Vertice UE sull’immigrazione: l’incognita Visegrad

La politica, si sa, è l’arte di convincere. Soprattutto sull’immigrazione. Una disciplina in cui sono campioni i leader di Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca, che mentre importano da mezzo mondo manodopera straniera a basso costo dicono NO a ogni accordo UE sulla gestione solidale di migranti e rifugiati. Incluso quello che si discuterà oggi e domani a Lussemburgo.

A smascherare la schizofrenia tra ultra-nazionalismo politico e super globalismo economico del quartetto di Visegrad, dopo il New York Times, stavolta è un formidabile reportage di Bloomberg Businessweek. Grazie al quale scopriamo, ad esempio, che nel 2018 l’Ungheria ha rilasciato ai cittadini non comunitari 50 mila permessi di lavoro, il doppio rispetto a quelli previsti dal Premier anti-immigrati Orban. Che di fronte a queste cifre non deve aver fatto sonni tranquilli. Perché col boom dei nuovi arrivati segnano anche un deciso cambio dei paesi da dove arrivano. Infatti mentre aumentano quelli dall’India, dal Vietnam e dalla Mongolia, crollano quelli dalle vicine Bielorussia e Ucraina. Tradotto: più immigrati meticci di varie religioni, meno bianchi cristiani. Un vero e proprio dramma esistenziale per il Primo Ministro ungherese che si è sempre presentato come il paladino iper-nazionalista di un paese autosufficiente ed etnicamente omogeneo nonostante ospiti oltre mezzo milione di stranieri su un totale di 10 milioni di abitanti.

Stessa musica negli altri paesi di Visegrad. Caso emblematico quello della Polonia che nel 2017 ha rilasciato un numero di visti per l’ingresso di lavoratori stranieri superiore a quello di qualsiasi altra nazione UE. Una domanda di manodopera dall’estero che secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale nel futuro prossimo venturo è, peraltro, destinata a crescere ulteriormente. Perché nei quattro ex-satelliti sovietici mentre l’economia tira, il mercato del lavoro arranca a causa dei milioni di emigrati all’estero, in maggioranza donne impiegate come colf e badanti negli Stati dell’Europa occidentale.

Indicazioni forse utili per spingere i Fab Four a un cambio di strategia. Che non significa passare dalle porte (fintamente) chiuse a quelle spalancate. Ma più semplicemente ragionare con i partner UE sul se e come costruire una efficace governance europea del fenomeno migratorio.