problemi con quelli del suo predecessore.

Inoltre i democratici avendo la Camera in pugno è certo che darebbero via libera, come hanno giurato di fare, alle procedure per l’impeachment di Donald. Non è affatto detto, però, che sarà questo il verdetto delle urne. Trump, infatti, ha due formidabili atout dalla sua. L’economia che va non a gonfie ma a gonfissime vele. E la preoccupazione dell’opinione pubblica statunitense per l’avvicinamento ai confini del paese di una singolare carovana di migliaia di famiglie honduregne. Intenzionate, costi quello che costi, a entrare dal Messico negli Usa alla ricerca di migliori condizioni di vita. Una novità che ha consentito a Trump di rianimare una campagna elettorale a lungo sotto tono risfoderando la paura dell’immigrazione. Dimostratasi una potentissima arma di mobilitazione della base repubblicana.

Ma qui finisce il tanto. Perché il tutto, al momento, non è nelle disponibilità decisionali dell’elettorato. Per la semplice ragione che nella vita politica americana, qualunque sia l’esito del voto di domani, restano da affrontare due fondamentali questioni.

La prima è il trumpismo. Un’ideologia nata prima che sorgesse l’astro del magnate newyorkese per opera degli estremisti repubblicani del Tea Party. E che per questo è sicuro non saranno i risultati di queste elezioni a spedire nel dimenticatoio della storia.

La seconda, invece, riguarda la crisi politica in cui versa il partito democratico. Da troppo tempo privo di un convincente programma e di una credibile leadership. Un’organizzazione che sa essere solo contro ma mai per. Una condizione che rende ad essa praticamente impossibile, chissà per quanti anni, puntare a riguadagnare il consenso della maggioranza degli americani.

Il populismo colto del Mago di Oz

Dopo la Russia, a distanza di appena un decennio ma a migliaia di chilometri di distanza, populismo e populisti comparvero, quasi d’improvviso, nella vita politica degli Usa. Grazie alla nascita, nel 1892, del People's Party.

Un partito che per un certo periodo ebbe dimensioni ragguardevoli e che nacque come reazione dei piccoli contadini (farmers), e in genere dei piccoli e piccolissimi proprietari, contro lo strapotere, giugulatorio del sistema bancario e della grande finanza. Ma fin dai primi anni del ‘900, tuttavia, il People's Party vide contrarsi drasticamente la propria capacità di penetrazione e i propri consensi. Nel 1912 il partito non esisteva più.

Eppure dal 1892, quando era stata varata a St. Louis la sua piattaforma partitica, il sostantivo populismo ebbe un formidabile successo politico e mediatico. Nei primi anni ’90 dell’800 il People’s Party riuscì a darsi un solido assetto organizzativo. Divenendo punto di riferimento di una vasta ondata di protesta che agitava le campagne. A causa della depressione sociale e morale che, in particolare negli stati del Sud, aveva fatto seguito alla sanguinosa guerra di secessione. Ma anche agli effetti della grande depressione che tra il 1870 e il 1897 aveva fatto crollare di anno in anno i prezzi dei prodotti agricoli.

Le aree geografiche in cui si insediò il partito populista, che ha rappresentato nella storia americana il tentativo forse più serio di spezzare il tradizionale duopolio del sistema politico statunitense, furono peraltro quasi esclusivamente quelle più colpite dalla crisi: gli ex Stati confederati del Sud e quelli del Midwest. Intercettando sentimenti, umori e frustrazioni che da allora in poi non sono mai più tramontati nel mainstream socio-politico americano. Che puntava il dito contro il mondo dell’industria e della finanza, di cui Wall Street era l’emblema. Che secondo i populisti poteva essere indebolito con la sostituzione dell’oro, allora unico mezzo di pagamento, con il libero conio dell’argento. Che avrebbe, infatti, determinato un aumento della massa monetaria. E che facendo salire l’inflazione avrebbe diminuito il costo del denaro e, quindi quello dei prestiti bancari gravanti sui piccoli contadini. Una proposta di nuova strategia economica che i populisti accompagnavano con la richiesta di calmieramento dei prezzi agricoli (con la creazione di depositi federali dove immagazzinare le eccedenze), della nazionalizzazione delle ferrovie e, sul piano politico-istituzionale, dell’introduzione dello strumento del referendum.

Ma c’era, però, un altro fronte per i populisti: gli immigrati e il nascente melting pot. Che spiega le ragioni dell’odio dichiarato e radicato, soprattutto tra i militanti di base, nei confronti degli ebrei, dei nuovi immigrati, degli stranieri e, naturalmente, dei neri. Un atteggiamento di risentimento rancoroso che non risparmiava neppure l’intellighènzia. Alla cui decadenza veniva contrapposta la semplice etica dell'uomo comune (everyman) e dei produttori onesti. Contro i quali i gruppi di affari, per difendere i propri interessi, non esitavano ad ordire giganteschi complotti. Che rientravano, secondo i documenti programmatici del People's Party, in "una vasta cospirazione contro l'umanità, organizzata su due continenti e ormai dilagante nel mondo intero".

Un tema che fu al centro della Convention di Chicago del 1896 conclusa da William Jenniger Bryan con quello che è unanimemente considerato il più appassionato e straordinario discorso della storia politica americana: The Cross of Gold. “Voi ricchi non pianterete sulla fronte dei lavoratori questa corona di spine e non crocifiggerete l’umanità sulla Vostra Croce d’Oro”. Potremmo concludere qui se non fosse che fu proprio quell’episodio ad ispirare uno dei maggiori e più amati capolavori della letteratura per l’infanzia: Il Mago di Oz. Che altro non è che un’allegoria, piena di amore e nostalgia, per il mondo sognato e mai raggiunto del People’s Party.

Le elezioni USA preoccupano i populisti

Per il populismo europeo sarebbe certo un problema politico se lo Zio d’America diventasse meno potente di quello che è. Perché questo è quello che rischia Donald Trump alle prossime ed ormai imminenti elezioni di midterm americane. Visto che in 35 delle 38 competizioni di questo tipo svoltesi negli Usa dal secondo dopoguerra ad oggi, l’inquilino della Casa Bianca è uscito regolarmente battuto. Perdendo il controllo di uno dei due rami del Congresso. Se non addirittura, come capitò ad Obama nel 2014, entrambi.

Una tradizione nella quale confidano molto i democratici. Che sperano, con buone chance, di riconquistare la maggioranza alla Camera dei Deputati. Un’eventualità data al 70/75% dal Cook Political Report e addirittura all’84% da Five Thirty Eight di Nata Silver. Cosa che, invece, si presenta assai più ardua per quel che riguarda il Senato. Dove, nonostante tra loro e la maggioranza repubblicana lo squilibrio sia oggi di soli 2 seggi ( 49 a 51 ), la possibilità di rimonta è più problematica. Perché i democratici non sono affatto sicuri di riuscire a conservare i seggi senatoriali di tre fondamentali collegi ( Nord Dakota, Florida e Missouri ) oggi vacanti per il ritiro a vita privata, causa limiti di età, di tre storici senatori del Partito dell’Asinello.

Se davvero le cose andassero così, ed i democratici dovessero riuscire a riprendere la presidenza della Camera, allora per Trump sarebbero guai seri. Per la semplice ragione che con la maggioranza dei deputati dalla loro i democratici avrebbero i voti sufficienti per fare scattare le procedure di impeachment del Presidente. E consentire all’indagine del procuratore Miller di procedere spedita. Eliminando gli intralci che ad essa Trump ha potuto fino ad oggi frapporre al riparo della maggioranza parlamentare del suo partito.

Ma Donald non è affatto spacciato. In primo luogo perché, visto il carattere, c’è da stare certi che si batterà fino all’ultimo voto. Viaggiando da un territorio all’altro del suo immenso paese per arringare e galvanizzare , come nessuno meglio di lui sa fare, i fan della sua base. Ma soprattutto perché ha dalla sua quella che potrebbe essere l’arma decisiva. L’economia. Che tira come forse non era mai accaduto dagli anni dell’arrivo alla Casa Bianca di Bill Clinton. Al punto da avere ridotto il numero dei senza lavoro ad -3,9%. Una percentuale che non si vedeva dal grande boom degli anni ’50. Come andrà a finire lo sapremo presto: il primo fine settimana di novembre.

Populismo figlio del modernismo

Chi sono e cosa vogliono questi neo populisti la cui campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta provocando tanta inquietudine nelle cancellerie del Vecchio Continente e nei piani alti di Bruxelles?

