Se la sinistra diserta in Francia passa la Le Pen

Sul cruciale ballottaggio per la presidenza francese di domenica prossima tra il centrista Emmanuel Macron e la frontista Marine Le Pen aleggia un antico, pericoloso spettro di cui pochi parlano ma che potrebbe fare la differenza: l’istinto suicida della sinistra. Visto che il leader maximo della France Insoumise Jean-Luc Mélenchon ha pensato bene, con la scusa che il borghese ed algido europeista Macron  è un nemico delle classi popolari quanto la Le Pen, di non dare ai suoi militanti indicazioni di voto. Cosa che potrebbe giustificare molti a disertare le urne e così, di fatto, dare un inatteso quanto determinante aiuto alla candidata del Front National.

Un errore che riporta alla mente, fatte le debite differenze, quello commesso nell’Europa degli anni Trenta del ‘900 dai comunisti del Comintern. Che di fronte al fascismo montante decisero di attaccare anziché allearsi con i partiti del socialismo riformista con una sentenza di scomunica riportata in tutti i libri di storia: “da  destra del proletariato siete divenuti la sinistra della borghesia”.  Una scelta, quella della gauche proletarienne, che consentirà forse a molti militanti di continuare a sentirsi “duri e puri” ma di fare il gioco del nemico peggiore. Un problema molto serio. Che faranno ad esempio, dopo la posizione presa dal grande capo, gli elettori del superlepenista paesino di Nantes-la-Ville che al primo turno hanno inaspettatamente consentito alla sinistra degli Insoumise di arrivare in testa con 7 punti percentuali di distacco sul partito di Marine? Oppure quelli di molti quartieri popolari dove, per usare le parole de Le Monde “Mélanchon a raflé la mise au premier tour et Macron est souvent mal perçu”? Ma non basta. Visto che a destra, all’opposto, non  si intravvedono defezioni né desistenze, mentre è possibile che oltre ai voti raccolti al primo turno dal conservatore Nicolas Dupont-Aignant, la débâcle di Fillon spinga nelle braccia della Le Pen significativi pezzi dell’establishment elettorale repubblicano.

Insomma, a differenza di quanto molti ripetono, riteniamo la vittoria di Macron auspicabile ma appesa a un filo. L’unica speranza è che dopo gli esiti non proprio esaltanti della Brexit, e dei primi 100, inconcludenti giorni della presidenza Trump, Oltralpe si facciano, come si dice, i conti in tasca. Decidendo di risparmiarsi i costi che per loro comporterebbe la vittoria di quella che Giuseppe Berta ha magnificamente definito come l’”economia politica della nostalgia” .  

Comunque vada Wilders perderà

Se commentare l’esito di un’elezione prima di conoscere i risultati delle urne può essere rischioso, certamente obbliga a spremere le meningi e ragionare. Soprattutto in un caso come quello del voto appena iniziato in Olanda il cui esito, per le ragioni che più avanti cercheremo di spiegare, è, all’opposto di quanto molti sperano  o temono, già scritto.

Geert Wilders, infatti, e il suo forsennato populismo xenofobo ed anti europeo, comunque andranno le cose,  oltre a non vincere è destinato ad essere severamente ridimensionato. Determinando un effetto “valanga alla rovescia” sui sogni di gloria degli altri populisti continentali capeggiati da Marine Le Pen & Co. Un’affermazione, la nostra, che potrebbe apparire se non altro azzardata visto il can-can di pronostici riservato dai media di mezzo mondo alle odierne elezioni nei  Paesi Bassi. Quasi un clima di ansia collettiva che un’attenta analisi delle variabili in campo rende però poco giustificato. Per almeno due ragioni.

