Sull’asilo più si ritarda la riforma di Ginevra più cresce il caos

Dagli USA all’UE cresce la domanda d’asilo, ma le Cancelliere non riescono a dare risposte. Nessun governo occidentale sembra, infatti, avere intenzione di fare i conti con un complesso di emergenze umanitarie del nuovo tipo che richiederebbero strumenti politici e normativi al passo con i tempi. Infatti, lo storico boom di rifugiati, più di 80 milioni nel mondo, ha evidenziato negli ultimi dodici mesi le sempre più vistose crepe della governance globale del diritto d’asilo incentrata sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Soprattutto su due fronti.

Il primo fronte riguarda il fatto che, lo segnalano da tempi raffinati esperti della materia come l’americano Davi Frum, i potenziali rifugiati del XXI secolo coincidono solo in parte con quelli tutelati in base alla Convenzioni di Ginevra del 1951. Alle vittime di discriminazioni e violenze di Stato (pensiamo ad esempio ai siriani in fuga da un paese in guerra da diedi anni) si è aggiunta, infatti, negli ultimi anni una eterogenea galassia di vulnerabili. Che chiedono asilo non perché vittime di violenza pubblica (statale) ma privata (famiglia, gang criminali, etc.). Cosa che mezzo secolo fa nessuno aveva previsto. Eclatante il caso degli Stati Uniti che registrano un netto aumento del flusso migratorio (carovane organizzate di migliaia di persone in marcia verso il confine americano) dal Centro-America (Nicaragua, Honduras, Salvador e Guatemala). Dove la guerra tra bande criminali ha causato la fuga di migliaia di persone. La complessità di questo fenomeno mette in discussione sia la definizione di asilo, sia la dicotomia tra migrazione forzata e mobilità volontaria. Infatti, questi migranti centro-americani sono al contempo definiti clandestini e richiedenti asilo. La distinzione è data dal caso, cioè dall’orientamento di chi è chiamato a valutarli. Il risultato è che molti di loro, non essendo vittime di violenza da parte di uno Stato, ma di privati, vengono esclusi dalla fattispecie indicata dalla Convenzione di Ginevra. Mentre altri, a parità di condizioni, sulla base di una interpretazione estensiva della stessa Convenzione, ottengono lo status di rifugiato.

Il secondo fronte è stato a più riprese denunciato dall’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi: "Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, come, invece, prevede la Convenzione siglata 70 anni fa nella cittadina svizzera. La maggioranza dei rifugiati nel mondo rientra, infatti, nella categoria tecnicamente nota dei protracted, cioè quelli costretti a vivere lontano da casa da almeno 5 o più anni. Secondo l’Overseas Development Institute (ODI) di Londra, tra il 1978 e il 2014, l’80% delle emergenze umanitarie si è risolta dopo 10 o più anni e solo 1 su 40 nell’arco di tre anni. Le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo che in passato. Il conflitto in Somalia, ad esempio, va avanti da quasi trent’anni. È, inoltre, maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (tra le più gravi oggi spiccano Siria e Venezuela, ma negli ultimi cinque anni anche Sud Sudan, Congo, Yemen, Burundi, Ucraina, Repubblica Centrafricana hanno fatto registrare gravi instabilità politiche).

E’ un quadro che conferma, lo sostengono gli stessi vertici dell’UNHCR, che la vecchia strumentazione di gestione del sistema internazionale dell’asilo non tiene più. Purtroppo oggi, a differenza di quanto avvenne all’indomani della Seconda Guerra mondiale, non c’è una potenza globale capace di imporre una nuova governance internazionale dell’asilo.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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