Sull’immigrazione la vera sfida è tra politici seri e chiaccheroni

Non sarà tra globalisti e sovranisti la vera sfida alle elezioni europee ormai alle porte. Ma fra pasticcioni e persone serie. Questo vale in Italia come negli altri Stati UE. Soprattutto sull’immigrazione che, inutile negarlo, peserà non poco nelle urne di mezza Europa.

Per fare chiarezza su questa distinzione fina oggi passata sotto silenzio partiamo dal dire che si tratta in entrambi i casi di schieramenti eterogenei e trasversali al loro interno.

Quello dei pasticcioni è un rassemblement  di politici chiaccheroni di destra, sinistra e centro. Divisi, certo, nella narrazione del fenomeno migratorio (faccia feroce, dolce o dolcissima nei confronti dei nuovi arrivati). Ma accomunati dall’assoluto disinteresse sul merito della questione e dalla grande, compulsiva passione per i propri convincimenti sul tema, del tutto astratti dalla quotidiana verità dei fatti. Agli occhi di un comune cittadino europeo di buon senso il loro tanto dire e poco fare fa sorridere. Risata che sul medio lungo periodo potrebbe trasformarsi in un pianto per i danni che i professionisti del sorriso rischiano di produrre nell’assetto socio-politico-istituzionale del nostro malandato Vecchio Continente.

Quello dei seri è un silenzioso esercito di estremisti del fare. Che pur partendo da posizioni politiche diverse se non contrapposte (social democratiche, liberali o cattoliche) condividono sull’immigrazione il medesimo modus operandi. Anziché cavalcare i problemi, provano, sia pur con ricette divergenti, a risolverli. Hanno rispetto ai loro competitor (i pasticcioni) il limite di parlare e farsi notare pochissimo, cosa che potrebbe costargli carissimo alle urne. Ma il formidabile vantaggio di aver portato a casa, laddove governano, risultati concreti. Clamoroso, sotto questo punto di vista, ma gli esempi di ogni colore politico sono tantissimi, il caso della Baviera. Il Land più ricco della Germania, che pur essendo feudo indiscusso della Csu storicamente anti-immigrati, vanta un primato a cui nessuno potrebbe credere: essere riuscito in meno di 4 anni a collocare sul mercato del lavoro 60mila rifugiati. Come molti ricorderanno nel 2015 vennero accolti in Germania oltre 1 milione di profughi, in maggioranza siriani in fuga dal guerra. Da allora il governo di Berlino ha speso più di 20 miliardi per la loro formazione e integrazione. Come prima cosa i richiedenti asilo devono frequentare corsi di lingua tedesca e una volta ottenuta la certificazione B1 o B2 intraprendono la formazione al lavoro. Un percorso obbligato per poter restare in Germania. O in Baviera, regione ricca e ultra conservatrice dove nelle ultime elezioni si è registrata una forte avanzata dell'Afd – Alternative fuer Deutschland, Alternativa per la Germania – formazione di estrema destra che ha eroso consensi ai centristi della Csu cavalcando l'onda della xenofobia.

Se state pensando che da quelle parti è tutto più facile perché l’economia tira come il vento, avete ragione. Ma fino a un certo punto. Perché grazie a un raffinatissimo studio di Banca d’Italia, che ha messo a confronto due eccellenze come la Baviera e la Lombardia, scopriamo che la prima rispetto alla seconda ha un non trascurabile vantaggio competitivo. Riesce, infatti, a occupare di più e meglio le fasce marginali e fragili (giovanissimi, donne, anziani e immigrati) che, invece, nella locomotiva italiana soffrono lo strapotere dei segmenti classici rappresentati dai maschi tra i 40 e i 50 anni.

Osservazioni forse utili per chi tra pochi giorni avrà, nonostante tutto, la voglia e la pazienza di andare a votare.