Il populista è un imprenditore politico che cerca, al pari dei suoi concorrenti, di massimizzare a suo vantaggio il profitto elettorale e mediatico. Una volta individuato un nemico nelle istituzioni statali, nelle classi dirigenti o, come nel caso di oggi, nelle forze «espropriatrici» della globalizzazione e della burocrazia di Bruxelles, li attacca in nome e per conto del Popolo. Il populista contrappone un popolo virtuoso e omogeneo contro una serie di élites e pericolosi “altri” che sono descritti come uniti nel privare (o nel cercare di privare) il popolo sovrano dei suoi diritti, valori, identità e voce. Ha un comportamento politico che potremmo definire double face, ambivalente: può essere conservatore e reazionario ma anche espressione di istanze democratiche dirette e partecipative. Va fatto presente, per chiarezza di ragionamento, che è fuorviante sostenere, come spesso invece accade, che tra il comportamento del populista e quello del demagogo non c’è differenza. Il demagogo è infatti colui che per assicurarsi vantaggi raggira ed inganna scientemente il popolo. Fino a spingerlo alla rovina. Mentre nel caso del populista si deve vedere, specificatamente, “uno stile politico, una mentalità”. Per il populista le virtù innate del popolo rappresentano la fonte esclusiva che ne legittima l’azione politica. Insomma, il primo si basa su un’idea positiva del popolo inteso come unico e solo soggetto «pulito» ed originario della politica. Il secondo sulla sua strumentalizzazione a fini personali.

Di populisti nella storia ce ne sono stati tanti e di tutti i tipi. Di certo è che i movimenti populisti sorgono nelle fasi di rapida trasformazione sociale, quando le tradizionali strutture di potere entrano in crisi e un senso di profonda incertezza si impadronisce delle masse. Esemplare, al riguardo, la pionieristica analisi della sciagurata esperienza argentina di Peròn fatta più di sessant’anni fa da Gino Germani. Secondo cui il peronismo, di cui era acerrimo nemico, aveva rappresentato un peculiare canale di integrazione delle masse, senz’altro alternativo nella sua forma autoritaria a quello della democrazia rappresentativa, sfruttando l’esistenza, in vasti strati sociali, di un immaginario democratico latente diverso da quello liberal-democratico. Un immaginario di tipo olistico, che trovava nella frequente violazione dello spirito della democrazia rappresentativa da parte dei suoi stessi apostoli un’inesauribile fonte di vitalità e Capace, allo stesso tempo, di attrarre consensi con la sua promessa di riscatto della dignità dei lavoratori.

Il populista agisce politicamente sulla base di una visione negativa, manichea e “confrontazionista” della realtà. Molti elementi di questo nucleo di pensiero li aveva magistralmente evocati Isaiah Berlin ricordando, nel lontano 1969, che il populismo invoca una Gemeinschaft, cioè un’idea di comunità; è apolitico, in quanto radicato per lo più nella sfera sociale; ha un afflato rigeneratore, poiché intende ridare al popolo la centralità sottrattagli; vuole impiantare i valori di un mondo idealizzato del passato in quello attuale. È un “nostalgico” nel vero e proprio senso della parola. Visceralmente attaccato a ciò che vede, crede o teme stia per tramontare. Un attaccamento che nella sua logica non ha, però, una valenza disperatamente ed inutilmente conservatrice. Ma, piuttosto, quella attiva - difficile dire con quale tasso di redditività - di un anticorpo nei confronti dei contraccolpi che i processi di modernizzazione determinano nei gruppi sociali più deboli e meno protetti.

La democrazia populista si presenta come «una forma estrema di democrazia», che ridà nelle mani dei cittadini tutto il potere possibile. È alternativa al modello della democrazia liberale basato sul meccanismo decisionale della delega ai partiti ed alle organizzazioni intermedie. Mentre predilige i referendum, propositivo o abrogativo, le proposte di iniziativa popolare, la revoca del mandato parlamentare. Questa forma di populismo politico corrisponde a una forma moderna di democrazia diretta: lo dimostra il fatto che, soprattutto dopo la metà del XX secolo, è tornato in auge il referendum come strumento del populismo politico.

A differenza del Fascismo e del Comunismo per il populismo non esiste un corpo dottrinario di riferimento. Condiviso e riconosciuto. Ed è per questo che non dispone di un’unica ricetta.

Il populista trova spazio ed ascolto quando i poteri e le istituzioni tradizionali non vedono o non si curano del fatto che tutti i processi di modernizzazione, anche quelli obbligati e potenzialmente positivi, comportano sempre costi e traumi nella società. Che non non vanno sottovalutati e, se possibile, curati. Per evitare quello che gli americani chiamano disconnect, ossia la sconnessione tra gli interessi reali e le percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati e quelli delle élites economico-politico.

