Sull’immigrazione Biden evita il muro contro muro

Chissà se nella vita pubblica la fortuna risarcirà Joe Biden dei tremendi dolori inflittigli dalla sfortuna in quella privata. Non c’è dubbio, infatti, che il senatore del Delaware di fortuna, e molta, abbisognerà per realizzare, anche solo in parte, l’ambizioso programma di riforme annunciato all’atto del suo giuramento da Presidente sulle scale del Campidoglio. In primo luogo perché, come già sperimentato in passato da molti dei suoi predecessori, una cosa è annunciare un programma al momento dell’insediamento alla Casa Bianca. Altra metterlo in pratica. Tanto più in un paese mai come oggi sull’orlo dell’ingovernabilità a causa delle ferite istituzionali e delle feroci contrapposizioni politiche ereditate dal rovinoso tracollo dell’amministrazione Trump. Ma soprattutto in ragione del fatto che Biden per riuscire ad onorare gli impegni presi con l’elettorato nella vincente ma durissima campagna elettorale, come ad esempio quello dell’immigrazione, sarà obbligato ad un doppio, arduo compromesso. Con l’oltranzismo ferito dei trumpiani. Al momento, e chissà per quanto tempo ancora, fortissimi nelle file dei repubblicani. Come testimonia il feroce tweet del senatore del Tom Cotton secondo cui “non consentiremo a Biden di anteporre la sanatoria degli immigrati clandestini alla pandemia e al lavoro degli americani disoccupati”.

Ma anche con la sete di rivincita dell’ala di sinistra del suo partito. Che uscita rafforzata dall’esito delle urne si è detta, per bocca di molti suoi autorevoli esponenti, pronta a dare battaglia e negare il suo appoggio a provvedimenti di legge “mediati” con l’opposizione di destra. Una situazione che Biden, sperimentato da decenni di duri confronti parlamentari, sa che va affrontata più con la prudenza che con i proclami. Come si evince dall’attenta lettura del suo executive order di riforma dell’immigrazione. Che, ad un tempo, consente ai suoi di cantare vittoria sul tema più controverso, e per loro odioso, del trumpismo. E dall’altro di evitare un immediato muro contro muro con l’opposizione diluendo in 8 anni, quindi ben oltre il suo mandato presidenziale, i tempi della legalizzazione degli immigrati clandestini. Una mossa che non solo dà ai repubblicani il tempo di cui abbisognano per riflettere sui loro guai interni. Ma, soprattutto, memore del fallimentare esito dei precedenti executive order presidenziali, stabilisce di fatto che sia come giusto il Parlamento e non di autorità il Presidente a decidere come e se riformare le norme vigenti dell’immigrazione.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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