Una proposta sulla cittadinanza ai figli degli immigrati

Ci sono molte buone ragioni per cambiare la legge n.91 del 1992 sulla cittadinanza, oggi vigente in Italia. A spiegarle è il Prof. Alessio Rauti, docente di Diritto pubblico all'Università Mediterranea di Reggio Calabria, membro della neonata Accademia di Diritto e Migrazione che riunisce oltre duecento studiosi.

La storia di Rami Shehata e Adam El Hamami, premiati con la cittadinanza italiana perché hanno aiutato i carabinieri a intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, ha riaperto il dibattito sulle modalità di concessione dello status civitatis ai nati nel nostro paese da genitori stranieri. Qual è la sua opinione a tal proposito?

La legge n. 91 del 1992 in tema di acquisto e perdita della cittadinanza italiana è nata già vecchia, ovvero incapace di rimodulare i criteri di acquisto della cittadinanza alla luce della progressiva trasformazione della nostra Repubblica da Stato ad alta emigrazione a Paese ad alta immigrazione. In verità, non ci solo miopia politica, ma una precisa scelta che addirittura rese questa legge, ancora oggi vigente, molto meno inclusiva di quanto lo fosse la precedente legge n. 555 del 1912, in cui, ad esempio, era prevista una forma di ius soli temperato in base alla quale la cittadinanza era acquistata, a certe condizioni, dal figlio di stranieri residenti nel territorio del Regno da almeno dieci anni o poteva essere concessa allo straniero ivi residente da cinque anni . Il riferimento è particolarmente significativo se si fa caso al fatto che quella legge era stata approvata al culmine storico dell’emigrazione italiana, ovvero quando tutta l’attenzione del legislatore era rivolta non certo all’immigrazione, quanto e piuttosto, per svariate ragioni, a tenere fermo il legame con la Patria dei cittadini all’estero.

Peraltro, mentre molti altri Stati europei, una volta divenuti Paesi ad alta immigrazione, hanno modificato in senso più inclusivo le loro leggi, il legislatore italiano, che ha subito tale trasformazione attraverso un lungo processo iniziato nella seconda metà degli anni settanta del secolo scorso, tace sul punto. Anzi, dopo una sfilza di progetti puntualmente presentati in ogni legislatura e arenatisi nelle secche parlamentari, il recente “Decreto Salvini” (D.L n. 113/2018, convertito nella legge n. 132 dello stesso anno) addirittura aumenta a quattro anni il tempo per la decisione sulle domande di cittadinanza per naturalizzazione. È il segno dell’incapacità delle forze politiche – a questo punto, deve dirsi, di tutte – di coltivare e realizzare un progetto organico sulla cittadinanza e sulla convivenza sociale di questo Paese o talvolta della loro profonda debolezza nell’affrontare a testa alta le conseguenze di tale opera a livello elettorale.

A mio avviso, l’acquisto della cittadinanza è la tappa di un percorso in cui lo straniero decide di comportarsi come se fosse cittadino, sentendosi di conseguenza investito del dovere di fedeltà alla Repubblica (ancora formalmente riferito ai soli cittadini) e del dovere di difesa della Patria, in combinato disposto col principio di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione, dovere che la stessa Corte costituzionale ha ritenuto assolvibile in forme non armate e volontarie anche da parte degli stranieri (sent. n. 119/2015, relativa al servizio civile nazionale). Ecco, il dovere di difesa della Patria e la fedeltà alla Repubblica – si pensi alla possibilità, prevista dalla legge, per alcune categorie di stranieri di accedere sin d’ora ad alcuni impieghi pubblici, per i quali vale in maniera ancora più forte il dovere di fedeltà alla Repubblica, oltre che quello di adempiere le relative funzioni con disciplina e onore – costituiscono la cartina di tornasole per individuare i veri cittadini, quelli che davvero compongono la comunità politica, sebbene ai fini dell’acquisto dei diritti politici sia richiesto l’ultimo passo di questa prima fase di cammino, ovvero il giuramento, che in verità, se formalmente costituisce il cittadino, sostanzialmente non fa che dichiarare un’appartenenza che si costruisce prima.

Ecco, a me pare necessaria una completa rivisitazione della legge del 1992, che introduca una panoplia di criteri temperati (di ius soli e ius sanguinis) e misti. Segnatamente, opterei per il criterio dello ius soli condizionato al possesso del permesso di lungo soggiorno dei genitori od alla loro residenza legale per almeno cinque anni, mentre sembra davvero eccessivo mantenere un criterio puro di ius sanguinis, tarato su schemi “familistici”, che consente l’esercizio del diritto di voto anche a quanti non hanno mai risieduto in Italia e magari neppure conoscono la lingua italiana. Oltre alle conseguenze sul reale carattere politico-rappresentativo delle elezioni ed al rischio accresciuto di manipolazione del voto, è evidente come in questi casi venga offuscata oltre la soglia della ragionevolezza la natura davvero politica della cittadinanza, che si fonda su specifici doveri di solidarietà sociale, politica ed economica.

Inoltre, accanto ad un ragionevole abbassamento del numero di anni di residenza necessari per richiedere la cittadinanza – e ad un intervento di modifica del Testo Unico sull’immigrazione, volto ad introdurre il criterio di progressività della durata dei permessi rinnovati – io spingerei verso la valorizzazione del territorio come spazio di relazioni e, dunque, per i ragazzi, verso l’abbinamento con meccanismi di ius culturae legati alla frequenza di cicli scolastici; per i giovani valorizzerei esperienze come il servizio civile o, come per gli adulti, la partecipazione a forme qualificate di solidarietà sociale, come la protezione civile, le attività della Croce Rossa, etc. Ad esempio, il minore nato in Italia o che vi entra regolarmente entro l’età in cui normalmente viene terminata la scuola secondaria di primo grado (13 anni) potrebbe acquistare la cittadinanza una volta terminati due cicli scolastici. Questo consentirebbe anche di superare le difficoltà legate all’attuale criterio che consente l’acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero nato in Italia e che abbia risieduto legalmente e ininterrottamente nel territorio italiano addirittura per diciotto anni, fino al compimento della maggiore età.

Se non va dimenticato che la frequenza scolastica è l’unica in grado di incidere, sia pure con risultati variabili, sull’apertura di nuclei familiari tendenzialmente chiusi, l’ideale sarebbe comunque modulare criteri che, senza sacrificare le legittime aspettative dei minori, agiscano in modo promozionale offrendo possibilità agevolate di acquisto della cittadinanza che coinvolgono la vita dell’intera famiglia.

È una sfida complessa ed impegnativa, nondimeno decisiva per il nostro futuro.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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