La prima attiene al modello elettorale olandese. Che essendo basato su un sistema super proporzionale  (ad un partito basta lo 0,7% dei consensi entrare in Parlamento) non consentirà mai a nessuno degli attori in campo di avere un numero di eletti tale da permettergli  di governare da solo. Ragione per la quale, tanto per farci capire, anche se Wilders avanzasse di qualche punto percentuale e, cosa assai improbabile, riuscisse a superare la soglia dei 24 deputati ottenuti nella super performance delle elezioni politiche  2009, per imporre il suo programma e governare da solo gliene servirebbero 96! Ma tra un partito populista come il suo e un governo di coalizione corre lo stesso rapporto di quello immaginabile tra il demonio e l’acqua santa. Per arrivare al potere un movimento populista non può sfruttare ma rompere il modello elettorale nel quale si trova ad agire. Sia esso super proporzionale, come quello olandese o super maggioritario come quello francese. Che, non a caso,  obbliga il Fronte Nazionale lepenista a tenere inutilmente in frigorifero i 6 milioni di voti che da vent’anni a questa parte ciclicamente riesce a raccogliere.

La seconda ragione è, invece, di ordine culturale. Per quanto possenti possono essere state le trasformazioni seguite all’immigrazione di massa e profondi i drammi politici che hanno investito Amsterdam e dintorni, il popolo olandese non è dominato, come crede Wilders, dal rancore ma, se mai,  dalla malinconia.  Capace di provocare depressione e cedimenti dell’animo ma mai la cattiveria necessaria per uccidere una storia di libertà e civiltà secolari.

Cala il benessere e il populismo cresce

Per i governanti non risolvere i problemi è una colpa grave. Che, però, diventa gravissima quando non riescono, o fanno finta, di non vederli. E, come il malato che, sbagliando, pensa sia il termometro la causa della febbre danno la colpa del malcontento e della disaffezione dilaganti tra i cittadini ai populisti. Che con il loro confuso, ma per molti convincente vociare, cavalcano la crisi di quello che da sempre è stato il “primo mobile” della democrazie moderna: il benessere economico. Non solo quello immediato ma, cosa ancora più grave, quello futuro.

La democrazia muore se, nei cittadini, si spegne il sogno di un futuro migliore. Una verità spietatamente messa in luce da uno studio , “The Decline in Lifetime Earnings Mobility, pubblicato a  maggio scorso  da due economisti dell’università americana del Massachusetts, Michael D. Carr e Emily E. Wienners. Che sulla base di una puntigliosa analisi dell’andamento delle retribuzioni negli USA dal 1988 al 2010, hanno dimostrato che per la stragrande maggioranza dei salariati “l’ascensore” sociale non solo è fermo da anni ma lo resterà ancora a lungo. Ragione per la quale  oggi, a differenza di quanto da sempre avvenuto nelle moderne democrazie industriali, i lavoratori non hanno più né chance né aspettative di un futuro migliore. Nella scala sociale non si sale più. Con il risultato che, ormai, quello che conta di più nella loro esistenza non è il punto di arrivo ma quello d’ inizio. Sono e resteranno inchiodati ai blocchi di partenza.

Una novità che spiega molto del crescente nervosismo di quel delicatissimo, ma decisivo, ganglio sociale qual è il ceto medio. Che privato delle aspettative di salire ai piani superiori del benessere sociale difende rabbiosamente i propri spazi, bloccando alla porta di ingresso chi, alla ricerca di uno status migliore, tenta, da sotto, di guadagnare un pezzetto del suo “posto al sole”. Uno scenario plumbeo sul quale, rincarando la dose, è arrivato come una mazzata l’uno-dùe dell’ultimo, recentissimo rapporto stilato dal McKinsey Global Institute: Poorer than their Parents? Flat or Falling Incomes in Advanced Economies”. Che sulla base di un’inchiesta condotta in 25 nazioni industrializzate ha calcolato che, tra il 2004 e il 2014, il reddito di 540 milioni di persone (65/70% del totale dei nuclei familiari) o non è aumentato, nel caso dei più fortunati, oppure diminuito. Ragione per la quale: “Nearly one-third of those who are not advancing said they think their children will also advance more slowly in the future, and they expressed negative opinions about free trade and immigration". Tutta colpa di Trump e della Brexit?

