Sull’immigrazione l’Italia è ferma al passato

Colpisce ma non stupisce la sanatoria degli immigrati proposta dal decreto legge del governo. Infatti, nella consolidata, e senza rivali in Europa, storia delle regolarizzazioni degli stranieri illegali in Italia, quella che sta per entrare in vigore ha forse un primato senza precedenti. Perché, come ha fatto notare con un pizzico di perfidia l’ex-Ministro Roberto Maroni, è la prima sanatoria approvata da un esecutivo di sinistra ricorrendo a uno schema che è copia-carbone di quello adottato tempo addietro da una compagine di centro-destra. L’articolo 110-bis del decreto Rilancio, almeno dalla bozza che circola in queste ore, riprende, infatti, gli snodi essenziali della sanatoria approvata nel 2009 dal governo Berlusconi con il Decreto Legislativo 78/09 convertito nella legge 3 agosto 2009 n.102. L’unica differenza sostanziale è che quella odierna consente di sanare non solo gli immigrati illegali con un rapporto di lavoro sommerso, ma anche quelli che non hanno un’occupazione, rilasciando loro un permesso di soggiorno valido sei mesi. Tradotto: si concede di fatto agli immigrati illegali un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro a cui a suo tempo aveva detto un energico No Giorgio Napolitano in fase di stesura della legge sull’immigrazione che con Livia Turco prende il suo nome. Ma se non trovano occupazione si autodenunceranno? Li rimpatrieremo?

Al netto di tutto ciò, l'ironia di Roberto Maroni aiuta finalmente a chiarire la verità. Sull’immigrazione, e in particolare sulle sanatorie, destra e sinistra pari sono. Confondono i vizi del mercato del lavoro sommerso italiano con i problemi di gestione degli immigrati. Il risultato ieri come oggi è un premio per gli imprenditori italiani e gli immigrati che non rispettano la legge a discapito di quelli, autoctoni e stranieri, che rispettano le regole. La sanatoria del governo Conte va esattamente in questa direzione. Alcune semplici osservazioni sulle cause e le conseguenza di questo provvedimento aiutano a capire il perché.

Partiamo dal fatto che la regolarizzazione degli immigrati in questo caso è stata giustificata dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di manodopera, soprattutto nel settore agricolo.

Sul primo punto ricordiamo che ai sensi dell’articolo 35 della legge Turco-Napolitano del 1998 (e successive modifiche), l’ordinamento italiano riconosce e garantisce agli immigrati irregolari, senza oneri a carico dei richiedenti, il diritto all’accesso alle cure. In particolare: la tutela della gravidanza e della maternità, la tutela della salute dei minori, le vaccinazioni nell’ambito di interventi di prevenzione collettiva, gli interventi di profilassi internazionali, la profilassi e la cura delle malattie infettive. L’accesso alle strutture sanitarie di uno straniero irregolare non comporta la segnalazione alle autorità di polizia salvo i casi di obbligatorietà di referto. Sulla base di questa normativa un immigrato illegale affetto da Covid-19 può chiedere e ricevere assistenza sanitaria senza rischiare alcuna controindicazione penale in ragione del suo status di fuori legge.

Sul secondo punto sappiamo dalle associazioni di settore che a causa dell’emergenza sanitaria nelle campagne italiane mancano in queste settimane circa 200 mila stagionali stranieri. Servono adesso, non domani. Il rischio è di mandare al macero i raccolti. Ma la sanatoria del governo Conte regolarizzerà soltanto una manciata di migliaia di immigrati irregolari che tenendo conto delle lungaggini burocratiche otterranno il nuovo status non prima della fine dell’estate.

Viene da chiedersi, allora, perché su questo fronte l’Italia, come peraltro chiedono le principali associazioni di categoria, non abbia seguito il resto d’Europa. Lo abbiamo già scritto in queste colonne, ma è forse il caso di ribadirlo. Decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Francia, Germania e Gran Bretagna (a breve anche di Austria, Danimarca, Finlandia, Norvegia e Spagna) grazie ad accordi bilaterali basati sui princìpi dell’immigrazione circolare West si è occupato lo scorso 7 maggio.
L’immigrazione circolare, infatti, si basa su uno schema, semplice, flessibile e pragmatico, che aiuta a prevenire le controindicazioni delle sanatorie all’italiana. Con l’adozione di questo meccanismo circolare, il mismatch ufficiale tra domanda e offerta di manodopera nei mercati nazionali viene colmato dall’intervento della Stato di destinazione che agli interessati garantisce il rilascio di un tot di permessi di soggiorno temporanei per lavoro, con tanto di visto di reingresso pluriennale per gli immigrati che a conclusione dei raccolti garantiscono il loro rientro nel Paese di origine. È una soluzione win-win. Perché in linea generale soddisfa i bisogni: degli stagionali immigrati che a causa del lockdown rischiavano di rimanere disoccupati e bloccati in casa oppure di spingersi, pur di sopravvivere, a muoversi illegalmente alla ricerca di occupazioni sommerse e sotto retribuite;
degli imprenditori che anche quest’anno possono contare sul rapporto fiduciario pluerinnale con i loro dipendenti stranieri, senza peraltro rischiare di mandare al macero i raccolti; degli Stati di origine e destinazione che grazie all’immigrazione circolare possono almeno ridurre il danno della crisi economica dopo quella sanitaria.

Ma allora perché continuiamo a preferire la sanatoria all’immigrazione circolare? La verità è che su questo tema in Italia si preferisce il passato al futuro. La nostra ennesima sanatoria rischia soltanto di esacerbare lo scontro sociale fra onesti e disonesti, siano essi italiani o stranieri. Senza contare i mal di pancia dell’opinione pubblica che di fronte a una gigantesca crisi economica senza precedenti, è meno disposta a concedere indulgenze a chi viola la legge.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

Iscriviti alla newsletter: