Vertice a rischio sull’immigrazione

Rischiano di essere gravi e di lungo periodo le conseguenze di un eventuale fallimento della sessione straordinaria su “immigrazione e sviluppo economico” che si apre oggi alle Nazioni Unite. Per tre ragioni.

La prima. All’Onu le occasioni di discussioni dedicate all’immigrazione sono più uniche che rare. Visto che l’appuntamento di oggi è il secondo in tutta la storia del Palazzo di Vetro dopo quello del lontano 2006. Di qui la quasi certezza che, se questo Vertice newyorkese dovesse risolversi in un puro e semplice esercizio retorico e, quindi, in un nulla di fatto, si dovranno attendere decenni prima di riuscire a metterne in piedi un altro.

La seconda. L’immigrazione è, ad un tempo, espressione e concausa dell’incerto e traballante quadro internazionale. Per cui se i governi anziché concordare concreti e sia pur iniziali impegni comuni decidessero, cocciutamente, di continuare nell’attuale “ciascuno per se, Dio per tutti”, finirebbero per offrire ai tanti focolai di crisi che agitano lo scacchiere internazionale combustibile di ottima qualità a basso prezzo.

La terza. I flussi migratori stanno cambiando, e molto, rispetto al passato. Per cui, qualora i rappresentanti delle cancellerie di mezzo mondo, incapaci di superare le interne divisioni, scegliessero di non entrare nel merito dei temi dell’ agenda ONU, di cui West è in grado di anticipare i punti fondamentali, assisteremo, in un numero crescente di paesi, all’aggravamento di un già serio, serissimo problema politico. Prodotto dallo scontro tra le interessate aperture dell’economia e del mondo della produzione, che degli immigrati hanno bisogno come il pane, e quelle sempre più rumorose e rancorose di chiusura e rifiuto anti stranieri provenienti da ampi settori della società e della pubblica opinione.

Demografia e immigrazione


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Nei prossimi decenni i flussi migratori dal Sud al Nord del mondo sono destinati a diminuire. Sensibilmente. In ragione del fatto che le nazioni di partenza degli emigrati, in particolare quelle di maggiori dimensioni quali, ad es. Messico, Cina, India e Brasile, conosceranno, in parallelo ad un significativo aumento del reddito pro-capite, una drastica contrazione del numero delle nascite ed un rapido invecchiamento della loro popolazione. Nel Sud sarà come nel Nord: si nasce meno e si vive più a lungo. Un trend emblematicamente confermato dalla forte contrazione degli arrivi di immigrati di Messico e Turchia, rispettivamente, negli USA ed Europa. Un cambiamento che pone seri problemi per i governi dell’Occidente che sembrano non voler prendere atto di tanta novità. La cui prima e più importante conseguenza sarà di non poter più contare, com’è avvenuto fin’ora, su flussi stabili e massicci di giovani braccia di “riserva” per tappare buchi e crescenti carenze dei loro mercati del lavoro. Ma c’è dell’altro. Negli ultimi due anni, complice la crisi economica, in Irlanda, Grecia e Spagna gli arrivi dei nuovi immigrati arrivati sono stati inferiori alle partenze verso l’estero dei loro nazionali.

Rimesse


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In base ai dati resi noti dalla Banca Mondiale, nel 2012 il volume delle rimesse inviate dagli immigrati verso le nazioni di provenienza ha superato quota €400 miliardi. Un enorme flusso di denaro (pari a più di 1/3 degli aiuti internazionali allo sviluppo) che ha un rilevantissimo impatto non solo sui consumi interni ma, fondamentalmente, sui tassi di sviluppo e sulla riduzione dei livelli della povertà interna di quei paesi. E’ stato calcolato che, via rimesse, ad un aumento del 10% delle migrazioni internazionali segue, in media, un calo dell’1,9% del numero di poveri in Madre Patria. Grazie al denaro inviato dagli emigrati le loro le famiglie sono messe in grado di migliorare la salute e l’istruzione delle giovani generazioni.

Immigrati all'estero


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L’aiuto degli emigrati ai paesi ed alle famiglie di origine non si esaurisce con le rimesse monetarie. Infatti, grazie al reticolo delle loro associazioni (Diaspora) essi riescono a trainare investimenti dai nuovi paesi di residenza verso le antiche madrepatrie favorendo, al contempo, l’export di prodotti e servizi dalla seconde verso i primi. E, in parallelo, a veicolare nuove conoscenze e innovativi modelli culturali idee decisivi per l’evoluzione e la modernizzazione accelerate delle loro terre di origine. Qualche esempio. Uno studio sul commercio estero del Canada ha evidenziato che un aumento del 10% dei flussi migratori da un paese verso il Canada produce un +1% dell’export canadese e un +3% dell’import canadese da quel determinato paese. Inoltre sono in grado di convincere l’azienda per la quale lavorano a investire nella antica terra natia. Caso di scuola quello della diaspora indiana in Olanda. Che una volta messo piede nel distretto di Anversa e raggiunta una elevata specializzazione nella lavorazione di diamanti e gioielli ha “ri-trasferito” in India le competenze professionali acquisite. Dando il via ad settore con 1 milione di addetti ed un giro d’affari che supera i €21 miliardi.

