Trump tuona ma la carovana sembra fargli comodo

La carovana di migranti in marcia dall’Honduras verso gli Stati Uniti domenica scorsa ha varcato i confini del Messico. In cammino da quasi due settimane, sono più di 7.00 quelli che stazionano nel centro della città di Huixtla (Chiapas). Per Loro c’è ancora molta strada da fare: 1.800 chilometri. Ma nonostante le non poche difficoltà e gli ukase di Trump, questi disperati non sembrano intenzionati a fermarsi né tanto meno a tornare indietro.

Vale forse la pena ricordare che tutto ha avuto inizio il 12 ottobre scorso dal raduno di un gruppo di honduregni alla fermata dei bus di San Pedro Sula (tristemente nota per essere una delle città più violente del mondo). L’intenzione del momento era di provare a varcare i confini della California. Ed è allora però che è successo qualcosa di inaspettato. Perché grazie al tam-tam sui social media la marea di questi disperati si è ingrossata col passare dei giorni. E chilometro dopo chilometro da centinaia sono diventati migliaia. Uomini, donne e bambini che dall’Honduras, Guatemala e El Salvador hanno deciso di unirsi alla carovana della speranza. La più grande di sempre. Al New York Times, che come i grandi media americani segue la marcia in tempo reale, tutti raccontano la stessa storia: privazioni e disperazione. Forti della speranza di poter avere un futuro migliore al Norte. Dove molti loro hanno già un familiare residente. Per questo il loro obiettivo è il confine.

Questo vero e proprio esercito in avvicinamento non poteva non far scattare negli Usa feroci polemiche politiche e finire involontariamente al centro della campagna elettorale per le elezioni di Midterm del prossimo 6 novembre. Ad aprire il fuoco di sbarramento, neanche a dirlo, è stato proprio Trump. Che prima ha minacciato ritorsioni contro i governi del Centromerica accusati di intollerabile lassismo. E poi, fiutando l’aria, ha cambiato spalla al proprio fucile, scagliandosi contro i democratici e la sinistra liberal che, a suo parere, avrebbero sponsorizzato la carovana. Con l'aggravante che, secondo Donald, al suo interno si sarebbero addirittura infiltrati terroristi islamici. Poiché nelle elezioni che lo hanno portato alla Casa Bianca l’immigrazione era stata la vera arma vincente, ha pensato bene di tornare ad utilizzarla. Soprattutto nel timore che le prossime elezioni possano riservargli una brutta sorpresa. A questo punto però, se non temessimo di passare per inguaribili dietrologi, verrebbe da pensare, nonostante le apparenza dicano il contrario, che dietro la carovana ci sia un’abile “manina”.

Grazia De Vincenzis

Giornalista con 25 anni di attività nel mondo dell’informazione cartacea, digitale e radiofonica.

Iscriviti alla newsletter: