Trump teme la linea d’ombra

Siamo proprio sicuri che Trump è finito? Secondo Frank Bruni, che sul New York Times di mercoledì 1 luglio lo ha definito “toast” (cotto) la risposta è sì. Una predizione forse azzardata ma non infondata a leggere i risultati, per lui sconfortanti, di sondaggi e rilevazioni campionarie pubblicati ormai a getto continuo. Come quella, ultima della serie, condotta del Pew Research Center. Secondo la quale l’83% degli americani intervistati si sarebbero detti scontenti di come stanno andando le cose nel loro paese. Una percentuale negativa da capogiro soprattutto se espressa a pochi giorni dalla ricorrenza del 4 luglio. Una festa che da sempre ha rappresentato per gli americani motivo di speranza ed ottimismo per le sorti a venire della loro nazione. E che invece, quest’anno, rischia di essere “silenziata” dall’incedere del coronavirus talmente inarrestabile da imporre il lockdown persino a quella che anni addietro Mark Twain definì come la Porta d’Oro d’America: la California.

Una situazione che Trump oltre a gestire come peggio non poteva ha scriteriatamente pensato di utilizzare, con ribalda prosopopea, come arma di una assai poco felice campagna elettorale. Un modo di fare fortunato fino a ieri che rischia oggi di trasformare le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre in un referendum sulla sua persona anziché su una proposta politica. Il nodo dei problemi, che spiega molto dell’agitazione presente tra i suoi più stretti collaboratori, è che non si capisce più dove sia finito il messaggio di cambiamento con il quale Trump oltre a sorprendere amici e nemici era riuscito a mobilitare quella parte dell’America profonda “lasciata indietro” dai fasti della globalizzazione e dal trionfo della cultura metropolitana aperta a tutte le diversità eccetto la loro. Uno spaesamento strategico aggravato dal tradimento della fortuna. Un abbandono che per un politico è peggio del veleno. La buona sorte degli anni passati negli ultimi mesi sembra, infatti, avergli decisamente voltato le spalle. Al punto che quasi tutto quello che fa finisce per andargli storto.

Come, ad esempio, l’esito infelice della definizione dodering (vecchio scimunito) con la quale aveva pensato di tagliare le gambe al rivale democratico Joe Biden. E che, invece, si è per lui trasformata in un boomerang, costringendolo a correre ai ripari per evitare di inimicarsi e perdere il voto del potente e decisivo partito dei seniores a stelle e strisce. La verità è che c’è una linea d’ombra sul futuro di Trump di cui, per affettuosa scaramanzia, i suoi evitano nel modo più assoluto di parlare. Di tutti i Presidenti americani solo due hanno fallito la rielezione al secondo mandato: Jimmy Carter e George Bush (padre). Ed entrambi nell’estate pre- elettorale avevano un rating di gradimento inferiore a 40%. Che è esattamente lo stesso di cui è attualmente accreditato il magnate newyorkese.