Sugli immigrati UE e Italia rischiano: ecco perché

Sull'immigrazione l’Europa, e con essa l’Italia, rischiano grosso. Se continuano a far finta di non vedere e capire che ad alimentare le spietate, insaziabili fauci del Mediterraneo più degli scafisti è la mancanza di una strategia di intervento e di contrasto adeguata alla novità della situazione. Capace di prendere atto che non funziona più il “doppio compromesso”, istituzionale ed informale, che ha consentito ad entrambe, fino ad oggi,  di tirare a campare sperando che passasse a’ nuttata.

Basato, quello istituzionale, sul regolamento di Dublino (2003) che impone al primo paese in cui i nuovi arrivati poggiano piede di stabilire se sono veri o finti rifugiati e, di conseguenza, se accettare o respingere la loro domanda d’asilo. Un principio in astratto ragionevole, se gli arrivi fossero omogeneamente distribuiti su tutte le frontiere continentali. Ma che oggi scarica solo sulle nazioni del fronte Sud, in primis la nostra, un compito che di comune ha ormai poco o niente.

E poiché, come si dice, il bisogno aguzza l’ingegno si è pensato bene di fare fronte alle difficoltà con souplesse  consentendo a molti, una volta arrivati, di prendere il treno lasciandosi le Alpi alle spalle. Una ipocrisia grande ma assai comoda.  Visto che ciascun paese oltre  a tener ben stretta la sua competenza nazionale sull’immigrazione poteva, agli occhi della propria opinione pubblica, additare il lassismo amministrativo altrui quale responsabile dell’arrivo sul suolo patrio di tanti nuovi stranieri.

Una situazione di divisione e di scollamento che i trafficanti possono sfruttare alla grande avendo dalla loro un’immensa domanda di gente che vuole fuggire ma che non sa né può farlo legalmente. In politica, tanto più quando riguarda una materia esplosiva come l’immigrazione, si sa che l’ottimo spesso è nemico del bene. Poiché è difficile fare tutto e subito perché non pensare ad un nuovo vero grande compromesso che imponga agli stati, almeno per quanto riguarda l’asilo, di procedere ad una rapida comunitarizzazione delle strutture di accoglienza e di selezione delle domande di chi arriva. Che, sbarcando, non troverà più davanti a se il maresciallo dei carabinieri italiano e della Guardia Civil spagnola ma funzionari europei delegati dall’UE di dire si’ o no e dove andare.

Fatto questo tutto il resto poi verrà. In fondo fu proprio con un atto simile che nel 1875 nacque la moderna politica dell’immigrazione americana che conferi’ a Washington le competenze sugli ingressi degli stranieri fino ad allora gelosamente, e disastrosamente amministrate dai singoli governi statali. Perché l’Italia non pensa di giocare d’anticipo e, anziché battere i pugni come qualcuno ha suggerito al nostro Primo Ministro, non dichiara pubblicamente ed ufficialmente di essere pronta a seguire questa strada confermando non a parole ma con i fatti che l’europeismo si difende osando ed innovando?