Temono i populisti, ma non li prendono sul serio

Perché, nonostante l’esito delle elezioni europee e di quelle più recenti in Germania e Svezia, l’establishment politico del Vecchio Continente strilla e strepita contro il populismo invece di prenderlo sul serio? Domanda sacrosanta visto che a fronte dei tanti segnali di avvertimento, la risposta delle nostre cancellerie è stata, più o meno, sempre la stessa. Fare finta di niente sperando che passi a’nuttata. Nella convinzione che l’ondata populista, figlia dell’attuale, prolungata Grande Recessione, perderà propulsione e consensi con la ripresa dell’economia. Ma le cose stanno veramente cosi? Non proprio. Per almeno due ragioni. Partiamo dalla prima.

In un argomentato articolo pubblicato sull’ultimo numero di Foreign Affairs con il titolo "Pitchfork Politics" (la Politica dei Forconi), Yascha Mounk spiega perché la “tesi economicista” del populismo abbracciata dall’establishment politico sia non solo riduttiva ma sbagliata: “in ragione del fatto che sottovaluta l’importanza dei cambiamenti elettorali. L’onda populista più che della crisi è figlia di un complesso di sfide che hanno ridotto la capacità dei governi democratici di rispondere alle esigenze dei cittadini. Problemi che non si risolveranno certo nel giro di qualche anno”.

Verità confermata dai risultati delle tornate elettorali a Stoccolma e nei Länder tedeschi della Turingia e Brandeburgo. In entrambi i casi, infatti, pur trattandosi di realtà geografiche dove la crisi si vede col binocolo, i partiti populisti hanno toccato livelli di consenso impensabili fino a pochissimo tempo fa. Ma c’è una seconda ragione di natura squisitamente politica che consiglierebbe di prendere il populismo sul serio. Visto che sembra in grado di mettere in discussione il monopolio politico sull’elettorato di centro destra detenuto, quasi ininterrottamente dalla fine della seconda guerra mondiale, dai grandi partiti conservatori continentali.

Basta guardare, ad esempio, a quello che accade in Francia, dove gli ex gaullisti dell’UMP rischiano di essere elettoralmente fagocitati dal neo populismo blu-marine della Le Pen. O in Inghilterra, visto che lì, in caso di elezioni anticipate, l’UKIP di Nigel Farage, togliendo voti da destra, costringerà i Tory di Cameron a lasciare il governo. Identica situazione nel paese delle renne dove gli svedesi democratici del giovane populista Jimmie Akesson, agguantato un clamoroso share elettorale vicino al 13%, hanno costretto alle dimissioni il primo ministro conservatore di Fredrik Reinfeldt. Per ultima la Germania. Dove il 12,2% incassato da Alternative für Deutschland, ha prodotto, per la prima volta nella storia, uno smottamento politicamente significativo a destra del partito di Frau Merkel & C.