Sull’Aquarius Macron è stato sleale

Herve Le Bras, grandissimo demografo e tra i massimi esperti europei di immigrazione, qualche giorno fa, prendendo spunto dalle vicende della nave Ong Aquarius, ha scritto per Le Monde un articolo molto critico sulla politica migratoria del Presidente francese Emmanuel Macron. Lo abbiamo intervistato per approfondire i perché del suo j’accuse.

1) Emmanuel Macron ha definito vomitevole la politica anti-immigrati del Ministro degli Interni italiano Matteo Salvini, ma non ha aperto i porti francesi alla nave della Ong Aquarius. Ci aiuta a capire perché ?

Piaccia o no Salvini ha letteralmente ragione. L’Aquarius sarebbe dovuta attraccare nel porto più vicino che era la Libia. Che, però, non è considerato un paese sicuro. Di conseguenza non restava che l’Italia. Ma di fronte al rifiuto del vostro Ministro dell’Interno, l’alternativa erano i porti francesi della Corsica. Tuttavia Macron, sia pur senza un esplicito rifiuto formale, ha cincischiato un paio di giorni senza mai dare l’autorizzazione all’Aquarius. Che poi, com’è noto, è stata accolta dalla Spagna.
A conti fatti, dunque, Macron si è comportato come Salvini. Con l’unica cruciale differenza che il primo, a differenza del secondo, non è stato sincero. Mentre predicava bene, razzolava male. Atteggiamento, quello del nostro Presidente, tanto più stigmatizzabile considerando che non più tardi di 18 mesi prima aveva dichiarato che Angela Merkel con la sua politica di apertura ai rifugiati aveva «salvato l’Europa».
La verità è che Macron ha attaccato Salvini per mettere in secondo piano le contraddizioni della sua politica migratoria. Sa benissimo che, sondaggi alla mano, il 65% dei francesi dice NO all’immigrazione. Non vuole inimicarsi l’opinione pubblica mettendo in gioco con il suo futuro soprattutto la rielezione nel 2022.

2) Perchè lei sostiene che sull’imigrazione Macron è ambiguo per non scontentare la destra nè la sinistra.

Al primo turno delle elezioni presidenziali, Macron ha preso il 24% dei voti, la destra lepenista il 21,5%, la sinistra populista di Mélenchon il 19,5 %. Questo significa che il neopresidente per ottenere un secondo mandato dovrà scongiurare quello che accadde nella Germania degli anni ’30 del Novecento: un’alleanza tra i due estremi che il filosofo Jean-Pierre Faye definì a ferro di cavallo. Che, con le dovute distinzioni, ricorda l’alleanza Lega-M5S in Italia o quella tra Tsipras e un piccolo partito di estrema destra in Grecia.
Per evitare una convergenza tra gli estremisti di sinistra e destra, Macron ha intuito che l’immigrazione è un ottimo strumento. Perché, su questo tema, i primi, universalisti, sono per le porte aperte mentre i secondi, xenofobi, le vogliono invece, serrate. Ed è su questo cleavage che il Presidente ha buon gioco. Il suo cerchiobottismo è funzionale a tenere gauche e droite a debita distanza. Cosa cruciale soprattutto alla luce di alcune specificità della legge elettorale francese basata su un uninominale a doppio turno. Come, infatti, sostenni anni fa (« Le nouvel ordre électoral », Le Seuil, 1996), questo sistema premia le forze centriste. Visto che al secondo turno, quando si confrontano solo due candidati, raccolgono, almeno in parte, i voti dei partiti all’estrema che non sono rappresentati. Si pensi, ad esempio, che nei 2000 cantoni francesi, al primo turno delle elezioni regionali del 2015, il Front National di Marine Le Pen aveva preso il 28% dei voti, la destra il 34 % e la sinistra il 36%. Ma al secondo turno i lepenisti si sono accontentati di 30 seggi, le destra di 1180 e la sinistra di 790. Dati che confermano come in questo sistema elettorale, la vittoria dei centristi sia garantita dalla mancata alleanza tra degli estremi.

3) Viene da pensare che con questa strategia Macron, spera di garantirsi anche buoni risultati alle elezioni europee del prossimo anno. Concorda?

Sì, ma non credo si faccia molte illusioni. Le riforme che ha promosso nei primi mesi all’Eliseo, hanno abbassato la sua popolarità e innalzato il livello di astio dei francesi verso l’Europa. Penso alla liberalizzazione delle ferrovie. Per non parlare del possibile taglio dei fondi UE sull’agricoltura. A peggiorare l’immagine di Bruxelles agli occhi della gente, c’è anche un ex primo ministro di un paradiso fiscale (Lussemburgo) a capo della CommissioneEuropea.
Per questo credo che il vero, grande obiettivo di Emmanuel Macron sia, più che il successo alle prossime elezioni UE, assicurarsi un secondo mandato presidenziale nel 2022. D’altronde quando la politica diventa un mestiere spesso ci si preoccupa della propria poltrona e non dell’interesse generale.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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