Sull’immigrazione preoccupa il silenzio dei riformisti

Lo scontro tra messianici e millenaristi ha paralizzato la politica dell’immigrazione in Italia. Esordisce così Goffredo Buccini, editorialista di lungo corso del Corriere della Sera, intervistato da West sul suo ultimo libro Italiani e No. Dagli albanesi ai taxi del mare. Storia di trent’anni di paure (Solferino, 2020, pp.351).

Scusi, ma a chi si riferisce con i termini messianici e millenaristi?

I primi vedono negli immigrati la soluzione di tutti i nostri problemi. I secondi, al contrario, la fine del nostro mondo. È un confronto ultra-decennale tra massimalisti di sinistra e di destra. A loro va attribuito lo stallo in cui versa il dibattito, prima ancora della politica, sull’immigrazione in Italia. Il conflitto ideologizzato tra i due schieramenti non consente all’Italia di auto percepirsi come un grande Paese di immigrazione. E di conseguenza mancano i presupposti per discutere, sanare le contraddizioni ma anche valorizzare gli agi che il fenomeno migratorio inevitabilmente porta con sé. Manca un approccio di buon senso e, capace di inaugurare un’operazione verità sull’immigrazione in Italia. Sta qui la ragione del perché nel mio libro denuncio il silenzio dei riformisti su un tema così centrale e delicato.

Sta forse sostenendo che sull’immigrazione i riformisti hanno lasciato campo libero ai massimalisti di ogni colore politico?

Sì. Più che un’opinione è una verità storica. La destra millenarista fa il suo mestiere, cavalca e propaganda luoghi comuni sugli immigrati. Mentre la sinistra messianica insiste tenacemente a negare l’esistenza di qualsiasi problema. Il risultato è un vuoto, appunto riformista, che penalizza soprattutto quelli che nel libro definisco penultimi, cioè gli italiani, economicamente e socialmente fragili.

Scusi, qualcosa non torna nel suo discorso. Quelli che lei definisce penultimi non rappresentano una tradizionale fetta dell’elettorato di sinistra?

Appunto. Quello della sinistra sembra essere un vero e proprio suicidio politico. Perché mentre i massimalisti guardano solo agli immigrati e dimenticano i penultimi. I riformisti tacciono, contribuendo all’oblio del loro tradizionale elettorato. Che non a caso trova sempre più protezione e rappresentanza nella destra millenarista.

Passiamo dalla teoria alla pratica. Ci faccia qualche esempio di questa sorta di schizofrenia del dibattito politico sull’immigrazione in Italia?

Prendiamo il caso della stagione di Marco Minniti Ministro degli Interni del Partito Democratico, l’unica parentesi riformista sull’immigrazione degli ultimi anni nel nostro Paese. Propose di rafforzare e migliorare il nostro Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), coinvolgendo tutti i comuni italiani per ridistribuire il carico dell’accoglienza ed evitare conflitti tra sindaci. Ma anche di creare un Centro di Identificazione ed Espulsione in ogni regione per velocizzare le procedure di espulsione e rimpatrio dei falsi richiedenti asilo. A tale scopo promosse accordi bilaterali con i Paesi di origine e scese a patti con le tribù libiche per frenare le partenze verso le nostre coste. Venne accusato dal suo stesso partito di contrattare con i criminali che in Libia gestiscono centri di detenzione che violano i più elementari diritti umani.

Bene, ma come racconto nel mio libro, in quel periodo fui invitato dagli amici della Caritas di Benevento a un dibattito su questo tema. Davanti a una platea che semplificando definirei cattocomunista mi sono concesso un piccolo esperimento: ho chiesto quanti fossero disposti a sostenere un intervento militare per annientare con le armi l’infamia dei lager libici e per prendere il controllo della costa in mano alle organizzazioni criminali internazionali. Mi ha risposto il silenzio.

Ma c’è di più. Perché mentre lo schieramento messianico sparava a zero su Marco Minniti per i suoi approcci securitari, cincischiava davanti al progetto di legge sullo ius soli che avrebbe consentito un più facile accesso alla cittadinanza a migliaia di giovani che studiano nelle scuole con i nostri figli e in buona parte sono nati qui da noi. Timorosi di perdere consenso elettorale, relegarono in un cassetto un tema centrale per il futuro delle seconde generazioni in Italia.

È chiarissimo adesso perché lei parla di una Italia paralizzata sull’immigrazione. Lo è meno come uscire dalla paralisi. Per dirla con Lenin, che fare?

Superare il conflitto ideologizzato. Avviare un’operazione verità sull’immigrazione. Prendere atto che se non è ben governato con i vantaggi arrivano anche i disagi. Trovare soluzioni pragmatiche e di buon senso. Tenere conto che l’immigrazione è un tema di politica interna ma anche internazionale. Questo chiama in causa l’Unione Europea. E non mi riferisco soltanto alla necessità di una politica migratoria comune atta a promuovere e garantire via legali di ingresso, controlli alle frontiere e rimpatri europei. Ma anche alla politica estera e di difesa dell’UE.

Insomma, boots on the ground contro il rischio di una invasione dal Sud del mondo?

Il mondo è cambiato. Con Biden alla Casa Bianca, i rapporti tra UE e USA saranno forse più distesi. Ma non possiamo più aspettarci che lo zio Sam ci aiuti e protegga come ha fatto dal Secondo Dopo Guerra all’altro ieri. È ora che l’Europa cammini sulle proprie gambe. Questo significa avere anche una vera politica estera e di difesa comune capace se necessario di intervenire militarmente nei teatri di instabilità prossimi alle nostre frontiere. Altrimenti rischiamo di scivolare in quello che nel libro definisco il paradosso del pacifista che ha spesso come grottesco corollario la necessità di affidarsi ai brutti della storia che ci liberino dall’obbligo di essere brutali a nostra volta.