Triste promemoria di fine anno sull’immigrazione

2018 annus horribilis per l’immigrazione in Europa. Gli sbarchi, ci dice Frontex, sono calati a 140 mila (rispetto al 2017 -30% nell’UE e -80% in Italia) ma la politica del Vecchio Continente si è spaccata come non mai sui nuovi arrivati. Una babele sintetizzata da due post-it che l’anno quasi alle spalle lascia a sua futura memoria.

Il primo: l’Unione Europea procede a vista e in ordine sparso. A ogni sfida risponde con 28 voci anziché una sola. Clamoroso, a riguardo, il caso dell’Austria presidente di turno del Consiglio europeo in quest’ultimo semestre del 2018. Che a pochi giorni dalla scadenza del suo mandato ha pensato bene ieri, dopo aver nicchiato per mesi e mesi, di provare, in una missione solitaria e fallimentare, a trovare soluzioni anti-immigrazione clandestina con l’Egitto. Che, fiutata la debolezza del suo interlocutore, ha fatto spallucce.

Stessa musica, anzi peggio, se pensiamo al ruolo dell’UE nei negoziati per un patto globale sulle migrazioni che l’Onu ha promosso con lo scopo di dare una risposta corale della comunità internazionale ai problemi dell’immigrazione. Al momento della ratifica, a Marrakech, lo scorso 10 dicembre, 18 Stati europei hanno detto sì, 10 (Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Italia, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) non erano neanche presenti al tavolo. Ma, a prescindere dal merito, se è vero che siamo un’Unione, non bastava mandare un unico rappresentante? Immaginate il caos che i 50 Stati USA creerebbero se seguissero il nostro modus operandi. Dal Texas al Maine se ognuno dicesse la sua, non si arriverebbe mai a conoscere la posizione americana.

Il secondo: sul campo di battaglia dell’immigrazione, è caduta persino l’ultima leader europeista di peso, Angela Merkel. Perché ha pagato a carissimo prezzo le scelte prese nel 2015. Quando, in piena crisi migratoria (oltre un milione di arrivi in Europa), di fronte alle immagini del piccolo siriano Aylan restituito dalle onde cadavere sulle spiagge turche di Bodrum, fu l’unica a rompere l’inerzia generale dei partner europei. Segnando un confine chiaro tra emergenza umanitaria ed emergenza immigrazione. Separando in maniera netta l’obbligo di accogliere i profughi che scappano da guerre (“c’è posto per tutti” dichiarò la cancelliera) e la necessità di rimpatriare gli immigrati illegali in cerca di una nuova vita. Dopo la decisione di spalancare le porte della Germania ai rifugiati, Merkel è stata vittima, in primis, del fuoco amico del suo partito. Impersonato, da ultimo, dal Ministero dell’Interno Horst Seehofer. Che preoccupato dall’avanzata dell’estrema destra anti-immigrati nella sua Baviera, ha, di fatto, costretto la cancelliera a tornare, almeno in parte, sui suoi passi. Correggendo, in chiave più restrittiva, il suo aperturismo. Ma, siccome, in politica, come nella vita, incertezze e cincischiamenti non pagano, il risultato è stato che Angela Merkel, per evitare una crisi di governo, ha ceduto la leadership della Cdu ad Annegret Kramp-Karrenbauer e, soprattutto, ha garantito che non si presenterà alle prossime elezioni politiche.

Questo il passato, e il futuro? Le cose potrebbero andare anche peggio. Non solo perché a marzo esploderà il caso Brexit ed un eventuale no deal apre scenari infausti. Ma anche in ragione del fatto che le elezioni europee del prossimo maggio, comunque andranno, sono destinate ad esacerbare il clima dell’ognuno per sé, dio per tutti che regna nel Vecchio Continente.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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