Diminuiscono gli sbarchi e le Ong tacciono

Sembra passato un secolo dal dicembre 2016 quando denunciavamo da queste colonne la nobile inconsapevolezza delle ONG che salvando vite nel Mediterraneo alimentavano il business dei trafficanti di esseri umani. All’epoca alcuni esponenti dell’associazionismo ci accusarono di fare informazione faziosa e parziale. Oggi prendiamo atto che loro avevano torto, noi ragione. Sia pur con l’innocenza di un bambino, le imbarcazioni del volontariato hanno, per lungo tempo, sostenuto l’immigrazione illegale nel lembo d’acqua che divide la Sicilia dall’Africa. A spezzare questo pericolosissimo circolo vizioso, è stato il ministro dell’Interno Marco Minniti. Perché ha fatto sua la battaglia di chi vuole contro chi non vuole governare l’immigrazione. Per vincerla si è mosso su due fronti.

Il primo: il codice di condotta delle Ong. Che ha imposto ordine e regole ai natanti che per troppo tempo avevano contribuito, senza neanche accorgersene, a trasformare il Mare Nostrum in Mare Vostrum alla mercé di trafficker senza scrupoli.

Il secondo: ha riallacciato i rapporti con le autorità libiche. Dagli esponenti politici ai generali fino ad arrivare ai sindaci delle principali città costiere e ai capi tribù che solo Muhammar Gheddafi era riuscito a mettere d’accordo. E non si è trattato di semplici strette di mano. A destra e a manca, in cambio di finanziamenti italiani (ed europei), il responsabile del Viminale ha messo in piedi una Santa Alleanza contro il traffico di esseri umani verso il nostro Paese. Una sofisticatissima e complessa tela diplomatica che, dati alla mano, ha portato i risultati sperati. I numeri raccontano, infatti, un crollo verticale degli arrivi. I migranti sbarcati sulle nostre coste a luglio ed agosto, rispetto allo stesso periodo del 2016, sono diminuiti del 68%: 44.846 contro 14.391.

Di fronte a questi risultati, non può sorprendere che lunedì scorso, al Vertice di Parigi sui migranti, Francia, Germania e Spagna abbiano promosso la strategia-Minniti su tutta la linea. Con l’accordo a quattro siglato nella capitale francese il pallino dell’emergenza immigrazione è passato dalle organizzazioni criminali internazionali ai governi UE. Frenare i flussi migratori illegali, accelerare quelli legali. Tant’è che il nucleo centrale della nuova intesa è la selezione ab origine, sotto egida Unhcr, in Ciad o in Niger, di chi ha le carte in regole per vedersi riconosciuto lo status di rifugiato in Europa.

Quanto basta per smentire quei cantori, di destra e di sinistra, ai quali fa comodo descrivere l’immigrazione imprevedibile e ingestibile come e peggio di un terremoto.

Puntare sulla Tunisia per convincere le Ong ribelli

Nell’efficace strategia messa in piedi dal nostro Ministro degli Interni per fare ordine nel caos Mediterraneo, manca un tassello. Che tornerebbe utile per rispondere alle obiezioni delle Ong che non hanno firmato il codice di condotta perché contrarie ai respingimenti in Libia e in nome del diritto, sacrosanto, di salvare vite umane.

Il tassello mancante si chiama offshore processing. Sul modello dell’accordo UE-Turchia del 2016. Si tratta, come ha spiegato su questo giornale il super esperto americano Michael S. Teitelbaum, di una modalità di gestione delle emergenze umanitarie incentrata sulla necessità di garantire ai profughi la possibilità di chiedere protezione nei paesi limitrofi all’area di crisi. La ratio è semplice. Per evitare la beffa di morire nel tentativo di sfuggire ai danni che le guerre producono in casa, si garantisce loro, a pochi passi dalla madrepatria, una sorta di safety zone, rappresentata, ad esempio, dai campi UNHCR. All’interno dei quali a chi rientra nelle casistiche previste dalla Convenzione di Ginevra del 1951 viene garantito lo status di rifugiato.

Come mettere in pratica questa teoria per risolvere l’emergenza immigrazione in Italia?