Chi combatte i populisti farebbe bene a conoscerli

L’Europa, anche se contro voglia, sarà obbligata a fare i conti con i cosiddetti neo populisti. Tanto più se dovessero avere successo alle elezioni europee del prossimo maggio. Man mano che si avvicina quella data, infatti, il barometro del voto sembra indicare questo come un esito possibile anche se fino a ieri inimmaginabile. Eventualità per la quale c’è in giro più preoccupazione che riflessione. E, soprattutto, pochissima azione. Un clima che ricorda l’antica Roma ai tempi di Sagunto. Che chiacchierava mentre quello bruciava.

Un cincischiamento che nei confronti di questa composita galassia di “neo barbari” è alternato al disprezzo. Terapia che, stando ai fatti, sembra, però, la meno indicata. Visto che il loro ascolto anziché diminuire aumenta. La verità, però, è che su chi sono e cosa vogliono i neo populisti le idee risultano , a dir poco, confuse e, molto spesso approssimative. Tanto più in Italia, dove, caso unico al mondo, sono alleati di governo forze politiche figlie di populismi storicamente antitetici.

Un deficit di buona informazione che disorienta l’opinione pubblica che di questa nuova, variegata galassia politica continua a sapere poco o nulla. Che i grandi mezzi di comunicazione, prima fra tutti la tv, contribuiscono colpevolmente a peggiorare. Basta ascoltare uno dei tanti dibattiti di cui è quotidianamente inondato il piccolo schermo. Nei quali populista non è più un aggettivo ma solo un epiteto offensivo. Un insulto. Ripetuto, come se niente fosse, con l’unico obiettivo di mettere all’angolo l’avversario di turno chiudendogli la bocca.

Un’accusa che i politici si rimpallano sulla base di una logica tanto singolare quanto paradossale. Che ricorda molto da vicino quella usata da Dylan Thomas per definire l’alcolista: “che non ci piace semplicemente perché beve come e quanto noi”. Tanto è vero che se a proporre, ad esempio, il pugno di ferro contro la criminalità, la riduzione delle tasse o l’aumento della spesa sociale è uno “dell’altra parte”, allora è populista. Mentre se a fare le stesse proposte sono “loro” è perché rispondono alle sacrosante, improcrastinabili esigenze del paese! Amen!

Una Babele lessicale che diventa, invece, concettuale nel caso dell’altra accusa rivolta ai partiti populisti, in aggiunta a quella dell’impresentabilità: di essere estremisti di destra. Contestata, invece, da molti studiosi. Perché, ricerche alla mano, hanno spiegato che è quanto meno fuorviante sostenere che i populisti sono di destra solo perché cercano di sfruttare politicamente temi quali l’immigrazione e la rivolta fiscale. Visto che queste stesse questioni, spesso con l’aggiunta che riguarda il diritto del popolo di vedere reintegrata la sovranità decisionale sottrattagli, sono caldeggiate, più spesso che volentieri, anche dalla sinistra estrema. E che, in aggiunta, hanno anche fatto presente che, all’opposto della destra, gerarchica e statalista, i populisti sono, invece, per l’egualitarismo ed il comunitarismo.

Se è discutibile, dunque, che siano di destra ancor più lo è ritenerli di estrema destra. Infatti, ha chiarito Pietro Ignazi, “un partito può essere definito di estrema destra solo se il suo elettorato appartiene a quell’area dello schieramento politico e professa un’ideologia basata su valori che si richiamano al fascismo e persegue tra i suoi obbiettivi quello del sovvertimento dell’ordine democratico. Se questo è vero pensare di dire che la Lega Nord è di estrema destra è, al meglio, altamente problematico”.

Una verità che potremmo sintetizzare in tre punti: 1) gli elettori dei partiti neo populisti non vengono né tutti né sempre dall’estrema destra. Anzi, è vero in molti casi proprio il contrario; 2) i legami con l’eredità del fascismo, certamente riscontrabili in alcuni di questi partiti, non rappresentano la loro regola generale; 3) la lotta dei neo populisti non è finalizzata al sovvertimento dello Stato, se mai, al suo iper rafforzamento. Propugnano una democrazia illiberale e anti-istituzionale perché nemici di qualsiasi forma di mediazione frapposta tra il popolo e l’esercizio effettivo, diretto del potere. Criticano la democrazia rappresentativa in nome e per conto di quella diretta. Le loro posizioni non sono anti-sistema ma di protesta, anche estrema, contro il funzionamento difettoso dei meccanismi della democrazia rappresentativa.

Per dirla con Halbert O. Hirschman i neo populisti hanno una posizione di tipo voice che non sfocia nell’exit. Come invece fanno i partiti che si collocano agli estremi dello spettro politico e, in genere, le forze extra parlamentari. Per concludere, è bene anche ricordare che il neo populismo non è anti mercato ma favorevole a un capitalismo assistenziale-corporativo. I suoi veri nemici sono i burocrati di Bruxelles.

I loro salari non crescono per colpa degli immigrati

A puntare il dito contro gli immigrati, dopo la gente, ci si mettono anche le élite. L’inedita, clamorosa tendenza arriva dalla Germania. “È colpa dei nuovi arrivati”, ha detto il Presidente della Bundesbank Jens Weidmann, se mentre l’economia tedesca va come il vento, i salari rimangono al palo.

Nel mirino di quello che potrebbe essere il successore di Mario Draghi alla Banca Centrale Europea, dunque non proprio Mr. Nessuno, ci sono 2,7 milioni di lavoratori stranieri che Oltrereno, accontentandosi di stipendi da fame, abbassano la media di quelli nazionali.

L’uscita di uno dei banchieri più potenti d’Europa, se non è una rivoluzione, poco ci manca. Perché, per una volta, dopo lunghi silenzi, un rappresentante dell’establishment europeo dà voce ai left behind del Vecchio Continente impauriti dall’immigrazione e declassati dalla globalizzazione. Una novità assoluta.

Fino a oggi, infatti, questo esercito di globalizzati e scontenti (Saskia Sassen) ha trovato conforto in quei partiti neopopulisti che da Marine Le Pen in Francia fino a Jimmie Akesson in Svezia avevano, con straordinario anticipo rispetto ai competitor, colto, cavalcato e cercato di sfruttare le loro difficoltà.

Sottrarre, come ha fatto Jens Weidman, queste problematiche al monopolio degli impresari politici della paura, può, forse, essere un primo passo per individuare soluzioni serie e concrete. Proviamo a fare un esempio.

Il caso tedesco, in cui l’economia tira ma gli stipendi no, dimostra, forse, quello che George Borjas, pioniere mondiale degli studi sull’impatto dell’immigrazione nell’economia dei paesi ospitanti, sostiene da trent’anni. Ovvero che quando il mercato del lavoro non è segmentato e quindi nazionali e immigrati sono in competizione, l’aumento della disponibilità di risorse umane straniere disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A scapito degli operai autoctoni che hanno le medesime expertise dei nuovi arrivati, ma a favore dei loro datori di lavoro. Con l’arrivo della manodopera immigrata, dunque, tra i nazionali c’è chi perde e chi guadagna.

La soluzione neopopulista, sbattiamoli fuori e sbarriamo le frontiere, è fuffa, strizza l’occhio ai perdenti, ma ignora i vincenti: quale imprenditore lombardo o bavarese rinuncerebbe senza batter ciglio alle braccia straniere a buon mercato?

La soluzione alternativa a quella neopopulista, cioè quella dei partiti di governo, dell’establishment, che dovrebbe saltar fuori, ad esempio, dai vertici e contro vertici di Bruxelles, non c’è. Su questi temi, scottanti e impopolari, i premier di mezza Europa balbettano. Adesso, però, la misura è colma. E il Presidente della Bundesbank ha dimostrato di averne contezza.

Se la discesa delle élite nel campo dell’immigrazione porterà all’elaborazione di proposte non populiste ma di buon senso partendo, ad esempio, non dal se ma dal come e a chi ridistribuire il surplus generato dai nuovi arrivati, è ancora presto per dirlo.

Dopo Brexit e Trump i left behind scuotono la Germania

Dopo la vittoria in Inghilterra della Brexit e lo sfondamento di Trump negli USA il mezzo terremoto delle recenti elezioni in Germania conferma che nelle società di punta dell’Occidente industrializzato è in atto quella che Ronald Inghelart e Pippa Norris hanno genialmente definito come una silent revolution on the contrary. Messa in atto dai “lasciati indietro” di questi paesi per dire basta ad un sistema di regole sociali e di valori culturali che li ha ridotti a viver quasi fossero estranei a casa loro. Più una rivolta che una protesta perché, sostiene Tiziano Bonazzi, composta "non solo di poveri e di esclusi, bensì di persone che si sentono homeless at home, senza casa propria, vale a dire derubati dei loro sentimenti”.

Una verità che obbliga a riflettere. Perché le cause scatenanti di tanto malcontento non sono, come da molte parti ci si ostina a voler credere, solo materiali. E per risolvere le quali basterebbe allargare i cordoni della borsa ed aumentare la spesa pubblica. Ma soprattutto cultural-esitenziali. Perché riguardano l’identità di interi gruppi sociali che messi fuori gioco dall’ età avanzata, dal basso livello di istruzione o dall’appartenenza etnica lottano per fermare l’onda imperante dei valori post-materiali e del cosmopolitismo multiculturale pro-diversità professato dalle élite. Che per molti anni hanno sottovalutato o, peggio ancora fatto finta di non vedere, lo spaesamento prodotto tra i left behind da un’immigrazione che nel giro di pochi anni ha cambiato gli stili di vita, il profilo demografico, i linguaggi e gli usi di quella da loro considerata da sempre solo come casa propria. Se le cose stanno così, visto che nessuno può pensare di fermare la storia per tornare indietro, i pericoli da cui guardarsi sono fondamentalmente due.

Il primo è quello degli arruffapopolo che, sfruttando le paure e le tensioni di questo mondo in rivolta, ne cercano il consenso smerciando come futuro la nostalgia del bel tempo andato.

Il secondo, meno cialtronesco ma non meno pericoloso, di quelli che come il manzoniano Don Ferrante preferiscono “mota non quietare e quieta non movere” in attesa che passi la nottata.

Cos’è e com’è nata Alternative für Deutschland

Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, con lo slogan "Germany first", che ricorda da vicino l'"America first" di Donald Trump, un partito di destra entra nel Parlamento tedesco. Alle elezioni politiche di ieri in Germania, l’Alternative für Deutschland (AFD) ha, infatti, conquistao il 12,4% dei voti ed eletto 94 deputati. Fondato da un gruppo di intellettuali anti-euro guidati dal Professor Bernd Lucke, ha esordito alle elezioni politiche 2013 senza riuscire superare la soglia di sbarramento del 5% (si fermò al 4,7%) necessaria per accedere alla ripartizione dei seggi parlamentari. Il successo è arrivato un paio di anni dopo. Tutto merito di Frauke Petry, che dopo aver scalzato dal vertice Bernd Lucke, ha spostato l'asse di AFD su posizioni di estrema destra flirtando con il movimento islamofobo tedesco Pegida e criticando le politiche di accoglienza dei migranti di Angela Merkel. Una ricetta vincente che ha trasformato il partito in un formidabile catalizzatore dei timori suscitati in molti cittadini dall'emergenza rifugiati e dagli attentati jihadisti che hanno colpito la Germania. Sotto la leadership di Petry, Afd è, così, entrato in ben 10 dei 16 parlamenti regionali. Ma con il successo sono arrivate quelle su cui oggi tutti i nemici di questo movimento puntano (o sperano): le divisioni interne. Che, non a caso, hanno costretto anche Petry a gettare la spugna per lasciare spazio al tandem Alice Weidel, lesbica sposata con una svizzera di origini srilankesi, e l’avvocato ultrasettantenne Alexander Gauland. Sono loro gli artefici del successo di ieri.

Ha tradito Le Pen per un rifugiato iraniano

Quella tra Béatrice Huret e Moktar non è una storia d’amore come le altre. Visto che il connubio tra una quarantacinquenne francese, fino ad un paio d’anni fa seguace dell’ultra razzista Marine LePen, ed un giovane migrante iraniano è, a dir poco, anticonvenzionale. Così come il luogo dove è scattata la “loro” scintilla: la tristemente nota “giungla" di Calais. Un campo profughi, che di romantico ha ben poco, di oltre 10 mila tra uomini, donne e bambini in attesa di riuscire ad attraversare la Manica per raggiungere Regno Unito. Tra loro Moktar, professore iraniano di 34 anni, fuggito dal suo paese dopo essersi convertito al cristianesimo.