Immigrazione temporanea


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I processi di globalizzazione ed i nuovi modelli di produzione just in time hanno favorito la nascita di una nuova forma di immigrazione. Non più permanente. Ma temporanea e/o circolare. Con l’immigrato che vive e lavora facendo avanti e dietro, per un periodo limitato di tempo o per tutta la vita, tra il paese di partenza e quello di arrivo. Una scelta per lo più legata a due ragioni. La prima, squisitamente lavorativa. La seconda legata al possesso di una doppia cittadinanza o di un permesso di soggiorno permanente in un secondo paese diverso da quello di origine. Dagli studi condotti su questa tipologia di migrazione è emerso che la circolazione migratoria volontaria (attraverso doppia cittadinanza o permesso soggiorno permanente in stato diverso dal proprio) ha effetti positivi di gran lunga superiore a quella tipica, stanziale a vita del passato. I risultati? Due volte positivi. Con risultati doppiamente positivi. Se l’immigrato è messo in condizione di entrare (legalmente) e di uscire (legalmente) dal paese straniero di destinazione quest’ultimo può colmare il suo fabbisogno di manodopera senza però farsi carico di tutte le costose complicazioni dell’integrazione ad eternum dei nuovi venuti e delle loro famiglie. E gli immigrati , dal canto loro, possono evitare di dover recidere il loro passato alla radice.

Assunzione degli immigrati


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Le lungaggini burocratiche e le esigenze delle economie avanzate, fatte di richieste di manodopera che oscillano sensibilmente di mese in mese se non addirittura di settimana in settimana, rendono particolarmente difficile l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. In questo contesto i titolari di impresa nei paesi di destinazione ma soprattutto i candidati all’immigrazione negli stati di origine sono costretti a fare ricorso ad agenzia di collocamento o più semplicemente a intermediari più o meno legali. Che troppo spesso però abusano della loro posizione per chiedere agli interessati elevatissimi costi di intermediazione. Una realtà che inutile dirlo è fatta anche di tanti finti professionisti che, dietro lauti compensi, promettono agli immigrati occupazione e stipendi del tutto fittizi. Un fenomeno difficile da estirpare. Visto che persino la stipula di specifici accordi bilaterali tra paese di destinazione e quello d’origine non ha portato i risultati sperati. Salvo rare eccezioni. Come nel caso dell’accordo tra Filippine e tre province del Canada. E tra Giordani e Indonesia. Che hanno funzionato perché avevano accuratamente dettagliato tutte le procedure da seguire dalla richiesta iniziale dell’immigrato fino ad un suo eventuale ritorno in madrepatria dopo aver lavorato per un determinato periodo di tempo in quello di destinazione.

Immigrazione qualificata


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La tesi, sostenuta da più parte, che vede l’emigrazione di personale altamente qualificato come una sciagura per il paese di origine non ha mai trovato conferma. Anzi spesso è stata smentita dai fatti. Tant’è che gli stati africani che registrano, ad esempio, il minor numero di emigrati tra il personale medico sono quelle in cui la popolazione presenta le peggiori condizioni di salute del continente africano. La verità è che il brain drain è un falso mito. L’emigrazione di personale altamente qualificato non ha un impatto negativo sull’economia e lo sviluppo del paese di origine. Per almeno 4 ragioni. La prima, molti stati come Egitto, Pakistan, Kenya etc non sono in grado di offrire posti di lavoro a tutti i loro laureati. Di conseguenza l’emigrazione di una parte di questa fetta della popolazione può solo avere effetti positivi. La seconda, come è accaduto per la Cina, Taiwan e Sud Corea, la comunità di espatriati altamente qualificati all’estero può rappresentare una sorta di “riserva di cervelli” alla quale il paese di origine può attingere nel momento in cui riesce ad eccellere in determinati settori. Il cui sviluppo induce gli emigrati a tornare in patria. La terza, è stato dimostrato che l’emigrato all’estero veicola know-how in madrepatria. Attivando cosi un circolo virtuoso. La quarta, anche tra le comunità di immigrati che non hanno alcuna intenzione di rientrare nel paese di origine, si è registrato un forte interesse e impegno a investire e contribuire allo sviluppo socio-economico della madrepatria.

Immigrazione e social media


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Con l’avvento di Internet e dei social media “la distanza è morta ”. E con essa alcune dei costi più penalizzanti dell’immigrazione di un tempo. La formidabile, inarrestabile rivoluzione dei trasporti e dei mezzi di comunicazione consente oggi agli immigrati due cose fino a ieri impossibili. Tornare a casa velocemente e senza spendere molto e tenersi in stretto, quotidiano contatto con la vita e gli eventi del paese lasciato alle spalle. Web e social media oltre ad un forte sostegno relazionale, consentono loro di acquisire informazioni, in tempo reale, su questioni di importanza fondamentale: offerte di lavoro; sanatorie; introduzioni di nuove leggi etc. Con l’unica avvertenza, valida per queste materie come per tutte le altre “vendute” via Internet, che truffe ed inganni sono non solo possibili ma all’ordine del giorno.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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