Sui rifugiati l’Europa è alla mercé degli altri

Le politiche europee per il controllo delle frontiere esterne fanno acqua da tutte le parti. Non si fa in tempo a tappare un buco che se ne apre un altro. Come dimostra la dinamica in atto nei due grandi corridoi delle rotte migratorie del Mediterraneo: quello occidentale e quello orientale.

Nel primo, a guardare i dati, l’aria che si respira sembra di quiete. Dall’inizio del 2019, infatti, gli immigrati che dal Marocco hanno raggiunto la Spagna sono stati 15.600: -50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ciò grazie agli ingenti finanziamenti (€ 60 milioni da Madrid e € 140 milioni dall’Unione Europea) che hanno “convinto” i governanti di Rabat a mettere in atto misure straordinarie per frenare la pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana al confine marittimo spagnolo. Un’intesa che oggi funziona, ma che già domani potrebbe naufragare. Non foss’altro perché il re Mohammed VI sa benissimo che, come per altro più di una volta ha fatto in passato, può tornare a battere cassa ed alzare la posta minacciando la riapertura dei rubinetti dell’immigrazione. Secondo uno schema a suo tempo usato dalla Libia di Gheddafi. “Morocco has realised that the migration card is a very effective pressure tool” ha affermato in un’intervista a El Pais Eduard Soler, esperto di geopolitica del Maghreb del think tank catalano CIDOB.

Nel secondo, l’Egeo, soffiano invece venti di tempesta. Perché rischia di saltare l’accordo UE-Turchia che dal 2016 in cambio di €6 miliardi ha frenato il boom di migranti che attraversavano il confine turco-ellenico per trovare rifugio in Europa. È di queste ore la decisione del Sultano Recep Tayyip Erdoğan di invadere la Siria del Nord e ripopolarla, con un’operazione di pulizia etnica dei curdi che la abitano, obbligando a un trasloco forzato i rifugiati siriani in Turchia. Minacciando, se i partner UE/NATO dovessero ostacolare questo piano neo-ottomano, di cancellare l’impegno preso nel 2016 consentendo alle migliaia di profughi oggi “ospitati” di rimettersi in marcia, come nel 2015, verso i confini europei.

Morale della favola: la politica delle “pezze” non solo è un rimedio fragile e di corto respiro, inadeguata a fronteggiare l’enorme pressione migratoria dal Sud del Mediterraneo. Ma, cosa ancora più allarmante, mette l’UE alla mercé di famelici governi locali e di trafficanti di esseri umani senza scrupoli. Subisce e non governa la globalizzazione dell’immigrazione. Con il risultato, che spiega il disgusto sempre più diffuso nell’opinione pubblica del Vecchio Continente nei confronti di Bruxelles, di non riuscire a garantire né la sicurezza degli immigrati che arrivano e né quella degli autoctoni che li dovrebbero accogliere.