Trump gioca col muro per avere altro

Come mai Trump, anche se la pressione dei clandestini ai confini USA è crollata ai livelli del 1971, continua pervicacemente a chiedere al Congresso di finanziare il muro con il Messico? Una domanda che sorge spontanea visto che venerdì scorso, non appena incassata l’intesa parlamentare bipartisan, a suo tempo negata ad Obama, sulla moratoria temporanea al blocco della spesa pubblica, è tornato di gran carriera a battere cassa per la realizzazione di quella che considera l’opera simbolo della sua presidenza. Ben sapendo che, oltre alla feroce ed insuperabile ostilità dei democratici, su di essa c’è notevole freddezza anche da parte dei maggiorenti repubblicani. Ed in particolare dei grandi finanziatori del suo partito che, con i fratelli Koch in testa, hanno ripetutamente cercato di dissuaderlo dallo spendere le decine di miliardi di dollari necessari alla sua realizzazione.

Difficoltà ulteriormente aggravate dalla consapevolezza che, quand’ anche dovesse un giorno arrivare l’ok del Campidoglio, gli anni necessari al suo completamento andrebbero ben oltre quelli di un suo eventuale secondo mandato. Di qui il dubbio, malizioso ma non infondato, che Trump più che volere usa il “muro”. Come una sorta di arma contundente utile per riuscire ad imporre quelle radicali modifiche alla politica dell’immigrazione statunitense mancate dai suoi predecessori.

Una tattica già usata lo scorso settembre con il rifiuto di firmare l’automatico rinnovo del DACA (il Deferred Action for Chilhood Arrivals varato da Obama per evitare l’espulsione dei figli dei clandestini nati o arrivati negli USA con i loro genitori in tenera età). Con l’intento perfidamente abile di riuscire ad ottenere - scaricando sul Congresso, e in primis sui democratici, la responsabilità di varare entro marzo 2018 una norma di sanatoria ad hoc per evitare loro guai con la Homeland Security – via libera sulle due questioni che oggi più gli stanno a cuore: ridurre al minimo gli ingressi via ricongiungimenti familiari e sostituire quelli per lavoro con un più selettivo sistema a punti (merit-based).

Stringendo queste che sono le due principali porte di ingresso ufficiali per gli stranieri in America Donald, per chi non l’avesse capito, potrebbe puntare là dove mai nessun presidente, democratico o repubblicano che fosse, si era mai in precedenza spinto: riuscire a dare un giro di vite all’immigrazione non solo clandestina ma a quella regolare. Con buona pace del muro prossimo venturo.

Clandestini in calo, funziona l’effetto-annuncio di Trump

Anche se non è stato ancora costruito il muro anti-clandestini di Trump funziona. A dirlo sono i numeri resi noti martedì scorso dal capo dell’Immigration and Customs Enforcement americana. Che nei dieci mesi della nuova presidenza ha arrestato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il 25% in meno di immigrati che dal Messico tentavano di mettere piede senza autorizzazione nel paese a stelle e strisce.

Un calo degli ingressi clandestini, come non si vedeva da tempi immemorabili che, iniziato negli anni della grande crisi economica USA, ha però avuto un decisivo colpo di accelerazione con l’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca. Il cui messaggio aggressivo è riuscito, come dimostrano i dati, a scoraggiare molti convincendoli a rinviare a tempi migliori il viaggio al Norte tanto atteso e agognato. Una verità evidenziata anche dal fatto che in parallelo al calo del numero degli arresti sono invece aumentate le aggressioni subite dagli agenti del Border Patrol. Chiamati a fare i conti con il segmento più duro e disperato dell’esercito dei latinos decisi, nonostante l’aria che tira, a giocare il tutto per tutto fino all’uso della violenza pur di riuscire a mettersi alle spalle la povertà.

Ma non è solo nelle terre di confine che i clandestini stanno oggi facendo i conti con il ciclone Trump. Che rompendo con la regola non scritta ma largamente praticata dall’amministrazione Obama di dare la caccia e deportare solo gli stranieri irregolari responsabili di reati ma non gli altri, ha invece dato ordine agli uomini dell’immigration di combattere la clandestinità in quanto tale. Cominciando dai luoghi di lavoro, per anni risparmiati, e dagli imprenditori con alle dipendenze lavoratori irregolari e senza documenti. Una svolta che se confermata nei mesi a venire è destinata a mettere in grande imbarazzo, con i democratici, tutto l’agguerrito fronte avversario pro immigrati. Che per anni si sono limitati a denunciare, senza però combattere, la vera causa della montante marea degli arrivi clandestini: il big business.