Premesso che nel Mediterraneo non c’è nessuna guerra, non possiamo fare spallucce di fronte un hub internazionale di merce umana qual è diventata la Libia. Per questo dovremmo stringere un accordo con la vicina ma stabile, Tunisia per ospitare, in cambio di danaro, speciali campi profughi UNHCR. Una soluzione che ha un triplo vantaggio.

Il primo, consentire in assoluta sicurezza la possibilità di fare domanda d’asilo alle migliaia di migranti che oggi in partenza dai porti libici rischiano in massa la vita.

Il secondo, ridurre al lumicino il business dei trafficker che oggi fanno affari d’oro sulla pelle e le speranze dei migranti.

Il terzo, la porzione di migranti che, abbagliati dal mito dell’Europa e deviati dai trafficanti di esseri umani, dovessero comunque scegliere di rischiare la morte pur di attraversare il Mediterraneo potrebbero continuare a contare sul preziosissimo lavoro delle Ong. Pronte con le loro imbarcazioni a ridosso della acque libiche a prestare soccorso a eventuali naufraghi. Portandoli, però, in salvo non Italia ma in Tunisia.

E c’è da scommettere che il nuovo governo tunisino, a corto dei tanti turisti motore dell’economia locale nell’era pre-Primavera Araba, di fronte a una seria proposta economica non dirà di no.

Si muovono le navi italiane e i barconi tornano a casa

Per la prima volta a luglio sono dimezzati gli sbarchi sulle nostre coste: scesi dai 23.552 del 2016 a 11.193. Un -52,4% dovuto all’attività della guardia costiera libica che, su pressing del governo italiano, negli ultimi trenta giorni ha cominciato a fare il suo mestiere. Intercettando e portando indietro a Tripoli 13 mila migranti. Una buona notizia. Non solo perché questi numeri ci dicono che l’immigrazione, a differenza della pioggia, si può gestire e governare. Ma, soprattutto, in ragione del fatto che consentono agli amici dell’immigrazione di sottrarsi alla tenaglia della politica delle porte spalancate o, all’opposto, di quella delle porte serrate. Questa inversione di tendenza dei flussi migratori indica, infatti, una capacità di governo di cui finalmente si cominciano a intravedere i primi segnali. Soprattutto su due fronti.

Il primo, il lancio di una missione navale del nostro esercito nelle acque dell’ex regno di Gheddafi, con l’unico obiettivo di offrire supporto tecnico, logistico e strategico alla guardia costiera libica impegnata a fronteggiare nei porti di partenza il business dei trafficanti di esseri umani. L’operazione, che ricorda da vicino quella che abbiamo messo in piedi durante la crisi albanese degli anni Novanta, ha lati oscuri (gli immigrati intercettati e presi in carico dai militari italiani verranno traghettati in Italia o in Libia?) ma manda un segnale forte e chiaro ai trafficker che fino a oggi, indisturbati, hanno fatto il bello e il cattivo tempo.

Il secondo, il codice di condotta per le imbarcazioni delle Ong che ogni giorno salvano e portano migliaia di immigrati nei porti italiani. Una sorta di vademecum in tredici punti che ieri al Viminale ha spaccato il fronte degli angeli del volontariato nel Mediterraneo. Da un lato quelli, guidati da Save the Children, che l’hanno sottoscritto e condiviso in pieno. Dall’altro, capitanati da Medici senza Frontiere, quelli che l’hanno rifiutato. Perché non accettano in particolare l’obbligo di far salire a bordo dei loro mezzi ufficiali di polizia e il divieto di trasbordare da una nave all’altra, i migranti salvati in alto mare. Un punto quest’ultimo che ha fatto tremare soprattutto le ong con mezzi piccoli che, per evitare di fare troppi viaggi dal punto di salvataggio alle coste italiane, trasferiscono in alto mare ai colleghi con natanti più capienti e attrezzate il carico di sopravvissuti da portare a terra.

Se vi state chiedendo perché due grandi e stimatissime Ong, come Save the Children e Medici senza Frontiere, hanno posizioni così diametralmente opposte, la risposta è semplice. Anche nell’agorà del volontariato, come in quella della politica, i partiti seguono e difendono interessi e valori diversi, di destra, centro o sinistra. Tutto qua. Per tale ragione ha fatto bene il Ministro degli Interni a tenere il punto nei confronti delle Ong ribelli semplicemente dichiarando che il loro no è una forma di rifiuto del sistema ufficiale di soccorso e salvataggio in mare dei migranti realizzato dallo Stato italiano. Cosa che avrà “severe conseguenze”. Inclusa l’ipotesi, sostenuta anche da Bruxelles, di negare loro l’ingresso nei nostri porti.

