Una modesta proposta per riaprire il dossier rifugiati

Serve ingegno e creatività per rispondere all’allarme dell’UNHCR sul crollo degli aiuti internazionali ai rifugiati nel mondo. L’Agenzia delle Nazioni Unite denuncia di avere ricevuto dai donatori, pubblici e privati, il 49% dei $9,1 miliardi pattuiti per il 2020. Un gap difficilmente colmabile nei pochi mesi che rimangono alla fine dell’anno. Non foss’altro perché in piena seconda ondata di pandemia, Stati e filantropi stringono la cinghia e dirottano la maggior parte delle donazioni sulla ricerca del vaccino contro il virus. Senza contare che mentre il Covid-19 picchia duro sulla salute e sull’economia del globo, è una chimera pensare di trovare un governo che metta il portafogli e la faccia in difesa e per conto di quelli che Madre Teresa avrebbe definito gli ultimi fra gli ultimi.

È in questa ora più buia che occorre aguzzare l’ingegno e sperimentare buone pratiche atte a tutelare la vita dei circa 80 milioni di donne, uomini e bambini costretti ad abbandonare casa a causa di guerre e persecuzioni. L’Unione Europea potrebbe essere capofila di questo nuovo corso che nel lungo periodo potrebbe portare a rivoluzionare il sistema internazionale dell’asilo, come peraltro aveva indicato tempo addietro l’Alto Commissario ONU per i rifugiati Filippo Grandi.

Lo stato in cui versano i rifugiati nel mondo è talmente ingarbugliato e complesso che viene da chiedersi, da dove cominciare?

Per iniziare l’UE potrebbe promuovere un maxi piano per stravolgere le attuali modalità di riconoscimento e accoglienza dei richiedenti asilo che bussano alla sua porta. Sappiamo infatti che nei luoghi di frontiera che ricevono la maggiore pressione migratoria, Grecia e Italia, le autorità faticano a riconoscere e distinguere gli aventi diritto allo status di rifugiati dagli immigrati economici irregolari da rimpatriare. Le due categorie spesso convivono e si confondono in presunti centri di accoglienza dove nell’attesa di ricevere un parere dalle autorità del paese ospitante sono i più vulnerabili a pagare il costo psicologico e sociale di un’esistenza già spezzata dalle violenze subìte in patria. Ed è intorno a questa mancata distinzione tra rifugiati e immigrati economici che si consuma in seno all’UE lo scontro con gli Stati di frontiera che lamentano la mancanza di solidarietà e quelli mitteleuropei che denunciano l’incapacità dei partner del Sud a riconoscere i profughi da redistribuire e gli irregolari da rimpatriare.

Una soluzione, anche se complessa dal punto di vista politico-istituzionale, potrebbe arrivare da un accordo sull’opportunità di distinguere il momento e la sede dell’identificazione da quelli dell’accoglienza in Europa.

Come?

Per esempio istituendo delle enclave umanitarie europee in ciascuno degli Stati membri. Si tratterebbe di territori circoscritti che sotto la sovranità UE consentirebbero un intervento congiunto dell’UNHCR, dell’OIM e delle Ong per espletare le procedure di riconoscimento dei richiedenti asilo nei tempi e nei modi previsti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. Gli aventi diritto all’asilo verrebbero redistribuiti da questa struttura UE tra i paesi europei, mentre coloro che vengono riconosciuti non come profughi ma come immigrati economici irregolari rimarrebbero nell’enclave (e non sul territorio del Paese ospitante) nell’attesa di essere rimpatriati. Questo significherebbe un superamento de facto delle singole politiche nazionali a favore di una struttura politico-amministrativa europea e autonoma.

È una novità che oltre ad azzerare uno storico tema di scontro interno all’UE, garantirebbe maggiore sicurezza ai rifugiati e alle popolazioni autoctone che risiedono oggi nei pressi dei centri di accoglienza. Per i primi il diritto d’asilo si trasformerebbe da una vera e propria roulette a una certezza garantita e tutelata dalle massime e più autorevoli istituzioni internazionali. Per i secondi cambierebbe la percezione dei nuovi arrivati. Non vederli ciondolare per anni in fatiscenti centri di accoglienza, sarebbe di per sé sufficiente, infatti, a superare molti pregiudizi e luoghi comuni.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. Fra il 1979 e 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi.