Un regalo amaro per il compleanno dell’UNHCR

L’UE ha regalato all’UNHCR, che oggi compie 70 anni, l’ennesima emergenza profughi. Infatti, dopo Lesbo e Lampedusa, la crisi umanitaria si abbatte in queste ore nell’arcipelago spagnolo delle Canarie. Che dall’inizio dell’anno ha accolto dall’Africa Occidentale oltre 20 mila tra immigrati e rifugiati: +70% rispetto al 2019. Cifre così alte non si registravano dalla crisis de los cayucos del 2006.

E' uno scenario identico a quello più volte già visto sulle coste italiane e greche. “Le Canarie non possono essere lasciate sole”, ha denunciato lo scorso weekend il Governatore Angél Victor Torres puntando il dito contro il Premier socialista Pedro Sanchez, suo compagno di partito. Che a sua volta denuncia l’UE di avere lasciato la Spagna sola in questa emergenza umanitaria. Dal canto loro, le organizzazioni non governative denunciano gravissime violazioni dei diritti umani nei centri di accoglienza. Per tale ragione i giudici sono intervenuti con alcune sentenze che hanno ridotto da 60 (previsto dalla normativa vigente) a 3 giorni il periodo massimo di trattenimento dei nuovi arrivati nei centri di accoglienza. E intanto la politica e l’opinione pubblica si dividono tra lo schieramento securitario e quello umanitario.

 La verità è che alle Canarie, come a Lesbo e a Lampedusa, va in scena il peggio dell’inerzia europea sulle politiche migratorie. Con l’aggravante in questo caso che molte nazioni del Vecchio Continente, rassicurate dall’efficacia dell’accordo pluriennale Spagna-Marocco sul contrasto all’immigrazione irregolare che ricorda quello tra UE e Turchia, hanno pensato bene di continuare a nicchiare sui tre grandi nodi irrisolti della politica UE dell’asilo e dell’immigrazione.

Il primo riguarda come distinguere i rifugiati dagli immigrati economici irregolari. Nelle isole di frontiera europea le autorità non hanno i mezzi per vagliare al momento dello sbarco lo status dei nuovi arrivati. Migranti da rimpatriare, trafficanti da arrestare, rifugiati da accogliere, si ritrovano spesso stipati per anni nei medesimi centri. Che sono vere e proprie bombe socio-sanitarie a orologeria. Per chi vi abita, ma anche per la popolazione autoctona che risiede nei pressi. Che è quanto di meglio si possa immaginare per un potenziale scontro sociale tra chi ospita e chi viene ospitato, tanto più nell’era del COVID-19.

Il secondo concerne la redistribuzione dei nuovi arrivati in seno all’UE. Le grandi capitali europee sono d’accordo e disponibili a condividere con gli Stati di primo approdo come Grecia e Italia, l’onere dell’accoglienza dei rifugiati, ma sono in stand-by: se non riusciamo a distinguere i rifugiati da accogliere e gli immigrati economici irregolari da rimpatriare come facciamo a trovare un accordo strutturale sulla redistribuzione di chi ha diritto all’asilo?

Il terzo, forse il più delicato, ha a che vedere con i rimpatri degli irregolari. Gli Stati di primo approdo non hanno la capacità economica e organizzativa di sostenere le lunghe, costose e farraginose operazioni di rimpatrio. Tanto più se manca la collaborazione dei Paesi di origine. È vero che se ne potrebbe fare carico l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, ma anche su questo fronte manca un accordo europeo sulla stanziamento di maggiori fondi e mezzi atti a potenziare le capacità dell’Agenzia.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

Iscriviti alla newsletter: