Tapachula ci dice l’aria che tira sui rifugiati

Da Tapachula arriva l’ennesima conferma che il sistema globale di accoglienza dei rifugiati, nato con la Convenzione di Ginevra del 1951, si sgretola ogni giorno di più. Questa cittadina messicana, al confine col Guatemala, luogo di transito per i richiedenti asilo negli USA, è oggi teatro di una crisi umanitaria senza precedenti, come rivela Nanjala Njabola sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Perché l’amministrazione Trump, con l’autorevole avallo della Corte Suprema statunitense, ha stabilito che i centro-americani intenzionati a chiedere protezione negli Stati Uniti dovranno depositare le loro richieste non più al confine americano, ma nelle nazioni attraversate nella marcia di avvicinamento al Norte. Per quelli dell’Honduras e del El Salvador i paesi delegati sono il Guatemala e il Messico, mentre per i guatemaltechi solo il secondo. Una novità assoluta oltreoceano che ricorda da vicino il principio della Convezione di Dublino in base al quale i migranti hanno l’obbligo di chiedere asilo nel paese UE di primo approdo.

Il risultato è che il Messico è tenuto adesso, se non vuole perdere aiuti e scambi commerciali con i vicini e minacciosi yankee, a fare quello che non aveva mai fatto: accogliere e valutare le domande di asilo dei centro-americani nei confronti dei quali aveva, invece, sempre chiuso un occhio, sapendo che gli Usa erano la loro destinazione finale.

Ma i problemi per il governo messicano non finiscono qui. Non foss’altro perché nelle città di confine come Tapachula e Tijuana alla pressione migratoria dall’America centrale, si è sommata, cosa che nessuno aveva previsto, quella dall’Africa. Sono infatti in aumento gli africani che attraversano l’Atlantico per raggiungere gli Usa passando per il Messico dove però, viste le novità di cui sopra, rimangono bloccati. Il risultato è che per questo vasto ed eterogeneo esercito di richiedenti asilo e immigrati illegali (difficile distinguere gli uni dagli altri) quello messicano rischia di trasformarsi in vero e proprio eterno limbo. Dove persino chi avrebbe pieno diritto allo status di rifugiato passerà mesi, se non anni, nell’attesa di ricevere la protezione umanitaria che gli spetta.

Ciò che più conta, tuttavia, è che il caso messicano più che un’eccezione è la regola nel sistema globale di accoglienza dei rifugiati. Le difficoltà nel distinguere gli immigrati illegali dai richiedenti asilo, così come quella di garantire protezione a nuove tipologie di vulnerabili (es. i rifugiati climatici) non annoverati nella Convenzione di Ginevra del 1951, sono all’ordine del giorno in mezzo mondo. Tant’è che a livello internazionale è in costante crescita il numero di richiedenti asilo che addirittura nasce e muore dentro i campi profughi UNHCR, aspettando tutele che non riceveranno mai.

Un quadro assai poco confortante ma stranoto ai più. Prova ne è il fatto che nell’ottobre 2019 l’Alto Commissario Onu per i rifugiati, l’ambasciatore italiano Filippo Grandi, lanciò un ambizioso piano di riforma (Global Compact on Refugees) della Convenzione di Ginevra 1951. Una fatica di Sisifo, quella di Grandi, visto il mancato supporto degli Stati che contano. Usa in testa.