Dopo Brexit e Trump i left behind scuotono la Germania

Dopo la vittoria in Inghilterra della Brexit e lo sfondamento di Trump negli USA il mezzo terremoto delle recenti elezioni in Germania conferma che nelle società di punta dell’Occidente industrializzato è in atto quella che Ronald Inghelart e Pippa Norris hanno genialmente definito come una silent revolution on the contrary. Messa in atto dai “lasciati indietro” di questi paesi per dire basta ad un sistema di regole sociali e di valori culturali che li ha ridotti a viver quasi fossero estranei a casa loro. Più una rivolta che una protesta perché, sostiene Tiziano Bonazzi, composta "non solo di poveri e di esclusi, bensì di persone che si sentono homeless at home, senza casa propria, vale a dire derubati dei loro sentimenti”.

Una verità che obbliga a riflettere. Perché le cause scatenanti di tanto malcontento non sono, come da molte parti ci si ostina a voler credere, solo materiali. E per risolvere le quali basterebbe allargare i cordoni della borsa ed aumentare la spesa pubblica. Ma soprattutto cultural-esitenziali. Perché riguardano l’identità di interi gruppi sociali che messi fuori gioco dall’ età avanzata, dal basso livello di istruzione o dall’appartenenza etnica lottano per fermare l’onda imperante dei valori post-materiali e del cosmopolitismo multiculturale pro-diversità professato dalle élite. Che per molti anni hanno sottovalutato o, peggio ancora fatto finta di non vedere, lo spaesamento prodotto tra i left behind da un’immigrazione che nel giro di pochi anni ha cambiato gli stili di vita, il profilo demografico, i linguaggi e gli usi di quella da loro considerata da sempre solo come casa propria. Se le cose stanno così, visto che nessuno può pensare di fermare la storia per tornare indietro, i pericoli da cui guardarsi sono fondamentalmente due.

Il primo è quello degli arruffapopolo che, sfruttando le paure e le tensioni di questo mondo in rivolta, ne cercano il consenso smerciando come futuro la nostalgia del bel tempo andato.

Il secondo, meno cialtronesco ma non meno pericoloso, di quelli che come il manzoniano Don Ferrante preferiscono “mota non quietare e quieta non movere” in attesa che passi la nottata.

Cos’è e com’è nata Alternative für Deutschland

Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, con lo slogan "Germany first", che ricorda da vicino l'"America first" di Donald Trump, un partito di destra entra nel Parlamento tedesco. Alle elezioni politiche di ieri in Germania, l’Alternative für Deutschland (AFD) ha, infatti, conquistao il 12,4% dei voti ed eletto 94 deputati. Fondato da un gruppo di intellettuali anti-euro guidati dal Professor Bernd Lucke, ha esordito alle elezioni politiche 2013 senza riuscire superare la soglia di sbarramento del 5% (si fermò al 4,7%) necessaria per accedere alla ripartizione dei seggi parlamentari. Il successo è arrivato un paio di anni dopo. Tutto merito di Frauke Petry, che dopo aver scalzato dal vertice Bernd Lucke, ha spostato l'asse di AFD su posizioni di estrema destra flirtando con il movimento islamofobo tedesco Pegida e criticando le politiche di accoglienza dei migranti di Angela Merkel. Una ricetta vincente che ha trasformato il partito in un formidabile catalizzatore dei timori suscitati in molti cittadini dall'emergenza rifugiati e dagli attentati jihadisti che hanno colpito la Germania. Sotto la leadership di Petry, Afd è, così, entrato in ben 10 dei 16 parlamenti regionali. Ma con il successo sono arrivate quelle su cui oggi tutti i nemici di questo movimento puntano (o sperano): le divisioni interne. Che, non a caso, hanno costretto anche Petry a gettare la spugna per lasciare spazio al tandem Alice Weidel, lesbica sposata con una svizzera di origini srilankesi, e l’avvocato ultrasettantenne Alexander Gauland. Sono loro gli artefici del successo di ieri.