Sull’immigrazione la nostra debolezza é culturale

Preoccupa la sbrigativa, negativa bocciatura riservata dai nostri mezzi di informazione, di destra e di sinistra, al documento sull’immigrazione reso noto la scorsa settimana della Commissione europea. Non solo per le ragioni di merito ben illustrate su questo giornale dall’ultimo editoriale di Giuseppe Terranova. [1] Ma perché espressione di un confuso ritardo culturale che sul tema dell’immigrazione rischia di penalizzare oltre misura la capacità contrattuale del nostro paese a livello internazionale. Visto che, nel caso, la stroncatura da parte della nostra stampa del documento della Commissione rischia di veicolare Oltreconfine una indisponibilità alla trattativa che non è proprio quella che più serve oggi all'Italia.

La verità è che sarebbe forse ora di capire, una volta per tutte, che all’estero è difficile anche per chi è meglio intenzionato nei nostri confronti non dico accettare ma persino comprendere il nostro modo di ragionare. Che sull’immigrazione ostenta, ad un tempo, un vittimismo rivendicativo e un viscerale rifiuto per tutto ciò che sa di regole e disciplina. Un mix confuso e pericoloso che commentatori e studiosi della materia anziché aiutare a combattere hanno, invece, fatto a gara per rafforzare. Mentre la politica per prudenza o opportunismo (salvo il caso di cui gli va dato merito del ministro Enzo Amendola che è uno dei pochi che sa come ragionano i nostri partner comunitari) ha preferito soprassedere tacendo. Non si può credibilmente sostenere l’obbligo della redistribuzione tra tutti i paesi europei dei profughi che arrivano sulle nostre coste rifiutando, perché troppo “securitarie”, norme comuni per una seria ed efficace selezione, che oggi non c’è, di chi ha diritto e chi no all’asilo.

 Un modo di ragionare che ricorda quello di trent’anni fa. Quando alla fine degli anni '80 si aprì nel Bel Paese, anche allora da destra e da sinistra, la “guerra” contro Schengen. Che anziché il bene intoccabile che oggi tutti dicono di volere difendere, furono in molti a condannare come espressione “securitaria” di un Europa nemica dell’accoglienza. Accoglienza, sia detto per inciso, che allora riguardava i profughi che in massa abbandonavano l’Est postcomunista e non il Sud mediterraneo. E tanto per restare in tema come non ricordare che la vituperatissima Convenzione di Dublino fu allora definita e varata per il fatto che molti paesi, compreso il nostro, non immaginando che col passare degli anni la situazione sarebbe potuta radicalmente cambiare, pensarono, con non poca perfidia, di scaricare sulle spalle della Germania il fardello degli oneri spettanti al paese cosiddetto di primo approdo.

Per concludere. Se davvero vogliamo riuscire a far sì che da domani chi arriva a Pozzallo o Lampedusa non arrivi in Italia ma in Europa allora è con essa che dobbiamo seriamente fare i conti. E prima di chiederlo agli altri faremmo forse bene a cambiare in fretta il nostro modo di ragionare.