Quando si sono incontrati Béatrice era una giovane recluta del volontariato mossa dal desiderio di fare qualcosa per aiutare tutte quelle persone che vivevano in condizioni disumane a soli 20 km da casa. Una scoperta inaspettata per una lepenista fervente con tanto di tessera del Front National. Cui si era iscritta non solo perché al marito, poliziotto, era vietato ma anche per la sincera preoccupazione che le dava l’arrivo di tante facce straniere.

Rimasta vedova la sua vita è, sia pur lentamente, cambiata. Iniziando a portare cibo e vestiti agli “ospiti” della giungla ha, infatti, conosciuto un’umanità che non sapeva esistesse. Fino ad incrociare due occhi scuri che l’hanno ammaliata: “Ero seduta e lui mi si è avvicinato molto dolcemente chiedendomi se volessi una tazza di tè. È stato amore a prima vista" ha detto.

Ma come in ogni vera storia d'amore gli ostacoli non sono certo mancati. A partire da quello della lingua: niente francese per lui, troppo poco inglese per lei. Ed oggi sono addirittura costretti a vivere la loro passione via webcam. Dopo che Moktar è riuscito a raggiungere “la terra promessa”. Grazie proprio all’aiuto di Béatrice che ha rimediato per lui ed altri due rifugiati una piccola barca: “Li ho vestiti come se fossero usciti per una gita di pesca”. Una gita che, però, ha rischiato di finire in tragedia se non fosse stato per l’arrivo ed il salvataggio dei tre da parte della guardia costiera di Sua Maestà.
Moktar, ottenuto l’asilo vive adesso in un ostello per rifugiati a Sheffield. Dove Béatrice, cui le autorità di frontiera britanniche hanno vietato di trasferirsi sul suolo di Albione, si reca in visita ogni due settimane con il traghetto. Eppure, nonostante un futuro tutt’altro che roseo lei non ha dubbi: “ne è valsa la pena. Si fa di tutto per amore”.

Se la sinistra diserta in Francia passa la Le Pen

Sul cruciale ballottaggio per la presidenza francese di domenica prossima tra il centrista Emmanuel Macron e la frontista Marine Le Pen aleggia un antico, pericoloso spettro di cui pochi parlano ma che potrebbe fare la differenza: l’istinto suicida della sinistra. Visto che il leader maximo della France Insoumise Jean-Luc Mélenchon ha pensato bene, con la scusa che il borghese ed algido europeista Macron  è un nemico delle classi popolari quanto la Le Pen, di non dare ai suoi militanti indicazioni di voto. Cosa che potrebbe giustificare molti a disertare le urne e così, di fatto, dare un inatteso quanto determinante aiuto alla candidata del Front National.

Un errore che riporta alla mente, fatte le debite differenze, quello commesso nell’Europa degli anni Trenta del ‘900 dai comunisti del Comintern. Che di fronte al fascismo montante decisero di attaccare anziché allearsi con i partiti del socialismo riformista con una sentenza di scomunica riportata in tutti i libri di storia: “da  destra del proletariato siete divenuti la sinistra della borghesia”.  Una scelta, quella della gauche proletarienne, che consentirà forse a molti militanti di continuare a sentirsi “duri e puri” ma di fare il gioco del nemico peggiore. Un problema molto serio. Che faranno ad esempio, dopo la posizione presa dal grande capo, gli elettori del superlepenista paesino di Nantes-la-Ville che al primo turno hanno inaspettatamente consentito alla sinistra degli Insoumise di arrivare in testa con 7 punti percentuali di distacco sul partito di Marine? Oppure quelli di molti quartieri popolari dove, per usare le parole de Le Monde “Mélanchon a raflé la mise au premier tour et Macron est souvent mal perçu”? Ma non basta. Visto che a destra, all’opposto, non  si intravvedono defezioni né desistenze, mentre è possibile che oltre ai voti raccolti al primo turno dal conservatore Nicolas Dupont-Aignant, la débâcle di Fillon spinga nelle braccia della Le Pen significativi pezzi dell’establishment elettorale repubblicano.

Insomma, a differenza di quanto molti ripetono, riteniamo la vittoria di Macron auspicabile ma appesa a un filo. L’unica speranza è che dopo gli esiti non proprio esaltanti della Brexit, e dei primi 100, inconcludenti giorni della presidenza Trump, Oltralpe si facciano, come si dice, i conti in tasca. Decidendo di risparmiarsi i costi che per loro comporterebbe la vittoria di quella che Giuseppe Berta ha magnificamente definito come l’”economia politica della nostalgia” .