Intendiamoci nessun entusiasmo. Il codice, come la missione navale, non risolverà d’un tratto l’emergenza immigrazione. Entrambi, però, sono testimoni di un Paese che si fa finalmente carico e si prende la responsabilità di controllare e governare le proprie frontiere marittime. Un barlume di ordine e regole che può aiutare a evitare, come è accaduto fino oggi, che nella lingua d’acqua che separa la Sicilia dall’Africa, continui a prevalere la legge del più furbo e del più forte.

Emigrando arricchiscono i tiranni e i trafficanti di casa loro

Accogliamo pochi rifugiati e molti vigliacchi. Di 100 persone che sbarcano nelle nostre coste, 20 sono profughi ma 80 sono illegali-codardi”. È l’analisi spietata che fa il Prof. Marco Lombardi dell’Università Cattolica, attento studioso dei flussi migratori euro-mediterranei.

D: Professore Lombardi, non le sembra eccessivo etichettare così duramente migliaia di persone che, pur non essendo richiedenti asilo, lasciano paesi poveri in cerca di un futuro migliore?

R: No. Perché sono proprio quegli immigrati economici di cui la retorica reclama il diritto di cercare una vita migliore altrove, senza ricordare il dovere di provare a cambiare le cose a casa propria, prima di darsela a gambe levate. È per questo che li definisco vigliacchi. In fin dei conti le tante rivoluzioni che cambiarono i paesi europei, quelle fatte con le morti dei nostri nonni e bisnonni, sono anche il risultato della facilità con cui si poteva morire sul posto prima di scappare all’estero.

D: Lei sostiene, dunque, che oggi la possibilità di emigrare con più facilità e minor costi rispetto al passato, mette intere generazioni di africani nelle condizioni di sottrarsi al dovere di lottare in madrepatria contro regime dispotici e democrazie corrotte?

R: Sì. Aggiungo che questo processo di deresponsabilizzazione è incentivato e promosso dalle élites al potere in combutta con i trafficanti di esseri umani. Le prime, infatti, non solo hanno sempre guadagnato direttamente e indirettamente (con le rimesse) dall’emigrazione. Ma, questa la novità che voglio segnalare, ora hanno tutto l’interesse a sbarazzarsi delle migliaia di giovani disoccupati e frustrati che, se non emigrassero, potrebbero, prima o poi, rivoltarsi contro di loro. I secondi, inutile dirlo, anche se fuori legge, agiscono come perfetti imprenditori a caccia del maggior numero possibile di clienti.

D: Messa così, l’emergenza immigrazione nel Mediterraneo sembra tutto fuor che un fenomeno spontaneo.

R: Esattamente. Faccio un esempio. Ci raccontano spesso che con il bel tempo aumentano gli sbarchi. Ma allora come mai negli ultimi dieci giorni, nonostante il mare piatto e il solleone, non è partita neanche una bagnarola dalle coste libiche? La verità è che mentre mezza Europa, grazie all’attivismo del Ministro degli Interni Minniti, era costretta a discutere (prima a Bruxelles, poi a Tallin, ieri a Varsavia) dell’emergenza immigrazione, i trafficanti di esseri umani hanno optato per una ritirata strategica. Con l’obiettivo di abbassare l’attenzione e la tensione anche dell’opinione pubblica su questo fenomeno.

D: Se le cose stanno così, al netto di quella umanitaria, come si fa a spezzare la catena dell’immigrazione illegale?

R: Temo che, ormai, sia troppo tardi per governare le migrazioni e che salvare, accogliere, integrare siano la priorità. La governance deve spostarsi dal controllo dei flussi migratori a quello dei suoi effetti sul tessuto economico-sociale italiano, in una prospettiva di contenimento e riduzione del danno.

D: A quali effetti e danni si riferisce esattamente?

R: Ad almeno tre tipi di conflitto in atto nel nostro Paese. Il primo sociale: che vede la contrapposizione italiani e nuovi arrivati. Il secondo politico: con una radicalizzazione delle posizioni pro e contro immigrazione che rende l’Italia sempre più ingovernabile. Il terzo istituzionale: presto, ad esempio, le forze dell’ordine faticheranno a garantire la sicurezza nazionale perché costrette a intervenire in scontri tra emarginati autoctoni e immigrati tra i quali è difficile distinguere chi ha torto o ragione.

D: Questi i problemi, e le soluzioni?   

R: Regole chiare, precise e severe sulle imbarcazioni delle Ong che operano sul Mediterraneo. Pattugliamento delle forze dell'ordine libiche nei principali porti di partenza degli immigrati. Chiudere i porti italiani avviando de facto, unilateralmente una modifica delle normative vigenti non adatte a fronteggiare l’attuale emergenza. Spostare, infine, la frontiera esterna europea a Sud della Libia, coinvolgendo gli stati ad essa limitrofi nel tentativo di contenere i flussi migratori illegali e, al contempo, di garantire protezione umanitaria a chi ne ha realmente bisogno.

Sull’immigrazione meglio i piccoli passi che il piagnisteo

Bravo Minniti! E’ questo il giudizio che, enfasi a parte, riteniamo doveroso opporre all’ondata di  querulo, inconcludente vittimismo nazionale che ha fatto passare in secondo piano i pochi ma concreti risultati strappati dal nostro ministro sull’emergenza immigrazione nella difficile riunione di ieri l’altro a  Tallin.

Un atteggiamento sbagliato. Non solo perché, visto la gravità situazione, anziché  coraggio e compattezza rischia di diffondere nel Paese, con la frustrazione, velleitarie e pericolose volontà di reazione. Ma soprattutto in ragione del fatto che è controproducente e autolesionistico indicare come prova  dell’altrui scarsa solidarietà questioni, come quella dell’apertura dei loro porti, che lo stesso nostro ministro ha confermato non essere tra i temi all’ordine del giorno. L’Europa può piacere o meno. Di sicuro, soprattutto su un tema delicatissimo come l’immigrazione e nei confronti di un paese con le carte non proprio in regola, arriva a decidere solo dopo un lungo, ponderato lavoro di preparazione.

Lentezze e limiti che non hanno però impedito all’Italia di portare a casa, al momento solo informalmente, dei sì altrui che fino a ieri sembravano se non impossibili certamente molto difficili. Innanzitutto i soldi: pochi ma freschi. Ai 35 milioni di euro aggiuntivi previsti per l’amministrazione degli Interni vanno aggiunti i 45 del progetto concordato con Bruxelles per rafforzare la guardia costiera e la polizia della disastrata Libia. Un finanziamento quantitativamente striminzito a confronto dei 6 miliardi di euro che hanno convinto la Turchia a chiudere la  rotta balcanica. Ma che politicamente lascia sperare. Solo l’Europa, e non l’ Italia da sola, può provare a mettere mano in loco quello che è il vero nodo di tutti i nostri guai. Un segnale tanto più importante perché, sia pur in modo non ben definito, per la prima volta si è cominciato a prendere in considerazione la necessità di coinvolgere negli interventi tre pezzi da Novanta: Egitto (forse è il momento di rimandare al Cairo il nostro ambasciatore), Tunisia ed Algeria.

Last but not least: il semaforo verde, strappato con le unghie e i denti, che ci autorizza a mettere ordine al disordinato, e da alcuni certamente strumentalizzato, traffico delle navi delle ONG  cui ogni giorno  migliaia di autostoppisti del mare  chiedono un passaggio.

Minniti fa e loro dìsfano

Mentre il Ministro degli Interni, per far fronte al caos degli sbarchi, cerca di costruire a livello europeo una possibile, realistica soluzione, a casa nostra non si smette di remare contro. Vediamo come stanno le cose.

Durante il vertice di ieri a Parigi, il responsabile del Viminale ha convinto il Commissario UE per l’immigrazione e i suoi omologhi francese e tedesco, a lavorare in sinergia su tre punti: regole più severe per le imbarcazioni delle Ong che operano sul Mediterraneo; rilancio della redistribuzione tra i paesi UE dei rifugiati presenti in Italia; sblocco dei finanziamenti comunitari per rafforzare i controlli nei porti di partenza libici.

Una intesa di buon senso che in Italia, anziché essere supportata è stata messa sulla graticola di due schieramenti contrapposti.

Il primo: quasi in contemporanea con il summit parigino, il Presidente della Comunità di Sant’Egidio pensava bene di proporre: giù le mani dalle Ong; laissez-faire lungo le coste libiche; riconoscere a tutti i nuovi arrivati (senza distinguere immigrati illegali dai richiedenti asilo) un permesso di soggiorno temporaneo per ragioni umanitarie avvalendosi come pezza d’appoggio giuridica della direttiva UE 2001/55 sull’afflusso massiccio di sfollati. Peccato però che quest’ultima proposta zoppica vistosamente dal punto di vista legale e politico.

Legale perché la normativa europea è rivolta a: “i cittadini di paesi terzi o apolidi che hanno dovuto abbandonare il loro paese d’origine […], in particolare in risposta all’appello di organizzazioni internazionali, ed il cui rimpatrio in condizioni sicure e stabili risulta impossibile […]”. È il caso ad esempio dei siriani (che non arrivano in Italia), ma non dei nigeriani, bengalesi o marocchini che sbarcano in gran numero nelle nostre coste.

Politico perché è la classica furbata all’italiana che ci fa perdere credibilità agli occhi dei nostri partner europei. Perché il permesso di soggiorno temporaneo per ragioni umanitarie consente a chi ne è titolare di muoversi liberamente nello spazio europeo. Concederlo a chi non ne ha diritto, come ad esempio un bengalese immigrato economico, è di fatto una truffa a danno degli altri stati UE che possono ritrovarsi in casa migliaia di illegali con la finta casacca di sfollati. Un trucchetto che contrariamente a com’è stato presentato non è neanche originale. Lo abbiamo adottato nella primavera del 2011. Di fronte al boom di tunisini nelle nostre coste firmammo prima un accordo bilaterale contro l’immigrazione clandestina con il nuovo governo di Tunisi. E poi concedemmo a 20 mila tunisini arrivati in Italia un permesso di soggiorno temporaneo per ragioni umanitarie. Cosa che ci costò un grave scontro diplomatico con la Francia che da un giorno all’altro, in seguito alla mossa del governo italiano, si ritrovò a far fronte a uno straordinario afflusso di “sfollati” tunisini che dall’Italia provavano ad entrare Oltralpe per raggiungere parenti e amici dell’ex-colonia.

Il secondo che soffia e vive dei focolai di scontro tra italiani e stranieri. Come emblematicamente emerso dalla reazione del leader leghista di fronte alle due molotov lanciate lo scorso weekend contro un hotel del bresciano che avrebbe dovuto accogliere una decina di profughi. “Ogni episodio di violenza – ha affermato l’on. Salvini - legato all'invasione clandestina, che ovviamente condanniamo, è responsabilità di un governo complice e incapace, che sta trasformando le città italiane in campi profughi”. Un semplicismo che non lascia spazio a nessun ragionamento e, di conseguenza, a nessun realistico piano di intervento.

L’UE tace, i trafficanti di esseri umani ne approfittano

Il boom di immigrati (10.500) approdati negli ultimi quattro giorni sulle nostre coste ha tutte le caratteristiche di una nuova, ennesima sfida lanciata dai trafficanti di esseri umani all’impotenza europea. Preso atto del nulla di fatto del Consiglio UE della settimana scorsa i loro capi si devono, infatti, essere chiesti: perché non approfittarne? Per continuare, indisturbati e impuniti, ad organizzare, a getto continuo, migliaia di partenze dalla Libia verso l’Italia ( 70 mila  solo dall’inizio dell’anno: : +26% rispetto allo stesso periodo del 2016.).

La verità è che per loro, tenuto conto che sono chiuse sia la via spagnola (Madrid, infatti, può contare, sia pure a pagamento sulla “diga-Marocco” per arginare gli arrivi dall’Africa sub-sahariana), sia quella greca (Atene grazie all’accordo UE-Turchia del 2016 si avvale del prezioso ruolo dell’odiatissima Istanbul per bloccare i flussi in arrivo dal martoriato Medio Oriente), il nostro Paese è restato l’unica alternativa utile per gli ingressi via mare verso il Vecchio Continente.

Stando così le cose, si dimostra per lo meno falso, e infondato, l’argomento ripetuto da molti secondo cui i flussi migratori, come la pioggia, non si possono gestire né fermare. Parliamoci chiaro. Roma, a differenza di Atene e Madrid, è sotto assedio non per  colpa del destino cinico e baro ma di due precise ragioni politiche.

La prima: le divisioni politiche che paralizzano Bruxelles e penalizzano l’Italia. Prova ne è il fatto che sull’imperiosa pressione della Germania, preoccupata dall’escalation degli arrivi nel 2015 dalla rotta balcanica (oltre 1 milione), l’UE ha imposto un alt con un costoso ( 6 miliardi di euro) ma efficace accordo con la Turchia. Esattamente quello che si dovrebbe fare, ma non si fa, per la rotta del Mediterraneo aprendo una trattativa con i paesi del Nord Africa dai quali passano e partono le carovane destinate al Bel Paese.

La seconda: la pressione di una attiva, trasversale e variegata lobby interna pro-immigrazione di cui, nel bene e nel male, sono espressione le imbarcazioni delle Ong che operano nel Mare Nostrum. Una galassia politico-culturale che alla difesa dei confini antepone il credo delle porte aperte. Sempre e comunque. Facilitando, di fatto, il lavoro dei trafficanti di esseri umani. Tant’è che a Lampedusa, come ha di recente sostenuto il neo-sindaco Salvatore Martello,  è da mesi che sono quasi del tutto spariti i vecchi, malandati barconi di un tempo stracolmi di immigrati.  Perché rimpiazzati dalle ben più moderne e attrezzate navi del volontariato, con tanto di droni, che a ritmo incessante fanno la navette tra la Libia e l’Italia.

Questo il quadro. A chi di competenza l’onere (e l’onore!) di trovare un rimedio per dire basta.

Lo Stato non deve delegare la politica dell’immigrazione alle Ong

La Commissione Difesa del Senato ha approvato all’unanimità e presentato ieri i risultati di un'indagine conoscitiva sulle operazione di soccorso delle Ong nel Mediterraneo. Abbiamo chiesto un parere al Prof. Marco Lombardi dell’Università Cattolica di Milano.

Domanda: Qual è la tua opinione sulle conclusioni della Commissione Difesa del Senato?

Risposta: Vanno nella direzione auspicata, alla cui base ci deve essere una consapevolezza, anche politica, della necessità di governare il fenomeno delle migrazioni in tutti i suoi aspetti. La delicatezza della questione, tuttavia, emerge chiaramente rispetto alle diverse interpretazioni sempre “massimaliste” date dai titoli dei media: per qualcuno la Commissione “assolve” le ONG per qualcun altro la loro flotta ha “un impatto devastante”. Pertanto, fino a quando ciascuno rivestirà di sentore ideologico la questione del governo delle migrazioni non si arriverà a un bel nulla nel gioco di definire o santi o traditori. Quello che conta è sottolineare che la Commissione ha chiesto l’introduzione e il rispetto di un preciso sistema di regole: esattamente quelle che finora sono mancate nelle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo dove ciascuno  ha “recitato a soggetto”, in relazione solo funzionale con gli altri per raggiungere i propri obiettivi. E questo è andato finora benissimo a tutti: a criminali e terroristi che hanno perseguito il loro business, ai migranti che hanno trovato una strada per andarsene, alle ONG che hanno soddisfatto la loro missione morale solidaristica, ai militari che hanno potuto contenere il profilo dell’impegno in un quadro, per loro più problematico, di mancanza di indirizzi internazionali condivisi. La Commissione ha evidenziato e puntualizzato la necessità di regole, contenute dentro a una chiara catena di comando e controllo, con attori legittimati in modo formale. Ben venga: tanto poi qualcuno dovrà fare rispettare il sistema di regole. E qui potrebbe cadere l’asino, della politica.

D: Mi pare che a questo punto nel Mediterraneo si giochi una partita politica prima che criminale. Concordi?

R: Nel quadro descritto e nel contesto più ampio della Guerra Ibrida la criminalità è un attore opportunista che interpreta a suo vantaggio le situazioni di conflitto. La criminalità non governa alcunché ma sfrutta le occasioni di mancanza di governance. Va dunque da sé che la partita è politica!