Le Pen ci ha provato, Brexit ci è riuscito

Con Brexit i neopopulisti si insediano ben oltre i piani alti della politica europea. Per la semplice ragione che cambiando spalla al fucile rispetto ai populisti di un tempo, hanno capito che era arrivato il momento di difendere un “neopopolo” composto da molti nuovi attori sociali posti in grave sofferenza dalla globalizzazione e dall’immigrazione. Questi nuovi imprenditori hanno dato voce non al rancore della tradizionale classe operaia che tra gli anni ’80 e ’90 del Novecento ha cominciato a votare Front National e Lega Nord. Ma al malessere inquieto e rivendicativo della classe media nel suo insieme. Visto che ad essere crescentemente coinvolte dalla crisi sono, ecco la novità, molte se non tutte le fasce medio alte del lavoro autonomo e dipendente.Tecnici, insegnanti, ingegneri, avvocati, architetti, programmatori informatici, imprenditori piccoli e medi, artigiani etc. sono i nuovi, veri perdenti della globalizzazione. Presi nella tenaglia di un meccanismo micidiale ma fuori dalla loro portata. Perché uno degli elementi fondamentali che oggi alimenta le tensioni sociali è rappresentato dal fatto che se è vero che le diseguaglianze possono essere frutto di fenomeni globali è anche vero che i guai più seri sono locali. Ceti da sempre decisivi per gli equilibri politici e le sorti elettorali dei partiti tradizionali (di centro, destra e sinistra), che oggi assistono, con rabbiosa impotenza, al crollo delle strutture portanti del loro vecchio mondo antico costruito sulla sicurezza economica e l’identità di status.

Il problema dunque è lo stesso di cui parla Trump: la classe media. Basta leggere le proiezioni pubblicate sull’ultimissimo bollettino del Bureau of Labor Statistics americano secondo le quali, non differentemente dall’ultimo decennio, anche il prossimo vedrà un aumento della polarizzazione dei lavori tra quelli poco pagati e dequalificati da una parte, e quelli ultra pagati e super professionali dall’altra:  “è in rapida diminuzione il numero degli impieghi stabili e sicuri che consentirono, soprattutto a partire dagli anni ’50 del secolo scorso l’aumento delle classi medie […] visto che oggi il tasso di crescita di quelli con buone retribuzioni, che rappresentano la spina dorsale della classe media, è inferiore all’1%

Sul maiale a scuola non copiamo l’Isis

L’integralismo laico è capace, talvolta, di raggiunge gli stessi livelli di perversa perfidia di quello religioso (leggi musulmano). Emblematico, al riguardo, il caso del sindaco, e con lui dell’intero consiglio comunale, di Chalon-sur-Saône, piccolo centro della provincia francese. Che hanno decretato di cancellare dalle mense scolastiche l’opzione dei pasti senza maiale.

Una decisione giustificata dal fatto che consentire ad alcuni allievi di rifiutare, per ragioni religiose, il suino a tavola rappresenta una “discriminazione” dei loro compagni. Che scalfisce uno dei valori cardine della laicité transalpina in base al quale è “bene e buono” che  nelle scuole si mangi tutti le stesse cose. Dimenticando, però, che imporre a dei bambini di scegliere se buttare giù il maiale o morire di fame o, come si dice dalle nostre parti,  tra la minestra o la finestra, più che scriteriato è uno stupido atto di perfidia.

Questa  vicenda, su cui a breve, dopo il ricorso presentato dai genitori di alcuni piccoli musulmani,  si esprimerà la magistratura, insegna almeno due cose. La prima riguarda i guasti, spesso irreparabili, che produce la perdita del buon senso. Soprattutto quando si maneggiano materie delicatissime ed esplosive per l’equilibrio e “la  pacifica coesistenza” sociali quali sono, appunto, il rispetto della diversità e la difesa dell’eguaglianza. La seconda è che l’integralismo e l’intolleranza,  religiosi o laici che siano, vanno evitati sempre e comunque come la peste.

Elezioni europee 2014, da Beppe Grillo a Marine Le Pen: quelli che fanno ridere e tremare l’Europa

A poche settimane dalle prossime elezioni europee, un dato è certo: anche se controvoglia, saremo obbligati a fare i conti con i neopopulisti di Marine Le Pen & co. Chi sono e cosa vogliono? Sono antieuropeisti, ma rifiutano Grillo e la destra reazionaria dell’Est Europa. Lottano contro l’Islam e chiedono meno immigrazione. Ma difendono i diritti degli ebrei e degli omosessuali in nome della tolleranza e della tradizione liberale europea. Danno voce a un ceto medio declassato e impaurito che non si sente protetto dai governi. Ecco alcune delle questioni di cui tratta l’ebook Marine Le Pen & Co. Populismi e neopopulismi in Europa, firmato da Guido Bolaffi e Giuseppe Terranova. Con un’intervista esclusiva alla leader del Front National balzata agli onori della cronaca nelle ultime settimane. Una fotografia ravvicinata e aggiornata di un universo che fa tremare mezza Europa. Gli autori non si fermano però alla stretta attualità. Per far capire bene chi sono i neopopulisti, sono risaliti indietro nel tempo. Quando a fine Ottocento il populismo si affacciò per la prima volta sulla scena politica internazionale. Nella Russia degli zar e, pochi anni dopo, nella giovane democrazia americana. Una lontana pagina di storia in cui compaiono personaggi come Lenin e Jenniger Bryan, ma anche un progenitore dei nostri forconi e il Mago di Oz.

A Marine Le Pen non piace Grillo ma la Lega Nord

“Meglio la Lega Nord che Beppe Grillo”. Parola di Ludovic de Danne, consigliere capo per gli affari europei di Marine Le Pen. Non certo uno che le manda a dire. “I Cinque Stelle, oltre a dire no euro, - dichiara a West - non hanno un progetto preciso e coerente. E nel loro blog hanno pubblicato solo ridicoli, diffamatori articoli contro il Front National e la nostra leader”.

Di ben altra stoffa la Lega. Secondo De Danne ha le carte in regola per far parte di un’alleanza transnazionale guidata dal tandem Le Pen-Geert Wilders (leader del PVV olandese) in vista delle prossime elezioni europee.

Quali gli altri possibili compagni di viaggio? In Austria l’Fpo (ndr che raggiunse il successo con Jorg Haider); in Svezia lo Sweden Democrats; in Belgio il Vlaams Belang; a Malta Sharon Bonici. Alleati certi, ai quali forse si aggiungeranno il movimento inglese di Godfrey Bloom e tutti i partiti mittleuropei e baltici interessati a questa causa.

Una vera e propria corazzata transnazionale fatta di nazionalisti. Con quali obiettivi? Portare a compimento un progetto sul quale Marine Le Pen lavora da almeno due anni. Spingere i cittadini europei a manifestare il loro dissenso non con l’astensione ma votando in massa questo nuovissimo cartello elettorale. Che promette – come si diceva una volta - di “rivoluzionare il sistema da dentro". Garantendo lotta all’ultimo sangue a:
- federalismo antidemocratico UE;
- immigrazione di massa;
- ingiusta e iniqua globalizzazione;
- lotta al crescente comunitarismo.

La nostra – continua De Danne – è "un’alleanza di partiti seri e professionali. Che ha a cuore la salvaguardia dell’Europa vera contro l’UE che non si preoccupa affatto degli europei e dei suoi stati membri. Bisogna andare verso una nuova direzione. L’obiettivo è fare del Vecchio Continente una Confederazione, snella ed efficiente, eliminando il controproducente strapotere della Commissione e del suo più grande disastro: l’Euro".

Post-populismo a cinque stelle

Il post populismo di Beppe Grillo suona la campana a morte del vecchio populismo. Che per decenni ha infiammato o impaurito, secondo i punti di vista, la vita politica di mezza Europa. Una novità legata ad un piccolo particolare, che poi tanto piccolo non è, sottovalutato o sfuggito ai più.

Rispetto ai tradizionali movimenti di contestazione antisistema, infatti, il programma, di quello massicciamente premiato alle elezioni dagli italiani, dell’immigrazione non fa neppure menzione. Lasciando così alle ortiche, poco importa se e quanto volutamente, lo strumento principale e più utilizzato dalla retorica propagandistica populista per soffiare sul fuoco del rancore popolare. Di settori e gruppi sociali diversi e spesso tra loro anche molto lontani. Spinti però “sulla stessa barca” dalla paura dell’immigrazione. Un tema non solo avvelenato e, a conti fatti, capace di assicurare successi sicuramente clamorosi ma effimeri. Che gli eventi “tellurici” della politica italiana sembrano condannare ad un fuori corso forse irreversibile. Visto che  l’immigrazione non è nel firmamento ideale delle  Cinque Stelle: acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo.

Una novità difficile da negare e che, soprattutto, obbliga a riflettere. Visto che segna una vera e propria soluzione di continuità storica con il populismo europeo: da quello delle origini del Fronte Nazionale in Francia e della Lega in Italia, seguiti poi, nel corso degli anni, dal FPO austriaco, dal Partito della Libertà olandese, dal Movimento Fiammingo, dal Partito Democratico Svedese fino all’UDC svizzero (trionfatore nel referendum contro i minareti) e così via.

Tutto bene, dunque? Staremo a vedere. Due cose, però, possiamo dare per assodate.

La prima: con il vecchio populismo va archiviato l’uso di questo termine, a metà tra il saccente e lo sprezzante, utilizzato dal potere politico, di pari passo con quello della cultura e dell’informazione, per bollare e mettere a tacere sempre e comunque le sue rivendicazioni.

La seconda: la storia insegna che ogni fenomeno post ha un piede nel passato e uno nel futuro. Per cui solo gli eventi ci diranno, anche per quello in questione, quale dei due sarà ad indicare la direzione di marcia.

3) Il neopopulismo europeo al bivio – GIAN ENRICO RUSCONI

L’inchiesta di West sul neopopulismo europeo continua con questa intervista al Prof. Gian Enrico Rusconi. Già Direttore dell’Istituto storico italo-germanico di Trento e Visiting Professor presso l’Università di Berlino, editorialista di diversi quotidiani nazionali, è docente di Scienza Politica presso l’Università di Torino. Rusconi è considerato uno dei più importanti storici e politologi italiani.

 

 

1) Perché le formazioni politiche che si dichiarano apertamente  anti-immigrati nascono nelle zone più ricche dove si registra una maggiore domanda di manodopera straniera e non in quelle più povere? Tant’è che si parla “populismo alpino” in riferimento ai paesi mitteleuropei che notoriamente sono tra i più sviluppati d’Europa.

Credo che la domanda vada formulata in modo diverso. Nelle zone più ricche  c’è  maggiore possibilità di articolare pubblicamente, giornalisticamente , l’ ostilità contro l’immigrazione. Di legittimarla politicamente. Nelle zone più arretrate tale ostilità rimane in uno stadio più istintivo e immediato, per così dire. Forse che nel Meridione d’Italia non ci sono brutali sentimenti  anti-immigrazione? Ma quando questi esplodono vengono subito patologizzati o ricollegati alla criminalità organizzata. Nelle zone ricche invece, dove assumono la forma del “populismo alpino” ad esempio, tali sentimenti pretendono e ottengono una “dignità” sociologica e culturale che mobilita gli analisti.

In compenso si usa il concetto di populismo come un dato di fatto autoevidente, salvo applicarlo a fenomeni molto eterogenei. Non a caso in Italia si parla di populismo leghista ma anche di populismo berlusconiano. “ Sono due cose diverse “ – si dirà. Appunto. Ma la differenza è data soltanto dalla questione dell’immigrazione, rispetto alla quale il berlusconismo non a caso è reticente se messo a confronto con il leghismo?

In realtà ciò che accomuna il leghismo e il berlusconisnmo è proprio l’enfasi sul “popolo” – inteso dal primo come popolo etnico padano e dal secondo come  popolo-degli-elettori berlusconiani. In entrambi i casi c’ è una sottile presa di distanza dal popolo inteso nel senso della cittadinanza costituzionale così come si è espressa ( o meglio era sottintesa ) sinora, bene o male,  nella vita politica italiana.

2) L’immigrazione, come tutti i fenomeni di modernizzazione, produce tensioni e paure nella società. In particolar modo, le fasce più deboli si sentono minacciate dai nuovi arrivati. Come spiega il fatto che la sinistra europea, che tendenzialmente si dichiara  pro-immigrati, perde il contatto proprio con queste fasce della popolazione che per molti anni hanno rappresentato una parte importante del proprio elettorato?

Non esiste più  una “sinistra europea”  nel senso sotteso dalla domanda. La sinistra si è autoconvinta di essere pro-immigrazione per ragioni ideali storiche (sinceramente condivise) senza capire che lo status dell’immigrato, nonostante gli indicatori materiali, non è assimilabile  ( o succedaneo) a quello del proletariato tradizionale. Tant’è vero che quando riesce a far votare gli immigrati ( a livello locale amministrativo) la sinistra ottiene assai meno consensi di quanto si attendeva.

Ma soprattutto la sinistra non riesce a capacitarsi come mai lavoratori autoctoni di regioni culturalmente e politicamente avanzate ( dove un tempo essa era influente) ora votano Lega o comunque sono molto freddi verso le politiche di sostegno dell’immigrazione proposte dalla sinistra.

E’ un problema serio, soprattutto perché è reso complicato dalla interferenza di motivazioni  religiose che la sinistra, con il suo laicismo, sia pure illuminato, fa fatica a capire. Con la conseguenza che essa stessa non è capita né dagli immigrati (islamici innanzitutto) ai quali è sostanzialmente estraneo il concetto di laicità né dal “popolo cristiano” quale viene riscoperto in chiave identitaria presuntivamente religiosa ( tipica è l’idea del crocifisso come simbolo culturale occidentale). In compenso è stupefacente come vengano tollerate le provocazioni della Lega contro la religione islamica, ,o meglio contro le sue necessità espressive esteriori, percepite come “offensive” per l’identità popolare “italiana” ( si noti la disinvoltura con cui in questo caso la “italianità storica” viene restaurata a dispetto della Padania). Credo che qui le analisi socio-economiche servono molto poco.

Il discorso si allarga al ruolo impacciato della Chiesa italiana, che è rigorosa in linea di principio nella difesa di tutte le libertà religiose  ma nel contempo è timorosa di perdere consenso presso il suo “popolo” .

3) Tracciamo un bilancio della storia degli ultimi dieci anni di quelle formazioni politiche che semplicisticamente vengono definite populiste. Hanno vissuto storie e tragitti politici diversi: alcune sono state meteore altre, invece, si sono “parlamentarizzate”. Quali sono le ragioni di queste differenze? E, a tal proposito, non crede che Lega Nord rappresenti un esempio di “parlamentarizzazione di successo”?

La “parlamentarizzazione” del populismo ( nel senso detto sopra) è il fenomeno più interessante in Europa, che riporta ancora una volta alla esemplarità del caso italiano.

La Lega si parlamentarizza, nel senso che valorizza con successo all’interno del parlamento il suo peso elettorale, approfittando dell’alleanza strategica con il berlusconismo ( uso intenzionalmente questa espressione per segnalare che – a tutt’oggi – la persona di Berlusconi è insostituibile come collante di forze politiche che, pur considerandosi tutte di centro-destra, tendono al loro interno ad essere competitive sino alla paralisi) . Di più: tra i due leader “populisti” , Bossi e Berlusconi, c’è una grande sintonia personale nella insofferenza verso le regole parlamentari vigenti.  Si badi: non si tratta affatto di tendenze autoritarie, neofasciste, come a torto per anni la sinistra ( e molti intellettuali) ha denunciato.

Non è facile trovare un concetto che identifichi con precisione questo orientamento. Si potrebbe parlare semplicemente di tendenza “presidenzialista”, se in ogni forma di populismo non fosse presente una sorta di culto del capo che va ben al di là della formula costituzionale presidenziale.

Insomma nella combinazione tra parlamentarizzazione e presidenzialismo si giocherà il futuro del populismo europeo e italiano in particolare.




Vedi anche:



1) Il neopopulismo europeo al bivio – Jean-Yves Camus







2) Il neopopulismo europeo al bivio – DOMENICO FISICHELLA




Le Pen, figlia, spariglia

Marine Le Pen, mission accomplie. Non solo perché è scontato che i ballottaggi del secondo turno elettorale di domenica prossima, 17 giugno, assegneranno al suo Fronte Nazionale un numero di parlamentari che nessuno, fino a ieri, riteneva possibile. Ma, soprattutto, per essere riuscita là dove il padre Jean-Marie aveva, per ottusità, fallito. Sparigliare le carte del sistema politico francese. In tre mosse.

La prima, assai salata, ai danni dall’ex super potente Nicolas Sarkozy. Sloggiato dall’Eliseo per default di tanti suoi ex elettori. Che nelle urne al programma dell’UMP hanno preferito quello rivisto e corretto bleu-Marine. Una dinamica elettorale che riporta alla mente la genialità machiavellica di un altro grande regista dall’arte dello “spariglio” in terra di Francia, François Mitterand. Che trent’anni prima aveva dato spazio all’astro nascente di Le Pen padre per sottrarre voti alla destra gollista.

La seconda, chiarificatrice, ha chiuso i conti con l’inconsistenza verbosa del populismo di sinistra incarnato da Jean-Luc Mèlenchon. Passato alle cronache per la roboante affermazione, nell’occasione rivolta agli odiati cugini socialisti, “meglio essere populisti che opportunisti”. Ma stritolato dalla Le Pen 42 a 21 nella sfida elettorale diretta nel collegio di Hénin-Beaumont.

La terza, di tre giorni fa, ha posto fine alla conventio ad excludendum  del Fronte Nazionale dal sistema politico d’Oltralpe instaurata nel 2002. Quando il candidato socialista Lionel Jospin, scavalcato per il ballottaggio dal vecchio Le Pen, accettò, in nome della difesa democratica, di dare indicazione ai suoi di votare il super moderato Jaques Chirac. Un cordone sanitario anti Le Pen, oggi  Marine, maldestramente e strumentalmente riproposto, sia pure a parti invertite, dai socialisti.  Che i conservatori dell’UMP, a differenza dal passato, hanno decisamente rispedito al mittente. Un no, il loro, dalla molte, potenziali implicazioni e che sarebbe riduttivo catalogare come il niet ritorsivo e nervoso di un partito sconfitto. Non fosse altro perché, in caso contrario, non farebbe che rafforzare agli occhi di un’opinione pubblica impaurita e senza prospettive l’idea di appoggiare l’opa politica anti establishement lanciata dal populismo nuova versione di Marine Le Pen.