D: Visto cosa succede in mare e anche nella terraferma (penso a Capo Rizzuto), è forse arrivato il momento di affidare alle autorità statali (non ai volontari) il soccorso e l'accoglienza dei migranti?

R: La collaborazione tra pubblico e privato è insostituibile per tante ragioni: politiche, organizzative e culturali. L’impegno quotidiano e attivo di una società civile organizzata nel mondo del volontariato è una conquista storica del mondo soprattutto occidentale che è necessario difendere. Quello a cui si sta arrivando è che questo rapporto non può essere di delega totale ma di reciproca integrazione in un quadro di responsabilità formale delle modalità di azione e di indirizzo dei risultati che deve appartenere solo alla governance politica. Questo finora è mancato perché la politica ha spesso delegato al volontariato o quello che non era in grado di fare o quello che avrebbe potuto e dovuto fare ma di cui non voleva assumersi le responsabilità. Con il risultato che il volontariato ha tolto pesanti macigni dalle scarpe della politica, ottenendone in cambio impropri riconoscimenti. E’ in questa relazione impropria che sta il problema di quello che accade nel Mar Mediterraneo. Quindi non si butti via l’acqua col bambino: pubblico e privato, professionismo e volontariato, politica e società civile, istituzioni e ONG devono lavorare insieme ma su nuove basi e regole.

Sui salvataggi alcune Ong continuano a non rispondere

Dopo Moas è il turno di Sos Mediterranée, che non è una, ma tre diverse associazioni: italiana con sede a Palermo, tedesca con quartier generale a Berlino e francese con uffici a Marsiglia. Un capitano di mercantili, Klaus Vogel, ha fondato nel 2015 quella tedesca, seguita dalla francese, presieduta da una certa Sophie Beau e, nel 2016, si è aggiunta quella italiana, amministrata da tale Valeria Calandra.

Dei tre presidenti si sa poco o niente. Abbiamo chiesto all’associazione italiana il loro curriculum, per conoscerli, capire qual è il loro mestiere, quali altri ruoli hanno ricoperto in passato o ricoprono attualmente. Dopo averci assicurato che avrebbero risposto, passate tre settimane, tutto tace. Ma a Sos Mediterranée Italia chiedevamo anche altro.

Tre onlus, tre sedi, tre presidenti: tre diversi bilanci? O uno solo? E’ possibile consultarli/o? Terzo punto: i fondi. Sos Mediterranée, come tutte le ong operanti nel Mediterraneo, ha bisogno di moltissimi soldi per salvare vite. Sappiamo solo che la nave Aquarius costerebbe, a quanto si legge sul sito, 11mila euro, per ogni giorno che è attiva in mare. Chi li paga? Sul sito si legge che l’associazione è “interamente finanziata dalla popolazione solidale a livello globale”. Che significa? Ci sono aziende (se sì quali?), enti (se sì quali?), privati (chi sono i più generosi?)? Premesso che nessuna ong è tenuta a fornire queste informazioni, crediamo che il silenzio non sia l’arma migliore per chiarire i dubbi sulla provenienza dei fondi, oggetto di domande rese pubbliche dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro prima, con la sua indagine conoscitiva, e dalla Commissione Difesa del Senato poi, con le sue audizioni.

E ancora: con quante navi operano le associazioni che rientrano sotto il nome di Sos Mediterranée? E che bandiera battono? Visto che quelle della ong Moas farebbero, secondo Zuccaro, riferimento a paradisi fiscali, sarebbe interessante conoscere quelle delle altre ong. Quanti salvataggi sono stati effettuati finora? Quanti di questi sono avvenuti nella Sar (l’area di mare Search and Rescue, Ricerca e Soccorso) italiana e quanti invece in quella degli stati frontisti del Nord Africa?

Domande legittime che intendono solo fare chiarezza nel dibattito pubblico, a difesa di tutte le ong serie e trasparenti.

Il grave errore politico dietro il rebus Ong/clandestini

Sull’esplosiva querelle ONG-clandestini da West più volte sollevata, abbiamo intervistato un super esperto della materia, il Prof. Marco Lombardi dell’Università Cattolica di Milano. 

Domanda: Può aiutarci a fare una dettagliata radiografia della dinamica delle operazioni di salvataggio delle ONG sul Mar Mediterraneo e di come possono favorire il lavoro dei trafficker?

R: Intorno alle operazioni di salvataggio dei migranti sulla rotta dei trafficanti c’è sempre stata una certa opacità, che rispecchia la scarsa chiarezza che ha caratterizzato il dibattito sulla sicurezza e i flussi migratori. In realtà, su questo tema la comunicazione è sempre stata ampia ma caratterizzata da tesi fortemente ideologizzate: buoni e cattivi si sono sempre scontrati senza affrontare la questione, ma sostenendo esclusivamente la posizione del respingimento a tutela della sicurezza e per combattere il terrorismo o, al contrario, quella dell'accoglienza in nome della solidarietà, nel rifiuto di ogni considerazione oggettiva delle possibilità di sfruttamento dei flussi da parte di criminali e terrorismi. Tale dibattito, orientato e interessato, ha impedito di affrontare consapevolmente la questione predisponendo forme di governance adeguate: tanta incertezza ha favorito l’attivazione di una pluralità di attori, reciprocamente autonomi come obiettivi e regole di ingaggio, tesi a voler dare una risposta operativa alla questione. Il mondo, in questi ultimi anni, è cambiato: il conflitto si esercita nella forma della Guerra Ibrida, un conflitto in cui si confronta una pluralità di attori, in competizione violenta tra loro, che non condividono alcuna regola, che ha assunto le forme della pervasività, delocalizzazione e diffusività. Nell’area mediterranea si confrontano diversi attori: trafficanti di uomini interessati al business; gruppi terroristi che sfruttano questi canali di mobilità offrendo ai trafficanti “sicurezza d’area”, ONG e privati diversi che si danno al salvataggio in nome della solidarietà irrinunciabile e, forse, del soldo indicibile; marine di paesi rivieraschi che sono chiamati a tutelare la sicurezza del loro Paese; governi di Stati falliti che sfruttano la situazione in forma di ricatto negoziale. L’oggetto di scambio di questi articolati processi sono i migranti, che non sono vittime inconsapevoli ma persone che colgono l’occasione per spostarsi. La vulnerabilità è generata dalla mancanza di consapevolezza di questi processi. In conclusione, non sono le ONG a favorire i trafficanti ma sono tutti gli attori presenti che sono reciprocamente funzionali l’uno all’altro. E’ solo l’azione responsabile di governo che, definendo un sistema di priorità, può riorganizzare un tale sistema di relazioni.

D: Qual è la soluzione praticabile per spezzare questo circolo perverso?

R:Il primo tassello è la consapevolezza della situazione. Il secondo è il sistema di priorità: chi ha il diritto e il dovere di governare determina un sistema di priorità che istituisce il sistema di regole. Come ho risposto sopra, questo ora non avviene: ciascuno applica il proprio sistema di regole in maniera indipendente dagli altri; ciascuno nelle pieghe d’ombra del proprio sistema di regole trova la giustificazione per l’intervento degli altri. Se la priorità è la gestione dei flussi e la cura per la sicurezza del Paese allora:

- sia chiaro chi ha diritto di venire in Europa e come può esercitare il diritto;

- sia chiaro qual è il reato commesso da chi non esercita un proprio diritto o favorisce altri a farlo, quali sono gli strumenti di repressione e la pena;

- sia chiaro che le regole si applicano a tutti gli attori e nessuno ne è al di sopra.

In questo momento ciò non accade o ciascuno interpreta la situazione alla luce di priorità non condivise.

D: Se passa il principio del "bisogna salvarli tutti", lo Stato italiano non rischia di finire sotto ricatto dei trafficanti di esseri umani?

R: Innanzitutto il principio "bisogna salvarli tutti" potrebbe essere una priorità, ed è quella che hanno assunto alcune ONG, con la complicità della politica che schiera la Marina quale schermo fumogeno di “narrare” che avrebbe intenzione di fare altro. Ma appunto si tratta di un approccio di becera politica e non di governo, il cui risultato è che sempre più spesso le ONG fanno da spalla ai trafficanti e le navi della Marina sono costrette ad adeguarsi. Non credo si tratti neppure di ricatto ma, peggio, di scelta: pertanto non c’è neppure la giustificazione di essere ricattati. La questione di fondo è dire chiaramente qual è l’obiettivo dell’azione: solo dopo aver fatto le scelte si valuteranno i costi.